Io e Alice e un anno in mezzo

7 ottobre 2013
Percepirti, mentre intorno a noi è calata la notte, col suo manto di velluto scuro che, umido e sonnecchiante si distende sul mio corpo, sul tavolo, sul monitor del pc. Concedermi la lentezza, l’ascolto, il piacere. Sentirti dentro di me e provare immensa gratitudine. Perché hai scelto noi, mi stai facendo madre ancora una volta e mi stai donando l’opportunità di accompagnarti verso la vita e di rinascere attraverso la tua nascita.
Sento la tua forza, la tua bellezza. Sento anche la tua saggezza e l’energia che sprigioni comunicando empaticamente con me.
Io sono bella con quest’enorme uovo di Pasqua in grembo. Non ti nego, anche perché lo sai benissimo, che abbiamo trascorso settimane intense, faticose. Abbiamo anche sofferto tanto perché i dolori recenti o antichi quanto la terra riaffiorano e si manifestano attraverso il corpo, i sogni, i pensieri, le parole, i gesti, gli eventi.
Sono sensibile e vulnerabile, nel contempo mi sento più aggressiva e risoluta. Tutto il mio femminile si sta espandendo insieme alla pancia che ti accoglie. So di amarti da prima che ci fossi, anche se prima di dirti di sì, ho titubato un po’. Chiedevo a papà un annetto in più, per aspettare che Matteo smettesse di ciucciare e per prendermi la seconda laurea. Sono sempre stata severa con me stessa, pensavo che non sarei stata in grado di reggere i suoi bisogni di treenne con i nuovi ritmi che una nuova gravidanza mi avrebbe imposto, né di potere riprendere gli studi con due bambini piccoli di cui occuparmi.
Sto impiegando una mole notevole di energie, ma tu non sembri risentirne, anzi, mi dai sempre nuovi input, hai acceso in me la mia voglia di ballare, stare in movimento, vedere e sentire gente, essere nel mondo, sprigionare bellezza.
Eppure ora arriva il tempo del riposo, lo sento e lo accolgo. Dopo questi ultimi mesi a correre ovunque e a fare tante cose contemporaneamente, ora mi fermo per fare ancora più spazio a te. Papà e Matteo possono attendere e cavarsela benissimo da soli, il gruppo di In braccio alla luna pure, io e tu invece dobbiamo imparare ad abbandonarci, per me sarà necessario lasciarmi e lasciarti andare. Quindi ora le finestre si socchiudono, la luce filtrerà dalle imposte e come un ruscello si riverserà lenta sul pavimento, noi staremo in pace a inebriarci di musica, massaggi, respiri lenti e parole d’amore.
La nostra custode Marzia ci proteggerà.  Gli altri rimangano fuori, il mondo può girare la storia divorare presente lo spazio contrarsi o espandersi. Io vado sott’acqua con te alla ricerca del Tempo del rilassamento e della completezza, l’Aion degli stoici che si oppone al Chronos, quel tempo dove gli estremi si accostano: da una parte la serenità e padronanza della mia identità e del mio tempo e dall’altra lo sfacelo della mia identità. “Cooosa essere tu?” Chiede il brucaliffo ad Alice prima di trasformarsi in farfalla…
Ieri mattina dopo la seduta di integrazione posturale con Marzia, grazie al calore del sale e delle sue mani le ho detto “Voglio spaccarmi in due”…
Era l’immagine del guscio d’uovo quando nasce il pulcino..
O della mandorla, fuori verde, pelosa e apparentemente morbida, che nasconde un guscio legnoso che deve spaccarsi per svelare il suo segreto, un cuore tenero e prezioso che si dona al mondo e trova il senso del suo esistere.
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7 ottobre 2014

