Allattiamo? La memoria delle contadine siciliane

Venerdì scorso alle Balate abbiamo partecipato ad un incontro di Allattiamo? davvero arricchente sotto molteplici punti di vista. Nei precedenti incontri avevamo stimolato le coppie a saperne di più sull’allattamento delle proprie madri, e così sono venute fuori usanze legate all’allattamento di origine antichissima ancora attive negli anni 70. Una delle donne presenti ha raccontato, ad esempio, che nelle Madonie ancora quarant’anni fa si usasse praticare ad una donna affetta da agalattia lo stesso rito che descrive Giuseppe Pitrè nelle sue raccolte di Usi e costumi del popolo siciliano, che risale, come sappiamo, alla fine dell’Ottocento. Dal racconto di questa mamma, nasce il desiderio di scrivere questo post.

Il significato della pratica dell’allattamento deriva dalla sua particolare posizione all’interno di un sistema di significati più ampio. Tutto l’insieme di usanze e riti attorno alla cura e all’alimentazione dei neonati, conferma, infatti, che la semantica dell’allattamento al seno è solidamente legata ad una realtà in mutamento. L’intera gamma di tabù relativi all’allattamento al seno può essere utilmente spiegata, pertanto, riferendola a dei fattori esplicativi sociali e culturali che non si possono ridurre a una mera somma di scelte individuali.

Cercare le radici di una svalutazione di fatto della pratica dell’allattamento al seno che ha condotto a percentuali così basse nella nostra regione, ci richiede, per quanto possibile, un atteggiamento di sospensione del giudizio, per poterci calare in realtà così diverse dalle nostre. Si tratta dunque di un lavoro esplorativo volto a ricavare, a partire dall’analisi del testo di Pitrè, (una delle migliori fonti disponibili sulla memoria contadina siciliana) una serie di considerazioni sui valori, sulla strutturazione dei ruoli, sull’istituzione di “narrazioni possibili” (cui fa riferimento l’individuo nella definizione di sé) storicamente e territorialmente definiti dai contesti che li hanno prodotti. Infine, conoscere come vivevano le nostre trisavole l’esperienza della maternità,  permette di cogliere come, oggi tanto quanto ieri, molte istanze delle nuove filosofie bioetiche possano influire nelle riflessioni che concernono l’esperienza della maternità.

Ma passiamo adesso al testo in oggetto tratto da Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè (1889)

L’Allattamento.

Ma veniamo all’ allattamento , che è tanta parte degli usi natalizi, e vediamo com’esso comincia e come procede. Per tre giorni il nuovo nato non riceve altro che qualche cucchiaiatina di olio di mandorle dolci o dì giulebbe di cicoria rabarbarato perché si sbarazzi del meconio (mazzaredda)[1]; e se ne sbarazzò, di fatti, e si attaccò al petto della madre e prese felicemente a poppare. Il capezzolo (capicchiu) fu ben rilevato negli ultimi mesi di gravidanza , ed egli apre quanto può la boccuccia per prenderlo (‘ncapicchiari). Se vedeste con che forza succia! e come, dopo succiato, s’addormenta! segno che il latte è buono. Addormentato dovrebbe, secondo le comari[2], essere adagiato bocconi nella sua culla, poggiandosi specialmente sulle ginocchia, per così digerire subito il latte; ma qualche donna si sottrae a questa usanza e lo adagia come le pare. Egli dorme tranquillo, e ne’ suoi lunghi sonni sorride agli angeli (ridi cu l’angileddi) e stando in custodia delle Donne di fuora „,non può esser rilevato senza il loro permesso.

Fino al quarantesimo giorno[3] egli starà tranquillo com’è stato, e come forse proseguirà a stare; ma forse anche muterà un poco, perché appunto da quel giorno comincia la vera vita infantile, e tutto il bene e tutto il male che si ha prima non sarà mai duraturo. Se il neonato fu insonne o  irrequieto, è ragione a sperare che si cheterà e dormirà lungamente tranquillo; e così forse, al contrario, se era tranquillo e non si sentiva né molto né poco. Dove questo mutamento non avvenga ai quaranta giorni, bisognerà attenderlo ai novanta.

Il vomito frequente non è male che impensierisce la madre: è soltanto una noia, un fastidio e nient’altro.
Nei vomiti frequenti i bambini rigettano solo il cattivo ritenendo il buon latte : Jettanu In tintu e si tennu In bonu. Ed anche quando lo rigettino in apparenza tutto, v’è quello che rimane nello stomaco, e si sa che Lu stomacu sempri arrobba.

L’esperienza cotidiana c’insegna che una forte emozione, un vivo dispiacere della donna che allatta può riuscir dannoso al lattante. Ma la esperienza delle comari insegna di più: che il danno è maggiore al maschio che alla femmina. Rimedio: non dar subito la poppa al bambino, e dovendo assolutamente farlo, schizzarne un fìl di latte, ed ungere d’olio comune le gengive ed il palato duro di esso (Palermo) ; rimedio- però inutile se il latte materno sia di cuore non di spalla. Imperciocché è da sapere che quando il latte affluisce dalle regioni posteriori, ” di sotto le ascelle „, è latte di spalla, né, per agitazioni o dispiaceri della madre, riuscirà mai ad alterarsi; e quando affluisce dalla regione precordiale, è latte di cuore, latte che sazia, soddisfa il bambino tanto che dal piacere egli suda succiando; ma, appunto perché di cuore, soggetto a profonde alterazioni e causa di danni alla madre ed al figlio.

Nell’Istante che questo è attaccato alla poppa, la madre o chi per lei si guarda dal bere un liquido qualunque per timore che quel liquido vada a mescolarsi col latte e guasti lo stomacuccio del bambino; e se vuol bere, la gli toglie di bocca il capezzolo e, bevuto, glielo rimette subito.

Accade che una bambina non prosperi col latte materno. Le ragioni di ciò potrebbero essere molte; ma tra tutte nessuna è più convincente di questa: che il latte di una donna che s’ è sgravata d’ una bambina non ha le buone qualità del latte di una donna che s’ è sgravata d’ un bambino. E allora il rimedio è presto trovato : dare a quella bambina latte di madre d’ un maschio […] (Palermo).

