Marzia Peppe e Ginevra … e Gabry

Di Mamma Marziolina

Sono venuta a conoscenza della possibilità di poter avere un parto felice grazie a Manuela … la mia amica che si stupiva dei nostri racconti sui parti avvenuti in ospedale. Io la guardavo ed ero conquistata dalla descrizione del suo parto avvenuto in casa, appunto.

 

Non capivo come potessero essere delle esperienze così diverse… in fondo sempre di parto si parlava, ma ricordo che ne rimasi assolutamente affascinata.

 

D’altronde il mio parto con Gabriele, in ospedale, non era andato male, anzi. Ne ho comunque un buon ricordo: le ostetriche così come i dottori, la velocità della fase espulsiva, ho pure ricevuto i complimenti dallo staff medico che diceva che non sembravo primipara. Respiravo bene, reagivo bene ed ho spinto bene (le mie emorroidi post-parto non la pensavano esattamente così); 4 spinte più una ‘manovra di Kristeller’ e Gabriele è venuto alla luce.

 

Dopo poco più di un anno, io e Peppe scopriamo di aspettare un altro bimbo… Speravamo che avvenisse presto, ma quando ti ritrovi davanti al fatto compiuto è sempre una gran sorpresa. In fondo io ancora allattavo Gabriele, per non dire che sono affetta da endometriosi, per cui già la prima gravidanza era stata una lietissima sorpresa, figuriamoci la seconda. Presi da tanta gioia intraprendiamo questo nuovo viaggio.

 

Tante paure e tante ansie hanno caratterizzato questa gravidanza, sia io che mio marito la stavamo affrontando con poca serenità. Ogni tanto buttavo lì la battuta a mio marito Peppe “….e se facessimo il parto in casa? Non credi che sarebbe una bella esperienza?”. Lui mi rispondeva di no, e mi ricordava quanto fossi contraria a partorire in clinica (sia per una elevato tasso di cesarizzazione sia per una mancata assistenza intensiva al bambino), quindi figuriamoci in casa. Mi diceva “per favore, no” e mi bastava per non insistere (troppo). Lui è stato il mio punto fermo, la mia forza, durante la nascita di Gabriele e volevo che lo fosse ancora. Quindi la decisione doveva essere presa in due.

 

Dopo qualche mese mi passa per la testa di dire a Peppe che mi piacerebbe incontrare nuovamente il ginecologo che mi ha fatto partorire la prima volta poiché, secondo me, la mia fase espulsiva è stata veloce grazie alla manovra che mi ha praticato… dolorosissima ma efficace. Ma non passano neanche un paio di giorni che mi ritrovo a leggere, in uno dei miei forum di mamme e mammucche varie, della pericolosità di questa manovra e ne rimango letteralmente shoccata. Ma come… così pericolosa eppure permessa negli ospedali???? Ma gli ospedali non sono i posti più sicuri?

 

NO!!! Oggi sento di poterlo dire con fermezza.

 

Ne parlo con Peppe, viaggiamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda quando si parla di non affidarsi completamente alla medicina allopatica (anzi, cerchiamo in tutti modi di starci lontano). Quindi ne approfitto e mi ripropongo “e se partorissimo in casa?”. Lui, nonostante tutto è sempre restio. Ha paura. E forse anche io. In fondo stavolta riconosco di avere molta paura del mio parto. Non del dolore fisico, ho paura che non tutto vada per il meglio (pessimismo e fastidio!).

 

Decido di non seguire il corso pre-parto, dai me lo ricordo come si fa. L’ho fatto da poco. Ricordo tutto.

 

Mi si presenta l’occasione di partecipare ad una giornata con Claire Lo Prinzi, mammana di Haiti…penso, sarò al nono mese, sarò una palla, ma ci devo andare. Mi servirà  per affrontare meglio il parto. Non so bene ancora come, ma sento che mi servirà.

 

La giornata si trasforma in un workshop di 3 giorni. Meglio – penso – e cerco di coinvolgere altre due mie amiche gravide – io sono la rompiscatole alternativa della situazione, fissata con queste cose assurde della respirazione, concentrazione, allattamento ad oltranza, auto svezzamento, insomma tutte cose noiose di altri tempi. Ma – ahimè – solo io riesco a ritagliare il tempo per partecipare al workshop.

 

Nonostante stanchezza e nausee varie, sono lì presente anima e corpo. E ringrazio il cielo perché è stato lì che sono svanite tutte le mie paure, lì ho capito l’importanza della persona nel parto, l’importanza dell’esserci “con la testa”. Ho capito che il mio sarebbe stato un altro parto favoloso. Che ce la potevo fare, che ne avrei avuto la forza, che ero lì pronta a prendere tra le mani la mia nuova favolosa creatura.

 

E’ stato estremamente entusiasmante, coinvolgente. Ringrazio tutte le donne presenti a quel workshop, ostetriche e mamme, perché mi hanno trasmesso tante emozioni. L’emozione di poter gestire personalmente il PROPRIO parto, la paura di mettersi ancora in mano a medici che devono soltanto seguire i tempi ospedalieri e non i tuoi, la paura di esser presi in giro dalle varie forme di medicalizzazione (la paura dovuta a falsa conoscenza), l’importanza del rispetto verso se stessi, l’importanza dell’affermazione.

 

Non so bene cosa sia successo a questo punto. Sarà stata la mia logorrea al ritorno da ogni incontro, sarò riuscita a trasmettere le mie emozioni esattamente per quelle che erano, sarò riuscita a trasmettere la mia forza, ma sta di fatto che mio marito improvvisamente si è dimostrato favorevole al parto in casa. Non poteva essere il contrario….sapevo che la pesavamo allo stesso modo su molti argomenti di medicina. Ma quando mi ha detto “ok, parliamo con l’ostetrica e se risolve i miei dubbi sulla tua sicurezza e su quella della bambina, per me va bene, credo che siamo pronti”.

 

A quel punto, ho cominciato a torturare Marzia, mia omonima che già conosceva le mie intenzioni e che al workshop le ha viste uscire fuori. Le ho chiesto di essere la mia “mammana”. E’ venuta a casa ed ha risolto ogni dubbio, mio e di mio marito. Ci ha spiegato tutto quello che era necessario sapere. Ha portato tanto amore in casa nostra.

 

Io non so bene come spiegarlo, ma il mio nono mese di gravidanza è stato il più bello di tutti i mesi. Mi sono sentita finalmente pronta ad accogliere mia figlia, la mia principessa.

 

Dopo tante coccole, massaggi, esercizi vari e finte contrazioni, ecco finalmente arrivare il giorno delle vere contrazioni. Mi sentivo strana, Marzia mi ha definita ‘intensa’, ma ancora non era IL travaglio. Ci siamo salutate sapendo che ci saremmo riviste di lì a poco, anche se non ce lo siamo dette esplicitamente. Ero felice, avevo aspettato tanto questo momento. Sapevo che mancava poco e avrei visto mia figlia.

 

La sera ecco cominciare le contrazioni forti. Ci rendiamo conto che quelle più forti sopraggiungono solo quando mi addormento, cioè quando mi rilasso completamente. Alle 4 eccone arrivare una fortissima. Mi spavento e chiedo a Peppe di chiamare Marzia. In neanche 10 minuti eccola arrivare. Mi rilasso completamente al suo arrivo. Adesso so che ci siamo. Sono felice. Anche mia figlia evidentemente lo è….ha dato un paio di spinte così forti che ricordo esattamente i suoi calcetti briosi e le testate nel basso ventre.

 

Naturalmente non tutta l’organizzazione va per come dovrebbe… avevamo acquistato una piscinetta gonfiabile per fare il parto in acqua (mio desiderio non riuscito anche con la prima gravidanza), ma il raccordo non si adattava al rubinetto – certo, lo avevamo provato prima, ma volete mettere il panico di mio marito in quel momento? Decide, quindi, di riempirla con le pentole d’acqua; io intanto comincio a concentrarmi con Marzia.

 

Troppo tempo per riempirla ed io prendo atto che non è mio destino partorire in acqua. Marzia non è dello stesso avviso, anzi, per facilitare il mio rilassamento mi propone di entrare in vasca da bagno e rimanere immersa per un po’.  All’inizio rimango perplessa – “ma non ci entro” – e dopo qualche risata riusciamo a trovare la posizione più comoda per me. Erano le 7.30 di sabato 9 giugno.