Un intero anno passato. Tu ad ottobre dello scorso anno mi nuotavi dentro ed ora invece cammini. Che saresti stata precoce e avresti camminato entro i dieci mesi lo avevo presagito, ma questa fretta che hai di crescere mi sbalordisce e mi stordisce, oltre a svelarmi tanto di quell’intricato mondo che si chiama relazione e di quelle competenze speciali che avete voi neonati. Sei nata che già sembravi grande. Col tuo sguardo curioso e consapevole penetri la realtà e la annusi come un felino. Ma sei troppo esigente per me a volte, Alice! E tutte le volte che mi vorrei spaccare la fronte in uno spigolo per i tuoi lamenti o le tue urla mi dico: “ma allora è vero che il rapporto madre e figlia è più conflittuale?”. Perché in realtà io ti sento molto di più di come sentivo Matteo. Ma non so se questo sentirti sia più un averti dentro in quanto donna o l’esperienza di essere per la seconda volta mamma. Con Matteo c’era la scoperta della prima volta. E quella che sentivo era molto più spesso la mia testa, la mia pancia, il mio cuore. Per un bel po’ lui è stato un mio prolungamento. Ora vorrei mordermi i polpastrelli perché sto facendo l’odiosa cosa che fanno tutte le madri, ovvero i paragoni tra te e Matteo, ma ai secondogeniti purtroppo tocca questa sorte amara ed io non so, forse me ne devo fare una ragione. In fondo che è tutto nuovo al secondo figlio, anche se un po’ sappiamo cosa ci aspetta, è quasi ovvio. Sono tutta nuova io, è completamente diverso il contesto, la coppia allampanata è già stata traghettata verso la triade dal primogenito. Si tratta ora di allargare la famiglia. E trovare le soluzioni più adatte a noi quattro richiede tempo e pazienza e sospensione del giudizio. Saltato un equilibrio se ne deve ricreare un altro, e man mano che tu cresci e Matteo si accorge di essere grande nonostante le sue regressioni, in un andamento liquido provare a non rompere violentemente gli argini ma a defluire morbidamente verso la nuova sponda. Tu non devi essere in una posizione semplice, eppure forse è proprio questa la tua risorsa, devi condividermi con tutti, non solo con tuo fratello. Il periodo più pesante per te, sarà stato quando, alla nascita, hai dovuto dividermi con la mia delusione per non avere fatto l’esperienza di parto che avevo nella mia testa e poco tempo fa con la mia rabbia per avere assistito alla malattia e morte di nonno Aldo. Ma oggi pomeriggio quando sono tornata a casa e ti ho sfilata dalla fascia ad anelli per metterti giù, ho pensato che ora ti lascio sgambettare fiduciosa lungo il corridoio e assisto a questa epifania di te che ti metti in piedi per allontanarti da me. Ho avvertito un palpito del cuore dal sapore dolceamaro. Così presto, no! Lasciati godere ed annusare e sbaciucchiare ancora, prima che io possa accorgermi che tu sei davvero uscita dalla simbiosi con me. Ogni giorno un nuovo petalo nella tua personalità in fieri mi rivela le mie fragilità, la tua aggressività, il risentimento di tuo fratello spodestato, la stanchezza di tuo padre per questo percorso che a volte appare lunghissimo e tortuoso. Così ora, mentre ti osservo camminare solerte e soddisfatta, tolgo le scarpe e le calze mi sfilo i jeans e la t-shirt e indosso i panni casalinghi, cercando di spazzare dal pavimento di casa non solo la polvere e le briciole ma anche i sospiri e i lamenti e la fatica, per poi riuscire a preparare una cena sbucciando pensieri stantii e soffriggendoli nel burro fuso delle mie emozioni. Ci provo a godermi questo stare con te e con Matteo senza sovrastrutture, cercando di ascoltarvi e di apprendere da voi. E di essere presente a me stessa. Concedendovi lo spazio dentro di me per sconvolgere le mie sensazioni, farmi ribollire e poi placare e gocciolare e di nuovo sgorgare e dare forma sempre nuova alla mia vita. Ci provo anche se la tentazione più forte è di lasciarmi distrarre dal marasma di cose che vorrei fare e poi non faccio. Per essere migliore, mi dico mentendomi. Per evadere da un lavoro quotidiano che richiede grande tempra e consapevolezza, suggerisce la mia voce interiore. Quando penso di avere perduto il mio centro, in periodi come questo in cui mi sento confusa, sfasata, devo proprio in questi momenti vegliare di più, anche se sono stanchissima, assonnata e avrei soltanto voglia di chiudere gli occhi sul mio vero lavoro, che è essere madre e donna così come sono, concedendomi anche il lusso di essere imperfetta e sull’orlo di una crisi di nervi, come tutte.

semi che germogliano

image“Mamma, chi è nato non muore!”

Matteo ci spiazzò con questa massima qualche settimana fa. Ed oggi le sue parole mi ritornano in mente tra tutti i pensieri scarmigliati e le emozioni che collidono fra di loro e si infrangono contro la parete del cuore.

Chi è nato non muore. Come questi semi di zucca lasciati a germogliare per due settimane ricoperti dalla pellicola. Era una bella zucca comprata al mercato del biologico con cui ho preparato il pranzo della Befana. E come non pensare, evocando queste parole, e stupendomi insieme a mio figlio più grande, di fronte a questo piccolo miracolo, alla Befana! Tiepida reminiscenza di un culto più antico che celebra la luminosa Dea dei sacri cicli eterni di terra e di luna, che muta la sua forma e conduce le stagioni. Portatrice di nuova vita e luce nel freddo e buio inverno. Filatrice del Destino, che trasmette la sua arte alle donne e agli uomini connessi alla natura perché la impieghino nelle loro vite. Coltivatrice delle profonde terre interiori, che insegna a coltivare i Semi nascosti, perché possano diventare ciò che sono nati per essere.

Una zucca è morta con il 2013, abbiamo deciso infatti di chiudere In braccio alla Luna come associazione culturale. I suoi semi però sono rimasti e germinano, eccome se germinano, riaccendendo la speranza nel cuore…

