FIORIRE CON LE FIABE

🌺Essere la bambina o il bambino superstite al di là del tempo debito significa iperidentificarsi in un archetipo ferito. Comprendere la ferita, eppure commemorarla, consente la fioritura. La fioritura ci toccava in sorte su questa terra. #Fiorire, e non soltanto sopravvivere, è il diritto che ci spetta dalla nascita.🌺

𝙇𝙚 𝙛𝙞𝙖𝙗𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙛𝙞𝙤𝙧𝙞𝙧𝙚 𝙚 𝙩𝙧𝙖𝙨𝙛𝙤𝙧𝙢𝙖𝙧𝙚 𝙖𝙣𝙘𝙝𝙚 𝙞 𝙢𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙞𝙣 𝙛𝙤𝙧𝙯𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖.

Circa 12 anni fa le fiabe sono venute a bussare alla mia porta. Credevo che fossero solo storie adatte ai bambini e per tanto tempo mi sono formata per portare la lettura a voce alta nelle case delle famiglie con bambini attraverso il progetto Nati per leggere. Quello che ho scoperto poi, scavando alle loro origini, mi ha aperto mondi e orizzonti meravigliosi. Le fiabe sono delle mappe psichiche che i nostri antenati hanno percorso e tracciato per donarci delle istruzioni su come viaggiare nel mondo invisibile dell’inconscio e dell’Anima per risvegliare delle energie utili alla nostra realizzazione. Esse rivelano insegnamenti spirituali, alchemici, iniziatici, con un linguaggio in codice che è stato dimenticato, nascosto, sepolto. Ma può essere ricordato e portato alla luce. E allora ho capito che la mia vocazione di cantastorie poteva aiutare e ispirare tante persone come me e contribuire a portare un po’di bellezza in questo mondo! Di questo e altri argomenti parleremo nei 4 giorni di Fiorire con le fiabe, grazie a 4 fiabe iniziatiche:

Barbablù

Vassilissa e la Baba Jaga.

Il brutto anatroccolo

La piccola fiammiferaia

Incontri rivolti ad adulti, educatori, insegnanti, professionisti, artisti e chiunque voglia #fiorire con le #fiabe

📲📩su prenotazione scrivendo in pvt al numero 3389799490.

Chi conduce:

Marika Gallo, operatrice culturale e facilitatrice di gruppi. Realizza attività per bambini e adulti di promozione della lettura e della musica e organizza eventi nell’ambito della promozione della genitorialità attiva e del benessere della triade madri-padri-figli come playgroup e cerchi di condivisione. Il suo lavoro di progettazione sociale e culturale si inserisce in questo processo inclusivo che consente alla comunità di prendersi cura di se stessa. Gestisce In braccio alla luna spazio nato nel 2012 da una visione che mira ad accendere i talenti e risvegliare le coscienze per migliorare lo stile di vita attraverso la bellezza, l’arte e la sacralità delle cose quotidiane. Organizza momenti formativi e informativi ed eventi artistici che hanno come filo conduttore l’integrazione tra il femminile e il maschile nelle loro molteplici declinazioni espressive. Infine organizza eventi ludici e didattici per bambini, momenti aggregativi, passeggiate naturalistiche e culturali e percorsi esperienziali per adulti e feste fatte a mano come quelle di una volta.

Percorso di formazione per mamme alla pari in allattamento dell’associazione l’Arte di Crescere

L’Arte di Crescere vive soprattutto con il volontariato fatto da persone che mettono a disposizione delle mamme e dei bambini di cui ci si prende cura le proprie competenze e professionalità.
Con i numerosi progetti attivati negli ultimi anni si è rivelata una vera e propria risorsa non solo per le donne sostenute, ma anche per la Città tutta, per la ricchezza delle proposte culturali, non ultimo il murale Sangu e Latti donato al quartiere Sperone, e per la disponibilità a realizzarne di nuove.


Gli ultimi tempi ci hanno messo di fronte ad uno scenario che è mutato rapidamente e sulla spinta dei nuovi cambiamenti abbiamo iniziato il nuovo anno con l’augurio per L’Arte di Crescere di… continuare a crescere e fare bene! Proprio così, le mamme alla pari in quest’anno pandemico si sono mobilitate, hanno imparato ad usare le tecnologie, hanno lanciato sin da marzo l’hashtag #mammanonseisola, videochiamata dopo videochiamata si sono aggiornate, hanno lavorato, hanno studiato. Perché se non si colgono le opportunità celate dietro le crisi si rischia di lasciarsi vivere più che vivere, di appassire anziché crescere.


Ma non possiamo negarci che proprio la pandemia ha accentuato tante diseguaglianze a discapito proprio di mamme e neonati e che sei donne visionarie, Daniela Di Sciacca, Viviana Di Fatta, Marika Gallo, Monica Garraffa, Claudia Pilato ed Elena Toscano, non sono che una goccia nell’oceano dei bisogni che adesso ci troviamo ad affrontare. Per continuare a sostenere e aiutare le mamme che allattano abbiamo bisogno di te, delle tue idee, del tuo apporto, del tuo sostegno, saremmo davvero felici di accoglierti dentro la nostra associazione. Quindi se hai voglia anche tu di sostenere le altre mamme e metterti in gioco con generosità e passione, abbiamo progettato un percorso formativo per mamme alla pari dell’Associazione l’Arte di Crescere che inizierà il 21 gennaio sulla piattaforma zoom.

