Di tette giganti e Golem femmine

I risultati degli studi sul sesso sono precisi?

Se lo chiedeva Woody Allen nel suo famoso Tutto quelle che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere. In questo film del 1972 apprezziamo l’irriverente voglia di Allen di esorcizzare il pubblico dai suoi tabù culturali, puntando dritto su sesso, fulcro dell’opera, e su religione, argomento sempre delicato, proprio per il suo uso scanzonato e ironico dello strumento artistico. In uno degli episodi del film, un ricercatore e una giornalista fanno visita al laboratorio del sessuologo, rinomato studioso, il dottor Bernardo. Troveranno ad accoglierli il suo assistente Igor e una serie di strani esperimenti tra i quali uno particolarmente pericoloso per la cittadina circostante, una mammella gigante. Una comica citazione di “Frankenstein” in cui però ad essere riassemblato non è un Golem, ma una parte del corpo femminile, che nelle fantasie maschili della cultura occidentale gioca un ruolo importante. Geniale lo scioglimento dell’azione, in cui verrà sventolato un reggiseno gigante, anch’esso componente del gioco erotico maschile. Non aggiungo altro al momento e vi invito a guardare un estratto dal film.

Ecco, mi è tornato in mente questo film quando qualche giorno fa è apparsa la notizia di una provocatoria istallazione ad opera dell’agenzia di comunicazione londinese Mother (un nome, un programma!) sul tetto di un palazzo in un quartiere periferico di Londra. Una mammella gonfiabile per supportare l’allattamento in pubblico.

Una mammella gonfiabile per supportare l’allattamento in pubblico? Ho capito bene? Mi sono chiesta se chi ha partorito questa idea volesse citare la Macrozinna alleniana, e soprattutto che tipo di messaggio subliminale arrivasse all’inglese medio rispetto all’idea di avere una tetta sul tetto.

Mi sono chiesta: davvero rappresentare l’allattamento attraverso una mammella gigante lo promuove? Più vedevo la foto, (perdipiù in cui il capezzolo veniva pixelato da Facebook!) più trovavo in tutta questa vicenda un modo come un altro per reificare la relazione di allattamento, per ridurre una parte del corpo femminile e la sua capacità di produrre latte e nutrire, che non è la stessa se manca lo sguardo, l’abbraccio, la presenza del neonato, ad un prodotto commerciale. Che differenza c’è tra l’utilizzo del seno, quasi sempre rappresentato come separato dal resto del corpo per vendere e consumare e questa istallazione? Da cosa l’inglese medio dovrebbe capire che si sta promuovendo la libertà di nutrire i neonati ovunque? Davvero una “tetta sul tetto” promuove l’allattamento in pubblico? O denota piuttosto una forma di psicosi collettiva? Ritengo che nel panorama attuale il concetto di “seno” sia un vero e proprio Objectum temporis nostri, prodotto di una cultura che cancerizza le donne e ne viviseziona i corpi (ovulo-utero-vulva-seno) per immolarli sull’altare della Grande Madre del consumo. Tra postmodernità e arcaismo, potenza imperiale e decadenza stiamo assistendo a un gioco pesante. Invasivo e mirante a raggiungere le pieghe più nascoste del corpo femminile e della sua simbolica, separandola in parti non più integrabili

Qui trovate la notizia sull’iniziativa #freethefeed

https://www.dailybest.it/pubblicita/un-seno-gigante-apparso-londra-supportare-lallattamento-pubblico/

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Riprendersi il Rosso

Ieri si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

 Il rosso è il colore con cui le scarpe dell’artista Elina Chauvet hanno raccontato, anche per le strade di Palermo, il femminicidio e, soprattutto, l’assenza delle donne uccise.

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Nel suo bellissimo Donne che corrono coi lupi Clarissa Pinkola Estès scrive:

Vita e sacrificio vanno di pari passo. Il rosso è il colore della vita e del sacrificio. Per vivere una vita vibrante dobbiamo fare sacrifici di ogni genere. Per frequentare l’università si devono sacrificare tempo e denaro, e bisogna concentrarsi molto nell’impresa. Per creare occorre sacrificare la superficialità, qualche sicurezza, e spesso il desiderio di piacere, e far affiorare le intuizioni piùintense, le visioni più grandiose. Il problema sorge quando il sacrificio è grande ma da questo non nasce vita. Allora il rosso è il colore della perdita, non della vita.”    (C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, pp.229-230, Frassinelli).

Ieri abbiamo ricordato assenze assordanti, oggi dobbiamo dare corpo a quelle assenze, raccontando presenze differenti.

