waiting for… Corpi materni

Corpi materni, dal paradigma tecnocratico alla prospettiva ecocentrica, è la tesi di laurea in antropologia culturale che ho discusso a conclusione del mio corso di studi in Lingue e Culture moderne e che presto, spero, sarà un libro, ma in questo momento è solo un manoscritto in cerca di un editore.

La maternità, storicamente terreno di pascolo ideologico, nell’esperienza contemporanea è permeata da diversi modelli culturali che possono situarsi in due contrapposte direttrici. La prima è quella biopolitica e tecnocratica, che assoggetta le istanze corporee a funzioni di produzione e di consumo e in cui il progresso tecnologico è usato come risorsa di potere che permette questo asservimento del corpo. La seconda invece è la prospettiva ecocentrica, che enfatizza il ruolo centrale della cosiddetta «ecologia del grembo» per offrire una zattera che consenta di uscire dal naufragio esistenziale della contemporaneità, ma che, tuttavia, si intromette nella (non) riflessione sulla maternità rischiando di diventare terreno di coltura per germinazioni neopatriarcali. In questo intreccio di culture, modelli e interessi diversi si situano tutta una serie di fenomeni culturali nuovi e di grande interesse antropologico come l‘attachment parenting, il maternage, i gruppi di auto-aiuto a sostegno dell’allattamento al seno o il fenomeno “doule”, diffusamente analizzati grazie anche ad una indagine sul campo.

Il progetto implicito in Corpi materni resta quello di provare a decostruire il potere semantico di regimi discorsivi sul sapere del corpo, che non hanno dato voce a un dialogo che riguadagni l’esperienza della maternità ad una dimensione in cui tanto l’ideologia della stratificazione sociale in base al genere quanto quella biopolitica abbiano meno presa.

Il corpo, cellula staminale per la costruzione di sintagmi culturali e significati sociali, è al centro della mia riflessione e viene avvicinato qui attraverso un’endiadi, sapere e potere. Anzi, il testo stesso rappresenta una presa di potere e il linguaggio che uso non può essere né neutrale né universale – come d’altronde non lo sarebbe neppure quello scientifico, come dimostrano i lavori pionieristici di Emily Martin.

È proprio la parola, lo strumento che utilizzo per cercare di interrogare i silenzi della storia e le incrostazioni culturali sulle traversie del materno. Da questo punto di partenza “linguistico”, mi sono messa alla ricerca di una antropologia dell’intimità che espliciti la corrispondenza che c’è nella tensione tra sapere pubblico e sapere privato e con questo occhiale ho indagato la maternità come incrocio conflittuale tra esperienza ed istituzione, a un tempo bio-psichica e socio-culturale. Per tentare questa impresa, ho provato a perimetrare due grandi isole tematiche, corrispondenti ai due capitoli di cui consta la tesi.

La prima indaga le diverse modalità di attribuzione di senso alla gravidanza, parto e all’allattamento al seno nella nostra cultura secolarizzata e analizza le forme di controllo o protezione sociale della maternità che convivono in Occidente. Diversi studi antropologici considerano la medicalizzazione – cioè l’utilizzo di procedure diagnostiche e terapeutiche valide per le gravidanze patologiche a tutte le gravidanze fisiologiche – come la filiazione di istanze di controllo sociale, un tempo esercitato dalla famiglia patriarcale, che mirano a deprimere la capacità delle donne di partorire e nutrire figli. Sull’altro versante, invece, contestualizzano il parto olistico e quello non assistito  nella nostra surmodernità, in cui la wilderness viene sdoganata come la vecchia visione romantica del “naturale”, solo un po’ più arruffata, un po’ più inselvatichita ma di certo pencolante tra una sorta di superomismo rivisitato in chiave ecofemminista e uno spiritualismo New Age. In qualche modo è come se ancora alla emancipazione sociale delle donne, processo peraltro non del tutto completato, non sia corrisposta una vera e propria acquisizione di sovranità sul proprio corpo, anzi affidando alla propaganda medica e politica la parola sul corpo delle donne, si contribuisca ad una alienazione da esso.

La seconda isola tematica invece esplora la reductio ad matrem e la falsificazione storica del femminile che ha “annodato”, attraverso i miti, i riti e il linguaggio, il corpo individuale al corpo sociale. Trattando a grandi linee parto e allattamento da una brevissima prospettiva evolutiva e comparata prima e indagando la nascita della maternità patriarcale poi, individuo nel controllo sociale del parto, un luogo di potere che funge da modello per qualsiasi altra forma di sfruttamento e controllo illegittimo delle capacità produttive e riproduttive degli individui. Sono convinta infatti che quello che accade durante la nascita rifletta il modo in cui consideriamo la vita tout court, la scena del parto è un rivelatore sociale del posto che la donna occupa nella società, del rapporto uomo-donna, del rapporto individuo-società, del legame dell’essere umano con le tecnologie che costruisce (Pizzini 1999). In particolare provo a dimostrare come attraverso il mitologema della natività, il patriarcato ha esorcizzato nel feticismo delle funzioni femminili il potere generativo delle donne e che i vincoli di patronage che dal nocciolo della famiglia salgono fino alle più alte macchine del potere, regolando i rapporti asimmetrici tra uomini e donne e tra donne fra loro, hanno permesso l’imporsi di una società stratificata, gerarchizzata e violenta.