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**Sì, posso farcela**

Quando noi donne incontriamo la nostra dimensione femminile
nasce qualcosa.
All ’inizio forse non ce ne accorgiamo: la nuova consapevolezza è
come un seme sottoterra.
È rimasto lì a lungo, immobile, con tutto
il suo potenziale racchiuso.
Poi il cambiamento!
L’incontro con il femminile è come l ’acqua per quel seme. Piove
sulla terra arida, scorre tra i suoi spazi granulosi,
la rende morbida e tenera.
E raggiunge il seme.
In quello spazio umido e fertile si muove qualcosa:
nasce un germoglio.
È il germoglio della forza e del potere femminile.
È una consapevolezza che giunge dal profondo, sussurra parole di
coraggio, di volontà, di sicurezza, di stima, di conforto,
di tenerezza, di gioia.
Sì, posso farcela, dice quella voce.
Sì, io valgo, ricordano quelle parole.
Sì, io merito, sussurra quel canto.
È il dialogo interiore di una forza che nasce,
di un potere che può trasformarsi
in una pianta grande e rigogliosa.
Quando le donne incontrano la loro dimensione femminile
smettono di avere paura,
smettono di farsi trafiggere il cuore dagli amori impossibili,
smettono di dirsi “no, non sei capace”, “non ce la farai mai” ,
“non vali niente”,
smettono di dire “sì” a tutti solo per essere più apprezzate,
smettono di gettare tutte le forze dove non serve
facendo a brandelli i loro desideri,
smettono di lasciare se stesse in fondo alla lista,
smettono di voler essere indispensabili per tutto e per tutti
oberandosi di lavoro,
smettono di vivere una vita fatta di sogni spezzati,
smettono di offrirsi ai coltelli affilati,
alle unghie che graffiano il cuore e l ’anima,
smettono di essere l ’oggetto degli insulti,
il modello di una dignità messa sotto i piedi,
smettono di dare la loro vita a qualcuno
senza riprendersela mai indietro.
Quel seme ora si è risvegliato. E racchiude la forza
intensa del femminile. È il suo potere.
Si posso farcela, dice il suo germoglio.

Olofem: femminile sconosciuto- Simona Oberhammer

Clampaggio precoce o ritardato del funicolo?

cordone

L’altro giorno stavo parlando con una donna in gravidanza come me che mi raccontava com’era andata la sua prima visita dal ginecologo che ha scelto per accompagnarla prima e durante il parto. Appariva entusiasta perché il medico le ha dedicato ben due ore del suo tempo, fugando o cercando di fugare ogni dubbio circa l’iter da seguire nei nove mesi: dai consigli sull’alimentazione agli esami raccomandati, dal numero di visite ed ecografie consigliate ad eventuali test diagnostici prenatali più approfonditi, fino al protocollo ospedaliero della struttura con la quale tale professionista collabora e li seguirebbe nel parto. In quest’ospedale è prassi a 41 settimane e 3 giorni procedere all’induzione del parto, anche se le gravide non presentano invecchiamento di placenta o altri fattori di rischio, inoltre usano clampare immediatamente il cordone ombelicale. Su entrambe le pratiche il ginecologo ha fornito rassicurazioni sia in merito alla sicurezza che alla giustificabilità in termini medici, pertanto la mamma in questione mi chiedeva cosa ne pensassi io, da mamma a mamma, in base alla mia esperienza di mamma alla pari a conoscenza anche di altre strutture presenti sul territorio, dove invece non vigono questi protocolli, soprattutto perché mi aveva sentito parlare altre volte di possibile pericolosità delle induzioni di parto e del clampaggio immediato del cordone. Mi ha fatto riflettere che il ginecologo, alla richiesta di tagliare il cordone solo dopo la nascita della placenta ha risposto così:.

“A voi che cosa cambia se tagliamo il cordone subito o dopo un po’? non c’è nessuna utilità nell’aspettare prima di procedere col taglio, perché tanto, dopo la nascita, continuano a passare al bambino soltanto 20 cc di sangue, non di più!”

Devo confessare che l’espressione che ho fatto ricevuta questa informazione non è stata delle più diplomatiche ma non mi sono potuta trattenere dal rispondere in maniera molto diretta:

“Se anche fosse vero che attraverso il funicolo dopo il parto passano soltanto 20 cc di sangue, non va trascurato che si tratta di sangue ricchissimo di cellule staminali, ferro, nutrienti e fattori antitumorali di prima qualità che in un corpo di tre kg o poco più possono fare davvero la differenza, e che quindi, contrariamente a quello che vi ha detto il vostro ginecologo, potrebbe cambiare qualcosa, eccome. Ad esempio, i bambini ai quali viene tagliato il cordone ombelicale  solo dopo che ha smesso di pulsare, hanno livelli di ferro più alti per tutto il primo anno di vita rispetto a quelli nati con il clampaggio precoce e quindi rischiano di meno di soffrire di anemia. Fermo restando che voi, in regime di consenso informato, potete fare tutte le richieste che volete e che la struttura deve adeguarvisi per principio, anche se per loro si tratta di una pratica priva di utilità.”

Le evidenze scientifiche attuali tra l’altro dimostrano che il taglio ritardato del cordone ha molteplici benefici, come è spiegato bene in questo articolo di Ibu Robin Lim che vi invito a leggere. Si tratta di uno studio che fa riferimento a tutta la letteratura scientifica più aggiornata pubblicato da Il melograno grazie alla collaborazione di Ivana Arena e Sara Campelli, dal quale traggo questo breve passaggio:

I genitori che aspettano hanno il diritto e la responsabilità di assicurare ai loro bambini di poter goder di una vita ottimale. Lasciare il cordone intatto, senza amputarlo, senza clamparlo e senza tagliarlo prima di essere certi che il tuo/a bambino/a abbia ricevuto l’intera scorta del suo sangue è essenziale per raggiungere un ottimo benessere fisico e mentale.

 

La ricerca ha chiaramente dimostrato che il clampaggio e la recisione precoce del cordone ombelicale causa dei danni alla nascita, mentre il clampaggio tardivo o il mancato clampaggio e taglio ha molteplici benefici. Gli ospedali sono ormai da considerarsi delle aziende, di conseguenza devono assecondare le richieste dell’utenza. Se stai pianificando un parto in ospedale, insisti sul tuo diritto di scegliere il meglio per la salute del tuo bambino.