Il corso di formazione è rivolto a 16 aspiranti volontarie di cui quattro mamme sarde. Questo perché nella realizzazione di questo percorso formativo abbiamo creato un ponte con la Sardegna, grazie all’attiva collaborazione di una delle docenti, la pediatra Maria Antonietta Grimaldi. Sicilia e Sardegna sono due regioni diverse ma che vivono l’insularità e che sono accomunate da quel mare di sogni di latte che ha generato una realtà a cui siamo felici e orgogliose di prendere parte.

Leggi il programma, riconoscerai anche tanti nomi noti (Alessandra Bortolotti, Stefania De Luca, Giuseppe Giordano, Lucio Piermarini, Sofia Quintero Romero) tra i formatori che metteranno a nostra disposizione la loro umanità, conoscenza e competenza.

Per tutte le informazioni scrivici a gsap.lartedicrescere@gmail.com

Ti aspettiamo!

Abbraccio con la Madre Terra

Un blessingway per le donne prossime al parto con le coccole sonore di Romina Copernico e la bellypainting di Anna Costantino

 Sabato 21 settembre, dalle 9,30 alle 12,30 ci riuniremo in cerchio a Monte Pellegrino per rendere omaggio alla Madre Terra e alla vita nascente e celebrare insieme l’Equinozio di Autunno. 1240432_10201865756945529_1438649317_n

L’Equinozio d’Autunno, periodo dell’anno in cui le polarità maschili e femminili vanno equilibrate ed hanno quindi bisogno di uguale rispetto ed espressione, è un tempo che ci viene concesso per fermarci a riflettere, rilassarci e apprezzare i frutti dei propri personali raccolti.
Il lavoro rituale dovrebbe essere di protezione, prosperità, sicurezza e fiducia in sé stessi.

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La nascita è un potente rito di passaggio nella vita di una donna. Ma per la nostra cultura l’unica cosa che conta è l’arrivo del bambino e si è perso di vista il profondo impatto che essa ha sulla gestante. Mentre i nostri preparativi alla nascita più comuni si concentrano su come preparare le donne fisicamente al parto, la cerimonia del blessingway aiuta una donna a prepararsi mentalmente, emotivamente e spiritualmente per il travaglio di parto, e ad aprirsi alle sue capacità istintive e creative, che la guideranno nel ruolo di madre.

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Il Blessingway crea un ambiente sacro e protetto in cui una madre può sentirsi in grado di esplorare le sfide e le gioie che si appresta ad affrontare avvicinandosi al parto e alla maternità. Circondata dalle sue amiche e da altre mamme che prima di lei hanno affrontato questo passaggio, rafforza il suo potere, la fiducia in se stessa e la rete di sostegno intorno a lei.

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 Romina Copernico Arpista e Soprano offrirà un concerto a tutte le mamme in dolce attesa mentre Anna Costantino, Artista, dipingerà  i nostri pancioni con l’intento di celebrare la bellezza della vita nascente.

Accorrete numerose, sarà un momento magico di connessione spirituale con la Natura e con la nostra creatività dedicato a tutte le mamme dal secondo trimestre di gravidanza in poi.

Contributo di 6 euro

Appuntamento alle 9 alla fontana alle pendici di Monte Pellegrino. Per confermare la vostra partecipazione: 3389799490, inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Diventare mamma, una scelta…naturale

Conosco Marzia per la prima volta nel locale dentro le Balate che all’epoca era destinato all’associazione Cerchi di vita di cui Monica e Daniela erano le socie fondatrici insieme ad altre mamme. Monica mi invitava sempre agli incontri mensili di auto mutuo aiuto sull’allattamento organizzati da Cerchi di Vita, ma trovai il tempo, il modo e la voglia di uscire da casa e confrontarmi con altre mamme solo dopo tre mesi dal parto. Era febbraio 2010 e l’incontro di quel giorno tra l’altro era particolare, non era il gruppo sull’allattamento che mi aspettavo e per cui ero uscita da casa, ma quel giorno c’era un’ospite che trattava un argomento originale e di cui non avevo mai sentito parlare, almeno qui in Sicilia: una ostetrica che parlava di assistenza domiciliare alla gravidanza fisiologica e parto in casa e che diceva che aveva scelto di rivoluzionare la propria vita, cambiare lavoro, rimettersi a studiare, laurearsi, proprio dopo essere diventata mamma e avere partorito a casa. Erano presenti anche altri professionisti della nascita, Pietro Franzone, musicoterapeuta, Giuseppe Giordano, neonatologo, Francesco Vinci, esperto in integrazione posturale che segue i parti in casa a Palermo da 30 anni, e la moglie, riflessologa, la quale ci raccontò il suo parto gemellare in casa e disse una frase che mi rimase scolpita in mente: “partorire non è subire un dolore insopportabile ma è tutt’al più  come scalare una vetta, un lavoro che noi donne sappiamo e possiamo fare”.

Marzia mi confessò dopo che tra tutte le persone presenti le rimasi impressa per il sorriso e perché sprigionavo amore oltre che per la serenità di Matteo. Io credo che la scelsi inconsapevolmente allora per accompagnarmi al mio secondo parto. Di questa donna giunonica mi attraeva il suo essere istintiva e selvatica, la sua passione per la sua missione e la bellezza oltre che il coraggio di spendersi con verità rispetto amore e libertà per le donne in una città come Palermo in cui c’è molto lavoro ancora da fare per il “risveglio della dea”.