 

A questo punto il mio lavoro più grande è cercare di mantenere la mente sgombra da ogni pensiero, SENTIRE mia figlia che si fa strada ad ogni contrazione e visualizzare la mia dilatazione. Il tutto cercando di mantenere ogni muscolo rilassato, soprattutto gambe e spalle. E qui, ringrazio Marzia che con i suoi massaggi mi ricorda di rimanere rilassata nei punti dovuti. Metteteci anche milioni di bacetti di mio marito in testa.

 

2 ore! DUE ore ed ho raggiunto la massima dilatazione sentendo ogni movimento della mia cucciola, ogni suo sforzo, tutto il suo lavoro. E’ stato emozionante. E’ stato mio. Il mio parto.

 

Mio marito, intanto, aveva ripreso a riempire la piscinetta con le pentole d’acqua ed era pure arrivato a riempirla a dovere, ma io non me la sono più sentita di muovermi. Anche Marzia mi aveva chiesto se volevo spostarmi nel letto, ma io non volevo più uscire dall’acqua. Ho sentito l’esigenza di spingere ed abbiamo cambiato un paio di posizioni dentro la vasca per trovare quella più comoda per me. Mi sono messa in posizione prona, aggrappata alle braccia di mio marito ed ho sentito, spinta dopo spinta, mia figlia venire fuori….CON I SUOI TEMPI, CON LE SUE ROTAZIONI, nella penombra di casa, con la massima intimità possibile. Alle 9.50 mia figlia Ginevra entrava per la prima volta nella nostra vasca da bagno. E di lì a qualche secondo era tra le braccia di suo padre, quindi nelle mie.

 

Infinitamente emozionati siamo passati nel letto, Ginevra si è subito attaccata al seno permettendo così di sturare le vie aeree, io l’ho riscaldata col mio corpo. Poi, finalmente sono riuscita a parlarle e lei ha aperto gli occhi e ci siamo guardate… amore folle! Eravamo, e lo siamo ancora, al settimo cielo.

 

Io non ho avuto lacerazione, non ho avuto emorroidi. Mia figlia è nata col sorriso e le sue splendide fossette, han rotto le membrane spontaneamente un istante prima di mettere fuori la testa, nessun trauma da parto. Si è abituata gradualmente alla luce, non ha avuto calo ponderale anzi ha preso 200 gr in una settimana.

 

Si, oggi col senno di poi, dico: il parto di Gabriele è stato pure un buon parto… ma lontano dall’essere definito fisiologico, felice.

 

Spero con queste parole di aver trasmesso tutto il mio entusiasmo, il mio coinvolgimento.

 

Ringrazio Marzia per averci assistito prima, durante e dopo. Niente può ripagare l’amore dato da una doula.

 

Ringrazio mio marito Peppe che ha creduto in noi, che è stato super, durante e dopo. Che è super in ogni giorno del nostro rapporto.

 

Ringrazio mio figlio Gabriele per essere così innamorato di sua sorella e dei suoi genitori. Io lo amo follemente e solo quando Ginevra mi ha guardata negli occhi ho capito che sarei riuscita ad amare anche lei allo stesso modo.

 

Ringrazio la mia famiglia, che pur non condividendo la mia scelta (per le suddette paure dettate dalla non conoscenza), mi è stata vicino a 360° non stressandomi, anzi informandosi. Oggi sono grandi sostenitori del parto in casa.

 

Ringrazio Claire e le donne in cerchio, tutte, per avermi permesso di avere la conoscenza.

 

Oggi mi sento ripetere spesso frasi del tipo “sei una pazza, sei incosciente, sei coraggiosa”… io mi sento semplicemente informata. E felice!

 

Eva, Peter e Martin …e i nonni!

Eva, Peter e Martin … un parto “precipitoso”

di Marzia Floridia

Non finirò mai di dire che le donne mi stupiscono sempre!

Che sia un dettaglio, che sia un evento eclatante…e non mi stancherò mai di dire che il parto è dentro la nostra testa! Sappiamo già come avverrà, o come NON avverrà, e questa “coscienza” è solo questione di tempo  e prima o poi sarà in grado di chiarirci quali sono stati o sono ancora oggi i nostri eventuali limiti o le nostre eventuali potenzialità.

Eva e Peter sono sempre stati determinati nella  scelta di andare a partorire il loro secondo figlio presso una struttura. Li conosco una mattina autunnale perché indirizzati da ma da un’altra mamma con la quale ho lavorato parecchi mesi addietro. Loro si sono trasferiti da poco a Palermo e non conoscono praticamente nulla di ciò che offre questa città..anzi con quel poco con cui si sono confrontati  (ovvero la ricerca di un eventuale ospedale, dove fare gli esami e le ecografie della gravidanza etc etc..) hanno trovato solo grande disorganizzazione e confusione!

La loro casa è ancora piena di pacchi del trasloco appena compiuto ed Eva è proprio all’inizio della gravidanza per cui mi dice  “io ancora questa gravidanza non la sento mia perché sono presa da mille cose per il momento”. Le chiedo di raccontarmi la sua precedente esperienza di parto, avvenuta in un grande ospedale romano, 3 anni prima. All’inizio sembra che tutto  fosse andato bene. Mi parla della ginecologa che l’ha seguita per tutti i 9 mesi e che poi al momento del parto non è arrivata se non a “cose fatte”; mi racconta di alcuni aneddoti tragi-comici che l’avevano costretta ad “attendere e far attendere” il suo bambino (ragion per cui a 40 settimane la ginecologa le dice di recarsi in ospedale per una stimolazione). Ma quando il racconto comincia ad inoltrarsi nel susseguirsi dei soliti eventi (soliti  in quanto  sempre gli stessi che ormai ascolto da anni: la stimolazione, il dolore che si acutisce e non da tregua, la solitudine, le ostetriche che essendo notte non le danno retta ma semplicemente l’attaccano ad un monitoraggio infinito, suo marito lasciato dietro la porta perché NON PUO’ MICA ENTRARE UN UOMO..) fino a quando non c’è il provvidenziale cambio turno che le consentirà di entrare in contatto con un’ostetrica forse “più umana” ,o forse solo più riposata, che decide di far entrare il marito, che le comincia a dare un vero supporto emotivo.. e magicamente la dilatazione progredisce fino ad arrivare al momento fatidico del parto. Parto medicalizzato con flebo, episio senza anestesia e con relativi fiotti di sangue che rendono l’atto per Peter ed Eva particolarmente cruento e doloroso. Eva comincia a piangere! Adesso il racconto prende le sue reali tinte fatte di dolore, di mancanze di rispetto verso la mamma, il bambino e il papà. Il post partum non è da meno in quanto i punti s’infettano e Peter sarà costretto per un mese a far drenare il pus che continuamente viene prodotto dall’episiorrafia e praticare le medicazioni alla moglie.

Spiego quello che posso offrire loro ovvero una conduzione della gravidanza totalmente a conduzione ostetrica, cioè seguita da me come assegnazione degli esami, il loro controllo e l’organizzazione delle 3 eco di routine oppure posso indirizzarli presso l’ambulatorio della clinica presso cui lavoro e poi essere io ad assisterLi per il parto oppure preventivare un parto a domicilio. Loro optano per la conduzione della gravidanza tramite l’ambulatorio della struttura per cui lavoro, la mia assistenza al parto e qualche incontro prima del parto per cominciare a “conoscerci”.

La premessa era doverosa per spiegare a mio avviso l’excursus degli avvenimenti per  questo parto..”precipitoso”!!! J

Comincia così per Eva il suo percorso parallelo fra “conduzione ostetrica” e la clinica : con me  inizia degli incontri personalizzati, con la clinica fa il suo percorso da paziente gravida.

Il lavoro fra noi 2 ovviamente è il vero percorso della sua gravidanza in quanto tutti i piccoli, grandi dolori ancora annidati fra i tessuti di Eva si svelano poco a poco a partire dalla mandibola a finire al suo perineo ancora sconcertato, impaurito e dolorante dalla prima esperienza  così come  i primi movimenti di Martin li ascoltiamo direttamente dal suo ventre e non dal video di un ecografo.