Mezzi buoni ad accrescere la scarsa secrezione del latte sono lattuga cotta, endivia con la pasta, sesamo nel pane, pesce cotto, pasta incaciata, con molta dell’ acqua nella quale fu bollita (Palermo) , pane di semolino inzuppato, appena uscito di forno, in vino, pasta con ricotta e con cipolla soffritta e tavolta acqua mista a lievito (Mazzara e Raffadali), ortica bollita (Nicosia), e non so che altri cibi; ma quando il latte ha da venir meno, verrà meno con tutte le lattughe e le cipolle di questo mondo. E se vien meno, bisogna fare il possibile per riaverlo abbondante e proseguir l’allattamento.- Nella contea di Modica qualche popolana alla quale il latte sia sparito va in casa di sette donne, che tutte abbiano il nome di Grazia, fa regalarsi da ciascuna un pugno di farina , ne forma una focaccia , che sia però senza sale, e la mangia caldissima appena sfornata (a bucca di furnti). Il latte è subito tornato: e molte ci giurano[4]. Se il latte sparito (latti spirutu) non riappare, ecco che cosa potrà farsi. La donna medesima vada per 13 case diverse, e chieda in ciascuna un tozzo di pane; vada in una 4°  , e chieda una pentola; in una 5° , un treppiede; in una 6° un po’ d’olio; in una 7°  , un po’ d’ acqua; in una 8° delle legna; in una 9°, un zolfanello. Appiccato il fuoco, cotti i 3 tozzi di pane, ella li mangi per intiero, e si ponga bocconi[5] sul letto. La Madonna della Grazia in premio di tanta umiltà le sarà larga di dolcissimo latte (Milazzo) ‘. Altre donne , invece , usano di tendere un laccio da una parete all’altra della stanza , e dopo che le mosche[6] vi han deposti i loro escrementi , lo bagnano in un bicchiere di vin caldo, e danno questo a bere, senza che ella ne sappia nulla , alla donna che vuol riavere il latte. Le mosche non son tutto l’anno : e però questo espediente non può mettersi in opera altro che in estate. Aggiungi quest’altro rimedio: una comare della nutrice travagliata da agalassia le reca, a insaputa di lei, due panini e un po’ di vino: la donna mangia i panini e beve il vino, ed il latte verrà subito (Nicosia). L’applicazione d’un cavallo marino (cavadduzzu marinu) vivo su’ capezzoli delle mammelle può anche supplire a tutti questi espedienti (Solanto).

Se poi, al contrario, il latte è abbondante e sopravviene l’ingorgo parziale de’ condotti galottofori, comunemente inteso: pelo delle mammelle (pilu di minna, pilu a la minna), bisogna ricorrere a questi mezzi : applicare sulla mammella rigonfia una focaccia (scacciuni) calda, o delle foglie di cavoli arrostite (Alcamo); bere dell’acqua nella quale -senza saperne essa nulla – abbia bevuto un. gatto (Modica * e Borgetto); munger la mammella innanzi il fuoco (Pai), o all’angolo d’una parete, dar latte al bambino con la mammella rialzata (Misilmeri), e rivolgerlo dalla parte opposta a quella abituale della madre, il che si dice: dar latte a traverso (degghj } u latti a tr aver su) (Nicosia). E siccome vi son donne molto disposte a siffatti ingorghi, ad evitar frequenti e dolorose, recidive, usano, come cure preservative, bere tre sorsi d’acqua nella quale sia stato sciolto del lievito mentre si manipola il pane (Misilmeri), o appendersi al collo, per tre giorni di seguito, la curuna d”u gioppu o cacioppu (Montevago), corona composta di pallottoline da rosario in numero dispari di lacrime (coccia) di Giobbe.

Questa breve ma dolorosa malattia fu introdotta da S. Giuseppe per una specie di dispetto a una donna che, pettinandosi, non volle smettere e dargli un tozzo di pane. Come andasse il fatto, potrà vedersi nella prossima mia raccolta di fiabe e leggende popolari siciliane inedite[7].

Ma il latte non è mai solo: che fin da’ primi giorni della sua nascita il bambinello comincia a ricevere dapprima pangrattato con olio, buono a mettergli sonno, poi pan masticato dalla mamma ed imboccato, o pastina cotta, e poi, passati i primi quattro, sei mesi, tutto quello che si mangia in casa: ragione medica per ispiegare i tanti catarri intestinali a’ quali van soggetti i nostri bambini, ed il contingente di morti che questa malattia dà allo stato civile.

Il bambino va del corpo ora giallo, ora verde, ora bianco; e se la donna ha avuto la fortuna di mangiare un uovo, sospetta e crede che il giallo della cacchina di lui sia il giallo dell’ uovo passato indigesto (tal’ e quali); se la cacchina è verdastra, lo è per, la verdura che ella mangiò quindici, venti giorni fa, verdura non istata peranco digerita; e se biancastra per latte rappreso, lo è per il cacio mangiato da lei non si sa in qual giorno della settimana. Tutte le comari spiegano ogni cosa chiaramente, senza voler neanche sospettare che principal causa siano le pappe, le paste, le frutta che s’imboccano alla povera creaturina[8].


[1] Le opinioni sul colostro variano nel tempo e nelle culture. Spesso era ritenuto in molte società, sia di caccia e raccolta come gli !Kung, che rurali come nella Sicilia dell’Ottocento, un aperitivo dannoso per il bambino, tossico perché era secreto subito dopo il parto, evento pericoloso per eccellenza in un contesto in cui i tassi di mortalità perinatale erano altissimi. Di fatto sappiamo che invece la mortalità infantile declina in quelle società che non hanno tabù sul colostro.

[2] Le comari sono quello stuolo di donne che si occupano di puerpera e neonato, oggi sostituite dalle mamme alla pari, i gruppi di auto-aiuto per l’allattamento al seno, le doule. Ci teniamo a ricordare che la posizione prona durante il sonno è ritenuta oggi uno dei fattori principali di rischio SIDS e che è preferibile che i lattanti nei primi mesi dormano in posizione supina.

[3] In molte parti del mondo il neonato e la partoriente sono creature impure e contaminanti da mettere in ‘quarantena’ presso luoghi appositi, sia per ragioni cautelari ma soprattutto perché intorno alla donna che ha partorito si svolgono intense attività sovrannaturali e i neonati sono delle facili prede per gli spiriti maligni. Questa clausura trova giustificazione anche nel fatto che la nascita è una ‘morte per l’altro mondo’ e i primi quaranta giorni dal parto sono una sorta di rinascita per madre e bambino. Le uniche persone che possono stare a contatto di madre e neonato sono le comari, “le madrine”, “le donne di fuora”.

[4] Nel trattato “medicina popolare siciliana”, lo Stesso riferisce: per la scarsezza di latte (agalassia) applicare dietro le spalle della nutrice uno scacciuni (specie di focaccia) caldo caldo (noto); segnare le spalle stesse con le croci(Palermo). Un’amica della donna che non ha latte o l’ha scarso prenda da tre donne chiamate Maria, della farina, le prepari con essa un piatto di tagghiarini e all’insaputa glieli faccia mangiare. Il latte verrà (Alcamo). Il latte poi si fa crescere coi seguenti cibi: 1vermicelli o altra pasta bollita e poi caciata, con molta acqua di pasta. 2.lattuga cotta. 3 endivia con pastina. 4molto sesamo sul pane (palermo). 5 finocchio selvatico in minestra( mussomeli.) Bisogna toccare la pietra della Gancia, una pietra che si conserva dentro la sagrestia della chiesa di S.Maria della Grazia, detta Gancia, dei frati osservanti di Palermo. 

[5] Allattare in questa posizione è tutt’ora considerato un buon rimedio per sgorgare dei dotti ostruiti.

[6]Interessante questo rito, mi fa pensare che le mosche come i gatti, in quanto animali ctoni, nella tradizione occidentale furono associati al diavolo, non a caso Belzebù significa il signore delle mosche. Sappiamo dalla storia che paganesimo e sapienza contadina confluirono nel medioevo nel culto del diavolo, nel senso che tutto quello che non era cristiano era anti-cristiano, quindi la saggezza popolare, tramandata di donna in donna, fu vista come stregoneria..