Il resto della storia lo sapete già, ma se vi parlo del nostro primo incontro è perché Sabato 28 settembre potrete conoscere anche voi il percorso di vita e professionale di questa ostetrica mammana, non solo incontrandola, ma anche attraverso la proiezione di un docufilm realizzato da Byblos Comunicazioni dal titolo “Bimbi fatti in casa, cinque storie al femminile” che la vede protagonista. Potremo chiederle delle informazioni sulla conduzione ostetrica al parto e conoscere le donne che nella nostra città hanno avuto la possibilità di una nascita “integrale” in casa a conduzione ostetrica.

Vi aspettiamo numerosissimi! La rivoluzione delle madri è cominciata anche a Palermo!

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In braccio alla Luna incontra le Onde Onlus

Oggi pomeriggio alle 18,30 la nostra associazione incontrerà il centro antiviolenza di Palermo Le Onde per discutere insieme di Violenza di genere nel percorso nascita.

Porteremo la nostra esperienza con le donne nel post parto che ci contattano perché hanno difficoltà ad allattare o provano dei sentimenti conflittuali che non riescono a legittimare neanche nei confronti di se stesse, pervase da uno strano senso di vuoto e sconforto che non è vero che sia poi così fisiologico e normale, perché se il bambino è nato, è sano ed “è andato tutto bene”, cosa c’è che non va? Davvero noi donne siamo esseri così capricciosi?

Lo sguardo liquido e silente di queste donne che ho incontrato alle Balate e con In braccio alla Luna, spesso tradisce il dolore di una femminilità ferita e svilita ed un potenziale energetico che irrancidisce lentamente se non c’è nessuno che riesce a guardarlo, riconoscerlo, percepirlo, sentirlo, dando voce al corpo e non solo a quello che si pensa.

Molte di tante depressioni, di tanti mancati allattamenti, sensi di insicurezza e inadeguatezza sono riconducibili a quel fenomeno definibile come Violenza Ostetrica…

Anche una frase svalutante come “la smetta di urlare che mi spaventa le altre” è violenza di genere.

Anche la separazione del neonato dalla madre è violenza.

Le episiotomie, le kristeller, i cesarei superflui, scegliere al posto della donna, il mancato ascolto dei suoi bisogni sono violenza.

Queste forme di violenza sono accettate in nome di una falsa sicurezza. Ci patronizzano in quanto donne  e perché hanno studiato su testi scritti da persone che esercitavano l’ostetricia un secolo fa, quando le donne venivano legate ai letti per partorire, quando non si conosceva nulla del piacere femminile e si curavano le isteriche con le asportazioni chirurgiche dell’utero… quando le donne non avevano neppure diritto di voto.

Dobbiamo spiegare ai medici e alle donne con l’aiuto dei nostri partner, che non siamo di proprietà dell’ospedale né tanto meno dei contenitori su cui effettuare procedure a loro piacimento.

Incontriamo le Onde perché vorremmo creare una rete virtuosa per fare prevenzione della violenza sulle donne, specialmente quando danno alla luce.

Noi come singole mamme alla pari e come ostetriche, non possiamo prenderci carico del dolore delle donne senza gli strumenti necessari, ma come Associazione possiamo fare rete con chi di violenza sulle donne si occupa già per progettare insieme un piano di interventi comune.

Speriamo di seminare bene anche stavolta…

Alla prossima!

“Dov’è la mia ostetrica?” il giorno dopo

976211_527282443975192_887367216_oEcco a chi non è potuto venire, le nostre impressioni relative all’incontro di ieri, prima quelle “di pancia” Marzia e poi le mie:

– Muovevo ogni passo ieri verso l’Associazione pensando “chissà anche questa volta cosa troverò” perché a me l’ambiente ostetrico non sempre rassicura, per la verità, e questa volta si trattava di incontrarci tutte/ti insieme in un “luogo” dove mostrarci, per quello che realmente siamo, alle donne che chiedono “dov’è la mia ostetrica?”

Ebbene ieri per la prima volta ho trovato un “luogo” dove donne ed ostetriche/ci finalmente si sono potuto incontrare veramente, dove non mi sono sentita sola quale ostetrica “mosca bianca” che parla di ascolto amoroso verso la mamma e il suo bambino, dove ho sentito autenticità e non le solite belle parole sempre ben dette e quasi mai ben messe in pratica. Ho incontrato persone che si mettono in gioco con tutto il loro impegno e passione e non parlo solo delle ostetriche bensì anche di chi, come Marika ad esempio, da anni lavora in maniera costante e “sotterranea” per creare rete, contatto, ponti fondamentali fra donne e figure professionali sul territorio.

L’unico rammarico, da ostetrica e da donna palermitana, è aver assistito all’ennesimo vuoto da parte del Collegio degli Ostetrici che non ha preso in considerazione un evento così ben pensato e realizzato!

Buon lavoro a tutti noi in ogni caso – grazie ancora Marzia Floridia

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-L’incontro “Dov’è la mia ostetrica”, promosso per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, aveva il fine di conoscere meglio le ostetriche che lavorano nelle strutture pubbliche di Palermo, guardarci in faccia e scambiarci esperienze inevitabilmente diverse. Ci proponevamo di trovare un terreno di confronto e di incontro comune e individuare un percorso, o come ha suggerito Antonella Monastra – la cui presenza calorosa, in qualità di ginecologa, di consigliera comunale e di donna per le donne, è per noi sempre motivo di grande gioia – una piattaforma, al fine di tessere una rete salda tra noi.