C’è tanto lavoro da fare. E’ necessario che gli uomini prendano parola su tutto questo, perché la violenza maschile non è “una questione di donne”.

Molti hanno cominciato a farlo.  L’associazione Maschile Plurale, per citarne una, sta facendo un grande lavoro per esempio.  “Incontrare la libertà e l’autonomia femminile – scrivono (Qui) – ci mette di fronte al nostro limite e alla nostra parzialità. Quest’esperienza, invece di essere motivo di frustrazione, può dare inizio alla ricerca di una relazione libera, di uno scambio sessuale e affettivo nella differenza. Si tratta, per noi, di seguire un’altra idea di felicità, liberando la nostra capacità di cura e il piacere dell’incontro, mettendoci in gioco fino in fondo nella relazione con l’altro/a”.

È necessario decostruire nelle nostre vite gli stereotipi del maschile e del femminile che ingabbiano tutte e tutti. 

È necessario che il rosso torni ad essere prima di tutto il colore dell’energia e di una vita spesa a raccontare la propria creatività.  Non solo, non soprattutto, quello del sangue rubato, versato e perduto.

rosso

 

Il corpo delle madri e la rivoluzione dello sguardo

Jade ed Ana sono due donne diventate madri, come tante altre donne.

Jade è di Tucson (Arizona), Ana è argentina. Le accomuna una camera oscura e il progetto di portare alla luce il corpo delle madri così com’è: senza veli intessuti di stereotipi ed edulcoranti.

Jade non è una professionista dell’obiettivo. Da sempre, però, è appassionata di fotografia e dopo aver partorito la figlia, ha iniziato con degli autoscatti a fissare il cambiamento del suo corpo mostrando cicatrici e smagliature senza levigare con foto-ritocchi. Ha pubblicato su facebook il racconto per immagini della sua trasformazione ed ha iniziato a ricevere “foto-sorelle” da donne di tutto il mondo: un coro non di voci, ma di corpi e visioni. Ne è nato “A beautiful body”, un progetto fotografico ed un libro con cui Jade e le altre si propongono di contribuire alla decostruzione dell’idea univoca di bellezza femminile e, soprattutto, di sensibilizzare alla verità e alla bellezza dei corpi reali delle madri.

Pancia

Le immagini di A beautiful body aprono la scena a corpi nudi ma non separati dalla loro storia, per questo sono tutt’altro che oscene.

Post 1 «Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione non dispiega una scena intorno a sé, cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno – scrive Umberto Galimberti – perché offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità di quel cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci (…) per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla messa in scena, dove non si celebra la trascendenza del corpo ma la sua opacità.» (U. Galimberti, 2004. Le cose dell’amore. Feltrinelli, p. 79)

Sono immagini piene di fascino e autorevolezza quelle di Jade, trasparenti di un sapere radicato nell’esperienza corporea.  È possibile visualizzare le fotografie di A Beautiful body  sul sito http://www.abeautifulbodyproject.com/ o visitando la pagina facebook  https://www.facebook.com/JadeBeallPhotography?fref=ts.

Ana, invece, è una professionista dell’obiettivo ed ha deciso di fotografarsi negli istanti appena successivi alla nascita di sua figlia, facendo a meno di qualsiasi tecnica di foto-ritocco. Nei suoi autoscatti a colori c’è il sangue vivido e ci sono la placenta, il cordone ancora attaccato, la stanchezza, il sudore, il sorriso.

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«Con questo mio autoritratto – dice Ana Alvarez Errecalde – voglio mettere in discussione l’idea della maternità comunemente trasmessa dal cinema, dalla pubblicità e dalla storia dell’arte. Quelle immagini di maternità rinforzano stereotipi che provengono da fantasie eterosessuali maschili in cui persiste il dualismo madre/prostituta e dall’abitudine a sacralizzare tutto ciò che ha a che fare con la maternità. Con queste foto ho voluto raccontare la mia esperienza di maternità: per partorire mi apro, mi trasformo, sanguino, grido e sorrido. Sto in piedi ancora con la placenta dentro di me, unita a mia figlia attraverso il cordone ombelicale e decido quando fotografare, io sono la protagonista. Attraverso il parto tolgo il mio velo culturale. La mia maternità non è verginale e asettica. (…) In questi scatti io mi espongo tanto quanto si espone chi li guarda. Io espongo la mia intimità, ma chi mi guarda espone i suoi pregiudizi (…).» «Mostro una maternità – aggiunge Ana Alvarez Errecalde – non vista attraverso gli occhi di Eva (e la punizione divina del “tu partorirai con dolore), ma attraverso gli occhi di Lucy, la più antica ominide ritrovata fino ad oggi». (Fonti: http://www.alvarezerrecalde.com/ e ‘Autorretrato Umbilical – Intervista ad Ana Alvarez Errecalde’ http://vimeo.com/64946088 )