[7] Sempre in “medicina popolare siciliana” sulla Febbre del pelo e altri problemi legati all’allattamento Pitrè riferisce: Pilu di minna (galattoforite) Questa malattia ebbe origine da dispetto di s. Giuseppe verso una donna, la quale standosi a pettinare, non volle scomodarsi a dargli un tozzo di pane. La leggenda racconta:San Giuseppe andava elemosinando e passò presso la casa di una donna che si pettinava. Le disse S.G.:-volete voi farmi la carità?- Non ve la posso fare, perché mi sto pettinando. Intanto il bambino di lei piangeva, ed ella se lo attaccò al petto. S.Giuseppe di strappa un pelo dalla barba e lo lascia cadere sulla mammella della donna, la quale venne tosto presa dal male che viene chiamato: pelo della mammella. San Giuseppe tornò dipoi a chiedere la limosina; e la donna gli rispose: – no, non vi do nulla se non mi guarite del male. S.G. disse allora Pilu di minna, vattìnni di ccà, E ti ni veni’ntra la barba mia. Figghiolu a durmiri, Mamella a ripusari! E alla donna di guarì la mammella(Niss) Ecco i mezzi raccomandati per guarire di questo male: applicare sulla mammella infiammata una focaccia calda o delle foglie arrostite di cavoli. Attaccare un cataplasma caldo d  crusa e aceto, far dei bagnoli di acqua e lattuga. Bere dell’acqua, nella quale, senza sapere la donna nulla, abbia bevuto un gatto. Mungere la mammella innanzi al fuoco oppure all’angolo di una parete. Attaccarsi al petto la bambina di un’altra donna. Dare latte al bambino con la mammella rialzata e rivolgere questo dalla parte opposta a quella abituale della donna, il che si dice Degghj(dari) ’u latti a(di) traversu. Così se il bambino deve attaccarsi alla mammella destra, lo si mette dal lato sinistro e viceversa. Siccome poi vi sono molte donne disposte a siffatti ingorghi infiammatori, ad evitar frequenti e dolorose recidive, si una come preservativo, bere tre sosrsi d’acqua disciolti dentro del lievito mentre si manipola il pane o appendersi al collo, per tre giorni di seguito, la curuna d’’u gioppu composta di pallottoline di rosario in numero dispari di lacrime (còccia) di Giobbe. Al primo infiammarsi delle mammelle si ricorre alla protezione di s.Agata, la cui immagine si piega e attacca alla parte ammalata. 

-Per i CAPEZZOLI CRETTATI (RAGADI) Per impedire che il capezzolo screpolato od ulcerato stia a contatto con le vesti lo si copre con una grossa conchiglia o con un ditale o con una ciambelletta di tela. Lo si unge di succo di vastunaca pistata, dauco pesto o di seme di cotogna sia ridotto in poltiglia sia seccato e ridotto in polvere.

Per fare cessare la lattazione nella fase di spoppamento si una la vincaprivinca, la pervinca e si mettono nel petto 4 o 5 ramoscelli di menta e una chiave di ferro, che sia mascolina.

[8] Qui sta parlando il Pitrè medico, che sa come il sistema digestivo del lattante sia assolutamente immaturo per ricevere altro cibo fuorché il latte materno nei primi sei mesi di vita. La somministrazione di cibo ai bebé, al contrario di quello che si pensa, non è tanto un comportamento naturale quanto piuttosto soggetto alle influenze culturali del momento. Ripercorrendo la storia vediamo come il neonato, nel corso del tempo, sia stato non solo allattato al seno dalla madre biologica per tempi variabili, ma anche dalla balia (il cosiddetto allattamento baliatico), oppure alimentato con latte animale (di capra, mucca, asina) o con miscugli alimentari somministrati con corni perforati o poppatoi rudimentali (che possiamo considerare i precursori degli attuali biberon). In realtà l’allattamento (come ogni altro aspetto della sessualità delle donne), il rapporto col cibo e le credenze mediche appaiono particolarmente soggetti alla manipolazione culturale e nella maggior parte delle culture, anche quelle rurali, già dai primi mesi, se non dai primi giorni, il latte materno viene integrato con pappe di cereali (Africa), acqua di riso (Asia sud-orientale), infusi di erbe (America centrale). Tutt’ora ci sono pediatri che consigliano le tisane di finocchio o camomilla sin dai primi giorni o l’introduzione di frutta omogeneizzata già dalla fine del secondo mese di vita, “perché si è sempre fatto così”. Presso i popoli dediti alla caccia e alla raccolta o in cui le conoscenze agricole sono rudimentali, il bebè viene allattato appena dà segni di volere mangiare. Spesso però, sin dai primi giorni, assaggia anche altri alimenti. Questa iniziazione al cibo degli adulti avviene con una progressione psicologica e simbolica che va dall’alimento più molle al più duro, dal più magro al più grasso, dal più insipido al più saporito. Pappe di miglio, sorgo o manioca e salse dal piatto collettivo vengono somministrate dapprima a dosi omeopatiche. Talvolta la madre si limita a intingere il dito nella pappa e a metterlo in bocca al bambino perché lo assaggi. Le pratiche mediche che impongono una gradualità nell’introduzione dei cibi solidi sembrano quindi molto più vicine alla tradizione culturale che le ha prodotte che alle evidenze scientifiche. Di fatto più sappiamo dell’intero spettro dei comportamenti materni e meno motivi abbiamo per un etnocentrismo moralistico, per distinguere tra popolazioni selvagge e civilizzate, cristiane e non cristiane, ignoranti e acculturate, tecnologiche e rudimentali.

Vedi anche l’ allattamento al seno, un evento biopolitico

ieri le balie 

i minni i sant’Agata

Per approfondire, consulta anche:

il latte materno, a cura di Vanessa Maher, Rosemberg e Sellier,

Istinto materno, Sara Blaffer Hrdy, Sperling e Kopfer

Bebè del Mondo, Beatrice Fontanel, Claire d’Harcourt, L’ippocampo.

L’allattamento al seno, un evento biopolitico

Brani tratti e riadattati dalla tesi Corpi materni. Dal paradigma tecnocratico alla prospettiva ecocentrica.

Di Maria Caterina Gallo

ANTROPOLOGIA CULTURALE E NASCITA

La gravidanza, il parto e l’allattamento non sono solo eventi biologici e psicologici, ma dalle forti implicazioni sociali perché costituiscono il sistema culturale situato alla base della relazione di reciprocità sulla quale si cementano i legami parentali, per tale motivo nella storia umana la nascita valica il confine dell’esperienza individuale per assumere pregnanza simbolica, significato pubblico e valenza politica.

Le pratiche rituali della maternità e dell’alimentazione dei neonati attestate nelle diverse culture si situano infatti nella cerniera tra natura e cultura, tra sfera privata e società. Più di ogni altra costruzione prettamente culturale, tali rappresentazioni potrebbero offrire uniformità interpretativa a dati etnografici dissimili e sarebbero quindi particolarmente rivelatrici di quei segni e significati che vi soggiacciono sui quali si interroga l’antropologia culturale, eppure, come notano Wenda Trevathan e Brigitte Jordan, i cui libri sono le migliori fonti disponibili, sono troppo poche le ricerche transculturali sulla nascita e sull’allattamento al seno fatte sulle popolazioni umane. Ciò nonostante, questa tesi vuole azzardare che ciò che accade durante la nascita riflette il modo in cui consideriamo la vita tout court.