 

Pianificare una nascita a casa o in un centro nascite assistita dall’ostetrica facilita la scelta di non tagliare immediatamente il cordone ombelicale. La maggior parte delle ostetriche crede nella, e pratica, la nascita dolce. Tagliare il cordone ombelicale è una manovra violenta. E’ una procedura sterile, perché intrinsecamente pericolosa! Perché permettere agli operatori sanitari, che si presuppone debbano tutelare la salute, di sabotare la salute del tuo neonato?

Fonte:

http://www.melograno.org/sito/documenti/d00000000000054.pdf

Ho un’oliva nella pancia

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Ho un’oliva nella pancia…

Nascerà tra fine ottobre e i primi di novembre e siamo in attesa festosa.

So quando io e il suo papà l’abbiamo concepita, e quando si è annidata, poco più di una settimana dopo, ho avvertito un inequivocabile crampetto alla pancia. Da quel momento mi è iniziata una sospetta nausea al caffè e mi ha fatto l’occhiolino una strana sonnolenza. Questo, come quello di Pollicino, è stato un concepimento consapevole. Solo che mentre la prima gravidanza era inquinata dalla paura che io avessi qualcosa che non funzionasse bene in me, che poi mi ha portato ad una medicalizzazione esagerata, stavolta mi sento più libera da paure inutili.

Sì, già sapevo tutto, ma dopo quattro giorni di ritardo, ho voluto fare comunque il test e, approfittando di un appuntamento fissato il mese scorso dalla ginecologa per il solito check up che faccio ogni due anni, ho voluto vederla dentro a un monitor per sentirmi più sicura che “non fosse solo aria”. È proprio vero che l’ecografia è una specie di droga pesante dalla quale è difficile disintossicarsi, soprattutto quando hai già avuto due concepimenti non proseguiti oltre le sei settimane e temi che possa capitarti di nuovo.

Questa piccola oliva che cresce e pulsa nella pancia è frutto del desiderio mio, del suo papà e del suo fratellino maggiore che mi chiedeva da tempo una sorellina o un fratellino. Per bacco! Sono mamma per la seconda volta con una consapevolezza nuova unita ad un’ansia antica. E come al solito sono in equilibrio funambolico tra il desiderio di affidarmi solo alle sensazioni corporee che mi arrivano dal dialogo con questa piccola creatura che ci ha scelti e la paura di non essere troppo previdente se salto qualche esame o appuntamento.  Tra la gioia per la famiglia che cresce e il senso di incognita che deriva dal dovermi moltiplicare per due.

Non immaginavo che sarei arrivata a questa gravidanza con Matteo che ciuccia ancora e confesso che provo fastidio ai capezzoli tutte le volte in cui si attacca. Nello stesso tempo però non voglio negargli queste ciucciate anche se insieme a Vincenzo cerchiamo il modo più amorevole e indolore per distrarlo “dall’appostamento”. Ovviamente non sempre lui si arrende, soprattutto quando siamo io e lui da soli in casa. Tra l’altro, saranno gli ormoni sicuramente, ma ho iniziato ad avere il sospetto di essere incinta proprio perché, a dispetto del dolore che provavo ai capezzoli, lui poppava più spesso e sembrava appassionarsi sempre di più dicendomi che anche se poco, il latte era diventato più buono. 😀

Ovviamente stavolta non posso che scegliere una conduzione ostetrica per questa nuova gravidanza e desidero che sia Marzia ad accompagnarci in questo percorso, così mi sto affidando alle sue mani, alla sua conoscenza ed esperienza perché voglio avere una gravidanza serena e piena di coccole, un parto libero e una nascita rispettata questa volta. Nello stesso tempo voglio avere anche un buon dialogo non dogmatico con i medici dell’ospedale Civico, per capire se anche in caso di trasferimento per il parto, posso avere la possibilità di una nascita il più possibile “umanizzata”. Ho ancora vivo il setting ansiogeno,  il senso di abbandono a me stessa e lo squallore asettico dell’ambiente nel quale è nato Matteo e non voglio che si ripeta una situazione analoga.

Ma ancora è troppo presto per parlarne… In queste settimane sento il bisogno di rilassarmi il più possibile, perché le occasioni finora sono state sicuramente poche con Matteo vittima di questa seccante influenza. Voglio tutte le mie amiche intorno a me in cerchio, sento che ce la posso fare e che ci basta solo l’amore stavolta.

Tre anni di felicità, rinascita e amore puro.

Buon compleanno amore mio,

ormai il mio tempo è sempre poco e sbocconcellato e ho lasciato scivolare via molte cose di noi senza riuscire a fermarle su questo foglio, come il tuo primo giorno di scuola o le tue prove di scrittura e lettura o chissà cos’altro ancora.

 

Ad esempio non ho scritto della nonchalance che avrebbe fatto invidia a qualsiasi studente navigato con la quale il 18 settembre 2012 sei entrato per la prima volta in quella classe, che è riuscita ad azzerare tutta l’effervescente emozione del primo giorno di scuola. Ti sei voltato non appena la maestra ti ha detto “vuoi venire a giocare con noi?”  – tre nano secondi di riflessione e poi “ciao, ci vediamo dopo”, ci hai detto. Sono uscita da scuola con la mia lacrimuccia appesa alle ciglia a ripetermi che tanto lo sapevo che ti saresti inserito subito e non avresti sentito la nostra mancanza, che “ma dài, Marika, lo sai che nostro figlio è un bambino autonomo, socievole e bla bla bla, che cosa aspetti ancora fuori dalla porta? Andiamo a casa!”.