Se le foto di Jade Beall, pur con il loro coraggioso portato di verità, potrebbero tutto sommato esser presto ricondotte – ed erroneamente ridotte – a quell’arte coraggiosa che sceglie la bellezza dell’imperfezione, le immagini di Ana Alvarez Errecalde non consentono neppure per un momento di appigliarsi al già noto. La loro realtà spiazza, come una lancia scagliata da un altro tempo.

Sarà per via di tutto quel sangue. Sangue che ci fa pensare all’animalesco, allo sporco, alla malattia, alla mortalità. Sangue che associamo alla prosa della chirurgia, ma che non vogliamo vedere nelle foto di nascita, anche quando lo scenario è una sala parto ospedaliera; anche in un tempo come questo in cui è di moda il foto reportage del parto e il reality ha varcato la soglia dei reparti di ostetricia. Crediamo, probabilmente, che quel sangue possa strappare il velo di purezza che con solerzia stendiamo sulle donne diventate madri. Pensiamo che sporchi la sacralità della nascita, che ne contraddica la poesia e che neghi, come un ossimoro, la vitalità del primo vagito. Ma quel sangue che omettiamo come un tabù dalle foto come dalle fantasie sul parto, c’è sempre stato e ci sarà per per Rosaria e Rosalia come per Belen Rodriguez o per Kate Middleton e il suo royal baby.

L’esperienza delle donne, con il suo sangue misconosciuto e temuto, non ha avuto il potere storico di creare un’altra possibile associazione – quella tra sangue e ciclo vitale – e di imprimerla nell’immaginario collettivo.

Lavori come quello di Jade Beall o di Ana Alvarez Errecalde tuttavia non sono esempi, ma testimonianze. Il punto non è imitarle, magari travisandone le intenzioni, e così, lanciando un nuovo e sterile voyuerismo sul corpo delle donne, nella rete. Credo che il punto sia stare a sentire corpi che si raccontano e ascoltare ciò che hanno da dirci su di noi, sui miti e sui pregiudizi invisibili che guidano i nostri occhi, su ciò che non ci piace vedere e su ciò che forse potremmo ri-vedere e ri-definire bello, interessante e perfino attraente, con occhi liberati e lenti nuove.

Il punto di partenza è un punto di vista che apra ad una lenta ma inarrestabile rivoluzione dello sguardo.

Luisa Bonura

 

Tutto parla di te. Una riflessione sulla maternità raccontata da Alina Marazzi

Tutto parla di te è il nuovo lavoro della regista Alina Marazzi. 80 minuti per una intensa e poliedrica narrazione dell’essere madre, dell’essere donna, dell’essere figlie e di un intreccio possibile, tra luci ed ombre, cucendo parole spezzate.