Lo studio della modalità con cui si partorisce e il rapporto tra madre e lattante è un ‘rilevatore’ della cultura di una intera società, del ‘posto’ che una donna occupa in essa, (Ranisio 1998: 20) del ruolo sociale che quella cultura attribuisce al corpo e all’individuo sin dalla sua nascita.

La scarsa produzione in ambito culturale su un argomento come questo da integrare alla copiosa letteratura medica e psicanalitica, dimostra come la convinzione che gravidanza parto e allattamento siano questioni legate alla salute più che alle configurazioni sociali e che poco influenzano i rapporti di potere in atto nelle varie culture, sia molto diffusa e radicata. Questa tesi vuole dimostrare il contrario, ovvero che il modo in cui si mettono al mondo e ci si prende cura dei figli sia una questione di potere, e per farlo si servirà degli strumenti analitici dell’antropologia culturale.

I primi rilievi di carattere antropologico sulle modalità di parto e sulle relazioni materno-infantili che propone sono:

  • Nelle società industriali ad alto livello scientifico come la nostra, le macchine – siano esse altamente tecnologiche come le ecografie o rudimentali come le bilance – divengono i protagonisti della scena, i feticci che danno potere a chi li interpreta e li sa usare e in assenza dei quali l’evento della nascita stesso cambia i suoi connotati.
  • Nel nostro modello culturale dominante, il medico, l’uomo titolato che indossa il camice bianco, col suo gergo tecnico che lo separa gerarchicamente dal paziente, è uno dei ministri dell’ordine simbolico e dirige gli assi di potere insieme al prete e al politico.
  • Se le donne sono considerate da una società, sarà più facile che in quella società i momenti della gravidanza del parto e dell’allevamento dei bambini vedano le donne come attrici della scena e non come oggetti su cui intervenire medicalmente o soggetti da istruire paternalisticamente.
  • Il corpo materno, è come ogni altro corpo «immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono, lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, lo obbligano a certe cerimonie, esigono da lui certi segni». (Foucault 1976: 28)

Foucault rubrica sotto il termine di “biopolitica” dispositivi e pratiche di sapere e di potere che assoggettano le istanze del corpo a  funzioni di produzione e consumo. Applicato qui al corpo materno, il concetto di biopolitica  mette in luce la normalizzazione razionalistica e scientista di controllo della gravidanza, del parto e dell’allattamento avvenuta con l’ospedalizzazione della nascita e con la diffusione dell’alimentazione artificiale, come veicolo di regimi discorsivi sul sapere del corpo che mirano a colonizzare la sfera emotiva e sessuale delle donne.

Da quanto precede è indubbio che anche in campi come quello ostetrico la riflessione antropologica sul corpo delle madri e dei neonati possa dire la propria parola. Il vantaggio dell’approccio antropologico culturale su un argomento come questo è la possibilità di rendere l’analisi stessa una metanalisi anche all’interno di campi già abbondantemente esplorati, rimettendo in discussione i saperi che finora hanno monopolizzato la questione. Alla fine di questo testo mi auguro che il lettore convenga con me che nella maggior parte delle società gravidanza, parto e allattamento, momenti cruciali della sessualità femminile, sono oggetto di una considerevole elaborazione culturale e che sia nel versante ‘tecnocratico’ che in quello ‘ecocentrico’, il corpo delle donne si riduce alla metafora di qualcos’altro e subisce un’espropriazione dalle conseguenze non del tutto esplorate. Inoltre, come accennato sopra, il modo in cui le donne danno alla luce e nutrono i neonati influenza ed è influenzato dalle coordinate culturali fondamentali con le quali leggiamo il mondo come quelle che definiscono il concetto di persona, di genere, di potere, spazi embricati sui quali si fonda l’intero ordine sociale.

(…)
UNO SGUARDO CRITICO SULLE PRATICHE DI ALLATTAMENTO

L’allattamento è il prototipo delle relazioni affettive.

Nel sistema di vita occidentale, però, tutto concorre ad alterare le cognizioni iniziali che  il bambino e la bambina si fanno del loro corpo e della loro relazione con l’altro. Le figure attive nell’allattamento non sono infatti nutrice e lattante, ormai sullo sfondo,  ma orologi, bilance, culle, biberon, sterilizzatori, indumenti, in una parola oggetti, che separano fisicamente gli spazi del bambino e della madre.

Sebbene pochi antropologi si siano occupati dell’allattamento nel mondo e del “costume” di non allattare al seno in Occidente e manchi una critica culturale che integri il sapere medico e psicoanalitico sulla questione, i pochi dati disponibili riportati da Vanessa Maher ( nel suo volume Il latte materno, i condizionamenti culturali di un comportamento,1992, edito da Rosemberg e Sellier) mettono in rilievo le condizioni socio-culturali, a partire dalle diseguaglianze sessuali ed economiche, nelle quali le madri in molte parti del mondo sono costrette a nutrire i loro bambini. L’attuale dibattito sull’allattamento al seno verte sulla convinzione che tale pratica prevalga laddove non esista l’alternativa artificiale. In realtà l’allattamento, come ogni altro aspetto della sessualità delle donne appare particolarmente soggetto alla manipolazione culturale e nella maggior parte delle culture, anche quelle rurali, già dai primi mesi, se non dai primi giorni, il latte materno viene integrato con pappe di cereali (Africa), acqua di riso (Asia sud-orientale), infusi di erbe (America centrale). Inoltre in molte culture esiste un apparato di credenze sul “latte cattivo” che affermano implicitamente che una madre possa nutrire bene i suoi figli solo in un contesto rilassante e rassicurante in modo che non venga inibito il riflesso del latte (Maher 1991:176). Ogni tabù sul “latte cattivo”, come quello di non allattare in gravidanza, non allattare dopo certi lavori pesanti, non allattare se si sono ripresi i rapporti sessuali, non allattare se ammalate…, potrebbe leggersi come una difesa culturale delle madri da un destino di sfiancamento e deperimento legato non all’allattamento, ma alla sottonutrizione, all’obbligo di essere sempre disponibili sessualmente il prima possibile dopo il parto e alla impossibilità di opporsi al destino di mettere al mondo figli per immettere forza-lavoro che la società richiede loro almeno dalla nascita dell’agricoltura, quindi da almeno 12.000 anni. I medici sostenitori dell’allattamento al seno invece oggi criticano aspramente queste credenze e rispondono “scientificamente” che una madre che sta male può allattare, può allattare anche se è incinta e se fa un lavoro faticoso ma mostrano una certa sordità nei confronti della condizione di sperequazione sociale nella quale sono costrette le donne in molte parti del mondo. Inoltre ancora oggi i “privilegi” del marito vengono anteposti ai bisogni del bambino e l’apparato mediatico ricorda continuamente alle neomadri di essere “prima di tutto donne e poi madri”. Con quest’affermazione si sott’intende una concezione della donna prettamente maschilista, perché in realtà un aspetto che non viene evidenziato dell’allattamento è la sua componente libidica. Maternità e sessualità femminile sono infatti interconnesse come non lo sono paternità ed esperienza sessuale maschile.