Arriviamo quindi alle porte del parto di Martin in una situazione strana per me … nel senso che Eva non mi chiede di cambiare rotta, ovvero di optare per un parto in casa, ma quello che proviene dal suo corpo è molto forte. Io la sento e la vedo tanto più consapevole, molto più forte.  Sono preoccupata solo di una cosa: di non poterle assicurare un parto senza episiosiotomia e questo sarebbe per me un dramma altrettanto forte quanto per lei risubirla. Nonostante le dica che “in clinica come in ospedale siamo in casa d’altri per cui se dovesse il medico X decidere qualcosa di diverso da quello che io reputo giusto è possibile che si debba seguire il suo volere piuttosto che il nostro, il mio! Sarai informata su ogni cosa verrà fatta sul tuo corpo PRIMA che essa venga fatta però io non posso escludere che se si mettono in testa di ri fare un episio questa non venga fatta anche se lo richiediamo espressamente”..tutte queste mie precisazioni in realtà non sono di sollievo per nessuno di noi perché sappiamo bene ormai  quale sia la differenza fra un parto ospedaliero ed un parto in casa : il rispetto e la libertà di vivere l’evento in sicurezza e totale serenità!

Lei nel frattempo mi presenta i suoi genitori e Daniel e cominerò anche con la sua mamma un percorso di conoscenza in quanto l’aiuterò con qualche massaggio drenante e qualche consiglio pratico ad alleggerire le gambe. Insomma entro anche a far parte in qualche modo del nucleo familiare in toto.

I giorni passano e invito Eva a prendere parte al work shop con Clare Lo Prinzi. Ci ritroviamo così nel “cerchio di donne” composto da neo mamme, ostetriche, doule e future mamme e continuo ad osservarla, con il suo sguardo placido, mentre esegue gli esercizi di accovacciamento, mentre danza e respira con tutte noi e continuo a chiedermi “chissà se qualcosa dentro di lei è cambiata” …forse ci spero in realtà ma continuo a non ricevere da parte sua alcuna nuova richiesta in merito all’organizzazione dell’imminente parto, fino a quando non arriva la sua telefonata di giorno 22 maggio alle 13 circa :

È da stamattina che mi sento strana. Non ho dei veri propri dolori, cioè non ho contrazioni forti..forse ogni tanto qualcuna più forte la sento ma in realtà ho solo un gran bisogno di andare in bagno ma non ci riesco proprio!” le chiedo allora se ha mangiato, lei mi risponde di si e che non pensa sia il caso che io vada da lei ancora. Aspettiamo ancora un po’ e se tutto ciò dovesse mutare mi richiamerà.

Io mi dico “stasera avverrà questo parto certamente, sarà semplicemente in fase prodromica ancora” ma dopo qualche ora arriva la telefona di Peter : “dice Eva che non se la sente di muoversi, dice se tu puoi venire qui da noi” intanto dall’altra parte del telefono sento delle urla molto forti; mi dico che NON PUO’ essere lei altrimenti Peter sarebbe più allarmato; chiedo però “ma scusa chi è che stà gridando in questo modo? Daniel forse?” “no!” i risponde candidamente Peter E’ EVA!

Aggiunge che dopo che è riuscita ad andare in bagno si è alzata e non le è stato più possibile camminare perché il peso in basso è stato veramente fortissimo e adesso è li che grida … prendo al volo la mia bici, metto dentro il cestino la prima borsa ostetrica che trovo e mi precipito a casa loro in pochissimi minuti:  è chiaro che Eva sia già in fase espulsiva!

Durante il tragitto che “divoro” in qualche minuto penso “che meraviglia! C’è l’ha fatta..ce l’ha fatta sotto il naso a tutti quanti, sta partorendo in casa!!!”

Infatti appena varco la porta di casa, con i familiari che hanno visi stravolti ma ancora composti, trovo Eva nella stanza da bagno abbracciata alla madre che lancia un grido fortissimo. Io l’abbraccio subito e le dico in un orecchio “amore sono qui! Stai tranquilla, sono arrivata” a quel punto lei mi grida “PRENDILO! STA USCENDO!” …sono attimi … io le sfilo le mutandine e mentre lo faccio chiedo a Peter di prendermi i guanti ma non c’è il tempo: martin è già lì, la sua testa affiora dalla vagina e dopo pochi attimi anche il suo corpicino avvolto dalle membrane amniotiche!

Lo metto subito fra le braccia di Eva mentre tutti gridano di stupore, di gioia … forse anche un po’ di paura! Nessuno si aspettava che potesse evolvere così tutta la faccenda! Eva è l’unica che ride..ride a squarcia gola, gli occhi sono sgranati e ride, continua a ridere di gioia. Peter adesso è accanto a lei e piange ancora stravolto..li accompagno subito sul letto! Adesso ci vuole un attimo di pace, voglio che smaltisca tutta l’adrenalina lei come i suoi familiari. Il piccolo Daniel sta davanti la porta ma Eva lo vuole vicino così lo facciamo entrare per conoscere il suo fratellino che io copro subito con una felpa trovata sul letto; è di suo fratello Daniel così io gli dico : “guarda,  tuo fratello adesso sta sentendo il tuo odore, lo stiamo proteggendo dal freddo con la tua felpa”.

Si ristabilisce un po’ di pace, io sistemo tutti i cuscini sotto le gambe di Eva e le tolgo il sangue che ha sulle gambe poi aiuto a togliere un po’ del liquido amniotico sparpagliato un po’ ovunque fra il bagno e la camera da letto in attesa che nasca anche la placenta. Quest’ultima nascerà anch’essa molto velocemente!

È tutto perfetto! Eva e il suo bambino sono perfetti! I nonni increduli fanno una processione ordinata per vedere il neonato e Daniel è tranquillo, non dice una parola, si limita ad osservarci.

Passo a controllare se ci sono state lacerazioni ma, come spesso accade nei parti dove c’è stata una pregressa episio, è quest’ultima che si apre. Io decido di non darle punti perché solo io, Eva e Peter conosciamo il calvario che Eva ha dovuto subire per quella precedente e ritengo che questa volta il suo perineo debba essere trattato con assoluto rispetto e senza causare più alcun dolore se non quello chela natura ha previsto che ci sia. Le dico che dovrà tenere per almeno il primo mese le gambe ben chiuse, mettere più panni che facciano una certa compressione e lavare la parte solo con la calendula, tutto il resto lo faranno i suoi tessuti e il suo cuore!

Martin è un bimbo sereno che riesce a dormire anche lontano dalla mamma (nessuno infatti lo ha mai mosso da lei cosa che non è avvenuta per Daniel, mi racconta Eva!) e prende kg giorno dopo giorno e la lacerazione di Eva, ad un mese dal parto, si è perfettamente richiusa e lei ha sempre quel magnifico sorriso ad illuminarle il viso.

P.S.  un grazie in particolare lo devo fare alla mia “assistente per caso” ovvero la nonna Mette che da oggi in poi può anche dire di essere stata la doula di un parto 😉 grazie anche a te Mette dunque 😉

Daniela, Peppe e Mario, storia del loro hba3c*

(*Hbac è un acronimo che significa Home birth after cesarean section, hbc3c significa parto in casa dopo 3 cesarei.)

Daniela e Peppe mi contattano tramite Ester, una cara amica di Daniela.

Sono in attesa del loro 4 figlio; i precedenti sono tutti nati con taglio cesareo. Mi faccio raccontare, prendendo appunti, di ogni singolo cesareo (racconti che si arricchiranno sempre di maggiori particolari mano a  mano che il nostro percorso andrà avanti), mentre Peppe mi va illustrando la sua idea e le sue conoscenze riguardo “la fisiologia” di un parto. Io ne resto molto stupita …stupita di quante informazioni e sensazioni esatte abbia quest’uomo a riguardo, considerando che non ha mai vissuto in fondo un parto fisiologico con i suoi 3 figli!

Daniela è anch’essa parecchio informata. Conosce libri, evidenze scientifiche, numeri e statistiche. Mi chiede se fosse possibile avere un parto in casa per una VBA3C con la mia assistenza ed eventualmente con l’aiuto di una collega che però opera in tutt’altra zona della Sicilia.

