il nostro miracolo d’amore

26 novembre 2009, h. 20.45: “Auguri signora, ecco suo figlio Matteo”.
Aldilà del telo azzurro mi compare il corpo tutto ricoperto di vernice caseosa e di acqua di un esserino stupendo che mi penetra con uno sguardo che non potrò mai più dimenticare, uno sguardo antico eppure nuovo, come a chiedermi con una domanda sola tutti i perché della vita. È stato quello l’attimo…
L’attimo in cui assieme a lui anche io per la prima volta attraverso gli occhi grandi come fari di mio figlio ho aperto il mio sguardo sul mondo.
Dal 1 dicembre, finalmente siamo a casa e tutto si è immediatamente colorato di nuovo. Con questo post proverò a fare la cronaca di quel giorno indimenticabile prima che il velo dell’oblio ricopra i nostri ricordi.
Mentre scrivo Matteo dorme dopo avere ciucciato il mio seno per quasi tutta la notte.

26/11/2009 h. 7,40
Arriviamo in ospedale e la sala d’aspetto è straordinariamente affollata. Assieme a me altre 2 pazienti in attesa di avviare le pratiche di ricovero per i loro cesarei programmati e 2 ragazze in travaglio. La tenda del nido è aperta e ci sono tre bambini appena nati nell’isola neonatale, altri tre ne arrivano nel giro di un’ora e non c’è l’ombra di un medico disponibile ad avviare le pratiche di ricovero. Sono già le nove passate quando ci fanno entrare ed il medico ci ha comunicato che per quel giorno non c’erano più posti letto in reparto ma solo barelle perché tra la sera e la notte precedente c’erano stati troppi ricoveri d’urgenza. Entro le due del pomeriggio sarebbero riusciti a fare solo due dei tre cesarei programmati, il terzo sarebbe rimasto in stand-by:o slittava al pomeriggio o all’indomani mattina. Sono digiuna e assetata dalla sera precedente, chiedo se posso almeno bere visto che l’attesa sarà lunga, ma il medico mi consiglia di no perché avrebbero fatto in modo di riuscire a operarmi verso l’ora di pranzo. Non sapeva ancora che proprio intorno all’ora di pranzo si sarebbero presentati due parti con complicazioni ed io sarei rimasta ad attendere invano mentre le caviglie edematose mi stavano esplodendo. Ci visita e stabilisce quali sono le prioritarie. Le due signore assieme a me avevano delle contrazioni, erano delle pre-cesarizzate al secondo figlio ed una addrittura già in dilatazione di due cm. Io primipara podalica ho dovuto dare la precedenza. È iniziata l’attesa più snervante della mia vita, perché più passavano le ore, più la situazione peggiorava, le urgenze aumentavano e molti parti naturali andavano a concludersi in cesarei. la sala parto e la sala operatoria non avevano un attimo di tregua: quel giorno ci sono stati 23 parti, troppi per un piccolo ospedale come il buccheri la ferla. Alle due mi consegnano il letto in camera e mi metto a mio agio. Inizio ad avvertire la stanchezza e … anche le contrazioni! Ormai in reparto le infermiere sapevano che il mio cesareo era stato rimandato all’indomani, visto che alla visita delle dieci risultavo con un collo dell’utero chiuso, e alle sei mi chiamano per andare a fare il tracciato. Non saluto nessuno dei miei parenti lì con me dalla mattina, tanto so che ritornerò in camera per l’orario di visita delle 19,30. Con loro sorpresa i medici si accorgono però che mi era iniziato il travaglio e che il mio cesareo non poteva più essere rimandato all’indomani. Matteo aveva deciso di nascere lo stesso quel giorno, in barba a tutti i medici che almeno il mio cesareo volevano risparmiarselo!!!
H 20,25: Entro in sala operatoria non appena il dottore che iniziava il turno notturno arriva in ospedale e si prepara, era stato lì la mattina, perché quel giorno aveva il doppio turno ed era andato via alle 14 rammaricandosi con me e la mia famiglia di non essere riuscito ad operarmi lui. Quando mi ha vista attaccata al tracciato e con le contrazioni si è subito mobilitato perché tutto fosse pronto il prima possibile, doveva operarmi lui, era destino! Anestesisti, medici e infermieri, nonostante la giornata convulsa, sono stati professionali e umani. Sono entrata in barella ricordando all’ostetrica che c’era un kit a mio nome per la donazione del sangue placentare ( L’indomani saprò che la donazione non è andata a buon fine perché il campione prelevato non era sufficiente )
Ero straordinariamente calma e distesa, ormai non vedevo l’ora che tutto fosse finito. L’anestesista, una coetanea dal capello corto e biondo e dal piglio anticonformista della quale, oltre ai modi rassicuranti ricordo la bandana a fiori fucsia e la canzone che cantava mentre mi iniettava l’anestetico ( don’t worry be happy…) è rimasta al mio fianco per tutto il tempo, spiegandomi cosa mi capitava in quel momento e carezzandomi viso e capelli mentre il mio ventre veniva inciso e aperto. Matteo esce dalla mia pancia emettendo un vagito discreto e delicato me lo avvicinano al viso per annusarlo e baciarlo e lunghissime lacrime di felicità scendono dai miei occhi. Dopo saprò tramite quello che il ginecologo andrà a riferire ai miei parenti in sala d’aspetto che il mio Pollicino monello era messo in una posizione talmente strana che non sarebbe mai potuto nascere col parto naturale. Aveva la testa dal lato del mio fegato, il culetto verso il mio stomaco, le gambe accavallate come un piccolo Lord e il piedino all’insù verso il suo petto. Tutt’ora quando si addormenta assume questa posizione.
Dopo la nascita mi iniettano un altro anestetico per farmi dormire, io sento le voci dei medici che chiacchierano tra loro ma sono incosciente, la mia mente si rifiuta però di perdere coscienza così apro gli occhi e vedo di nuovo l’orologio, sono le 21,10 allora chiedo in preda all’ansia “dov’è il mio bambino”. Matteo era già col suo papà nell’isola neonatale e veniva presentato ai nonni e agli zii che ci hanno attesi per tutto il giorno e che quando l’hanno finalmente visto non hanno potuto trattenere il loro grido di gioia.