Eravamo tutte emozionate, piene di aspettative ed entusiasmo. Tra di noi anche una docente ostetrica e una tirocinante, con tanta voglia di proporre iniziative concrete. C’era anche un ostetrico fra noi, Salvo, una vecchia guardia, la cui esperienza pluridecennale è stata preziosa e illuminante. Ci eravamo prefisse uno scopo preciso: indagare quali sono le relazioni esistenti tra le ostetriche e le altre figure che operano nel percorso perinatale, attivarci per intessere rapporti fecondi di collaborazione con le strutture sanitarie e universitarie e garantire nei fatti la continuità assistenziale, progettare una piattaforma che funga da connettore tra la nostra associazione e le ostetriche che operano singolarmente, trovare un linguaggio comune ed efficace per fare cultura della nascita tra le giovani donne. Quello di ieri è stato un incontro preliminare, in cui è bastato guardarci in faccia per mostrare che vogliamo “esserci”. Ci siamo confrontati su un terreno comune difficile da dissodare ma a tratti anche molto fertile. Abbiamo sparso piccoli semi, ora dobbiamo iniziare a prendercene cura. Il passo successivo sarà divulgare il testo della petizione per il rimborso del parto a domicilio e raccogliere le firme con vere e proprie campagne informative. Avere due piccole rappresentanze di due strutture pubbliche cittadine, il Policlinico e l’Ingrassia, ci ha dato il coraggio di provarci. Crediamo infatti che recuperare la dimensione intima, affettiva, spirituale e personale dell’atto di dare alla luce sia ormai una esigenza ineludibile anche per una realtà come Palermo, sempre diffidente verso ogni vento di cambiamento. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno voluto esserci. Non finisce qui, ci vediamo alla prossima!

Marika Gallo, in braccio alla Luna

“Dov’è la mia ostetrica?”

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L’associazione culturale In braccio alla luna, per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, Vi invita al dibattito “Dov’è la mia ostetrica?”. L’evento si svolgerà presso la sede di Libera contro tutte le mafie di piazza Castelnuovo, giovedì 13 giugno 2013 alle 16,30 ed è promosso per capire sul nostro territorio quali e quante ostetriche sono disposte a intraprendere un percorso di libera professione o in convenzione col SSN rivolto ad accompagnare le donne che preferiscono il parto in casa. A partire dal dibattito iniziato il 18 gennaio con l’incontro “Libere di scegliere come e dove partorire”, seguito alla proiezione del documentario Freedom for Birth sul caso Ternovsky contro l’Ungheria, anche in questa occasione ci interrogheremo sulla tutela del diritto all’intimità, al rispetto e alla salute durante la nascita.
L’imposizione autoritativa di un unico modello di parto e l’assenza di fatto di assistenza alternativa a quella ospedaliera, determina una intollerabile forma di ingerenza dello Stato nella vita privata della donna e la depaupera del proprio diritto di autodeterminarsi nella più intima e personale delle situazioni: la nascita di un figlio.
Con una pronuncia che è destinata ad avere effetti dirompenti anche in Italia, la Corte Europea dei Diritti Umani ha chiarito che la scelta circa le modalità del parto è prerogativa esclusiva della donna ed ha affermato che detta scelta è un diritto sociale, di cui lo Stato deve farsi garante mediante i più opportuni interventi normativi e assistenziali.In braccio alla luna nasce con lo scopo di condividere la bellezza di una nascita indisturbata, di forme di accudimento materno e paterno basati sull’empatia, sul contatto e sui valori ispirati alla “decrescita felice”. Pertanto, si occupa di sensibilizzare le coppie su queste tematiche, si offre come laboratorio dove concretamente vengono attuate queste idee, getta ponti con le istituzioni affinché le risorse umane ed economiche attualmente in campo vengano destinate a progetti di questo tipo, creando una rete con le altre associazioni che condividono gli stessi scopi in una sorta di assemblea permanente. Composta da un cerchio di donne e madri riunite attorno alla rappresentante dell’Associazione, Marika Gallo, mamma alla pari in allattamento al seno e attivista sociale, organizza incontri da donna a mamma e con esperti e momenti formativi con esperti di fama nazionale e internazionale rivolti a chiunque voglia operare nel sostegno della genitorialità naturale, nella tutela delle tradizioni locali e nello scambio interculturale.
Contatti
inbraccioallaluna.palermo@gmail.com – www.inbraccioallaluna.wordpress.com – 3389799490
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Presentazione del Foglio di Luminaria marzo 2013

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La maternità in tutta la sua portata bio-psico-sociale ci riguarda tanto come donne quanto come femministe  sia che abbiamo messo al mondo figli sia che siamo rimaste figlie. È questo il senso del pomeriggio di sabato 2 marzo col quale abbiamo voluto inaugurare le commemorazioni per l’8 marzo e che ci auspichiamo possa essere seguito da altri momenti di confronto e di lavoro comune.