La mia risposta da principio è negativa. Io non potrei, secondo le linee guida, assistere una pluricesarizzata a casa, né tanto meno poter usufruire dell’aiuto della collega in questione, in quanto le distanze non renderebbero fattibile il suo arrivo in tempi brevi nel momento in cui iniziasse il  travaglio di parto, soprattutto se di notte.  PERO’, per mia forma mentis,  non escludo mai nulla quindi per me, la conditio sine qua non è che si cominci un percorso di lavoro insieme, ovvero si inizino degli incontri personalizzati fin da subito; del resto, racconto loro, nella mia esperienza lavorativa “itinerante” ho già incontrato a Napoli, seguendo la cara collega Teresa De Pascale, una coppia nella loro medesima situazione ed anzi forse anche più estrema, in quanto l’ultimo nato con 3 tc non aveva ancora nemmeno compiuto  2 anni e la mamma ha partorito spontaneamente con un travaglio condotto completamente in casa per cui … si vedrà!

Daniela e Peppe decidono comunque di avere una conduzione medica per i nove 9 mesi a venire da parte del  ginecologo che li  ha seguiti per l’ultima gravidanza e si riservano di pensare alla mia proposta. Ci sentiremo dopo qualche settimana e Daniela mi dirà che ha deciso di iniziare un percorso con me, oltre quello che già sente di avere intrapreso ormai da tempo, anche grazie ai tanti confronti  avvenuti negli ultimi anni con la sua cara amica Ester.

Trascorriamo così parecchi mesi in una condizione di “sospensione” cioè senza mai veramente parlare di un parto a casa, l’unica cosa che mi è chiara è che questa volta Daniela ha tutte le intenzioni di non delegare più il suo parto e di voler mettersi in travaglio spontaneamente.

A Maggio tengo con la associazione che ho fondato “In Braccio alla Luna”  un workshop per mamme, ostetriche e doule, con la conduzione della mia insegnante Clare lo Prinzi, sulla Gravidanza Fisiologica e il Parto in casa a cui parteciperà anche Daniela. La magia di quest’incontro con tutte noi ha prodotto davvero un fiorire di eventi uno più ricco ed importante dell’altro: Eva, con la nascita “inaspettata” di suo figlio Martin in casa, la nascita in casa “voluta” , da parte di mamma Marzia, di Ginevra scelta maturata a 8 mesi compiuti (ovvero al termine del workshop con Clare) e naturalmente la nascita di Mario, anche questa in casa!

In questo magnifico e magico cerchio di donne Daniela, a cui guardo sempre con particolare attenzione, manifesta pienamente la sua intenzione di volere fortemente un parto fisiologico :

non mi consegnerò più questa volta!” 

“ Io avrò il mio parto che ci sia mio marito o l’ostetrica poco importa perché ho sognato di farlo anche da sola!” ….

E i suoi occhi hanno già cambiato gradazione di azzurro!

A luglio, durante una conversazione telefonica, le chiedo espressamente di iniziare con maggiore regolarità gli incontri con me, quindi una volta a settimana (i tempi cominciano ad accorciarsi) e lei di contro sente il bisogno sempre più pressante di coinvolgere suo marito. Iniziamo così il nostro percorso che ci porterà alla nascita di Mario qualche mese dopo. Durante i mesi a seguire vengono fuori dubbi, paure, domande di Peppe alle quali do risposte che spero possano dargli un quadro sempre più chiaro di ciò a cui andremmo in contro SIA che si ripeta un tc SIA che si realizzi un parto fisiologico. Muovo i tessuti di Daniela, tocco la ferita e la idrato ogni volta con olii e massaggi profondi. Mario in tutto questo risponde benissimo alle sollecitazioni mie e dei suoi genitori e i tessuti di Daniela sono forti ma allo stesso tempo cedevoli ed elastici. È tutto perfetto!

Anche quando alcune incomprensioni fra coniugi (il percorso è anche questo!) emergono, io gli sono accanto ed invito Daniela a chiarire, a tranquillizzare il marito…a dirgli quanto sia determinante per lei  la sua totale partecipazione al parto. Uso un termine ad un certo punto:  “noi dobbiamo essere una squadra, dobbiamo fidarci l’uno dell’altra e solo così potremo ottenere questo traguardo”; ed è ciò che accadrà infatti! Siamo diventati una squadra : Daniela, Peppe, Mario ed io!

Ci siamo stretti forte l’uno all’altra quando i tempi si sono accorciati e le ansie e paure esterne hanno cominciato ad arrivare, ad interferire con il lungo processo di abbandono che abbiamo lentamente avviato.

Ci siamo “stretti forte” quel pomeriggio in cui me li sono trovati davanti la porta di casa stanchi e affranti e  mi hanno detto subito “ci siamo venuti a rilassare da te!” e si sono reciprocamente abbandonati l’uno fra le braccia dell’altro mentre io massaggiavo le fasce muscolari della pelvi di Daniela, e con loro il piccolo Mario a cui ho cercato, col mio massaggio, di riportare fiducia e pace.

Capisco sia normale cominciare a fronteggiare tutto questo, come capisco che potrei ritrovarmi la paura della stessa Daniela o di Peppe al momento del parto, cosa del tutto naturale perché mi ripeto sempre che non stiamo parlando di una donna che abbia subito UN solo tc, bensì di una donna che ha conosciuto ben 3 tagli nella sua carne, al suo utero … ai suoi tessuti profondi ed è per questo che la mia chiarezza è stata da subito un’esigenza oltre che un dovere ed essere chiari a questo punto mi impone di dire “io ci sono e ti accompagno ovunque tu voglia concludere questo percorso!” 

Ecco perché Io non ho mai smesso un attimo di crederci, di credere in Daniela, Peppe e Mario!

Mi convinco che un mio cedimento, arrivati al punto in cui siamo, significherebbe consegnare questa donna meravigliosa nuovamente ad un intervento chirurgico.

Così, nella confusione di un trasloco appena compiuto, arriva Daniela con le contrazioni già iniziate la notte precedente. Alla visita il collo è sofficissimo e già dilatato di 2 cm abbondanti solo la PP (la testa di Mario) è risalita rispetto all’ultimo controllo, ma è ovvio! Troppi pensieri, troppo stress!

In ogni caso il suo collo risponde perfettamente alle contrazioni nonostante la testina non sia d’ausilio per un’apertura ancora più rapida dello stesso (perché è così che abbiamo sempre immaginato il parto di Mario, veloce e felice!).

Mi dicono che la casa è un cantiere aperto, che non c’è gas né l’acqua calda, ragion per cui domando se l’intenzione è quella di partorire in casa o di andare in clinica a travaglio inoltrato e stranamente è Peppe a darmi certezza sulla scelta della casa piuttosto che Daniela, la quale resta sempre sul vago. Io ancora una volta mi dico “poco importa! Ormai sono con loro e non mi tiro indietro qualsiasi sarà la loro scelta finale”.

A mezzanotte arriva la telefonata di Peppe che mi comunica che le contrazioni ormai sono sempre più forti e regolari e che cominciano ad apparire anche delle striature di sangue. Prendo le mie borse e vado da loro.

C’è caldo e silenzio per strada e ringrazio questo silenzio …. Abbiamo bisogno di estrema pace!

Daniela si aggira per casa tra una contrazione e l’altra mentre Peppe comincia a montare un’intera parete attrezzata nell’ “attesa”. È lui che incita Daniela a far presto, a fare quattro spinte così i ragazzi si svegliano con il fratellino già nato e MAI e sottolineo MAI fa accenno alla clinica. Sentendo le sue parole hai la netta sensazione che non c’è altra alternativa se non la nascita di questo figlio in casa! Tutto procede secondo manuale: contrazioni dolorose e ritmiche, sensazione di dover andare in bagno a svuotare retto e vescica; solo ad un certo punto Daniela mi dice di sentire dolore alla ferita, di sentirla tirare. Io ho come la sensazione, rafforzata da una forte nausea che arriverà da li a poco (la nausea è sempre sintomo di paura, di uno stato di ansia che si palesa attraverso il SN) , che le famose paure esterne stiano facendo capolino in questo momento,  così mantengo la lucidità facendo appello a tutte le mie conoscenze riguardo i tessuti e le domando se questo dolore la lascia con il finire della contrazione o se persevera anche dopo. Il dolore cessa con il cessare della contrazione, mi dice,  così le spiego che è assolutamente normale, che i tessuti hanno una memoria ed è più che normale che un “luogo” tagliato per ben 3 volte si faccia sentire ..manifesti tutto il suo dolore, appunto,  ma penso anche che devo trovare un modo per alleviarlo.  Così chiedo a Peppe che si adopera subito per scaldare dell’acqua con il Bimbi (mai avrei immaginato di trovarlo così utile questo elettrodomestico!) e comincio un bendaggio di tutta la zona della pelvi con le pezze calde. Appena poggio la prima sulla ferita Daniela tira un sospiro di sollievo e quasi incredula mi dice “non la sento più la ferita anche sotto contrazione”; le rispondo che sarà la nostra tecnica di analgesia naturale (e sono felice di averle alleviato dolore e timori di eventuali deiscenze!).