La notte dopo l’intervento né io né lui abbiamo dormito. Intorno alle 23, mentre io ancora ero monitorata nella sala risveglio, me lo portano tutto vestito e profumato e lui, come se non avesse fatto altro in questi nove mesi, si attacca al seno guardandomi dritta negli occhi. Io ero sdraiata supina, intontita e appesa a flebo e tubicini vari, noncurante di ciò lo stringo a me e lo faccio attaccare un po’ a un seno un po’ all’altro. Lui acciuffa il capezzolo serrando le gengive, ma io sono troppo impedita in quel momento per spiegargli la giusta posizione della bocca per favorire una corretta suzione. Ci hanno portati in stanza alle 23.30, ci hanno fatto salutare velocemente i parenti e il papà e il mio piccolo principe non piangeva, osservava tutto, ci siamo studiati e quando chiudeva gli occhi emetteva dei piccoli lamenti che sembravano una nenia e lo addormentavano per pochi minuti. Ad intervalli di circa tre quarti d’ora si risvegliava ed io lo attaccavo al seno, lui ciucciava quelle piccole gocce di colostro, a me partivano le contrazioni, iniziava a risvegliarsi quella metà del corpo immobilizzata dall’anestesia spinale e con essa la sensazione di dolore terribile alla ferita.

Ora siamo a casa, dopo cinque giorni di ricovero. Mi hanno trattenuta un giorno in più per via di una lieve proteinuria, finché non avevano l’esito delle urine non volevano dimettermi. In ospedale ho fatto di tutto tranne che riposarmi, mi sono sollevata in piedi già alle nove del mattino, a pranzo camminavo per il corridoio e non perché non provassi dolore, una ragazza accanto a me mi ha fatto i complimenti perché lei è riuscita ad alzarsi solo dopo le 24 ore, io mi sentivo una tigre e poiché mio figlio aveva bisogno di me perché aveva vomitato, mi sono alzata dal letto e reggendo la flebo di ossitocina con una mano l’ ho portato in nursery per farlo visitare. Il post-operatorio di un cesareo è davvero duro: i dolori alla ferita mentre l’utero va stringendosi sono importanti e fastidiosi, tutt’ora salire e scendere dal letto è complicato, per questo la notte o si alza Vincenzo a porre e riporre Matteo nella sua culletta dopo ogni poppata o lo tengo addosso a me in posizione a stella marina finché non si faccia di nuovo l’ora della poppata successiva. Il bonding sembra andare alla grande. In braccio al papà si rilassa ed addormenta subito: si tuffa sul suo petto con una tenerezza indescrivibile, io invece non capisco se quando mi guarda col suo sguardo maschio e cazzuto mi dica “Io lupacchiotto affamato, tu pappa!”… oppure se riesce a vedere altro in me.

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