 

Matteo, cresci galoppando e la società ti risucchia dentro di sé imbellettata come una donna di strada. Ora mi rendo conto che mettere al mondo è così e che devo accettare che questa seconda madre, il mondo di cui siamo parte, sfaccettato come un Giano bifronte, ti insegni le sue regole. Fitta al grembo, extrasistole al cuore, morsa alla testa, ma profonda e disarmata fede, grande e cieca speranza che del mondo saprai prendere solo il buono e scarterai il cattivo.

 

Solo ora il pensiero che sei del mondo diventa via via più sopportabile. Ora che ti vedo autonomo, risoluto, sicuro di te. Ora che torni a me col tuo “mamma, un poco di nenna” con sguardo languido e voce tremula per cercarvi conforto dal dolore o dalla paura o dalla stanchezza. Sei anarchico, trascinatore, brillante, esibizionista, imprevedibile, comico, creativo, seduttore, buffone, assoluto. La maestra ti adora e la fai ridere quando protesti “io non sono piccolo, sono un poco grandisello”. Di fatto sei il più piccolo della classe e lei, nonostante le tue proteste, dice bene ai tuoi compagni “Attenti a non fargli male, perché lui è piccolo”. Stai insieme a bambini di quattro e cinque anni del quartiere popolare nel quale abitiamo, che già ti hanno insegnato il “repertorio” di parolacce col quale ci delizi ogni giorno e che, con fin troppa consapevolezza, declini in espressioni buffe, come la magica parola cactus, che solo qualche settimana fa io e papà abbiamo capito si trattasse proprio di quello… il cactus senza spine, come dici tu.

 

Le tue mani appiccicose e insistenti mi frugano sotto la maglia non appena mi vedi, ed ora ci vediamo davvero poco rispetto a prima, quando le mie giornate erano fatte solo di te. Io ti sgrido, mi lamento, ti supplico poi ti accontento, poi facciamo trattative come “contiamo fino a dieci e poi basta”, poi ti coccolo, ti annuso i capelli, poi ti abbraccio e ti bacio dalla testa ai piedi, poi ti insegno e imparo che l’amore è colorato come l’arcobaleno e in quest’ultimo anno il nostro amore ha visto macchie di giallo, blu, arancio, viola, rosso cremisi, verde cadmio e indaco, e che va bene così.

 

Sei grande e ti piace tanto parlare, camminare scrivere e leggere. Sei piccolo e vuoi stare in braccio imparare cose nuove e addormentarti appollaiato sul mio corpo. Ogni tanto sei triste e imbronciato sulla soglia tra la tua prima infanzia che non vuoi abbandonare e la voglia di crescere in fretta per potere indossare le scarpe con le rotelle dei tuoi sogni.

 

Da quando vai a scuola hai iniziato ad urlare ed io, tra le urla e le parolacce regalo della scuola, ogni volta io provo l’irrefrenabile pulsione di tenerti stretto a me e non mandartici più. Sei forte, caparbio come ieri che eravamo sull’uscio di casa e tu perdevi tempo col tuo camioncino di cars mentre io ti mettevo fretta. Quando ti ho minacciato “guarda che ti lasciamo in casa solo”, mi hai detto con sguardo torvo “guardami negli occhi!”, espressione che uso sempre io quando voglio che smetti di fare i capricci, e poi “ma stai schessando!!!, non mi lassiate solo” e sei scoppiato in una risata contagiosa. Sei davvero un leader Matteo, e tutto questo è terrificante. La bellezza dei tuoi tre anni è devastante e ci lascia spesso senza difese. Sei un mistero ancora tutto da svelare ed io non posso neppure provare a capire, ma solo accoglierti, così come sei, sempre. Per sempre. Nelle vastità dell’amore che tu mi hai insegnato cos’è.

Donne nella resistenza

Con parole di latte e abbracci

districati da vite spezzettate,

Donne e commadri si sostengono

Si accostano timide. Donne

che si esercitano nel fare antico,

donne nella resistenza.

Madri che offrono i corpi

– rifugi ripari caverne -,

cucinano per tutti e mai per sé.

Latte scorre bianco di speranza

Inchiostro scrive solitudine.

Carne scivolata dentro il tempo

Capita tra i passi dondolanti.

Vita che segue nuove traiettorie.

temporali di luglio

24 luglio 2012

Cielo plumbeo, metallo fuso piove sui vetri, vento che ulula, spazza violento e selvaggio detriti e foglie. Occhi cercano oggetti seguendo le loro traiettorie. Non possono che errare. La mente a caccia di intuizioni come fantasmi. Impossibile possedere il fuoco, lo si può soltanto custodire. Custodire. È troppo cercare di combattere e manovrare sensazioni viscerali allo stesso tempo. Meglio andare lontano, meglio separarsene. Forse meglio scappare e rischiare di apparire insolenti e irrispettosi.

Imperativo categorico: riconoscere le trappole e non farsi rubare il fuoco. Mai. Neanche quando si è sott’acqua. Prima o dopo arriva il momento di liberare una rabbia che scuote i cieli e fa tremare la terra e in cui dare fuoco alle polveri. L’anima e lo spirito e il corpo gridano vendetta, gridano che il torto sia riparato. Ha provato le strade ragionevoli per ottenere un miglioramento, ma non portavano a nulla. Così, al momento giusto, andò a caccia della sua rabbia antica. Era il momento giusto per la pioggia, e pioggia fu.