Le contrazioni incalzano ed anche l’attenzione di Daniela comincia a scemare. Parla sempre meno, desidera stendersi sul letto e continuiamo la dilatazione e l’appianamento del suo fortissimo collo dell’utero stese sul letto.

Non mi parla più della “ferita”, ormai non esiste più per nessuno di noi. La guardo affrontare le contrazioni più forti, più intense e capisco che ormai è dentro e non ho bisogno di sincerarmi di nulla perché adesso lei non è più una precesarizzata, è una mamma come tutte le altre, una mamma che sta mettendo al mondo il suo bambino naturalmente! Io non la mollo un attimo nemmeno quando si assopisce fra una contrazione e l’altra. Sostituisco continuamente le pezze calde, alimento questo calore anche con 2 borse dell’acqua calda che Daniela stessa ha richiesto a Peppe, tutto ciò mentre i loro figli dormono nelle stanze accanto.

Solo il più piccolino, Lorenzo, trascorre una notte “travagliata” svegliandosi continuamente… evidentemente sente la sua mamma e in qualche modo tiene anche il suo papà impegnato! Alchimie dell’amore anche queste.

Io non visito quasi mai durante i travagli, ne so leggere i segni senza bisogno di invadere una donna che è già di per se impegnata nel suo “lavoro”;  ecco perché, quando intuisco che la fase dilatante di Daniela si è completata, le domando se sente la sensazione di spingere. Lei mi risponde che non lo sa, che non lo capisce. Mi intenerisce il cuore … ma so anche che lei è una mamma come tutte le altre ovvero è così che va trattata, non sarò certo io a farle credere ancora una volta che “non è in grado di partorire”, così le dico “tesoro certo che lo sai, lo puoi sentire perché è dentro di te per cui non perdere il contatto e quello che arriva assecondalo come meglio ti viene”. Trascorre quel periodo fisiologico in cui mente e corpo si “organizzano” e inizia così anche il periodo espulsivo!

Non sarà troppo celere perché intanto si è fatta l’alba ed è quasi ora che i ragazzi si alzino per andare a scuola; questo ritarderà un po’ la discesa di Mario ma anche questo è normale che sia così!

Infatti, appena chiusasi la porta di casa ed usciti i ragazzi, Daniela chiama Peppe vicino a sé e cominciamo le spinte della nascita. Peppe è meraviglioso! Le tiene la mano senza lasciarla un momento mentre la incita, le sistema i cuscini dietro la schiena, le dà consigli utili e giusti per le posizioni migliori da assumere durante le spinte …io non posso fare a meno di dirgli “pari insignatu!”

Ancora una volta mi beo della perfezione di questo momento! Daniela è una leonessa, Peppe è il suo sostegno vigoroso e Mario è l’espressione di tanta determinazione e forza!!

La sacca delle acque emerge per prima e si rompe creando ulteriore emozione in entrambi: Daniela perché pensa che Mario sia già nato, mi confesserà poi, e Peppe perché aveva sempre immaginato questo momento e adesso lo sta vivendo. Dopo qualche ulteriore spinta affiorano la cute ed i capelli di Mario. Chiedo a Daniela se vuole toccarlo così da sentire dove è arrivato e questa volta è lei a rispondermi : “non ce n’è bisogno. Lo sento dove è arrivato!” J

La testa esce delicatamente ed aspettiamo che ruotino le spalle; in quest’attesa io non smetto di tenere calore sopra la ferita e tutt’intorno al perineo. Mario ha seguito il calore per tutto il tempo.

Adesso è sopra Daniela mentre Peppe piange abbracciato a lei! Siamo felici, stravolti dalle forti emozioni che ci hanno percorso per tutta la durata del travaglio e personalmente anche dalle forti “pressioni” di cui ho sentito caricare questo parto ancor prima che iniziasse.

Daniela, Peppe e Mario ce l’hanno fatta!

Marzia Floridia

riproduzione riservata ©In braccio alla luna

Letizia Alessandro Mirko e Christian

IL MIO PREZIOSO REGALO DI NATALE

(parte 1)

Sono già alla 40esima settimana e 5 giorni ed ho voglia di partorire. Finalmente, dopo due giorni di stretching, ginnastica e scale, comincio ad avere delle piccole fitte al basso ventre, comuni a molte donne quando aspettano la mestruazione.

Guardo l’orologio.  Sono le 04.30 di Venerdì 03 Dicembre 2010. Mio marito Alessandro dorme serenamente accanto a me e Christian, il mio primo figlio che ha 3 anni e mezzo, riposa nel suo lettino. Queste fitte disturbano il mio dormiveglia ogni 10 minuti esatti e non si fermeranno più fino al parto. Alle 09.30 decido di svegliare Alessandro e al mio “Ale…. Ci siamo!”,  salta giù dal letto e cominciamo insieme a preparare casa.. si, perché abbiamo deciso di far nascere il nostro bambino proprio lì. Da qualche settimana, avevo programmato tutti i più piccoli dettagli: la valigia (nel caso di una scappata in ospedale), la vasca da riempire un po’ prima del parto, la stufa, telini, asciugamani, coperte e tanti cuscini. Disponiamo i mobili del salone in maniera da far posto alla vasca, lavo il bagno, metto in ordine la cucina, mi faccio una doccia e ci prepariamo ad uscire; dobbiamo lasciare Christian dalla nonna. Il suo zainetto è pronto. Ho messo dentro il pigiamino nel caso in cui il travaglio dovesse prolungarsi tutta la notte. Non prevedevo un travaglio breve, anche se avevo pregato tanto che lo fosse, perché Christian è dato dopo 38 ore di dolori prodromici più 7 di travaglio attivo; ancora oggi non capisco come abbia fatto a resistere a tanto!!

Vista la mia convinzione che questo travaglio non sarebbe stato rapido, mando un sms a Marzia, dicendole di non precipitarsi, perché ho un po’ di sangue ma mi ero già visitata da sola e non riuscivo neanche ad arrivare al collo dell’utero, quindi, avevamo tempo. Le ho detto, però, che sarei passata da casa sua dopo aver lasciato Christian da mia madre e così feci.

Le contrazioni sono regolari, ogni 5 minuti adesso, e stanno cominciando a diventare più forti. Le mie contrazioni sono strane.. cominciano come dei piccoli doloretti mestruali ma poi diventano un bruciore fortissimo che coinvolge la parte esterna delle cosce e i fianchi. Marzia mi visita e sorride comunicandomi che ho già una dilatazione di 6cm…!!! Io non credo alle mie orecchie! Pensavo di essere all’alba e invece ero già a metà strada. Sono le 14.00 e una contrazione fortissima da togliermi il fiato, mi fa rompere il sacco delle acque… una sensazione molto strana e molto bella.. Marzia prende la sua borsa e ci segue in macchina. Dobbiamo fare un po’ di strada (da Palermo a Villagrazia di Carini). In autostrada, le contrazioni sono ancora forti, ad ogni contrazione sento uscire il liquido e adesso sento anche la testa che si fa strada e comincia a spingere… Ancora non riesco a credere alla rapidità di questo travaglio…