bianco e nero

Pauline – Charlotte Rampling – è una ricercatrice, un’etologa tornata a Torino dopo anni all’estero per uno studio sulla maternità umana. Con il suo incedere lieve e silenzioso ed il suo sguardo ricettivo, entriamo in punta di piedi nella Casa Maternità, un luogo di aiuto ma, soprattutto, di connessione per le madri. Ad accoglierla sarà Angela (Maria Grazia Mandruzzato) che da anni si occupa del centro, incontrando quotidianamente quel cerchio di madri che diventerà per Pauline spazio per costruire un sapere incarnato, lasciandosi toccare fin nell’intimo di una memoria tragica di figlia. L’incontro chiave sarà quello con Emma (Elena Radonicich) giovane ballerina che affronta una maternità spiazzante. La nascita di suo figlio ha sfilacciato il suo senso di sé precedente fin quasi a bucarlo: “quando lui piange. io il più delle volte piango con lui” – racconta Emma a Pauline – “questo essere umano per tutta la vita dipenderà da me e per tutta la vita avrò questa responsabilità. A volte mi guarda con gli occhi fissi e sembra quasi rimproverarmi.. è così fragile. Non ce la faccio più”. Lo raccontano le sue parole, lo dice il suo sguardo sbiadito, lo ribadisce la sua irritazione a fior di pelle: si sente costretta a stazionare sull’orlo di un baratro, davanti al quale non riesce neppure a lasciarsi cadere. La forza di gravità che la sorregge è la prospettiva del senso di colpa, farmaco pericoloso che può repentinamente rivelarsi veleno e spinta verso quello stesso strapiombo. In un gioco di rispecchiamenti, Pauline ri-conosce quel veleno: appartiene al suo passato di figlia di una madre disperata degli anni 50 che ha conosciuto lo stesso dolore cavo che ora abita lo sguardo svuotato di Emma. Ed in questo ri-conoscimento, Pauline troverà l’unica via d’accesso ad una sofferenza che la chiama in causa: “Ho capito che posso aiutarti solo raccontandoti di me e di quello che sono stata in questi anni” dirà ad Emma. Alina Marazzi dà corpo alla complessità dei sentimenti legati alla maternità integrando la fiction con una varietà di linguaggi diversi: la fotografia, i vecchi filmini in super 8, l’animazione, i filmati d’archivio degli anni 20 e le video-interviste a madri di oggi che raccontano la loro esperienza reale e che, in dialogo con la finzione, diventano le testimonianze studiate dal personaggio di Charlotte Rampling. Di grande suggestione la scelta di introdurre nella pellicola opere pittoriche che appaiono come proiettate sui muri degli interni, tra una scena e l’altra. Sono immagini di grande risonanza: corpi sfuocati di donne senza volto, danzatrici i cui movimenti sembrano interrotti e pietrificati dentro a pareti domestiche. La dimensione della casa/prigione ritorna con grande potenza evocativa in una bellissima sequenza in stop motion in cui i pupazzi di una (Ibseniana) casa di bambole ritrovata da Pauline, si animano e drammatizzano la tragedia consumatasi durante la sua infanzia. Tra le video-testimonianze combinate alla cornice della finzione, c’è un’intervista a Maria Patrizio, oggi ricoverata a Castiglione delle Stiviere – nell’unico ospedale giudiziario femminile d’Italia – per aver ucciso il proprio figlio nel Maggio del 2005. All’epoca di lei e del suo gesto estremo si disse, tra molte altre cose, che la maternità aveva probabilmente mandato in frantumi le sue aspirazioni ad entrare nel mondo delle spettacolo.

Ecco uno stralcio di un articolo di Repubblica che la descrive:

Figlia unica di una famiglia di operai, bella biondina, dai grandi occhi scuri, fisico minuto ma interessante, prima di sposarsi aveva avuto anche qualche ambizione nel mondo dello spettacolo”. (Repubblica, 1 Giugno 2005)

Una descrizione velatamente giudicante che – forse non a caso – sembrerebbe attagliarsi anche alla protagonista di Tutto parla di te. Ma Alina Marazzi interroga l’equivoco e, attraverso una prospettiva storica, racconta di una sofferenza materna che non ha a che fare con la rottura dei sogni patinati dell’individualismo contemporaneo, ma con la solitudine radicale delle madri di questa come di altre epoche spesso erroneamente mitizzate. La solitudine di cui Alina Marazzi ci racconta è quella di donne che si confrontano con un intero “villaggio” in cui tutto parla di lui (del figlio), mentre poco o nulla parla di lei – la donna, la compagna, la figlia diventata anche madre – nella sua complessità identitaria. Un parlare, questo, che svilisce la madre quanto i figli, quei figli che invece “sono molto più forti di quello che noi crediamo” come dirà Pauline ad Emma. Un parlare che dipinge i bambini come complicati elettrodomestici da programmare con tanto di astrusi manuali d’uso, restituendo alle loro madri immagini di piccoli Dei di vetro incapaci di insegnare loro alcunché e, pertanto, indegni di fiducia e d’ascolto.

Bambini così pensati, non potranno che sancire l’inadeguatezza materna. Tra le molte donne (madri, suocere, sorelle, zie) che attorniavano un tempo la scena del parto insegnando come allevare figli per la nazione o come diventare mamme felici di bimbi sani e paffuti, così come nella folla asettica degli scenari attuali della nascita, sembra esserci posto solo per un discorso sulla madre e su ciò che deve fare ed essere per il bene del figlio e per non nuocere al villaggio, rurale o globale che sia. Al crocevia della nascita, un’identità che potrebbe espandersi ed integrare, incontra messaggi ambigui di scissione tra l’essere madre e l’essere donna, insieme a soverchianti domande di performance, oggi come allora.

Nel film incontriamo pochissimi uomini periferici e disorientati ai quali pare perfino necessario ricordare che “la maternità non è un handicap”, ma tra le righe il film parla anche di loro: della loroassenza o lontananza, dei loro tentativi blandi di esserci, del loro sguardo. Alina Marazzi dice poco di loro, in qualche modo interroga anche gli uomini, ma non ne immagina al loro posto una risposta e concepisce un film che nei confronti del maschile rimane domanda in attesa di risposta, rilanciando la parola.

