Running to stand still, le mosche nella scatola e la quarantena

Ad un anno dal primo morto di Covid in Italia pubblico una pagina del mio diario dalla quarantena. I 54 giorni, dall’8 marzo al 4 maggio 2020, più assurdi della nostra vita.

“Fuori è primavera inoltrata, i rumori della città si sono rarefatti, l’aria è meno inquinata, dentro casa la vita in quarantena procede col suo ritmo che ci trascina come ciottoli rincorsi dalla corrente. Certe notti prendere sonno risulta difficile, è il momento della musica negli auricolari, dei ricordi appesi ad asciugare, delle immagini da tempi lontani messe in fila per due.

Da bambina conservavo le scatoline dei formaggini per catturarci le mosche. Le osservavo sbattere nello spazio angusto e volare affannosamente alla ricerca di una via di fuga. The Joshua tree è uno degli LP che ascoltavo nei noiosi e languidi pomeriggi a casa della nonna, con la scatolina di formaggini a caccia di mosche da studiare, il microscopio nella valigetta della Clementoni e l’inchiostro simpatico con cui scrivere segreti e nomi di fantasia. In queste notti mi capita di ripercorrere quegli anni di passaggio tra l’infanzia e la pubertà o la mia precedente vita da bambina fra bambinadulti con un nonno a fare da padremadre a tutti, in una casa popolare affollata e caotica con le nuvole di fumo che sgattaiolavano dalle bocche dei miei zii penetrando in volute maleodoranti ogni fessura della casa, le lunghe serate senza concludere nulla, inchiodati tra i lo farò domani, i se e i ma. Ero una piccola osservatrice occhialuta e fuori dal mondo. I miei cugini si prendevano gioco di me, chiamandomi l’eremita perché stavo sempre con un libro in mano, altrove, mentre loro giocavano come tutti i bambini. Penso che Running to stand still di Bono sia la canzone che più di tutte possa raccontare qualcosa di un pezzo della storia di cui faccio parte. Il titolo della canzone, che mi rincorre da giorni senza capire perché, arriva da un dialogo tra Bono e suo fratello Norman che da poco aveva aperto un negozio. Le difficoltà nell’aprire il negozio e nel fare affari avevano fatto dire a Norman che era come “correre restando fermi”. Una immagine che poi Bono associò ai tossodipendenti nell’ossessione di trovare il modo per procurarsi la dose successiva. La donna eroinomane di cui parla la canzone è una persona che gli U2 hanno realmente conosciuto a Bellymum, uno dei tanti quartieri dormitorio per proletari spremuti come limoni. Palazzi anonimi avulsi dal resto della città, affollati di appartamenti o più propriamente gabbie da cui è impossibile scappare. Gabbie di vecchi senza passato e giovani senza futuro. Storie simili sono raccontate anche da Irvine Welsh in Trainspotting.
Nel 1987 gli U2 incidono un album che farà la storia inserendoci anche la vita all’interno delle Sette Torri, i casermoni popolari sede di spaccio e di degrado come quelli che ci sono un po’ ovunque in Europa, anche qui a Palermo, l’unica prospettiva era appunto correre per restare fermi. Ne viene fuori un capolavoro.

Il 28 febbraio 1992 alla vigilia della partenza dello ZOOTV tour Bono decide di stravolgere sia a livello musicale che comunicativo Running to stand still per parlare di qualcosa di più ampio che una storia di denuncia della vita senza prospettive di una generazione di dublinesi vittime della droga. La guerra nel Golfo si era appena conclusa e Bono, mentre parlava con uno dei membri della sicurezza della band, Jerry Mele, veterano della guerra in Vietnam con problemi di eroina a causa del conflitto asiatico, elaborò l’idea di mettere in scena una sorta di “fuga possibile” dei soldati attraverso la droga. Perché mettere in scena la guerra, elevarla a riflessione all’interno dello ZooTv Tour?

Ricordo quei fotogrammi e le narrazioni apocalittiche con cui si sparava la guerra nei tubi catodici di tutto il mondo. Fecero da caposcuola a un certo giornalismo ormai consumato.

Gli U2 si resero conto che, a dispetto di quanto i media volessero far credere, la guerra era diventata una sorta di cameo all’interno delle trasmissioni televisive: era ovunque in piccole o grandi dosi. Tale bombardamento — fisico in Kuwait, mediatico nei salotti di casa — creava una profonda schizofrenia sullo schermo televisivo poiché permetteva con un solo click sul telecomando di far evadere il telespettatore, dagli spari di fucile grazie alle soap opera venezuelane o sit com americane, da Grecia Colmenares a Luke Perry.

Viviamo in quarantena ormai da tante settimane, le narrazioni tossiche e martellanti con cui si è raccontata la pandemia, i quintali di catrame con cui si è asfaltata la voragine di un Paese immobile da decenni, sembrano anch’esse pericolose trappole per topolini in gabbia nella loro folle corsa per stare fermi. E adesso che fermi tra le mura di casa lo siamo non solo metaforicamente, ma proprio integralmente, è tempo di pensare a che impatto ha sulle nostre esistenze la droga del nuovo millennio, la tv e i social network, nell’ottenebrare le nostre menti. Rendendoci ciechi e leggeri. Anestetizzati. Come la droga che si iniettava la donna di Bellymun.”

A questo link il video del brano:

https://youtu.be/FvUI-s4Azw4

Buon ascolto,

And so she woke up
Woke up from where she was
Lying still
Said I gotta do something
About where we’re going

Step on a steam train
Step out of the driving rain, maybe
Run from the darkness in the night
Singing ha, ah la la la de day
Ah da da da de day
Ah la la de day

Sweet the sin
Bitter than taste in my mouth
I see seven towers
But I only see one way out

You got to cry without weeping
Talk without speaking
Scream without raising your voice

You know I took the poison
From the poison stream
Then I floated out of here
Singing ha la la la de day
Ha la la la de day
Ha la la de day

She runs through the streets
With eyes painted red
Under a black belly of cloud in the rain
In through a doorway she brings me
White gold and pearls stolen from the sea
She is raging
She is raging
And the storm blows up in her eyes
She will suffer the needle chill
She’s running to stand still

#musica #U2 #socialnetwork

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