LA DIALETTICA TRA PIACERE E DOVERE

Attraverso il corpo della donna che ci ha messi al mondo si gioca nel periodo primario della nostra vita, nella quotidianità fatta per lei di gioia e felicità ma anche di notti insonni, di stanchezza cronica, di pressioni sociali eppure così socialmente e culturalmente invisibili e misconosciute, la solidificazione di un tempo e di uno spazio sociale che incrosta ciò che per sua natura è profondamente fluido e mutevole. Gli orari delle poppate che danno i pediatri alle dimissioni dall’ospedale alla madre perché li rispetti, si impongono sull’atemporalità spiraloide del periodo primario. In una lotta materna in cui salute, benessere e libertà reciproche di madre e bambino vengono continuamente contrattate, si scontrano tempi e luoghi naturali, individuali e collettivi. Il latte arriva, come prima sono arrivate improvvise le contrazioni e come in un tempo ancora più lontano sono arrivate le mestruazioni per la prima volta, irrompendo sul tempo sociale con il loro ritmo recalcitrante nei confronti degli incalzanti ritmi della produttività. Nel momento in cui il latte arriva – ed i bambini, se nelle prime settantadue ore non si è interferito con il loro innato istinto di suzione, sanno come farlo arrivare – la madre è condizionata dal suo corpo a darlo o è torturata dalle sue stesse mammelle che al primo pianto del bambino iniziano a gocciolare di latte, il suo unico bisogno diventa allattare il bambino per provare un sollievo quasi erotico mentre diminuisce la pressione nelle sue ghiandole. Definire “erotico” questo sollievo può sembrare sconcio se non vagamente incestuoso, ma in realtà attesta come la nostra lingua sia uno strumento che contempla solo un certo tipo di sessualità e che quest’ultima sia il metro di misura di ogni altro piacere, sottintendendo che le sensazioni sessuali provate durante gli accoppiamenti sono prioritarie rispetto a quelle che provano le donne nell’accudire i propri bambini. E se invece si descrivessero ad esempio le contrazioni dell’orgasmo femminile come “materne”? Certo, anche l’aggettivo “materno” riferito all’orgasmo è riduttivo quanto quello “erotico” in relazione all’allattamento, eppure le reazioni piacevoli della madre mammifera alla stimolazione dei capezzoli durante l’allattamento hanno preceduto, in termini evolutivi, quelle erotiche della stimolazione durante i rapporti sessuali (Hrdy 2001:401). Tacere che le reazioni alla gestazione, al parto e all’allattamento producono piacere sessuale, relegando il piacere e la sessualità femminile solo all’accoppiamento, l’unico momento in cui si sprigiona la sessualità maschile adulta, contribuisce alla difficile integrazione dei vissuti corporei femminili in relazione alla maternità.

Le difficoltà nell’allattamento avvertite dalla maggior parte delle donne da me intervistate a Palermo sono in gran parte attribuibili all’ospedalizzazione della nascita, alla subordinazione alla cultura quantitativa della scienza medica e alla subalternità al pensiero dominante. Ma quasi nessuna delle madri metteva in dubbio la necessità di delegare al sapere medico la gestione del proprio allattamento o la necessità di sottomettersi alla tirannia del tempo sociale che le vuole subito in forma fisicamente e produttive entro il minor tempo possibile. Il senso di impotenza materno proiettato sul latte “troppo poco” o “troppo grasso”, che nasconde le tacite difficoltà nell’affrontare il pianto del bambino, comporta uno svilimento e un’alienazione della madre dal proprio corpo, reificato in un latte che “non basta” o che “va via”. L’alienazione simbolica del latte materno, considerato più un prodotto che un processo, è un fatto sociale e collettivo dalle radici culturali molto profonde e non riguarda solo i vissuti singoli delle madri né può essere liquidato con la semplicistica spiegazione dell’aggressione del mercato della formula artificiale. Anche in contesti storicamente e geograficamente molto distanti dalla società dei consumi le donne hanno cercato una valida alternativa all’allattamento esclusivo e a richiesta, sia attraverso il baliatico che con l’introduzione precoce di alimenti di transizione, spesso con esiti nefasti per la salute dei bambini. (Uno dei casi più eclatanti è l’abbandono di massa dell’allattamento al seno da parte delle madri islandesi per oltre due secoli dal XVII al XIX secolo, che ebbe conseguenze demografiche disastrose).

RIAPPROPRIARSI DEL CORPO

Una delle tante spiegazioni possibili di questo comportamento solo apparentemente irrazionale potrebbe essere che spesso alla donna, sin dalla nascita, non è permesso di includere nel suo processo di costruzione dell’identità il proprio io corporeo giungendo al momento della gravidanza e del parto impreparata. Spiega bene questo fenomeno Margaret Mead confrontando il modo in cui vengono educate le ragazze americane degli anni trenta e quelle che vivono nella Papua Nuova Guinea (si vedano i due libri dell’antropologa americana Sesso e Temperamento, 1935 e Maschio e Femmina, 1949 entrambi editi in Italia da Il Saggiatore).

L’attuale atteggiamento collusivo con la gestione biopolitica del suo corpo, che la conduce a considerare l’allattamento solo come un vantaggio dal punto di vista nutritivo per la salute del bambino, e non come espressione della propria identità e soggettività tanto corporea quanto  sociale, fa perdere alla madre il contatto con il proprio desiderio o la propria avversione di allattare il bambino che ha portato in grembo. Le donne stesse contribuiscono, in base alle dinamiche che abbiamo analizzato, alla rappresentazione del corpo materno come una macchina che deve essere guidata a svolgere il suo compito “naturale”, e quindi come qualcosa di separato da loro come soggetti titolari di ruoli sociali.

Le donne che diventano madri in Occidente in questo momento storico in cui le politiche sanitarie enfatizzano i benefici dell’allattamento al seno, sanno che se scelgono l’allattamento fisiologico sono investite di un forte valore simbolico, offrendo un modello che contrasti la cultura dell’Artificiale, ma non si rendono altrettanto conto di correre il rischio di essere manipolate dalla mentalità biomedica che continua a dire l’ultima parola sul loro corpo e che magnifica le virtù del latte materno, presentandolo come una pozione magica, un “antidoto” contro tutte le malattie dalle proprietà miracolose con il tacito intento di carpirne la formula per riprodurlo o di ribadire alle donne che il loro ruolo nella società deve essere relegato alle loro funzioni biologiche. Un’analisi dettagliata di questo fenomeno potrebbe essere lo studio della retorica con la quale tanto le lobby del mercato di sostituti del latte materno quanto quelle della promozione e sostegno all’allattamento al seno enfatizzano i benefici dello stesso: di fatto tra la retorica e la mitizzazione, una delle ragioni per cui allattare oggi in Italia risulta così difficile non è la sua inconciliabilità con i tempi della produzione (infatti allattano più a lungo le donne che hanno un posto di lavoro e un livello culturale più alto), ma avere affidato un aspetto così intimo del corpo delle donne alla propaganda medica. Un organismo sanitario internazionale come l’OMS non può limitarsi a raccomandare una pratica la cui responsabilità ricada esclusivamente sulle donne senza affiancare a questa prescrizione pressioni politiche a sostegno della genitorialità e della prima infanzia e un’analisi contestuale dell’ampia varietà di fattori (culturali, sociali, economici, politici, sociobioligici) che influenzano tale pratica. Se è vero che solo il 20% delle madri allatta in modo esclusivo fino ai sei mesi, se ne deduce che viviamo in una cultura che favorisce nettamente il costume di non allattare al seno. Basta sfogliare un giornale per neomamme e mamme in attesa, e contare quanti neonati si vedono aggrappati a un biberon o a un ciuccio invece che al seno della propria madre, e se ne deduce la stessa cosa. Eppure è indubbiamente vero quello che lamentano tante donne, che si sentono inadeguate e colpevolizzate perché danno il biberon, perché provano dolore o fastidio ad allattare come se vivessero circondate da donne dalle mammelle generose e loro fossero le uniche a incontrare difficoltà.