La bellezza può essere affilata come una lama”. No. Che cosa falsa e turpe. Ogni bellezza è pura per i cuori puri e un’anima veramente selvaggia dovrebbe riconoscere e rispettare la bellezza senza lasciarsene turbare, senza volerla rubare, possedere, colonizzare. Ma la nostra, nella notte dei tempi, è diventata una specie cannibale. Troppi Ego ingombranti e bulimici si aggirano attorno ai fuochi, mostri informi come nani che escono dalle viscere della terra per ricoprirla con la loro sporcizia. Ed è proprio questa “la realtà che ha le mani di ciò che facciamo”. Pertanto lei oggi più che mai sa che siamo chiamate e chiamati a proteggere il fuoco dai nani e sa che non può farlo da sola, ma con un vero custode al suo fianco. Ci ha messo anni per segnare una differenza. Per rendere bello, vivo e visibile il suo fuoco. Anni di ascolto di se stessa e delle altre donne. Una vita spesa a progettare il futuro e a realizzarlo. Poco per volta. Pazientemente. Un cammino in cui sentiva di dovere fare spazio all’altra metà del cielo, agli uomini, ai padri, perché è interessata a ri-velare l’umanità di tutte e tutti. A tutte e a tutti quelli che le hanno dato una pista nell’intricato bosco delle relazioni tra i sessi e tra figli e genitori, lei dice grazie. Per i mille regali che riceve da loro ogni giorno, per le delusioni e le offese anche, perché non si può pensare ad ogni traccia utile, ad ogni fila di zampe e sentiero battuto se non con grande gratitudine. Dopo il temporale ha rammentato a se stessa che può sempre dissentire su pratiche e metodi e parole e non sentirsi in debito nei confronti di nessuno. Che la forza è nelle braccia che stringono il bastone-guida della propria libertà, che se te lo sei scelto fra tanti rami grezzi e rinsecchiti, costruito, levigato intagliato e decorato, sai che vuol dire e non te ne separi più. Se oggi lei è viva, intera, open-minded, generosa, libera, guardiana di fuochi e di acque, della creatività e della fecondità che ci abita tutti, tutte e tutti quelli che lo sono altrettanto sono sue sorelle e suoi fratelli. E il resto è storia.

Laureata

16 luglio 2012: L’Aps “Le Balate” si congratula con Marika Gallo per il traguardo raggiunto oggi con un meritato 110 e lode a conclusione del corso di Laurea in Lingue e Culture Moderne, discutendo una interessante tesi dal titolo “Corpi Materni, dal paradigma tecnocratico alla prospettiva ecocentrica”
Rel. Prof. Matteo Meschiari.

Gli auguri ufficiali mi lasciano sempre un po’ di stucco… fanno fatica a vincere il mio strano e basculante senso del pudore. Non posso che ringraziare tutti i soci dell’associazione che si sono stretti a me in questo giorno di festa.

Dopo lunghi mesi di silenzio raccolgo tutte le mie forze per tornare a scrivere sul diario di Pollicino. Come se scrivere su qualcosa che mi emoziona sia la linfa vitale che placa la mia sete, la mia ansia. Le immagini si impossessano di noi nei momenti più inattesi e noi ci sprofondiamo dentro come Alice dentro il buco del Bianconiglio. Basta un nulla. Un libro ingiallito mi riporta a tredici anni fa. L’Antigone di Sofocle, lo sfoglio per sentire l’odore degli anni trascorsi, tra le pagine sottolineate a penna e le traduzioni dal greco segnate a margine. Ero brava a scuola. Un discorso troppo lungo. Troppo ricco di ricordi che scavano nel cuore e troppo delicati anche per essere condivisi. Ricordo che la notte prima degli esami di maturità non chiusi occhio. Ricordo, di essermi buttata a capofitto l’indomani. Con rabbia e determinazione. Comunque vada, ricordo di aver pensato, io ci ho messo tutta me stessa. Poi è andata anche allora con il massimo dei voti, ma quello fu solo un dettaglio.

Ricordo lo sguardo amorevole e festante del professore Picone (latino e greco) e quello inorgoglito e scanzonato del professore Troisi (storia dell’arte). La tesina che discutevo era “le figure femminili, dall’antichità classica al mondo contemporaneo”, partivo dal confronto tra Antigone e Ismene e finivo con Nora di Ibsen e le donne nel regime fascista, un bel malloppo che racchiudeva praticamente tutto il programma svolto in un anno in tutte le materie… ricordo che avevo quasi tutta la letteratura latina e greca, quasi tutta la letteratura italiana e la storia dell’arte in programma, e il mio prof. di storia dell’arte, che voleva pavoneggiarsi con i membri della commissione esterna (perché all’epoca la commissione era per metà esterna) per una tra i suoi studenti modello – era la mia materia preferita, la storia dell’arte, tanto che sarei andata volentieri al Dams di Bologna a laurearmi, per come lui stesso mi suggerì, se solo avessi potuto – mi chiese l’unica cosa che lui sapeva che io avevo tralasciato: la città e il paesaggio urbano. Che c’entra con le donne? mi chiesi io quando mi fece questa domanda. Che ci fosse un link tra i due argomenti lo avrei scoperto solo molti anni dopo. Dopo un attimo di esitazione per la sorpresa di essere stata messa in difficoltà proprio da chi mi doveva sostenere di più, risposi correttamente, la memoria non mi mollò e nemmeno la favella. Lui sapeva che io sapevo. Io no.