Il piano simbolico è importante, esordisce Giovanna Fiume, presentando alle donne e famiglie che hanno sfidato il cattivo tempo e l’influenza per venirci a trovare, “questo” originale Foglio di Luminaria. Sono d’accordo con lei, le ricorrenze sono molto importanti. Che ogni giorno dovremmo ricordarci della festa per la donna, è vero, ma di fatto non abbiamo gli strumenti per farlo, o non sempre. E allora le ricorrenze, proprio perché sono cicliche, ci riportano non solo a ciò che evocano, ma anche a noi stesse, e a come ci risuonano, ai nostri desideri, alle intenzioni che coltiviamo, e se si sono realizzate o no.  Spesso per le donne e per le femministe italiane, soprattutto nei dibattiti ideologici, la maternità non è stata che una parentesi. Se è davvero così, se abbiamo messo il nostro essere madri tra parentesi, allora oggi vogliamo entrarci dentro e fare del nostro essere donne l’esponente fuori parentesi che ci moltiplica al loro interno.

Luminaria è un’associazione composta da femministe che hanno fatto la storia del movimento a Palermo e che con grande generosità ci hanno dato voce per interloquire con diverse generazioni di donne e portare all’attenzione il tema della nascita come una forte rivendicazione di un diritto sociale ancora oggi non tutelato. Anagraficamente molte Luminarie sono ormai in età non più riproduttiva, alcune sono state madri, altre no, in questo senso il tema potrebbe sembrare non toccarle da vicino. Per di più, quello della libertà di scegliere dove e come partorire e del parto in casa, potrebbe a prima vista, sembrare un argomento passatista. Eppure confrontandosi con noi socie di In braccio alla Luna, nate nel periodo in cui molte Luminarie diventavano madri ed hanno lottato per il diritto al parto ospedaliero, cioè tra gli anni Settanta e Ottanta, al di là delle resistenze ideologiche, abbiamo scoperto molti più punti di contatto rispetto a quelli che ci separano.

Assistiamo al fatto che alla emancipazione sociale, fenomeno storico peraltro completato parzialmente ed oggi messo a repentaglio da una crisi economica che pesa, come sempre, di più sulle donne, non sia corrisposta una vera e propria conquista di sovranità sui nostri corpi. Anzi, affidando alla propaganda medica, politica e mediatica la parola sul corpo delle donne, abbiamo contribuito ad alienarci da noi stesse.

Invece di lasciare che sia la biotecnologia ad avere l’ultima se non l’unica parola sui corpi materni e per proprietà transitiva, sul corpo di tutte e tutti, visto che siamo tutti e tutte Nati di donna, crediamo che occorra riappropriarsi della capacità di sentire, ritrovare un vissuto corporeo che porta in sé la cifra di una antica e ancora riattualizzabile potenza.

Fermamente convinte che il soggetto-madre ed il soggetto-che-accompagna-la-madre a diventarlo (da anglo-germanista non posso che constatare che il termine inglese mid-wife è decisamente più pregnante di quello italiano, ostetrica), siano oggi soggetti politicamente e culturalmente responsabili, impigliati nelle maglie della storia, ma proprio dalla loro incarnazione, dai loro corpi situati in questa realtà sociale, deriva la loro responsabilità di negoziare oppressione e resistenza.

I corpi materni, esistendo, resistono. Nei nove mesi in cui si porta in grembo un bambino, nelle poche ore in cui avviene una nascita e nei pochi mesi, per alcune di noi purtroppo solo nei pochi giorni, in cui si consuma un allattamento, si concretizza tutta la profonda ambiguità dell’essere donna in una società che ha rinunciato alla corporeità. Cosa è cambiato negli ultimi quarant’anni nell’assistenza al parto? Siamo davvero libere di fare scelte consapevoli e in piena autonomia sui nostri corpi? No, non lo siamo, siamo disinformate, terrorizzate, trattate come bambine e cooptate da una istituzione sanitaria che non mette al centro la persona umana, ma il profitto economico. Come abbiamo fatto a non accorgerci, mentre scendevamo in piazza per il diritto all’aborto e al divorzio, per l’accesso al mondo del lavoro e della politica, che nel privato più intimo cedevamo la sovranità del nostro mettere al mondo, pagando forse un prezzo troppo alto per le nostre libertà sociali, sacrosante irrinunciabili e mai come oggi necessarie e da difendere a denti e pugni stretti? Davvero “l’utero è mio?” O l’abbiamo ceduto al migliore offerente, vestito in camice bianco?

Umanizzare il parto per recuperare la dimensione intima, personale, relazionale di questa esperienza è una necessità grande in un momento storico in cui prevale la generale disponibilità ad adeguarsi a una vita dove ogni cosa deve essere rapida, priva di emozione, pianificata, indolore, funzionale solo a sopravvivere correndo e producendo. Non ci si domanda, in questa visione semplificata dell’esistenza, in questo ‘riduzionismo’ del vivere, se ci sfugge non qualcosa di superfluo, ma di fondamentale per la sopravvivenza: è questo il punto. Perché senza emozioni, sia nel loro alternarsi per opposti che nel loro procedere per gradazioni e sfumature, non c’è vita, soprattutto, non c’è salute.  L’attuale scena del parto rivela quel più vasto processo di rimozione sociale per il quale l’imprevedibilità e la straordinarietà della nascita non fa più parte della quotidianità, ma è stata chiusa in luoghi creati opportunamente per separarla dalla vita stessa, creando l’illusione che di parto non si muoia più o non ci si ammali più solo perché è stato inventato il taglio cesareo.