Nel film di Alina Marazzi ho rivisto donne che ho conosciuto ed ho incrociato uno sguardo prezioso, quello di Pauline: uno sguardo permeabile, fatto di un silenzio paziente che fa posto, permettendo ad un’Altra di condividere un’esperienza di sé che inevitabilmente ci tocca e chiama in causa il nostro essere donne e figlie, anche quando non siamo madri. Alina Marazzi ha raccontato di donne che trovano la strada per ri-conoscersi e con il suo stile complesso – ma mai complicato – ha parlato dell’unica possibile chiave d’accesso al dolore di un’altra donna: quella che apre ad una conoscenza a partire da sé e ci fa togliere le scarpe sulla soglia dell’esperienza dell’Altra.

Luisa Bonura

Trailer – Tutto parla di te

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L’allattamento al seno, un evento biopolitico

Brani tratti e riadattati dalla tesi Corpi materni. Dal paradigma tecnocratico alla prospettiva ecocentrica.

Di Maria Caterina Gallo

ANTROPOLOGIA CULTURALE E NASCITA

La gravidanza, il parto e l’allattamento non sono solo eventi biologici e psicologici, ma dalle forti implicazioni sociali perché costituiscono il sistema culturale situato alla base della relazione di reciprocità sulla quale si cementano i legami parentali, per tale motivo nella storia umana la nascita valica il confine dell’esperienza individuale per assumere pregnanza simbolica, significato pubblico e valenza politica.

Le pratiche rituali della maternità e dell’alimentazione dei neonati attestate nelle diverse culture si situano infatti nella cerniera tra natura e cultura, tra sfera privata e società. Più di ogni altra costruzione prettamente culturale, tali rappresentazioni potrebbero offrire uniformità interpretativa a dati etnografici dissimili e sarebbero quindi particolarmente rivelatrici di quei segni e significati che vi soggiacciono sui quali si interroga l’antropologia culturale, eppure, come notano Wenda Trevathan e Brigitte Jordan, i cui libri sono le migliori fonti disponibili, sono troppo poche le ricerche transculturali sulla nascita e sull’allattamento al seno fatte sulle popolazioni umane. Ciò nonostante, questa tesi vuole azzardare che ciò che accade durante la nascita riflette il modo in cui consideriamo la vita tout court.

Lo studio della modalità con cui si partorisce e il rapporto tra madre e lattante è un ‘rilevatore’ della cultura di una intera società, del ‘posto’ che una donna occupa in essa, (Ranisio 1998: 20) del ruolo sociale che quella cultura attribuisce al corpo e all’individuo sin dalla sua nascita.

La scarsa produzione in ambito culturale su un argomento come questo da integrare alla copiosa letteratura medica e psicanalitica, dimostra come la convinzione che gravidanza parto e allattamento siano questioni legate alla salute più che alle configurazioni sociali e che poco influenzano i rapporti di potere in atto nelle varie culture, sia molto diffusa e radicata. Questa tesi vuole dimostrare il contrario, ovvero che il modo in cui si mettono al mondo e ci si prende cura dei figli sia una questione di potere, e per farlo si servirà degli strumenti analitici dell’antropologia culturale.

I primi rilievi di carattere antropologico sulle modalità di parto e sulle relazioni materno-infantili che propone sono:

  • Nelle società industriali ad alto livello scientifico come la nostra, le macchine – siano esse altamente tecnologiche come le ecografie o rudimentali come le bilance – divengono i protagonisti della scena, i feticci che danno potere a chi li interpreta e li sa usare e in assenza dei quali l’evento della nascita stesso cambia i suoi connotati.
  • Nel nostro modello culturale dominante, il medico, l’uomo titolato che indossa il camice bianco, col suo gergo tecnico che lo separa gerarchicamente dal paziente, è uno dei ministri dell’ordine simbolico e dirige gli assi di potere insieme al prete e al politico.
  • Se le donne sono considerate da una società, sarà più facile che in quella società i momenti della gravidanza del parto e dell’allevamento dei bambini vedano le donne come attrici della scena e non come oggetti su cui intervenire medicalmente o soggetti da istruire paternalisticamente.
  • Il corpo materno, è come ogni altro corpo «immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono, lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, lo obbligano a certe cerimonie, esigono da lui certi segni». (Foucault 1976: 28)

Foucault rubrica sotto il termine di “biopolitica” dispositivi e pratiche di sapere e di potere che assoggettano le istanze del corpo a  funzioni di produzione e consumo. Applicato qui al corpo materno, il concetto di biopolitica  mette in luce la normalizzazione razionalistica e scientista di controllo della gravidanza, del parto e dell’allattamento avvenuta con l’ospedalizzazione della nascita e con la diffusione dell’alimentazione artificiale, come veicolo di regimi discorsivi sul sapere del corpo che mirano a colonizzare la sfera emotiva e sessuale delle donne.