Arrivati a casa, accendiamo la stufa, Alessandro e Marzia in maniche corte cominciano a preparare il “nido” con le coperte e i cuscini e riempire la vasca di acqua calda. Io travaglio in giro per la stanza, mi metto carponi ma non è una posizione comoda per me, ho troppo dolore quindi mi seggo per terra, sopra le coperte e gli asciugamani e appoggio la schiena al bordo del divano. La vasca è piena ed ho voglia di entrarci ma, ogni volta che cerco di alzarmi , arriva una contrazione che mi immobilizza in quella posizione e la testa del mio bambino che si fa strada a prescindere dalla mia volontà. La vasca è pronta ma qualcosa mi dice che non la userò… non posso più muovermi. Mirko si fa strada, si fa spazio dentro di me. Sento la sua testolina che scende, che si confronta con le mie ossa, attraversa i miei tessuti, spinge e il mio corpo si stringe su di lui quasi per forza. Non voglio spingere, non voglio lacerarmi ma Mirko spinge da solo ed io sono costretta a farlo di riflesso… non decido io ma lui e il mio corpo che fa tutto da solo. E’ una cosa strana e difficile da spiegare ma (anche se non è un bell’esempio) si può facilmente immaginare come un conato di vomito lì in basso.. non lo si può trattenere, si deve fare e basta! Marzia mi invita a non chiudere le gambe, a fare spazio a Mirko ma io le chiedo di non costringermi perché sento che le devo chiudere invece, che devo farmi… per così dire “a uovo” e che Mirko lo spazio lo  sta facendo dietro…

Il mio enorme e bellissimo albero di Natale sta lì alla mia sinistra tutto risplendente delle sue lucine colorate. La stufa calda crea un tepore e un’atmosfera meravigliosa, quasi da sogno. Mio marito è alla mia destra che mi tiene la mano, Marzia alla mia sinistra che mi accarezza le gambe. Sussurrano fra loro molto piano che io non riesco neanche a sentirli.. i telefoni vibrano perché avevamo detto ai nostri parenti che avevo solo qualche contrazione e andavo in clinica a fare un controllo… nessuno sapeva che avevo deciso di partorire a casa! Volevo avere la mente serena e concentrarmi sul mio bambino e sul mio parto senza pensare alle persone che, se lo avessero saputo, sarebbero state in ansia per noi. Stavolta non volevo avere fretta, volevo partorire “da sola” come i gatti che si allontanano dagli altri e cercano un luogo sicuro e appartato. Volevo avere la libertà di esprimermi senza sentirmi occhi addosso, senza alcun tipo di pressioni ma solo comprensione, pazienza e.. amore.

Sento una bella tensione in tutta la stanza, sulla pelle di Marzia e negli occhi di Alessandro. Ho voluto che questo momento magico venisse ripreso dalla videocamera ma anche il suo occhio rosso era molto discreto! Sono a casa mia, fra le mie cose, con mio marito e la mia amica ostetrica di cui mi fido. Non esiste posto più bello del mio salone in questo momento e non vorrei essere da nessuna altra parte al mondo! Sentiamo un paio di volte il battito perfetto del mio bambino e Marzia non mi visita più dopo quella volta a casa sua.

Aspettiamo che nasca Mirko.

Sono completamente assorbita dal travaglio, in uno stato fra l’estasi e il sogno ma ci sono tutta quanta con il corpo e la mente. Apro gli occhi solo per lanciare a Marzia uno sguardo di stupore  per come Mirko si faccia strada a prescindere da me e lei mi risponde con un sorriso facendomi “si” con la testa. Ci capiamo anche senza parlare.. Marzia mostra ad Alessandro la testa di nostro figlio che ormai sta affiorando dal mio corpo e mi incoraggia ad accarezzarla. Lo faccio e capisco che ormai ci siamo. Alla prossima contrazione uscirà e poi, forse, aspetteremo l’altra ancora per vedere uscire le spalle…. Invece… ecco l’ultima contrazione e Mirko sguscia fuori dal mio corpo con impeto, tutto in una volta, velocemente, tanto che Marzia e Alessandro lo afferrano al volo. Lei lo lascia subito a suo padre e lui lo mette sul mio petto! Mirko rompe la tensione con le sue strilla, il più bel suono che io abbia mai sentito! Lo abbraccio e ringrazio Dio di tutto e consolo il mio piccolino ancora tutto bagnato. Alessandro e Marzia ridono, mi baciano ed è tutta un’esplosione di gioia e adrenalina attorno a me e dentro di me!! Sono le 16.15 ed io sono al settimo cielo, stanca ma piena di carica ed energia! Non credo di essermi mai sentita così… un miscuglio di sentimenti e sensazioni e le percezioni sensoriali al massimo!!! E’ fantastico! Sono uno strumento perfettamente accordato! E’ strano perché dovrei sentirmi rilassata e abbandonarmi alla stanchezza e riposare e invece ho voglia di alzarmi, mangiare e fare il bagnetto a Mirko!!

Alessandro taglia il cordone ombelicale che ancora mi lega fisicamente al mio bambino ma che ha già smesso di pulsare. Il parto, però,  non è ancora finito, attendiamo l’espulsione della placenta. Esce dopo qualche minuto e chiedo a Marzia di metterla da parte perché voglio guardarla! Sarà curiosità, sarà una deformazione professionale ma la volevo guardare bene ed era bellissima! Nel frattempo, Mirko è attaccato al mio seno e comincia a succhiare con avidità mentre Marzia scatta le prime foto.

Il mio piccolino, passando, ha lacerato i miei tessuti tanto che ho bisogno di avere dei punti… bhè, pazienza. Marzia torna a casa a prendere l’anestetico che aveva dimenticato e anche questa ora in cui lei va e torna è stata meravigliosa perché  mi sono distesa sul mio letto, in penombra, con il mio bambino accanto che ogni tanto ciuccia, poi si stacca e dorme.. e io lo guardo e me lo godo… estasiata, ammirata, soddisfatta e ancora incredula che questa splendida esperienza sia accaduta proprio a me! Alessandro comunica a tutti il lieto evento e ride ogni volta che svela il segreto! La gente non crede alle proprie orecchie che abbiamo partorito a casa ma sono felici per noi e non vedono l’ora di vedere il nuovo membro della famiglia! Sinceramente, non reputo importante ciò che hanno pensato di negativo sulla nostra scelta. Io sono convinta di avere fatto la cosa più giusta per me e per mio figlio e di avere partorito nel migliore dei modi nel migliore dei luoghi!! Non avrei potuto volere di meglio!

Marzia ha praticato l’anestesia e mi ha messo i punti ed io non li ho sentiti né mentre li metteva né dopo a distanza di giorni e settimane! Non ho mai avuto problemi nel sedermi, né problemi di alcun tipo e la ripresa è stata molto rapida! E’ stato come se non li avessi avuti! Adesso posso alzarmi, ho riposato e mi sento una tigre! Ho mangiato le buonissime lasagne di mia madre e ho fatto il bagnetto a Mirko. Gli ho messo lo stesso vestitino che ho messo a Christian quando è nato.

Bussano alla porta. Sono i miei suoceri, mia madre e Chris! Gli adulti sono sconvolti nel vedere me, che ho appena partorito, in piedi ad accoglierli alla porta. Mia madre mi guarda con stupore, senza dire una parola… come se fossi stata miracolata! Bhè, si, il mio miracolo, effettivamente, l’avevo appena vissuto ma lei intendeva in un altro senso. Accolgo Christian con un abbraccio, felice del fatto che avrebbe dormito a casa, con noi, e lui subito mi chiede dove sia “il fratellino che è uscito dalla pancia della mamma” e se gli ha portato un regalo. Lo porto in camera da letto e il fagottino è lì sul lettone che dormiva, lui lo guarda e con tenerezza dice piano: “… che piccolo..”. Lo prendo e lo porto a conoscere i nonni che commossi lo abbracciano.

Io non riesco ancora a crederci. E’ stata in assoluto l’esperienza più bella e più forte della mia vita!! Christian gioca con il regalo portato dal nuovo fratellino, Alessandro ha gli occhi pieni di felicità e un sorriso stampato sul volto. I nonni sono sconvolti e felici e io prendo ancora Mirko fra le mie braccia, lo stringo, lo bacio e mi inebrio del suo odore di bimbo…

Penso che sono grata a Marzia e a mio marito; penso che anch’io ho avuto il mio regalo e che Dio non me ne poteva fare uno più bello, il mio prezioso regalo di Natale… proprio lì… sotto l’albero!