Diffondere una cultura della nascita fisiologica e fare in modo che le donne si approprino del proprio ruolo attivo e da protagoniste rispetto alla gestione del proprio parto come non è stato mai loro concesso in nessuna epoca storica, è questo l’impegno del movimento per il parto naturale a cui in braccio alla Luna aderisce. Non si tratta di stabilire se sia meglio il parto in casa o in ospedale, se il marito debba assistere o no, se l’allattamento al seno sia indispensabile e da agevolare a tutti i costi, se le evidenze scientifiche impongano alcune pratiche piuttosto che altre, ma permettere alle donne di accedere a informazioni corrette e libere da interessi e finalità “altre”. E potere scegliere. Ognuna secondo i propri vissuti, diversificando il più possibile l’offerta.

Volevo ringraziare pubblicamente Elvira Rosa che ci ha donato la sua testimonianza di donna, madre e femminista degli anni Settanta e ci ha mostrato come aldilà delle resistenze ideologiche sia urgente una lotta sinergica tra i vari femminismi per ribadire un No secco alla violenza di stato sul corpo delle donne.

Ovviamente il mio sentito grazie va anche alla straordinaria Giovanna Fiume, a Antonella Monastra, a Serena Romano, a Dora Sicilia, a Daniela Magro a Francesca Lo Re e Fulvia Ilari, a Monica Garraffa e a tutte coloro che erano presenti sabato e che vogliono unirsi a noi in questa impresa per farsi custodi e garanti dei diritti delle donne anche nel momento in cui danno la vita.

Marika Gallo

Libere di scegliere come e dove partorire, un mese dopo

imageSiamo libere di scegliere come e dove partorire? Affermare oggi questa libertà ci dà una leva per comprendere quel fenomeno che da anni tentiamo di sviscerare, che alcuni definiscono violenza di genere, ma che io penso come violenza tout court? Quali strumenti culturali politici e legali abbiamo per estirpare il germe della violenza sul corpo delle donne e dei neonati e garantire i diritti fondamentali alla privacy, alla libertà, alla integrità fisica e il rispetto della dignità umana? Lo abbiamo chiesto a Giovanna Fiume, storica, Antonella Monastra, ginecologa e consigliera comunale e Serena Romano, avvocato esperta in diritti umani.

Quello di giorno 18 gennaio da Libera Terra è stato un pomeriggio denso in cui i molteplici aspetti su cui poggia il documentario Freedom for Birth sono stati affrontati con serietà e competenza dalle tre relatrici, i cui interventi hanno tratteggiato il tema dell’autodeterminazione della donna al momento del parto, che da una prospettiva storica, politica e giuridica appare altamente problematico. Inoltre c’è stato largo spazio per le emozioni che i racconti di parto felice di Eva, Marzia e Daniela, con il suo parto in casa dopo tre cesarei, ci hanno regalato. Come desideravo sin da quando ho ideato questo evento, c’erano tante giovani donne non ancora madri, i cui volti erano increduli e commossi di fronte alla bellezza che queste mamme rappresentavano. Partorire inviolate non è un capriccio, ma una necessità e un diritto inalienabile, tanto per la madre quanto per il bambino che nasce. In un terreno ostico come Palermo era già tanto se riuscivamo ad affermare a gran voce questo.

Dopo Libere di scegliere come e dove partorire, abbiamo deciso di incontrarci ancora e programmare nuovi eventi per affrontare concretamente il problema della violenza ostetrica e ottenere garanzie ai diritti alla maternità.

Il 2 marzo 2013, h 17 presso il Circolo Arci Malausséne Luminaria con la collaborazione di In Braccio alla Luna, presenterà il Foglio dell’8 marzo, quest’anno interamente dedicato al tema “Nascere senza Violenza”. Evento al quale siete tutt@ invitat@. La rivoluzione della madri è cominciata anche a Palermo!

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Ringrazio Serena Romano per averci concesso di ospitare sul nostro blog il testo integrale del suo contributo per “Libere di scegliere come e dove partorire”, col quale ci spiega in che modo la vicenda narrata nel documentario Freedom for birth può essere dirompente anche per noi donne siciliane e che costituisce un assaggio di quello di cui parleremo SABATO PROSSIMO al Malausséne.

Donne, autodeterminazione e diritti di maternità: il caso di Ternovszky contro l’Ungheria

 

In tempi piuttosto recenti, l’11 maggio del 2011, gli Stati membri del Consiglio d’Europa si sono riuniti ad Istanbul per approvare il testo di un nuovo, importante documento a tutela dei diritti delle donne: la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

Riprendendo, in larga parte, la definizione già propria della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993,  la Convenzione definisce il concetto di “violenza nei confronti delle donne” nei termini di una «violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata».

Dalla lettura di questa norma e del preambolo del documento emergono tre aspetti  essenziali che valgono a tratteggiare il concetto di  violenza contro le donne in maniera del tutto peculiare rispetto ad ogni altra forma di violenza: la matrice sociale e culturale del sopruso, nella misura in cui l’azione del singolo, o del gruppo che se ne renda responsabile, al di là delle circostanze del caso, s’inscriva in uno schema più ampio e storicamente radicato che ha rango di modello esplicativo; la natura oggettiva e strutturale di questa specie di violenza, legata, sotto il profilo della vittima, al solo ed unico fatto di essere donna; il fine che per essa s’intende conseguire, per concludere, l’affermazione, vale a dire, o la conferma, in chiave tanto individuale quanto collettiva, di un rapporto di soggezione e di controllo sulla vittima, di  dominazione fisica, psichica, economica e sociale che investe tanto il corpo quanto la mente.