Il controllo istituzionale sulla donna è passato sin dalle epoche più remote sul suo corpo, smembrandolo. Per tale ragione in un’epoca di profonda trasformazione, non può esserci emancipazione femminile senza una più profonda presa di consapevolezza che la libertà dal giogo del potere dovrà passare attraverso il corpo, recuperandone l’integrità.
L’emancipazione d’identità passa anche attraverso il riconoscimento, non la negazione, attraverso l’integrazione, non la rimozione dei propri vissuti corporei, di cui l’allattamento al seno è una delle più forti e intense esperienze.

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© Riproduzione riservata
Bibliografia:
Foucault M. 1976, Sorvegliare e punire,Torino, Einaudi

Jordan B. 1978 Birth in Four Cultures:A Cross-Cultural Investigation of Childbirth in Yucatan,Holland,Swedenand theUnited States.Montreal: EdenPress.

Hrdy Blaffer S. 2001, Istinto materno, New York, Sperling & Kupfer

Maher V. (a cura di), 1992. Il latte materno. Condizionamenti culturali di un comportamento, Torino, Rosenber & Sellier

Martin E., 1987, The woman in the body, Boston, Beacon Press
Mead M., 1949 Male and Female, New York, William Morrow, [ trad. it. 1992 Maschio e femmina, Milano, Il Saggiatore]

Ranisio, G. 1996 Venire al mondo. Credenze, pratiche e rituali del parto, Roma, Meltemi.

Rich A., 1976, Nato di donna, la maternità in tutti i suoi aspetti, Norton, Garzanti

Robbins Richard H 2009, Antropologia Culturale, Un approccio per problemi, UTET

Rosemberg K. ,Trevethan W. 2003, Birth, obstetrics and evolution, in  «BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology» Vol.102, issue 11: 1199-1206

Ancora sul dolore del parto

Le antropologie del sapere medico hanno mostrato come la storia della medicina si intrecci con quelle delle medicine popolari così vicine al pensiero religioso come lo erano e lo sono gli stessi saperi naturalistici tradizionali. La stessa esperienza individuale del ‘corpo proprio’, ha un ruolo fondante nel processo di formazione del medico, che in tal modo è più vicino al guaritore e allo sciamano di quanto non si creda, come hanno mostrato recenti lavori etnografici e antropologici sul ‘paradosso del medico malato’(Emmanuelle Godeau). Nonostante i suoi sforzi secolari la medicina occidentale non è riuscita ad oggettivare il corpo: la carne si ribella a ogni tentativo di reificazione, fornendo immagini eloquenti e incontestabili di questo rifiuto[1].

Qualche giorno fa Amrita pubblicava un post in risposta a un link che gira per ora su facebook. Dopo aver argomentato la sua posizione contro l’equazione amore=dolore suggeriva la lettura di uno studio scientifico sul dolore del parto. Concordo con ogni singola parola che scrive Amrita, non è il dolore a dare la cifra dell’amore che prova una madre per il figlio, e trovo anche io urgente una riflessione su come la nostra cultura ci imponga valutazioni prestazionistiche sul dolore e sull’amore, ma alcune parti del citato studio sulla percezione del dolore durante un parto vaginale senza analgesia mi hanno lasciata molto perplessa e volevo confrontarmi con voi sull’ultimo paragrafo citato nel quale secondo me passano delle idee personali degli autori poco riscontrabili dall’osservazione della realtà e della complessità del sistema parto. C’è tutta una tradizione scientifica post Bowlby che attribuisce all’imprinting un’importanza che nei primati,  animali molto più complessi delle anatre o delle capre sulle quali sono stati fatti i più famosi studi sull’imprinting e sul bonding, non ha.

Più leggo certi studi scientifici più mi rendo conto che la scienza possa essere un modo perverso di infiocchettare attraverso numeri, cifre ed un finto linguaggio neutrale le proprie convinzioni e i propri retaggi culturali. Come ho scritto altrove, del messaggio che gira su facebook mi saltano agli occhi quelle cifre sulle quali è impostata la questione dell’amore e del dolore, 4,5 Vas; 5,7 Vas: 20 ossa. Ci sono ben tre numeri per nominare l’incommensurabile, per espropriarci della forza vitale che anima le pulsioni più elementari. E per pretendere di rendere oggettivo quello che oggettivo non è, ossia la percezione del dolore. Presso le società tradizionali la madre non contava i figli a tavola, che venivano chiamati per nome uno dopo l’altro in ordine di età, il pastore non contava le pecore, che erano tante, neanche il contadino misurava la terra, sebbene ne conoscesse con precisione i confini. Si evitava il calcolo diretto nella sfera domestica e si lasciavano i conti al mercato. Eppure, un pastore sapeva benissimo se mancava un agnello senza dovere contare tutto il gregge. Quando si inizia a conteggiare con precisione, la forza vitale scompare e per noi donne cedere a questa mentalità quantitativa diffusa dal sapere tecnico-scientifico significa allontanarci sideralmente dalla nostra carne e, in definitiva, da noi stesse.

Il parto, con tutta la sua dose di dolore, più o meno integrato nel proprio vissuto personale e sociale, più o meno accettato dalla singola madre o dall’intera cultura, sostanzialmente dice alla donna di ‘essere’, non di ‘fare’. Di accogliere perché capace, non di agire perché potente. Di lasciarsi attraversare dall’ineluttabilità di un processo vitale e indipendente dalla sua volontà. Innescare processi ideologici, ricamarci i propri pensieri e le proprie convinzioni sopra può portare solo a complicare l’evento, rischiando di caricarlo di aspettative proprie o indotte, quelle forse sì, responsabili di risposte materne anche negative, più dell’esperienza del parto stesso. Sforzarsi di trovare ragioni psicologiche e affettive al dolore del parto a me fa storcere il naso. Io credo che quest’affermazione:

Gli alti livelli di endorfine prodotte e la totale apertura della propria parte emozionale profonda creata dal dolore attivano fortemente il sistema limbico del cervello primale, legato alle funzioni affettive e mettono la donna in uno stato così detto sensitivo al momento della nascita del bambino. È completamente aperta e orientata sul bambino, con tutti i suoi sensi e istinti e può accoglierlo dentro di sé, nella sua parte vegetativa istintuale, simile all’annidamento che avviene all’inizio della gravidanza. Il tipo di legame che si crea a questo livello è incuneato negli strati più intimi ed ha caratteristica istintuale e biologica indelebile.

sia più un’opinione personale scaturita da una certa interpretazione parziale della cosiddetta teoria dell’attaccamento materno piuttosto che frutto di osservazione scientifica. I medici, gli psicologi, ma anche i sociologi, gli antropologi, i linguisti, i filologi, i fisici, i geologi… dovrebbero avere il coraggio di fare ricerca scientifica basandosi sulle evidenze e non sulle tradizioni scientifiche.