Da quanto precede è indubbio che anche in campi come quello ostetrico la riflessione antropologica sul corpo delle madri e dei neonati possa dire la propria parola. Il vantaggio dell’approccio antropologico culturale su un argomento come questo è la possibilità di rendere l’analisi stessa una metanalisi anche all’interno di campi già abbondantemente esplorati, rimettendo in discussione i saperi che finora hanno monopolizzato la questione. Alla fine di questo testo mi auguro che il lettore convenga con me che nella maggior parte delle società gravidanza, parto e allattamento, momenti cruciali della sessualità femminile, sono oggetto di una considerevole elaborazione culturale e che sia nel versante ‘tecnocratico’ che in quello ‘ecocentrico’, il corpo delle donne si riduce alla metafora di qualcos’altro e subisce un’espropriazione dalle conseguenze non del tutto esplorate. Inoltre, come accennato sopra, il modo in cui le donne danno alla luce e nutrono i neonati influenza ed è influenzato dalle coordinate culturali fondamentali con le quali leggiamo il mondo come quelle che definiscono il concetto di persona, di genere, di potere, spazi embricati sui quali si fonda l’intero ordine sociale.

(…)
UNO SGUARDO CRITICO SULLE PRATICHE DI ALLATTAMENTO

L’allattamento è il prototipo delle relazioni affettive.

Nel sistema di vita occidentale, però, tutto concorre ad alterare le cognizioni iniziali che  il bambino e la bambina si fanno del loro corpo e della loro relazione con l’altro. Le figure attive nell’allattamento non sono infatti nutrice e lattante, ormai sullo sfondo,  ma orologi, bilance, culle, biberon, sterilizzatori, indumenti, in una parola oggetti, che separano fisicamente gli spazi del bambino e della madre.

Sebbene pochi antropologi si siano occupati dell’allattamento nel mondo e del “costume” di non allattare al seno in Occidente e manchi una critica culturale che integri il sapere medico e psicoanalitico sulla questione, i pochi dati disponibili riportati da Vanessa Maher ( nel suo volume Il latte materno, i condizionamenti culturali di un comportamento,1992, edito da Rosemberg e Sellier) mettono in rilievo le condizioni socio-culturali, a partire dalle diseguaglianze sessuali ed economiche, nelle quali le madri in molte parti del mondo sono costrette a nutrire i loro bambini. L’attuale dibattito sull’allattamento al seno verte sulla convinzione che tale pratica prevalga laddove non esista l’alternativa artificiale. In realtà l’allattamento, come ogni altro aspetto della sessualità delle donne appare particolarmente soggetto alla manipolazione culturale e nella maggior parte delle culture, anche quelle rurali, già dai primi mesi, se non dai primi giorni, il latte materno viene integrato con pappe di cereali (Africa), acqua di riso (Asia sud-orientale), infusi di erbe (America centrale). Inoltre in molte culture esiste un apparato di credenze sul “latte cattivo” che affermano implicitamente che una madre possa nutrire bene i suoi figli solo in un contesto rilassante e rassicurante in modo che non venga inibito il riflesso del latte (Maher 1991:176). Ogni tabù sul “latte cattivo”, come quello di non allattare in gravidanza, non allattare dopo certi lavori pesanti, non allattare se si sono ripresi i rapporti sessuali, non allattare se ammalate…, potrebbe leggersi come una difesa culturale delle madri da un destino di sfiancamento e deperimento legato non all’allattamento, ma alla sottonutrizione, all’obbligo di essere sempre disponibili sessualmente il prima possibile dopo il parto e alla impossibilità di opporsi al destino di mettere al mondo figli per immettere forza-lavoro che la società richiede loro almeno dalla nascita dell’agricoltura, quindi da almeno 12.000 anni. I medici sostenitori dell’allattamento al seno invece oggi criticano aspramente queste credenze e rispondono “scientificamente” che una madre che sta male può allattare, può allattare anche se è incinta e se fa un lavoro faticoso ma mostrano una certa sordità nei confronti della condizione di sperequazione sociale nella quale sono costrette le donne in molte parti del mondo. Inoltre ancora oggi i “privilegi” del marito vengono anteposti ai bisogni del bambino e l’apparato mediatico ricorda continuamente alle neomadri di essere “prima di tutto donne e poi madri”. Con quest’affermazione si sott’intende una concezione della donna prettamente maschilista, perché in realtà un aspetto che non viene evidenziato dell’allattamento è la sua componente libidica. Maternità e sessualità femminile sono infatti interconnesse come non lo sono paternità ed esperienza sessuale maschile.