Concludo mostrando come, attraverso un processo di embodiment, le donne percepiscano la propria soggettività non integra, e come questa frammentazione sia alla base dell’affievolimento delle esperienze percettive e del protagonismo delle donne nella loro esperienza di maternità. In questo sta il senso della citazione a chiosa del frammento di poesia di Adrienne Rich Integrity. La barca, metafora del soggetto di parola che «una pazienza selvaggia» ha sospinto fino all’approdo di una riflessione teorica che integri quella medica e psicoanalitica che finora hanno  monopolizzato la questione dei corpi materni, incorpora le dimensioni personali di psiche affetto e desiderio e sociali di istituzione protezione e condivisione, spazi embricati ma fluidi e temporanei di transazione e transizione verso nuovi linguaggi capaci, si spera, di nominare, per la prima volta nella storia, le differenze.

Di seguito riporto le parole usate dal relatore prof. Meschiari per presentare questo lavoro alla commissione di laurea:

(…)Si tratta di una tesi innovativa e dal punto di vista tematico, pionieristica per il fatto che l’argomento della maternità in ambito antropologico è stato affrontato in modo episodico e mai veramente sistematico, lasciando scoperto un terreno molto importante, quasi inspiegabilmente. In realtà non proprio inspiegabilmente perché questa tesi procura anche, tra i molti elementi e riflessioni, una possibile risposta, tenendo conto del fatto che i percorsi culturali anche all’interno delle singole discipline e all’interno dell’antropologia culturale possono risentire di scelte di tipo politico. Ora il punto è proprio questo: il corpo della donna e il corpo materno, per le ragioni esposte nella tesi, è un corpo in ostaggio della storia, è un corpo colonizzato, è un corpo, senza uscire troppo dal campo semantico della colonizzazione e dell’ostaggio, sacralizzato, perché anche i processi di sacralizzazione del corpo molto spesso celano finalità “altre”.

La cosa interessante è che la tesi si articola in due blocchi, il primo che tenta di illustrare quali sono le modalità di percezione oggi del corpo della donna secondo dei modelli di nascita che vengono attualmente praticati. Quello più diffuso è quello di ambito medicalizzato, che possiamo definire il modello di nascita tecnocratica, poi abbiamo l’altro modello di nascita umanizzata e infine il modello olistico. Anche quest’ultimo è un argomento interessante per l’antropologia della contemporaneità, perché permette di cogliere come molte istanze delle nuove filosofia e delle nuove ecofilosofie possano influire, intervenire e intromettersi nella riflessione, o nella non riflessione in molti casi, che concerne il corpo materno. Il secondo blocco sembrerebbe di tipo più tradizionale, nel senso di raccolta di quelle informazioni che l’etnografia e l’antropologia procura e già questo è un elemento molto significativo della tesi, perché raccoglie quel poco che si è fatto nell’ambito della disciplina. Ma in realtà non è solo questo, perché in un qualche modo tenta di sviluppare, attraverso lo sguardo da lontano tipico dell’antropologia uno di quelli che dovrebbero essere gli scopi della disciplina, cioè apportare una critica alla nostra contemporaneità attraverso la riflessione del lontano.

Quindi si tratta di una tesi dai moltissimi spunti, una tesi di limite, a livello tematico proprio perché argomento poco praticato e a livello metodologico anche, perché non si tratta di una semplice tesi di raccolta dati, ma è una tesi che nasce da un’esperienza sul campo, un’esperienza di terreno. E quindi ci troviamo di fronte a una ricerca poliedrica e stratificata a cui si aggiunge un elemento di profonda passione umana che la candidata non riesce a nascondere nello stile di redazione della tesi e che io trovo in realtà un valore aggiunto all’argomento, perché siamo di fronte sicuramente a un soggetto abbastanza censurato nella nostra contemporaneità o che comunque viene reindirizzato attraverso un lavoro dell’immaginario che è spesso politicamente orientato e invece questa tesi vuole portare l’argomento sotto una luce nuova, a mio avviso, riuscendoci (…).

