In cucina: Pasta coi “tenerumi”

Spiegare a chi non è palermitano cosa sono i tenerumi non è semplice, si fa prima a farglieli mangiare! La parola “tenerumi” non ha  un equivalente in italiano, sono “tenerezze” a  Palermo, i germogli e le foglie tenere della pianta delle zucchine lunghe.
La pasta con i tenerumi è una minestra tipicamente estiva, di cui il popolo palermitano è particolarmente ghiotto. Quando, verso la fine di giugno in tavola si porta la pasta coi “tinnirumi“, è possibile che qualche anziano ,come mio nonno, sia solito dire “campavu n’atr’annu” . Queste foglie di zucchine, i tenerumi, sembrano delle pezze di velluto, sia nel momento in cui si lavano, perché producono una caratteristica schiuma, sia quando sono cotte ed hanno un sapore squisito!

Racconta Amrita: “Sin da piccola la mia mamma mi coinvolgeva nella preparazione di questa pasta che molto presto è diventata tra le mie preferite.
Avevo due compiti a me riservati: primo, dopo che le foglie erano state lavate tante volte, facevo dei mucchietti con le foglie ben aperte, sotto le più grandi e via via su le più piccole, delle montagnette di tenerumi, poi li arrotolavo e tagliavo questi cannoncini verdi a listarelle.
Secondo compito la spezzettatura della pasta, rigorosamente ” margherita” . Prima veniva spezzettata grossolanamente in uno strofinaccio pulito, poi richiusi gli angoli dello strofinaccio con tutta la mia forza dovevo schiacciare l’involto… e quando si riapriva era tutta piccola piccola… ”

Per 4 persone

400 grammi di spaghetti spezzettati o margherite spezzate
2 mazzi grandi di tenerumi
250 grammi pomodori pelati a pezzettoni
2 spicchi d’aglio
Sale
Olio evo

Prendere le foglie e i germogli dei tenerumi e immergerli in abbondante acqua. Ripetere questa operazione fin quando al fondo non vi siano più residui di terra. A questo punto lasciarli in acqua salata per circa dieci minuti. Asciugarli, tagliarli a striscioline e cuocerli in acqua e sale.
In una padella con due cucchiai d’olio soffriggere l’aglio privato del germoglio e tritato, aggiungere il pomodoro e aggiustare con sale. Appena i tenerumi saranno cotti, aggiungere il pomodoro soffritto alla minestra e cuocervi  la pasta che  avrete prima messo in un tovagliolo chiudendolo come fosse un sacchetto e spezzettata così con il palmo della mano. Aggiustare di sale se è il caso e a cottura ultimata servire con un filo d’olio a crudo se piace.

Annunci

In cucina: Carbonara vegetariana

Per 4 persone

400 gr di pasta

2 uova fresche

1 zucchina 1 carota e 1 cipolla tagliate a dadini piccoli

sale, olio evo, prezzemolo e formaggio grattuggiato

 

Lavare, pelare e tagliuzzare le verdure, cuocerle a vapore o in pochissima acqua e mettere la pentola per la pasta. Sbattere le uova col formaggio grattuggiato e quando la pasta è cotta scolarla e tuffarvi dentro tanto le verdurine quanto le uova sbattute. Spolverare col prezzemolo e servire subito.

In cucina: Bucatini con pomodoro, fagiolini e mandorle

Inauguriamo con un primo piatto semplice e veloce la nostra rubrica culinaria. In piena filosofia ACR (alimentazione complementare a richiesta) tutte le nostre ricette vanno bene per i palati dai 6 mesi ai 99 anni, con la dovuta accortezza, valida tanto per i bambini sdentati quanto per i nonnini, di ridurre il boccone in piccoli pezzi, secondo le abilità masticatorie dei primi e dei secondi. 😉

Per 4 persone
400 gr di bucatini
300 gr di pomodori datterini o pachino
300 gr di fagiolini
80 gr di mandorle
3 cucchiai d’olio evo
uno spicchio d’aglio e mezza cipolla tritati, sale e basilico.

Mettere la pentola per la pasta sul fuoco e pulire i pomodori e i fagiolini. Tagliare a pezzetti i fagiolini e a cubetti i pomodori;  lessare i primi in poca acqua salata e fare appassire i secondi in una padella con 2 cucchiai d’olio e il trito di aglio e cipolla a fuoco moderato per 10 min. circa.(Per evitare il soffritto io cucino il pomodoro “a tutto dentro” senza fare soffriggere la cipolla nell’olio).

A metà cottura aggiungere i fagiolini e un mestolo del loro brodo al pomodoro e  fare cuocere per altri 5 minuti, completare con le mandorle tritate e qualche foglia di basilico. Scolate i bucatini e mantecateli col condimento e un cucchiaio d’olio evo a crudo.

Buon appetito!

Rikama

Volver

La vita è piena di storie strappate e matasse di non-detti. Alma lo ha scoperto troppo presto. Lei sa solo questo, per quanto tempo è rimasta in quell’istituto sola senza sua madre. Giorni e notti, notti e giorni scivolati tra le loro dita interminabilmente. Ma questo non importa. Il tempo non significa niente. Ma ciò che si può toccare sentire e contenere tra le mani come il corpo caldo o il tamburellare del cuore, questo sì che ha significato.