 

 

Maura Andrea e Maddalena

Maddalena è nata da un sogno, in un momento in cui l’ultimo mio desiderio apparente era quello di diventare madre. Quel sogno mi ha sconvolta, mi ha costretto a crederci nonostante tutto mi dicesse di fare il contrario. Avevo ventiquattro anni e stavo con Andrea da tre mesi, non avevamo né una casa né un lavoro, eppure decidemmo di avere un figlio. Rimasi incinta subito, e da subito iniziai a sentire lo sconvolgimento di quella vita dentro di me. La prima volta che sentii Maddalena muoversi nella mia pancia erano passate solo undici settimane dal suo concepimento. La ginecologa mi disse che non era possibile, avevo di certo confuso qualche contrazione intestinale con i suoi movimenti, era ancora troppo piccola. Ma era così, l’avevo sentita proprio nel momento in cui aveva iniziato a muoversi, e nelle settimane successive la sognai, i suoi occhi mi turbavano così tanto che quei sogni mi sembravano giusto il frutto della mia immaginazione, fino a quel momento non avevo neanche pensato che potesse essere una femmina.

Non sapevo niente di gravidanza e maternage, ma nel giro di un paio di mesi iniziai a documentarmi e insieme ad Andrea decidemmo che Maddalena sarebbe nata in casa. Al quinto mese di gravidanza ci trasferimmo da Roma in Sicilia, nel paese in cui sono nata. Trovammo presto un’ostetrica che faceva parti in casa e iniziammo a frequentarla.

Arrivò il termine della gravidanza, ma io e Maddalena non eravamo ancora pronte a separarci. Intanto l’ansia delle persone che mi circondavano (eccetto Andrea) iniziava a salire, e con l’ansia salì anche la mia pressione. Avevano tutti paura della mia scelta, avevano paura del fatto che avessi deciso di risparmiare a mia figlia i controlli e i monitoraggi quotidiani che si fanno nelle ultime settimane. Dato che le contrazioni non arrivavano, l’ostetrica mi propose di andare a Palermo a fare un’ecografia per verificare che ci fosse ancora abbastanza liquido amniotico per Maddalena.

La sera prima di partire mio padre venne a casa mia e iniziò a urlarmi contro e a dire che stavamo mettendo a rischio la vita di nostra figlia ed eravamo degli irresponsabili, che sarebbe stato più sicuro andare in ospedale e che, tutto sommato, un cesareo sarebbe stato meno pericoloso.

Non volevo un cesareo e non volevo fare l’ecografia. Andai a dormire, e alle due di notte iniziai a sentire delle contrazioni. Alle cinque chiamai Andrea e iniziammo a misurarle. Erano molto deboli, ma regolari. A quel punto rimanemmo svegli e decidemmo di andare a vedere l’alba al mare, come facevamo spesso prima che rimanessi incinta. Quando vedemmo il sole albeggiare arrivò una contrazione più forte, sentivamo chiaramente che qualcosa di completamente nuovo stava per entrare nelle nostre vite.

Alle sette avvisammo Marzia che arrivò da noi poche ore dopo. Qualcosa stava iniziando ad aprirsi, ma era ancora molto delicato, molto lento, e io non avevo più il senso del tempo, non avevo alcuna fretta. Mi sentivo come quando avevo avuto la certezza di essere incinta, su un altro pianeta, sentivo il dolore che saliva come dentro uno stelo e si apriva come un fiore, e vederlo sbocciare era una meraviglia ogni volta. Era un fiotto leggero, ingenuo, e non permetteva al collo dell’utero di aprirsi.

Marzia mi visitò diverse volte, e ogni volta la situazione non cambiava. Mi accorsi che iniziava a innervosirsi, a preoccuparsi. Maddalena stava benissimo, io ero serena, ma restavamo sulla soglia a goderci lo spettacolo di un piccolo attimo di dolore che si ripeteva regolare.

Il giorno dopo l’ostetrica ci disse che – dal momento che la situazione non cambiava – ci rimanevano due cose da fare: tentare il parto in casa senza la sua assistenza o andare con lei a Palermo a fare un controllo dal ginecologo.

Andrea mi avrebbe appoggiata in ogni caso, benché avesse totale fiducia nelle mie doti. Vedere la preoccupazione di Marzia e pensare a tutte le persone – mio padre in primis – che in quel momento continuavano a produrre ansia mi portò a decidere di andare a Palermo. Sapevo da tempo, in realtà, che Maddalena sarebbe nata lì, sapevo che non sarebbe nata nella casa in cui vivevamo, ma non avevo avuto il coraggio di ammetterlo a me stessa, di dare fiducia a questa mia sensazione.

Ad ogni modo, iniziammo il viaggio, e durante il viaggio – nel sonno, mentre Andrea mi abbracciava – iniziai finalmente a dilatarmi. Arrivai in clinica con una dilatazione di quattro centimetri e mezzo. Maddalena stava benissimo, il suo peso era nella norma e muoveva la bocca come se stesse già ciucciando il mio latte.

Andammo a casa di Marzia e decidemmo di continuare il travaglio lì. Le contrazioni continuarono per tutta la notte tra canti e urla, fino a quando non arrivai a dilatarmi completamente. A quel punto, mentre mi visitava, l’ostetrica ruppe involontariamente il sacco amniotico.

Le contrazioni si affievolirono, non sentivo ancora l’impulso di spingere. Erano passate più di 48 ore dalle prime doglie e iniziavo a essere stanca, sentivo la necessità di fare qualcosa, sentivo un certo giudizio nei miei confronti, cercavo di appoggiarmi a Marzia e Andrea che mi avevano assistita per tutte quelle ore.

Ormai ero completamente aperta, eppure Maddalena continuava a rimanere dentro la mia pancia. Qualcosa in me non voleva lasciarla andare, qualcosa in lei voleva ancora stare dentro.

La mattina dopo Marzia, esausta, ci disse che non se la sentiva più di continuare: ci disse che avremmo potuto usare casa sua e tentare di partorire lì senza il suo aiuto oppure saremmo potuti andare con lei in clinica.

Decisi per la clinica. In pochi altri momenti nella mia vita ho avuto la possibilità di fare i conti così profondamente con i miei limiti. Ero esausta, Andrea e Marzia lo erano quasi quanto me e, per quanto la sentissi forte e determinata, iniziavo a temere che anche Maddalena stesse iniziando a stancarsi. In quel momento sia Marzia che Andrea mi accusarono di non essere stata in grado di abbandonarmi al flusso del dolore, di essermi fatta troppo condizionare dalle ansie degli altri, dalle loro paure. Se il parto fosse stato facile, veloce, puramente fisiologico non avrei potuto vedere la pericolosità di tutti gli atteggiamenti che mi avevano condizionata per tutta la vita fino a quel momento. Quella mattina la responsabilità di cui venni investita mi rese cosciente che non avrei mai più potuto ignorare quei limiti: il bisogno di approvazione e l’influenza degli altri, il rapporto non equilibrato col mio corpo, un contatto ancora instabile con la mia parte più spirituale.

Andammo in clinica, venni visitata e i medici rimasero interdetti. Ero totalmente dilatata (anche più di quanto accade durante il primo parto), ma la testa di Maddalena era ancora troppo in alto perché potessi iniziare a spingere. A memoria non avevano mai avuto a che fare con un caso del genere. Come ebbi modo di verificare in seguito, Maddalena non era ancora pronta a uscire, era stato l’amore di quei giorni a far sì che riuscissi comunque a dilatarmi.

Monitorarono i battiti di mia figlia, pranzai e mi riposai, e in tutto quel tempo continuai ad avvertire delle contrazioni che, per quanto leggere, mi affaticavano sempre di più.

Alle sei del pomeriggio decisero di darmi cinque gocce di ossitocina e iniziarono a monitorare le contrazioni. Finalmente ripresero e io iniziai a spingere. In breve tempo la testa di Maddalena cominciò a scendere, ma il dolore cominciò a crescere senza curve, senza percorsi, ma con scatti impetuosi, arrabbiato, risoluto. Immagino servano a questo le medicine che danno per accelerare il travaglio: non serve che il tuo corpo si abitui all’aumento di intensità, la cosa importante è che finisca presto.