L’immaginario in tema di  violenza contro le donne basata sul genere richiama alla mente, di norma, episodi di percosse, di lesioni, ricatti, minacce, ingiurie, atti di persecuzione e di prevaricazione varia maturati, non di rado, nello scenario di relazioni affettive o professionali malsane e distorte. Si tratta di casi paradigmatici consolidati e, in quanto tali, generalmente riconoscibili come parte del genere. La donna che ha subito queste forme di violenza, se debitamente assistita nel percorso di rielaborazione del proprio vissuto, è in grado di discernere le macrostrutture dell’atto di cui è rimasta vittima, di riconoscersi il ruolo che le spetta nella trama della storia, “di chiamarsi vittima”. 

Così come sovente accade in tema di “nozioni aperte”, esiste, tuttavia, un’ampia zona grigia del concetto di violenza contro le donne che non è stata ancora sufficientemente esplorata e che solo di recente sta facendo la sua comparsa nella tribuna del discorso sulla giustizia di genere. Si tratta di quella zona che coinvolge la sfera dei diritti legati alla maternità in tutte le sue fasi e manifestazioni, ed in particolare del diritto a godere di un’assistenza informativa, psicologica, economica, sanitaria e sociale preordinata alla formulazione, e alla realizzazione, di scelte autonome e consapevoli prima, durante e dopo la nascita di un figlio. È in questa zona grigia che si colloca la storia di Anna Ternovszky.

Anna Ternovszky è una giovane donna ungherese in attesa del suo secondo genito. In previsione della nascita del figlio, nel 2009, la donna si fa portatrice di una pretesa tanto essenziale da apparire quasi fuori dal tempo: quella di partorire nella propria casa. Per quanto nessuna norma espressamente glielo vieti – l’ordinamento ungherese, al contrario, al pari dei maggiori ordinamenti contemporanei,  accoglie il principio di autodeterminazione individuale in fatto di cure mediche – esiste, tuttavia, una normativa di settore che scoraggia, mediante meccanismi sanzionatori di tutto rilievo, l’assistenza domiciliare al parto e le impone, di fatto, di partorire in ospedale.

L’imposizione autoritativa del parto ospedaliero, ritiene la giovane gestante, determina una intollerabile forma di ingerenza dello Stato nella sua vita privata, un’ingerenza, aggiungiamo noi, che ha tutti i crismi della violenza nella misura in cui per essa la donna sia di fatto privata della propria libertà personale, soggetta a trattamenti fisici non richiesti e depauperata del proprio diritto di autodeterminarsi nella più intima e personale delle situazioni: la nascita di un figlio. 

In assenza dei cosiddetti “mezzi di ricorso interno”, senza possibilità, vale a dire, di vedere riconosciute le proprie ragioni dall’interno del sistema giudiziario ungherese,  Anna Ternovszky decide di adire la Corte Europea dei diritti Umani, a che si pronunci sull’asserita violazione, da parte dell’Ungheria, dell’art. 8 della CEDU in tema di diritto alla vita privata, in relazione all’art. 14 in materia di divieto di discriminazione. 

Il governo ungherese, convenuto in giudizio, si difende con un argomento che, tra gli altri,  ritengo meriti particolare attenzione, fosse solo per la frequenza con cui esso ricorre nel dibattito sui i diritti di maternità (birthing rights, all’inglese): sebbene non espressamente vietato dalla normativa interna, osserva la difesa ungherese, il parto a domicilio è una pratica innegabilmente pericolosa ed in quanto tale, lungi dall’essere incentivata, andrebbe regolamentata nell’ottica di un bilanciamento tra  il diritto della madre di scegliere per il proprio benessere psico-fisico e il diritto del nascituro a nascere sano.

Riattando in salsa nuova i vecchi ed usurati schemi della dialettica antiabortista, ciò che qui si sostiene, in altri termini, è che la compressione della sfera di autonomia della donna troverebbe la propria ragion d’essere nella tutela di un interesse superiore e contrapposto, quello del nascituro a nascere in condizioni di piena sicurezza e salute, un interesse di cui si fa interprete e garante lo Stato mediante lo strumento dell’ospedalizzazione della nascita. 

Quello che non è chiaro, tuttavia, è su quali basi poggi la ricostruzione in termini di opposti tra l’interesse della madre e quello del figlio e, ancora, su quali basi le aspettative di quest’ultimo, che di lì a qualche istante saranno legalmente rappresentate anche, o solo,  dalla madre, siano proiettate nella sfera volitiva dello Stato in maniera aprioristica e del tutto scevra da considerazioni legate a ciascun singolo caso. 

Ben più ragionevole, all’opposto, data la simbiosi fisica che lega i due esseri, pare l’idea che l’interesse della madre e quello del nascituro siano convergenti e che tanto maggiore sia il benessere psicofisico dell’una quanto maggiore sarà quello dell’altro. Del tutto aprioristico, pertanto, e privo di senso, appare il teorema della contrapposizione degli interessi in gioco, così come aprioristica, e priva di senso, appare la scelta di medicalizzare il parto quali che siano le condizioni di salute, le aspirazioni e i desideri della donna. 