Racconti di donne e risa di donnole

Ovidio,  Metamorfosi 9

Disse Alcmena a Iole. Che almeno gli dei ti siano propizi e abbrevino gli indugi, quando, ormai finito il tempo, invocherai Eileìtyia, dea delle timorose partorienti. Verso di me, per volere di Giunone, questa dea fu maldisposta. Si avvicinava infatti il giorno della nascita di Eracle, l’eroe delle fatiche, ero nel decimo mese, e la gravidanza tendeva il mio ventre: ciò che portavo dentro era tanto grande che avresti potuto dire facilmente che autore di quel peso nascosto era Giove. Non potevo tollerare oltre il travaglio. Persino adesso, mentre ne parlo, un frigido orrore mi afferra le membra , e la memorie è dolore. Torturata per sette notti, per sette giorni, sfinita dalle pene tendevo al cielo le braccia, invocando a gran voce gli dei Nixi, i gemelli, e Lucina. Lei viene ma prevenuta da Giunone, e desiderosa di far dono della mia vita all’iniqua dea. Non appena ebbe udito i miei gemiti si sedè infatti su quell’altare, davanti alla porta, e premendo il ginocchio sinistro col destro intrecciò fra loro le dita delle mani : così arrestò il mio parto. Sottovoce recitava incantesimi, e gli incantesimi trattenevano il mio travaglio già iniziato. Spingo, e pazza, vani rimproveri rivolgo a Giove, desidero di morire, i miei lamenti avrebbero commosso le dure pietre. Mi assistono le madri tebane, fanno voti e cercano di confortare il mio dolore. Era vicino a me una delle aiutanti, una donna del popolo, Galanthis, dai biondi capelli, pronta nell’eseguire i comandi e gradita per i suoi servigi. Ella si accorge che qualcosa sta avvenendo, per colpa dell’iniqua Giunone, e mentre esce ed entra di frequente dalla porta vede la dea seduta sull’altare, con le dita intrecciate sulle ginocchia. “chiunque tu sia – le dice allora – rallegrati con la padrona! L’argolide Alcmena ha partorito, e puerpera, il suo voto è stato soddisfatto”. Balzò in piedi Lucina, signora dell’Utero, e spaventata aprì le mani che teneva congiunte: mentre io, sciolti i legami, sono liberata dal mio peso. Si dice che Galanthis si fosse messa a ridere, per aver ingannato un nume. Ma la dea crudele, afferratala per i capelli mentre ancora rideva, la trascinò giù, le impedì di rialzare il corpo da terra: le braccia mutò in zampe anteriori. Resta l’antica prontezza, né il dorso ha perduto l’antico colore. Ma la forma è diversa da quel che era prima. E poiché aveva aiutato una partoriente con bocca menzognera, partorisce con la bocca: e come prima, frequenta le nostre case.

Nella tradizione popolare dell’area romanza la donnola è spesso associata alla fertilità delle donne.  Ecate, la dea di cui la donnola diventa la sacra assistente, è profondamente legata al mondo del parto.  Secondo la teogonia di Esiodo, Ecate è una dea Kourotropos: ha il potere di incrementare l’abbondanza della vita ed è il suo il compito di fare crescere tutti coloro che hanno visto la luce.  La donnola nell’antichità era un animale domestico, come il gatto, pare che fosse un essere che godeva di una posizione privilegiata in casa e partecipava del mondo sovrannaturale, una specie di nume tutelare.  Nel medioevo invece fu associata, come le levatrici e tutte coloro che hanno a che fare con il parto, alla stregoneria.  Qui Ovidio ci mostra come la figura della doula, impersonata da Galanthis dai biondi capelli,  sia spesso associata al buon esito di un parto. La superstizione di non fare nodi, non intrecciare le mani, non accavallare le gambe durante il parto è una costante di molte realtà popolari.  “Il parto delle donne non sopporta nodi”. I nodi legano, nella realtà e nella metafora, e credo che oggi ci sia sempre più bisogno di figure che ci aiutino a sciogliere questi nodi…

Un libro molto bello e molto dotto sul tema dal quale ho tratto questo articolo è

Maurizio Bettini,1998,  Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi. Torino, Einaudi

Il corpo gioioso: la carne selvaggia

Mi affascina il modo in cui i corpi dei lupi si sfiorano e si toccano quando corrono e giocano, ognuno a modo suo: i vecchi lupi e i giovani, quelli secchi e quelli grassi, dalle zampe lunghe o dalla coda mozza, con le orecchie cascanti o gli arti fratturati ricomposti alla meglio. Ognuno ha la sua configurazione e la sua forza corporale, una sua bellezza, vivono e giocano conformemente a chi e come sono. Non cercano di essere quello che non sono.

Una volta, su al Nord, osservai una vecchia lupa che aveva soltanto tre zampe; lei sola riusciva a infilarsi in un crepaccio oltre il quale c’era una dovizia di mirtilli. Vidi una volta una lupa grigia che si accoccolava e balzava come un lampo, lasciando nell’aria, per un attimo, l’immagine di un arco di argento. Rammento una lupa delicata, appena divenuta madre, con la pancia ancora bassa, che attraversava un acquitrino con la grazia di una ballerina.