I servizi sociali cui erano affidate hanno descritto la relazione di allattamento e lo stile genitoriale di Habiba “caotico e dannoso” perché questo mondo è costruito sull’assenza di contatto. E la loro autosufficienza, per un sistema del genere è sovversiva. Habiba è stata punita perché  non si è voluta omologare a questa società consolidata sulla presunzione di essere il solo modo possibile di vivere.

22 anni, in condizioni economiche disagiate, extracomunitaria marocchina, musulmana. Si è rivolta a una struttura che doveva proteggere lei e la sua bambina di 15 mesi da un compagno violento e dall’assenza di condizioni minime di sussistenza ed invece è passata da un aguzzino all’altro. Ha osato protestare contro chi voleva costringerla a uno svezzamento brusco contravvenendo ai suoi principi religiosi e al suo istinto materno, per questo, senza alcuna misura legale, le hanno portato via per ben 22 giorni la figlia. Assurdo, ingiusto, surreale.

La pacifica protesta di ventimila madri come lei che si sono mobilitate per questa coppia ha dimostrato che un altro modo di cambiare questo sistema esiste. È non violento. È interculturale. Si muove nella rete. Qui non si è trattato solo di difendere il diritto di una madre e di una figlia di continuare ad allattare a richiesta. Qui, ancora una volta, siamo di fronte all’ennesimo sopruso di un modello dominatore occidentale sempre più integralista ed etnocentrico che si è arrogato il diritto di togliere arbitrariamente tutti i diritti fondamentali a chi è più debole. Fino a quando noi donne staremo a guardare?

È di per sé complesso, se non impossibile descrivere in pieno l’essenza di un’emozione. Questa storia, con il suo lieto fine tutto racchiuso nella forza di un abbraccio, ci ha emozionate tanto. Non so perché, ma questa madre che ieri, come una Demetra dei tempi nostri, ha ritrovato la sua Persefone, me la immagino come una delle protagoniste del film di Almodovar Volver.   Tornare a casa, al focolare, al ventre della madre, alle origini e al sangue al latte ma anche tornare a ridere, a piangere, ad amare, alla vita. Un augurio da parte delle mamme di Domodama perché questo archetipico Volver che non è solo di Alma e Habiba – perché Todas somos Habiba – sia un seme di speranza per tutte le madri separate ingiustamente dai propri figli.

Il pappagallino e il brutto anatroccolo

Sono molti mesi che non aggiorno il nostro diario e mi dispiace, perché non vorrei lasciare scivolare nel buio e nel sonno della memoria tutte le tue conquiste. Hai superato l’anno e mezzo e non riesco a capacitarmi di vederti già grande e autonomo. Adori scrivere, leggere e giocare a palla o con i tuoi brum brum seduto per terra imitando il rumore del motore in corsa, sei un fan sfegatato di Valentino Rossi e la ducati e ti inchiodi davanti allo schermo a vedere il moto gp. A nessuno in famiglia piace seguire questo sport, ma a te sì… Prima che nascessi mi ero ripromessa che ti avrei cresciuto libero da stereotipi sessisti, ma anche in questo tu mi hai spiazzata, perché la prima cosa che hai fatto, prima ancora di imparare a camminare, è stata tirare un calcio ad un pallone e metterti in sella ad un motore! Sei cresciuto sotto ogni punto di vista e in questo momento ti osservo dormire sul mio cuscino. Due linee a matita al posto dei tuoi occhi e la tua frangetta già di nuovo da accorciare, il tuo respiro sereno e il profumo di pane e zucchero a velo che fai mi riportano a quando eri ancora un inerme batuffolo roseo tra le mie braccia impacciate. Adesso scendi dal letto da solo, sei volitivo, infaticabile, affettuoso e simpatico: ci fai ridere un sacco quando sbuffi perché io o papà ti chiediamo qualcosa che non vuoi fare e vuoi che ti facciamo il solletico. Mi fai commuovere quando mi accarezzi la guancia e mi dici “bella”, o quando chiami a gran voce Babbo, se lo vedi che si allontana dal tuo sguardo. Alcune volta mi dici che vuoi tolto il pannolino per fare la pipì nel vasino e se la fai batti le mani tutto contento. Il mese prossimo al mare proverò a spannolinarti.

Corri, balli, hai un ottimo senso dell’equilibrio, sei davvero un gran comunicatore e chiacchierone. Ripeti tutto quello che diciamo, anche sporcaccione, anche le parole che non sai che cosa vogliono dire, anche tutti i finali delle nostre frasi. Sei diventato un Pappagallo!!! Inizi ad articolare qualche frase, ti esprimi con un centinaio di parole e tante onomatopee e, da buon italiano, usi il linguaggio dei gesti per farti capire. Nell’ultima settimana hai fatto un sacco di progressi perché aggiungi almeno tre o quattro parole al giorno al tuo vocabolario e fai i tuoi discorsi e le tue deduzioni che non fanno una piega.