Di analogo avviso si è mostrata la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la quale, nel riconoscere il fondamento delle ragioni di Anna Ternovszky, ha affermato un principio fondamentale in tema di diritti legati alla maternità, quello, vale a dire, che «[l]a decisione di diventare genitore comprende altresì il diritto di decidere le circostanze in cui farlo accadere e si tratta di circostanze che […]fanno indiscutibilmente parte dell’ambito della vita privata. [U]na normativa che dissuada di fatto i professionisti deputati a fornire assistenza interferisce con il libero esercizio del diritto al rispetto della vita privata».

Ebbene, se questo è il quadro, ciò che si afferma in questa importante pronuncia, e che ne rappresenta il valore aggiunto, non è tanto, o solo, che la donna è libera di decidere dove  e come partorire − un diritto che difficilmente potrebbe negarsi in sistemi che riconoscono il principio di autodeterminazione in fatto di prestazioni sanitarie − ma che un simile diritto è più che una libertà dall’ingerenza altrui: è un diritto sociale. È la legittima pretesa della donna a che lo Stato, lungi dal surrogarsi ad essa nell’esprimere una volontà, di essa volontà si faccia garante mediante tutta quella serie di interventi normativi, economici, sanitari e di sicurezza sociale necessari a parificare le condizioni assistenziali di un parto a domicilio con quelle del parto ospedaliero.

 

Non può non ricordarsi, in tal senso, quanto già affermato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità in una raccomandazione del 1996 sul tema della nascita: Dove dovrebbe partorire una donna? Nel luogo in cui si senta al sicuro, ove siano disponibili le più appropriate cure le caso. Questo posto, per le donne con gravidanze a basso rischio, può essere anche la propria abitazione o una piccola clinica o un centro per la nascita, etc. Ad ogni modo deve trattarsi di un luogo in cui tutte le attenzioni siano focalizzate sui suoi bisogni e sulla sua sicurezza, il più vicino possibile a casa sua e alla sua cultura. E se la nascita avviene in casa o in un centro per la nascita deve essere predisposto prima del parto un piano d’emergenza per condurla ad un centro munito del personale necessario in caso di bisogno. 

Posto, pertanto, che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto l’inviolabilità del diritto di decidere in piena libertà dove e come partorire, onerando lo Stato di rendere effettive, e realizzabili, le determinazioni volitive della donna, una domanda, a questo punto, è d’uopo porsi, ed è quella relativa agli effetti che questa importante pronuncia ha nel nostro ordinamento giuridico. 

Per quanto la sentenza non riguardi direttamente l’Italia, ed in tal senso non possa, pertanto, dirsi immediatamente vincolante per lo Stato italiano, esiste tuttavia un duplice canale di rilevanza  in ragione del quale non è peregrino credere che essa avrà effetti dirompenti anche nel nostro ordinamento interno:

Anzitutto,  sotto un profilo strettamente pragmatico, il principio di uniforme interpretazione del diritto internazionale in nome del quale, a parità di quesiti e condizioni, alle pronunce delle Corti internazionali si riconosce una fortissima efficacia persuasiva, l’efficacia propria delle “autorità argomentative”, come si dice, financo nell’interpretazione del diritto interno;

In secondo luogo, sotto un profilo più strettamente normativo, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, con cui l’UE ha ufficialmente aderito al Consiglio d’Europa e riconosciuto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il ruolo di interprete autentico in materia di taluni diritti fondamentali tra cui il diritto alla vita privata di cui all’art. 8 della Convenzione.

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Poche ultime considerazioni mi siano concesse, prima di concludere.

Con gli occhi di un uomo la maternità è un’irrazionale mistura di dolore e gratificazione, una sorta di percorso sacrificale che ha inizio con la gravidanza e il cui apice simbolico, oltre che materiale, è  rappresentato dalle sofferenze laceranti del parto. Si tratta di un punto di vista generalmente diffuso e sorprendentemente condiviso anche da molte donne, che ha avuto, quale  esito, lo spostamento dal

piano biologico-funzionale a quello sociale della funzione del dolore e, per esso, l’integrale medicalizzazione della gravidanza e del parto. La donna che decide di intraprendere un percorso verso la maternità pare quasi essere funzionalmente preordinata  al sacrificio e all’annullamento, tanto fisico quanto volitivo, a tutto vantaggio, si dice, della vita che nascerà: si tratta di un dato tanto acquisito da apparire generalmente “normale”. Anna Ternovszky si è rifiutata di essere obliterata, ha declinato l’idea di essere l’oggetto del proprio stesso parto, ha rifiutato l’etichetta di vittima sull’altare della normalità rivendicando la dignità di soggetto attivo e senziente, di artefice, sola ed unica, della propria vita, anche nell’atto in cui la si dà, la vita. Citando le belle parole con cui Corte di Cassazione Italiana, nel 2006, ha deciso il famoso caso di Eluana Englaro potremmo affermare che «[c]iò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del “rispetto della persona umana” in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive. Ed è altresì coerente con la nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza».

La storia di Anna Ternovszky segna una tappa importante nel recente, ed accidentato, percorso di affermazione dei diritti di maternità, ma pur sempre di tappa si tratta. Spetta ai movimenti delle donne trasformarla in concetto ed istanza, a che i legislatori ne raccolgano il senso e la portata, colmino i vuoti e le carenze normative e alle storie delle donne guardino, finalmente, con gli occhi delle donne.

(Serena Romano)