Pure, nonostante la bellezza e la capacità di mantenersi forti, alle lupe viene talvolta detto: “sei troppo famelica, hai denti troppo affilati, i tuoi appetiti sono troppo forti”. Come nel caso delle lupe, delle donne talvolta si parla come se soltanto un certo temperamento, soltanto un certo appetito trattenuto fossero accettabili. E troppo spesso a questo si aggiunge un attributo di virtù o di malvagità legato al conformarsi delle misure, dell’altezza, del portamento e della forma a un ideale singolare o esclusivo. Quando le donne sono relegate a umori, manierismi e contorni che si conformano a un unico ideale di bellezza e comportamento, sono catturate nel corpo e nell’anima, non sono più libere.

Nella psiche istintiva, il corpo è considerato un sensore, una rete informativa, un messaggero con miriadi di sistemi di comunicazione: cardiovascolare, respiratorio, osseo, autonomo, nonché emotivo e intuitivo. Nel mondo immaginifico il corpo è un potente veicolo, uno spirito che vive con noi, un adoratore della vita. Nelle favole, personificato in oggetti magici che hanno qualità e capacità sovrumane, il corpo ha due serie di orecchie, una per ascoltare il mondo profano, l’altra per ascoltare l’anima; due serie di occhi, una per la normale visione, l’altra per la preveggenza; due tipi di forza, quella dei muscoli e l’invincibile forza dell’anima. E l’elenco dei doppi potrebbe continuare.

In sistemi quali il metodo Feldenkrais, Ayurveda e altri, al corpo vengono riconosciuti sei sensi e non cinque. Il corpo usa la pelle e le membrane aponeurotiche e la carne per registrare tutto quanto accade all’intorno. Come la stele di Rosetta, per colore che sanno leggerlo il corpo è una registrazione vivente della vita data, della vita presa, della vita sperata e risanata. È tenuto in considerazione per la sua capacità articolata di registrare reazioni immediate, sentire profondamente, intuire.

Il corpo è un essere multilingue. Parla con il suo colore e la sua temperatura, l’ebbrezza del riconoscimento, lo splendore dell’amore, le ceneri del dolore, il calore dell’eccitazione, la freddezza della mancanza di convinzione. Parla con la sua lieve danza, talvolta oscillando, talvolta agitandosi nervosamente, talvolta tremando. Parla con il battito accelerato del cuore, con il crollo dello spirito e la ripresa della speranza.

Il corpo ricorda, le ossa e le giunture ricordano, persino il mignolo ricorda. La memoria alberga con immagini e sensazioni nelle cellule medesime. Come una spugna inzuppata d’acqua, ovunque la carne sia premuta o appena sfiorata, un ricordo può sgorgare e scorrere. Continua a leggere

Il potere della parola: quando i propri pregiudizi culturali vengono spacciati per sapere scientifico.

The Woman in the Body, di Emily Martin (1987) è una di quelle opere  che hanno messo in discussione molte idee correnti in biologia, confutando concezioni che con vari argomenti sanzionavano una ‘inferiorità naturale’ delle donne a causa di un cervello meno sviluppato o di tempeste ormonali sempre in agguato. L’idea che la biologia femminile renda le donne esseri inferiori rispetto agli uomini è profondamente radicata nella cultura occidentale, talvolta in modi molto sottili. Un esempio è fornito dal linguaggio usato dai professionisti per descrivere alcuni processi del corpo femminile (ciclo mestruale e menopausa). Continua a leggere

Nutri…care

Sabato 9 ottobre ho finalmente conosciuto di persona il pediatra col panama. Colui che, senza saperlo, mi è venuto in soccorso quando, da mamma cozza come sono, mi prese una settimana di depressione allorché la pediatra mi disse di iniziare a svezzare Pollicino a soli tre mesi ed io non mi sentivo pronta. Sono stata invitata infatti ad “un momento di riflessione e promozione dell’alimentazione complementare a richiesta (svezzamento) fino all’integrazione di una dieta familiare sana, in una discussione aperta fra genitori e operatori sanitari e LUCIO PIERMARINI”, autore di Io mi svezzo da solo, dialoghi sullo svezzamento, ed.Bonomi.

NUTRICARE…IN ASCOLTO era il titolo dell’evento presentato e condotto dalla dott.ssa Donatella Natoli il cui sottotitolo recitava così:

Ascoltare il proprio figlio, porlo a centro del sistema, amarlo nella propria individualità, prendersi cura di lui e conoscere i concetti elementari di una dieta corretta, incrementa la competenza genitoriale e la relazione tra bambino e la propria famiglia. Continua a leggere