Quello che venne dopo fu un progressivo sfilacciamento di stoffa. Iniziò dall’orlo e poi giorno dopo giorno persi tutta l’ambizione che avevo da ragazzina. “Io studio solo per passione e per me stessa, non per un pezzo di carta”, “abbasso tutte le istituzioni, l’università per prima, fatta per massificare un falso sapere e renderci schiavi del sistema!”. L’anarchica che c’era in me gridava rabbiosa i suoi sproloqui. La verità era che io non avevo tempo per aspettare la laurea, la Sissis e un precariato a vita. Volevo solo racimolare quattro spiccioli e sposare l’uomo della mia vita. E sono orgogliosa di averlo fatto a ventisette anni. Sono orgogliosa di avere saltellato come un grillo da un call center all’altro senza farmi mettere le zavorre ai piedi in nessuno di quei non-luoghi di alienazione. Sono orgogliosa di essere diventata madre quando il desiderio di esserlo eruppe dentro di me e non secondo le leggi non scritte di questa società antibiologica. E con la maternità arrivò anche la vera maturità e gli incontri giusti… “il potere si combatte all’interno della sua legge… e forse posso volgere a mio favore un sistema odioso per cercare di conquistare parola e raggiungere più persone per la mia battaglia civile”.

Asteroidi dalle sconosciute traiettorie. Forano il velluto nero del cielo e lo incidono con la loro scia di fuoco. Stazionano per un po’ nel nostro campo visivo per poi spegnersi chissà dove. Lontano. Ma da quel momento, la luce vista è un dono inaspettato, rischiara la pista sulla quale brancolavi, ti riconcilia con la nuda terra e con l’aria pungente di brina che ti entra dentro le narici e ti brucia i polmoni. Ringrazio dio, gli dèi, il fato per avermi fatto alzare gli occhi al cielo ed essere testimone di molteplici momenti di luce. Niente accade per caso. Che frase pericolosa… quanta gente ne fa un uso distorto e sviante. Il camminatore distratto inizia così a meravigliarsi delle stelle, ad inebriarsi della loro luce pulsante e intermittente e sull’onda dell’entusiasmo, col naso all’insù, si mette a cercare un significato recondito dietro ogni segno. E così perde le tracce. In questo modo, quella che poteva essere un’occasione per conoscersi meglio e procedere sui propri passi diventa una caccia ai fantasmi. Io ho appreso come è facile perdersi, con le ginocchia sbucciate, i piedi piagati e qualche taglietto qua e là, per questo ora seguo la strada davanti a me e nessuno può censurare la bellezza selvaggia che c’è nel progetto che la vita ha messo davanti a ognuno di noi né imbracare l’energia e strozzarla trattenendola dentro le viscere.

C’è stato un tempo, in cui la paura del buio e dell’incognito mi paralizzava, bloccava le mie possibilità. Non sceglievo, rimanevo semplicemente ferma, perché mi sembrava di sentirmi più al sicuro. “se sto ferma e zitta non mi accadrà niente di male” è stato il mio mantra per tanti, troppi anni. E così sono sprofondata nella colla dell’autoesclusione. Quella non era sicurezza, era fifonissima paura, che poi si è trasformata in inedia, collera e dolore incancrenito. Ieri ho concluso una fase della mia vita che rimarrà determinante. La mia famiglia intorno, le mie amiche un po’ più indietro e una fiaccola che stringo tra le mani per schiarirmi il sentiero davanti. Ora vedo un orizzonte davanti alla mia umanità ed è bello sentirmi in cammino. La mia voglia di rapportarmi con le persone, crescere, imparare, amare, essere nel tempo per non esserne travolta e vivere pienamente è straripante. Congratulazioni a me.

Tra dire e fare…

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…Un nuovo anno. Noi tre che attraversiamo il tempo tra le tue scoperte e le nostre domande. Tu che ci offri l’occasione di diventare piccoli, grandi, poeti, sognatori, liberatori, filosofi… Tu che ci inizi a porre interrogativi imbarazzanti, tipo perché il fuoco va in su e l’acqua va in giù, perché il sole va a dormire e la luna piange da sola al buio, perché Babbo Natale ha la barba e la Befana è vecchissima. Tu che ci insegni tante lezioni di vita e di morale coi tuoi terribili due anni. Tu che ci chiedi di darti una sorellina perché anche Pingu ce l’ha e poi mi specifichi che una nenna sarà tua e una sarà della sorellina. Io che sto scrivendo la tesi che non avrei mai scritto se non fossi diventata tua madre, dividendomi e moltiplicandomi tra te e papà, la mia nuova passione per le torte in pasta di zucchero, la casa, le cene con amici, perché casa nostra è una specie di porto di mare, l’università, il volontariato, la musica. Papà che accende la sua creatività e allena il suo senso estetico, è il tuo Babbu Vinsi ed il tuo complice. Sono mesi in cui il fare è più pressante del dire e il nostro”In viaggio con Pollicino” langue mentre i nostri giorni sono pieni, gravidi di nuovi progetti e speranze. Ti amiamo di un amore che più ne diamo più si autoalimenta, quest’amore liquido è un combustibile che più si consuma più si rigenera. Sei il destinatario e la ragione di ogni nostro progetto di vita. Buon anno e buona vita, figlio nostro.