LA DIALETTICA TRA PIACERE E DOVERE

Attraverso il corpo della donna che ci ha messi al mondo si gioca nel periodo primario della nostra vita, nella quotidianità fatta per lei di gioia e felicità ma anche di notti insonni, di stanchezza cronica, di pressioni sociali eppure così socialmente e culturalmente invisibili e misconosciute, la solidificazione di un tempo e di uno spazio sociale che incrosta ciò che per sua natura è profondamente fluido e mutevole. Gli orari delle poppate che danno i pediatri alle dimissioni dall’ospedale alla madre perché li rispetti, si impongono sull’atemporalità spiraloide del periodo primario. In una lotta materna in cui salute, benessere e libertà reciproche di madre e bambino vengono continuamente contrattate, si scontrano tempi e luoghi naturali, individuali e collettivi. Il latte arriva, come prima sono arrivate improvvise le contrazioni e come in un tempo ancora più lontano sono arrivate le mestruazioni per la prima volta, irrompendo sul tempo sociale con il loro ritmo recalcitrante nei confronti degli incalzanti ritmi della produttività. Nel momento in cui il latte arriva – ed i bambini, se nelle prime settantadue ore non si è interferito con il loro innato istinto di suzione, sanno come farlo arrivare – la madre è condizionata dal suo corpo a darlo o è torturata dalle sue stesse mammelle che al primo pianto del bambino iniziano a gocciolare di latte, il suo unico bisogno diventa allattare il bambino per provare un sollievo quasi erotico mentre diminuisce la pressione nelle sue ghiandole. Definire “erotico” questo sollievo può sembrare sconcio se non vagamente incestuoso, ma in realtà attesta come la nostra lingua sia uno strumento che contempla solo un certo tipo di sessualità e che quest’ultima sia il metro di misura di ogni altro piacere, sottintendendo che le sensazioni sessuali provate durante gli accoppiamenti sono prioritarie rispetto a quelle che provano le donne nell’accudire i propri bambini. E se invece si descrivessero ad esempio le contrazioni dell’orgasmo femminile come “materne”? Certo, anche l’aggettivo “materno” riferito all’orgasmo è riduttivo quanto quello “erotico” in relazione all’allattamento, eppure le reazioni piacevoli della madre mammifera alla stimolazione dei capezzoli durante l’allattamento hanno preceduto, in termini evolutivi, quelle erotiche della stimolazione durante i rapporti sessuali (Hrdy 2001:401). Tacere che le reazioni alla gestazione, al parto e all’allattamento producono piacere sessuale, relegando il piacere e la sessualità femminile solo all’accoppiamento, l’unico momento in cui si sprigiona la sessualità maschile adulta, contribuisce alla difficile integrazione dei vissuti corporei femminili in relazione alla maternità.

Le difficoltà nell’allattamento avvertite dalla maggior parte delle donne da me intervistate a Palermo sono in gran parte attribuibili all’ospedalizzazione della nascita, alla subordinazione alla cultura quantitativa della scienza medica e alla subalternità al pensiero dominante. Ma quasi nessuna delle madri metteva in dubbio la necessità di delegare al sapere medico la gestione del proprio allattamento o la necessità di sottomettersi alla tirannia del tempo sociale che le vuole subito in forma fisicamente e produttive entro il minor tempo possibile. Il senso di impotenza materno proiettato sul latte “troppo poco” o “troppo grasso”, che nasconde le tacite difficoltà nell’affrontare il pianto del bambino, comporta uno svilimento e un’alienazione della madre dal proprio corpo, reificato in un latte che “non basta” o che “va via”. L’alienazione simbolica del latte materno, considerato più un prodotto che un processo, è un fatto sociale e collettivo dalle radici culturali molto profonde e non riguarda solo i vissuti singoli delle madri né può essere liquidato con la semplicistica spiegazione dell’aggressione del mercato della formula artificiale. Anche in contesti storicamente e geograficamente molto distanti dalla società dei consumi le donne hanno cercato una valida alternativa all’allattamento esclusivo e a richiesta, sia attraverso il baliatico che con l’introduzione precoce di alimenti di transizione, spesso con esiti nefasti per la salute dei bambini. (Uno dei casi più eclatanti è l’abbandono di massa dell’allattamento al seno da parte delle madri islandesi per oltre due secoli dal XVII al XIX secolo, che ebbe conseguenze demografiche disastrose).