Pappagallino mio, mentre tu sei in piena fase linguistica io sto a lungo in silenzio.  Scandagliare gli anfratti della mia psiche e scendere giù, fin nell’abisso,  forse dove mi sono ri-conosciuta per davvero è stato un lavoro al quale mi sono dovuta dedicare per essere davvero una madre sufficientemente buona, ovvero una donna serena e contenta di sé. Per farlo mi sono dovuta chiudere, proteggere, difendere. Diventare tua madre mi ha dato occasione di prendermi cura di me stessa, dei miei tempi e dei miei bisogni,  per riuscire a prendermi cura di te, che intanto cresci e ci osservi e ci imiti e ci stupisci e ci trasformi. Non è vero che i figli ci tolgono tempo, ci tarpano le ali, che sono d’impedimento alla vita sociale e professionale di una donna. Essermi goduta il tempo della maternità, la lentezza, la cura, il silenzio che la mia natura richiedeva e avere rinnegato i falsi miti della donna moderna, basati su velocità, competitività, arroganza e assenza di rispetto per i propri tempi biologici è stato un volano per lo sbocciare della mia adultità.

Mi sono sempre incolpata dei miei silenzi, ma il silenzio può significare un mezzo di preservare l’intimità con sé, l’auto-affezione, per non perdersi, o per non trovarsi in un discorso che non è il proprio. Tenere le labbra unite – come giungere le mani, ma anche chiudere le palpebre – è un modo per chiamare a raccolta le due parti di sé e dimorare e tornare in sé. Alcune volte il silenzio è l’unico linguaggio per sovvertire il già dato e il già detto.

Una cosa ho imparato in questi ultimi tempi e la lettura di Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés me l’ha mostrata: la fondamentale incompatibilità con le persone diverse da me non è una colpa. Come il brutto anatroccolo che dopo avere a lungo sofferto perché non veniva accettato per quello che era e a lungo ha vagato alla ricerca di una società cui appartenere, fino a congelarsi quasi del tutto, io ho azzerato il desiderio di associarmi alla nidiata di anatroccoli, ma anche ad altre cattive compagnie incontrate lungo il percorso come il gatto arruffato e la gallina strabica. Il mio posto non è tra le anatre. Non che ci sia qualcosa che non vada nelle anatre, beninteso, sono animali amabilissimi, ma non appartengo alla loro specie. E non è colpa mia, così come non è colpa loro. Per non parlare dei gatti arruffati e delle galline strabiche! Non posso stare tra animali che non sanno volare e non sanno andare sotto acqua, ma tra i cigni, sono i cigni quelli che devo cercare. Nella vita ho tentato di adattarmi a un certo stampo senza riuscirci. Oggi so che probabilmente ho avuto fortuna. Sarò stata troppo a lungo sola, esiliata, in silenzio, ma mi sono protetta l’anima. Allontanarsi da chi non è come noi è farsi sospingere a volte nelle braccia della nostra vera natura, sia questa un corso di studi, una forma d’arte o un gruppo di persone. Vagare sperduti alla ricerca di sé non è tragico quanto restare in un luogo cui non si appartiene.

Ora ho la parola
Ora ho la parola
e scopro che la parola è cosa buona
ascolto la mia voce
risuona.
Si infrange contro i corpi solidi e freddi
ma filtra fra gli interstizi possibili
e risveglia sguardi
che interrogano o negano
affermano o disprezzano
ma ascoltano.
Ascolto il mio eco sonoro
a volte grido per il semplice piacere di sentirmi
o per decapitare piedistalli.
La mia voce risveglia la vita
e inventa un linguaggio amaro e dolce
per dare nome agli esseri, alle cose, ai fatti.
Carica di magia è la mia parola.
Libero la parola per lucidare specchi, riflettermi in essi
e interrogarli in cerca di me stessa.
Chi sono stata
chi sono
chi potrò essere?
Dove sono ammutolita, quando e perché?
Dal suono della mia voce fino al silenzio
vado a cercare i bavagli
per appiccare roghi.
Interrogo:
dove sono le dee lunari
le levatrici
le streghe
le amazzoni?
Mi sono persa in quei termini generici
che dimenticano il mio sesso
mi sono persa quando ho parlato per bocca loro
mi sono persa quando queste parole sono state la mia voce
mi sono persa quando nella sconfitta
mi hanno condannata al silenzio e alla negazione.
Tutti sono diventati sordi alla mia voce
acuta e metallica
di parole dolci che altri dissero sciocche
voce furiosa che altri chiamarono isterica
non hanno sentito le mie ragioni
non aveva importanza nominare me
né tantomeno ciò che dicevo.
Dal sussurro al grido
vado riprendendo la parola
vado raccontando la mia storia
senza la voce del patriarca
mentre libero la pelle dagli aggettivi
con cui mi hanno confiscato la parola
strega, puttana, pazza, peccatrice.
Ancora non vi ho detto tutto, ma lo farò
perché ora io ho la parola!

Mariana Yonüsg Blanco (Nicaragua)