Tra le costellazioni familiari e le liti sul web

Caro mio piccolo Pollicino, siamo entrati a piccoli passetti piumati in questo inizio di autunno che sembra ancora estate, in cui il sole è ancora piacevolmente caldo e le giornate si accorciano ogni sera di più tra i giochi, i balli, le ciucciate, i libri, le parole nuove acciuffate nella raffica di suoni che ti investono e ti arricchiscono. Scorre la vita e corre come le tue motociclettine e macchinine che fai scorrazzare sopra i mobili e i divani facendo brum brum con la tua voce bambina. Corre la vita sulle ruote che graffiano la base porta tv del soggiorno e scorre tra le pieghe del mio viso che ti sorride e si lascia solcare dalla gioia e dall’esuberanza dei tuoi ventidue mesi.

Vorrei che il mondo avesse la tua leggerezza e allegria, invece la gente non fa altro che litigare e rimuginare rancore e dividersi in fazioni sprecando un sacco di energie e ammalandosi di mal di stomaco, insomma, rovinandosi la vita. Perché non sappiamo stare in pace? Come mai le persone, pur riconoscendo di credere in certi valori si ritrovano invischiate nelle liti? I Valori, lo dice la stessa parola, sono le cose che valgono veramente nella vita, come per esempio la dignità umana, l’amore, la libertà, la famiglia, la vita stessa, insomma, cose di questo genere. Ma magari servissero i valori per fare cessare le inimicizie!!! Credo piuttosto che appellarsi ai valori quando si litiga non serva a un bel niente! Per un motivo semplice: anche il terrorista, paradossalmente, agisce e ammazza in nome dei valori, i suoi certamente. Ma anche chi lo contrasta in realtà fa lo stesso gioco, agisce ed uccide in nome dei propri principi morali.

Mamma non ti sta spiegando che bisogna lasciar stare i terroristi e rallegrarsi delle loro azioni, dice solo che si è accorta che se è veramente la pace che andiamo cercando, bisognerebbe cambiare strategia, perché più si insiste sul difendere i propri valori, più si creano barricate e distanze. So che questo post può sembrare un noioso predicozzo melenso, ma mi è scaturito da un motivo preciso: una lite sul web che ha avuto un bel po’ di risonanza mediatica tra mamme blogger psicologhe e pedagogiste che è coincisa con la mia partecipazione alle costellazioni familiari di Bert Hellinger condotte da Daniella Conti. In particolare, una cosa che Daniella ha ripetuto diverse volte durante la lunghissima giornata insieme all’associazione Colori di Luce a proposito della pace e della guerra mi ha folgorata..

C’è una chiave diversa che potrebbe aiutare a risolvere i nostri litigi o le nostre piccole o grandi guerre. Si chiama “le ragioni dell’altro”. E’ una chiave difficile, complicata perché ci costa di rinunciare a difendere i nostri preziosissimi valori. È tutta un’altra cosa che ti impone un cambiamento di ottica. A volte alcuni dicono “ io ti perdono e ti accolgo anche se mi hai fatto del male, perché Gesù ci ha insegnato a perdonare, e che se così facciamo siamo buoni e andiamo in paradiso”. Altri magari, che non sono cristiani fanno lo stesso perché dicono di professare la non-violenza, o dicono che accolgono l’altro perché sono giusti, ma questa gente anziché accogliere in realtà sta sopportando. Sopportare può essere una cosa nociva, che alla lunga ci fa ammalare. Poi c’è gente che si fa in quattro per cercare di convincere qualcuno delle sue verità, ma questo si chiama pretesa di cambiare gli altri, di portarli ad assomigliarci, in realtà non si sta accogliendo proprio nessuno! La pace nasce da un rovesciamento di prospettiva. L’altro nella sua diversità ha le sue ragioni e cercare di scoprirle e di accoglierle potrebbe essere la nostra fortuna. Leggevo altrove sul web – ma non mi ricordo più dove – che il mondo cresce sulle differenze, non sulle somiglianze, sennò gonfia, non cresce. Non ha senso quindi passare il tempo a spararci addosso, magari sbandierando l’idea che stiamo facendo chiarezza, che è giusto dire quello che pensiamo. C’è un solo gesto che porta luce alla vita, si chiama accogliere: in tutto ciò che è diverso da noi potrebbe esserci un’opportunità, anche per noi.

Tempo fa mi è capitato di essere insultata pubblicamente su facebook per le mie idee, in quella occasione l’unica cosa che seppi fare fu bloccare il contatto per non permettergli più di leggere quello che scrivevo e pensavo, convinta che così sia io che la persona che mi aggrediva saremmo state tranquille ognuna dentro il proprio orticello. È inutile controbattere, pensai, ed in fondo il tempo ha dimostrato che non ne sarebbe comunque valsa la pena. È stato allora che ho capito a mie spese la differenza tra accogliere e sopportare. È una strada lunga, lunghissima, quella della presa di consapevolezza delle azioni, dei rifiuti e delle nevrosi proprie e altrui, ma vale la pena di essere percorsa. Ok, lo so che quando si partecipa ad una costellazione familiare poi bisogna lasciare passare un po’ di tempo per metabolizzarla, non ne scrivo più, volevo solo appuntarmi questo concetto del “guardare il dolore del nemico” e “comprendere le ragioni dell’altro” prima di dimenticarmelo. 😀