Se fosse davvero come si sostiene in questa parte dello studio sulle funzioni del dolore in travaglio di parto, ossia se fosse veramente il dolore (solo il dolore!) a renderci così ricettive e innamorate nei confronti dei bambini, non si spiegherebbero gli infanticidi e gli abbandoni così frequenti tra i primati e tra le società tribali, dove non esiste né cesareo né epidurale. Perfino tra le scimmie antropomorfe si osservano comportamenti di negligenza nei confronti del cucciolo appena nato da parte della madre che lo ha partorito secondo natura! Indagini sul campo hanno dimostrato che non sempre le mammifere mostrano una dedizione automatica e totale subito dopo il parto e che l’ “istinto materno” si dispiega via via, grazie alla partecipazione dei piccoli. A fare la differenza tra un attaccamento ‘sicuro’ e uno ‘non sicuro’ non sarebbe dunque l’esperienza del dolore fisiologico in sé, ma gli esempi di cura a cui è stata esposta la madre lungo tutta la sua vita e i momenti successivi al parto. In quei momenti una madre può provare un piacere sinestetico che non ha eguali: attraverso ognuno dei suoi sensi conosce il bambino che prima sentiva dentro la sua pelle, lo guarda negli occhi, quegli occhi così penetranti che la abbagliano, ne sente l’odore della pelle che profuma di liquido amniotico, lo tocca, sempre attraverso la pelle e ne esplora i vellutati confini, ascolta la sua voce per la prima volta…  e queste esperienze sinestetiche sì che attivano fortemente il sistema limbico del cervello primale, legato alle funzioni affettive! L’antropologa Wenda Trevathan, che studia la nascita in diverse culture che noi definiremmo primitive, constatò con sorpresa che la reazione immediata di gioia subito dopo il parto non è la norma e che è più frequente che ci sia un periodo d’indifferenza mentre la madre si riprende dalle fatiche del parto. Che madri snaturate, giudicheremmo noi dall’alto della nostra cultura! Per contro, io ho partorito col taglio cesareo eppure la scarica ormonale che ha innescato la lattazione non è stata compromessa, ma perché le ore immediatamente successive all’intervento hanno visto me e il mio bambino a stretto contatto: è stato il lento e graduale adattamento l’uno all’altro, facilitato dalla magia dell’allattamento, e non la modalità della nascita ad influire sensibilmente sul rapporto tra me e mio figlio e, se non avessi fatto ricorso a farmaci antalgici che mi rendessero sopportabile il periodo post operatorio, con la ferita che mi doleva e le contrazioni di un utero con un taglio fresco e sanguinante che partivano ad ogni poppata, difficilmente avrei potuto occuparmi di mio figlio in prima persona e quindi rendere possibile quella luna di latte che ha fatto sì che ci attaccassimo l’uno all’altra. Il comportamento di cura va costantemente elaborato, rafforzato e conservato, direi curato giorno per giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, non è qualcosa che si innesca magicamente con un bel parto naturale!

Questo non significa che tutte le modalità di nascita vanno bene, noi donne dobbiamo lottare perché attraverso i nostri corpi non si perpetuino più forme di violenza sociale nelle quali sono sempre altri, e spesso uomini, che decidono come dobbiamo dare alla luce i nostri figli e perché. Ma affinché il cambiamento di mentalità avvenga, dobbiamo prendere coscienza del fatto che la nascita valica il confine dell’esperienza individuale per assumere pregnanza simbolica, significato pubblico e valenza politica.

La mia posizione intorno alla medicalizzazione del corpo materno, ossia “applicare le stesse procedure diagnostiche e terapeutiche usate per le poche donne con problemi di salute alle molte donne sane”, è sicuramente critica, perché ritengo la medicalizzazione del parto uno strumento di sapere e di potere che la modernità secolarizzata e tecnologica applica per esercitare il controllo sociale sull’attività riproduttiva della donna, catalogabile alla stessa stregua dei dispositivi utilizzati per secoli dalle gerarchie religiose per ricondurre la capacità generativa femminile entro forme istituzionalmente consentite. Ma un atteggiamento scettico nei confronti della medicalizzazione non autorizza secondo me a prese di posizione ideologiche o a spiegazioni semplicistiche sull’utilità affettiva del dolore del parto.

Nella nostra cultura ogni nuovo nato sperimenta per la prima volta che il potere sociale al quale siamo assoggettati come individui è fondato sulla separazione e sul larvato senso di lutto materno che accompagna il venire al mondo in ospedale. Ogni singola nascita in Occidente serve a riprodurre questa forma di potere oppressivo attraverso una

brusca, talvolta brutale separazione tra la donna e il suo nuovo nato; in maniera rapida, asettica, apparentemente necessaria, apparentemente indolore, solo perché tutto il dolore è spostato sulla fisiologia del parto, momento espiatorio per ogni dolore, anche quelli dovuti all’organizzazione sociale. Al taglio del cordone ombelicale corrisponde qui un taglio sociale e simbolico, difficilmente riscontrabile in culture non europee e non industriali. Questa separazione è attribuita alle necessità dell’organizzazione ospedaliera. Ma è una falsa legittimazione perché ci sono ospedali dove viene praticato il rooming-in e in altre parti del mondo la prassi abituale è quella di lasciare il bambino vicino alla madre, anche nel suo letto e non per mancanza di spazio.[…]Si crea nel bambino e nella madre una percezione di solitudine e di esperienza dell’altro come assente. Per il bambino i primi processi cognitivi e affettivi nascono dalla solitudine. […] Le conseguenze  delle separazione precoce sono ancora tutte da scoprire o forse sono già visibili ma non vengono attribuite a queste esperienze primarie.[2]

Sforzarsi di trovare spiegazioni socio-affettive al dolore del parto mi indigna come ci indignò tempo fa il dibattito sull’utilità dell’orgasmo femminile e secondo me fa parte dello stesso percorso che conduce a separarci prima dai nostri corpi e poi dallo scoprire la relazione con gli altri, a partire dall’esperienza cruciale che è la nascita. Bisogna stare attenti alle complicate interazioni tra geni, tessuti, ghiandole, esperienze passate nonché ai richiami sensoriali espressi dai neonati stessi e da tutti gli altri individui vicini alla donna che partorisce. Comportamenti complessi come quelli di cura, soprattutto se legati a emozioni ancora più complesse come l’amore, non sono mai determinati solo dalla fisiologia o solo dall’ambiente.