RIAPPROPRIARSI DEL CORPO

Una delle tante spiegazioni possibili di questo comportamento solo apparentemente irrazionale potrebbe essere che spesso alla donna, sin dalla nascita, non è permesso di includere nel suo processo di costruzione dell’identità il proprio io corporeo giungendo al momento della gravidanza e del parto impreparata. Spiega bene questo fenomeno Margaret Mead confrontando il modo in cui vengono educate le ragazze americane degli anni trenta e quelle che vivono nella Papua Nuova Guinea (si vedano i due libri dell’antropologa americana Sesso e Temperamento, 1935 e Maschio e Femmina, 1949 entrambi editi in Italia da Il Saggiatore).

L’attuale atteggiamento collusivo con la gestione biopolitica del suo corpo, che la conduce a considerare l’allattamento solo come un vantaggio dal punto di vista nutritivo per la salute del bambino, e non come espressione della propria identità e soggettività tanto corporea quanto  sociale, fa perdere alla madre il contatto con il proprio desiderio o la propria avversione di allattare il bambino che ha portato in grembo. Le donne stesse contribuiscono, in base alle dinamiche che abbiamo analizzato, alla rappresentazione del corpo materno come una macchina che deve essere guidata a svolgere il suo compito “naturale”, e quindi come qualcosa di separato da loro come soggetti titolari di ruoli sociali.

Le donne che diventano madri in Occidente in questo momento storico in cui le politiche sanitarie enfatizzano i benefici dell’allattamento al seno, sanno che se scelgono l’allattamento fisiologico sono investite di un forte valore simbolico, offrendo un modello che contrasti la cultura dell’Artificiale, ma non si rendono altrettanto conto di correre il rischio di essere manipolate dalla mentalità biomedica che continua a dire l’ultima parola sul loro corpo e che magnifica le virtù del latte materno, presentandolo come una pozione magica, un “antidoto” contro tutte le malattie dalle proprietà miracolose con il tacito intento di carpirne la formula per riprodurlo o di ribadire alle donne che il loro ruolo nella società deve essere relegato alle loro funzioni biologiche. Un’analisi dettagliata di questo fenomeno potrebbe essere lo studio della retorica con la quale tanto le lobby del mercato di sostituti del latte materno quanto quelle della promozione e sostegno all’allattamento al seno enfatizzano i benefici dello stesso: di fatto tra la retorica e la mitizzazione, una delle ragioni per cui allattare oggi in Italia risulta così difficile non è la sua inconciliabilità con i tempi della produzione (infatti allattano più a lungo le donne che hanno un posto di lavoro e un livello culturale più alto), ma avere affidato un aspetto così intimo del corpo delle donne alla propaganda medica. Un organismo sanitario internazionale come l’OMS non può limitarsi a raccomandare una pratica la cui responsabilità ricada esclusivamente sulle donne senza affiancare a questa prescrizione pressioni politiche a sostegno della genitorialità e della prima infanzia e un’analisi contestuale dell’ampia varietà di fattori (culturali, sociali, economici, politici, sociobioligici) che influenzano tale pratica. Se è vero che solo il 20% delle madri allatta in modo esclusivo fino ai sei mesi, se ne deduce che viviamo in una cultura che favorisce nettamente il costume di non allattare al seno. Basta sfogliare un giornale per neomamme e mamme in attesa, e contare quanti neonati si vedono aggrappati a un biberon o a un ciuccio invece che al seno della propria madre, e se ne deduce la stessa cosa. Eppure è indubbiamente vero quello che lamentano tante donne, che si sentono inadeguate e colpevolizzate perché danno il biberon, perché provano dolore o fastidio ad allattare come se vivessero circondate da donne dalle mammelle generose e loro fossero le uniche a incontrare difficoltà.

Il controllo istituzionale sulla donna è passato sin dalle epoche più remote sul suo corpo, smembrandolo. Per tale ragione in un’epoca di profonda trasformazione, non può esserci emancipazione femminile senza una più profonda presa di consapevolezza che la libertà dal giogo del potere dovrà passare attraverso il corpo, recuperandone l’integrità.
L’emancipazione d’identità passa anche attraverso il riconoscimento, non la negazione, attraverso l’integrazione, non la rimozione dei propri vissuti corporei, di cui l’allattamento al seno è una delle più forti e intense esperienze.

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