[1] Pizza G., Corpi e Antropologie: l’irriducibile naturalezza della cultura, in Apertura http://www.aperture-rivista.it/public/upload/Pizza3.pdf

[2] Maher V, 1990, Il latte materno, i condizionamenti culturali di un comportamento, Rosemberg e Seller:82

Problemi in allattamento:il dolore al seno e le ragadi

Sin dalla prima poppata hai provato un dolore intensissimo al seno e, dopo alcuni giorni, sono comparse le prime ragadi. Cosa fare?

Un segnale che qualcosa non va

Durante la poppata, prolattina e ossitocina – due ormoni stimolati dalla suzione del bebè – regalano alla mamma una sensazione di profondo benessere e rilassamento. A volte, però, questo speciale appuntamento può trasformarsi in un’esperienza molto spiacevole: quando la mamma prova dolore, non solo non riesce ad apprezzare il momento d’intimità con il suo piccolo, ma c’è il rischio che il buon avvio dell’allattamento venga compromesso.
Un certo fastidio o una lieve screpolatura del capezzolo nei primissimi giorni dopo la nascita, soprattutto se si tratta del primo bebè, sono fisiologici. Ma se questo disagio si prolunga nel tempo o si accentua, è il segnale che qualcosa non va e non deve essere trascurato, dato che proprio il dolore e le ragadi sono tra le prime cause d’interruzione precoce dell’allattamento.

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Ciuccia ancora!?

Questo articolo è per tutte quelle mamme che allattano i loro bambini più grandi ed è tratto da un capitolo di questo libro.

L’allattamento di durata normale (definizione che prendo in prestito dalla mia amica Grazia de Fiore) è quell’allattamento che dura finché per voi è conveniente che duri, la cui durata cioè offre un rapporto sereno e piacevole sia alla mamma che al bambino. Questo significa che non esiste un momento uguale per tutti per interromperlo: l’allattamento può durare uno, due, tre, quattro, cinque, sei anni, finché mamma e bambino lo desiderano. Continua a leggere

Pollicino: un bambino portato

Nella mia esperienza è stato più facile e naturale per me essere una mamma ad “alto contatto” come mi piace definirmi, perché avere il mio bambino addosso mi ha facilitato allattare a richiesta, mi ha concesso di  continuare a gestire la casa, lo studio, i viaggi. Imbattermi  nelle contraddizioni della nostra cultura che porta all’allontanamento precoce dei bambini in nome di una presunta autonomia, spesso è dura, non riesco a capacitarmi di come si faccia a non capire che il bisogno di contatto è la norma per l’essere umano e  che il contatto costante con la propria madre, lungi dall’essere un vizio, consente al nuovo nato di crescere in amonia sia fisicamente che psicologicamente. Continua a leggere

La posizione corretta dell’attacco al seno

Quando si allatta il proprio bambino al seno bisogna far sì che il capezzolo finisca nel palato molle del bambino, giù verso la gola. Con un attacco sbagliato il bambino tenderà a “masticarvi” il capezzolo col palato duro, e, non solo in questo modo non riuscirà a cavare fuori il latte, ma vi spunteranno le ragadi. Il dolore che provavo io assomigliava molto a migliaia di spilli che ti vengono conficcati nel seno, sensazione spiacevolissima e molto dolorosa!

La posizione corretta di attacco al seno ve la può mostrare una consulente in allattamento, un’amica che ha esperienza di allattamento, e proverò anche io a descriverla, anche se non è facile (ed è sempre meglio vedere un esempio dal vivo):

Prima di tutto, mettetevi comode con la schiena ben appoggiata, in modo da non dovervi sporgere sul bambino ma neanche da obbligarlo ad “appendersi” per ciucciare.

Tenete il bambino pancia contro pancia, la testa deve essere in linea col corpo (orecchio, spalla e anca in asse), e dovete avvicinare lui al seno, non il contrario.

Potete provare ad attaccare il bambino mettendo il capezzolo all’altezza del suo naso. Lui spalancherà la bocca (naturalmente se in quel momento ha voglia di ciucciare!), e voi potete fargli prendere il seno in modo corretto. Il capezzolo, infatti, si deve trovare nella parte superiore della bocca del bambino, così che ci sia posto per mettere la lingua tra il capezzolo e il labbro inferiore.

Si dovrebbe vedere una parte maggiore di areola superiore e quasi niente di quella inferiore, sempre in proporzione alla sua dimensione e a quella della bocca del bambino, e il mento dovrebbe poggiare sul seno, mentre il naso non è necessario che lo faccia. La lingua del bambino, infatti, serve a “mungere” il seno, a spremerlo, premendo con la lingua i dotti galattofori in cui si accumula il latte.

Mentre poppa, il bambino ha le labbra girate all’esterno, e la bocca spalancata. Insomma, ciucciare assomiglia più a masticare che a succhiare da una cannuccia, si possono vedere le mandibole che lavorano ritmicamente e si dovrebbe veder muovere anche l’orecchio mentre il bambino deglutisce.

Se l’attacco è corretto, infine, non si dovrebbero sentire “schiocchi”, che stanno a indicare che il bambino non fa il “sottovuoto”, quindi perde la presa sul seno.

Allattare non deve fare male! Ma se vi diranno che provare dolore è normale e che fa parte del gioco, credeteci solo se questo dolore diminuisce e scompare dopo i primi minuti di poppata, e se andando avanti quindi non avete problemi. Se invece il dolore persiste per tutto il tempo della poppata, a volte anche aumentando, credete al vostro corpo, che vi sta dicendo che qualcosa non va. I primi giorni di allattamento dovrebbe essere un po’ come quando si indossano un paio di scarpe nuove: man mano che il bimbo ciuccia il capezzolo diventa più elastico.

De-siderium

“Da dove sono venuto?

Dove mi hai trovato?”

Chiede il bimbo alla mamma.

Lei piange e ride insieme e stringendosi il bimbo al petto gli risponde:

“Tu eri nascosto nel mio cuore,

amore mio,

tu eri il suo desiderio”
Rabindranath Tagore

L’epifania che tutte le feste porta via

 

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana
Viva, Viva La Befana!

C’è una vecchia brutta e gobba, col naso adunco e il mento appuntito, con gli stracci rattoppati e tutti sporchi di fuliggine che nella notte del 6 gennaio, a cavallo della sua scopa, si posa sui tetti delle case, si infila dentro i camini, scruta nei cuori dei bambini ai quali dona dolci o carbone a seconda se il loro cuore sia buono o cattivo. Sai, Pollicino, l’Epifania è una di quelle feste, assieme a quella dei morti, che mi piacciono di più, perché è sopravvissuta quasi indenne all’addomesticamento del Cristianesimo, mantenendo tutto il suo folklore e raccontandoci qualcosa di più del passato agreste dal quale proveniamo. Il termine “Epifania”, di origine greca, che significa “manifestazione” della divinità, è stato utilizzato dalla tradizione cristiana per raccontarci della prima manifestazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta in presenza dei re Magi. Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha un significato diverso, e si sovrappone alla figura di una vecchina particolare che scende nei camini, lì dove c’è il focolare domestico.

Come la festa dei morti, molte altre festività hanno un’origine rurale (il Natale, santa Lucia, La Pasqua, il Carnevale etc etc.), e affondano le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana. Continua a leggere