A più di sessanta ore dalla prima contrazione iniziavo a cedere, non riuscivo a spingere con efficacia, non avevo più controllo su niente. Le mie urla riempivano la stanza in cui mi trovavo, il corridoio e arrivavano fino alla sala parto lì accanto. Intorno a me c’erano infermieri, ostetriche, e mentre urlavo il ginecologo che assisteva al travaglio mandava sms col cellulare. Non era quello l’ambiente che avevo desiderato per la nascita di mia figlia, non erano quelle le sensazioni che avevo immaginato durante la gravidanza, ma evidentemente era quello che ero in grado di vivere in quel momento.

La testa di Maddalena iniziava finalmente a farsi vedere. Erano passate quasi diciannove ore da quando si erano rotte le acque, eppure le sue pulsazioni crescevano, la sua forza impetuosa non mi abbandonava, mi dava fiducia. Ma il mio corpo era sempre più stanco, non ero in grado di partorire in piedi, non riuscivo a reggermi.

Mi portarono in sala parto e mi fecero salire sul lettino. In quel momento quella era la posizione più comoda per me, le contrazioni continuavano dolorosissime, e a ogni contrazione pensavo che non sarei stata in grado di farla uscire. Eppure ad ogni contrazione Maddalena si faceva più avanti, ma io arrivai addirittura a pensare che da lì a un minuto i medici avrebbero deciso di farmi un cesareo, e lì avrei toccato il fondo del mio fallimento. L’idea di avere delle persone attorno che mi dicevano di spingere, che mi tenevano una flebo di medicinale attaccata al braccio, che tenevano il loro braccio fermo sul fondo dell’utero per evitare che alla fine della contrazione la testa di Maddalena tornasse indietro mi facevano sentire inerme, ogni contrazione diventava insopportabile, dilaniante, e sentivo di non riuscire a usare completamente quella forza per permettere a mia figlia di nascere. In quel momento mi fidai realmente di Marzia, nonostante tutto quello che mi aveva detto poche ore prima, nonostante mi fossi fatta influenzare dai suoi timori nel corso di quei giorni.

Oltre a lei e al ginecologo c’erano diversi infermieri che assistevano al parto come se stessero guardando un programma qualsiasi in televisione. Chiesi a Marzia di mandarli via.

Dietro di me Andrea mi teneva la testa. Durante tutti quei giorni mi aveva dimostrato il suo amore senza risparmiarsi mai, per quanto anche lui sentisse il mio stesso senso di fallimento. Chiese al ginecologo di tagliare il cordone qualche minuto dopo la nascita, ma ce lo negò. L’idea di non poterle dare la nascita che qualsiasi bambino merita era insopportabile, era chiaramente quello che mi toccava pagare per non aver fatto i conti con i miei limiti durante i mesi della gravidanza (o – ancora prima – durante tutta la mia vita).

Poco prima che Maddalena nascesse mi fecero l’episiotomia. Mi sembrò una cosa totalmente innaturale, una violenza gratuita.

In tutto quel dolore, però, stava nascendo la nostra famiglia. Rimaneva comunque qualcosa di sacro, la parte più importante restava protetta, inattaccabile. Non era quello che avevamo sognato, non era perfetto, non era motivo di vanità, ma era comunque prezioso, e dovevamo proteggere – nonostante il posto in cui stava avendo luogo – questo evento.

Stavo partorendo in una condizione imperfetta, medicalizzata, incredibilmente dolorosa, ma dalla sala parto io e il mio uomo guardavamo il porto di Palermo, e questo avrebbe visto Maddalena non appena fosse uscita dal mio corpo.

Questo accade, alle 19.30 del primo aprile 2011, dopo quarantadue settimane esatte di gravidanza. Maddalena uscì e i suoi occhi azzurrissimi si aprirono immediatamente sul porto. Nel momento in cui la sentii uscire provai una sensazione che non si può descrivere, che non si può nemmeno immaginare. Si tratta di un momento preciso, il momento in cui senti distintamente che la vita – un corpo che è insieme materiale e spirituale, che ha un’energia vitale smisurata – viene al mondo attraverso di te.

Andrea vide il mio viso mutare in un attimo. Prima ero viola, ogni vena della mia faccia rischiava di esplodere, un momento dopo ero fresca, serena, con un sorriso imbevuto d’amore. Da lì in poi l’amore mi pervase, e nei giorni successivi – malgrado una serie di fatti che coinvolsero i miei genitori e sconvolsero i loro equilibri – persi ogni paura, ogni pudore nei confronti degli altri esseri umani. Maddalena iniziò a diventare sempre più reale, incarnata, io e Andrea iniziammo a cambiare quasi senza accorgercene, e cominciò per noi tre un viaggio bellissimo e a volte faticoso che prima di allora non avremmo mai potuto immaginare.

Marzia Marco e Maria

Il racconto di parto di Marzia, prima di diventare la nostra ostetrica!

31 maggio – 1 giugno 1996

Io e mio marito Marco vivevamo in campagna, vicino Cefalù, e dovemmo trovare un piccolo appartamento in città per il parto di nostra figlia Maria. Non sarebbe stata cosa semplice, pensammo,  perché trovare un appartamento in città a poco prezzo e per soli 2 mesi ci sembrava un’impresa difficile ma, come quasi tutti gli eventi che si verificarono in quel periodo,  trovammo la casa che cercavamo ed anche con molta facilità!

Eravamo 6 donne che avremmo partorito in casa ognuna a poca distanza l’una dall’altra e ci frequentavamo negli incontri tenuti da Francesco Vinci (il nostro preparatore alla nascita) in piscina dove andavamo regolarmente per trovare un “dolce” rilassamento fra le braccia del nostro partner (per chi l’aveva, alcune fra di noi erano mamme single) o fra le braccia amorevoli e competenti del nostro Preparatore (oggi posso dire che Francesco ha fatto le veci di un’ostetrica a tutti gli effetti!).

La presenza di questo bel gruppo di mamme è stata anch’essa un’ottima opportunità di forza creatasi spontaneamente che ci forniva la carica parto dopo parto. Ci ritrovavamo così in piscina, commentando gli esiti positivi di ogni singolo parto… e le neo mamme portavano i neonati dopo qualche giorno dalla nascita in piscina amplificando così le nostre emozioni e certezze che “tutto sarebbe andato per il meglio anche per noi”!

Io non leggevo molto riguardo al parto; le prime informazioni racimolate su qualche giornaletto specializzato mi erano bastate … anche perché notavo come avessero effetti ansiogeni su di me (cioè se leggevo l’articolo sul “diabete gestazionale” subito dopo sentivo di avere tutti i sintomi appena letti nell’articolo così come accadde anche per la gestosi e non ricordo più cos’altro). Così decisi a pochi mesi della mia gravidanza che, data l’IPER sensibilità che mi componeva, non avrei più comprato giornali e nient’altro di “specializzato” che mi potesse elencare tutti i guai possibili durante lo svolgersi di una gravidanza! Così feci! Da quel momento in poi lasciai totale libertà al mio istinto, ascoltavo solo le mie sensazioni con grande fiducia in me stessa, in mia figlia e mio marito.

Così arrivammo al 31 di maggio, in grande serenità nonostante le forti pressioni esterne riguardo la nostra scelta del parto in casa. La nostra “difesa” ormai era mentire sul luogo dove si sarebbe espletato il parto. Dicevamo che saremmo andati in clinica ma ricordo che anche su questa ipotetica scelta qualcuno ebbe da ridire perché la clinica, per alcuni, è meno sicura dell’ospedale …. della serie “non va proprio bene nulla! Solo l’abbandono all’angoscia di questo tanto paventato momento del parto!”.

Marco ogni giorno andava al lavoro, fuori città, così io trascorrevo spesso le giornate da sola. C’era parecchio caldo e quella mattina ero uscita per andare a fare la spesa, ero rientrata per cucinare qualcosa e poi mi ero distesa sul letto per il mio solito riposino post pranzo solo che dopo un po’, ma non ricordo quanto tempo fosse già trascorso, sentii un forte dolore in basso che mi svegliò di colpo. Fui svegliata da questa forte contrazione a cui seguì la perdita del tappo mucoso. Io però ero ignara di tutti questi “avvenimenti” che nello specifico potessero capitare, capivo solo che c’era un dolore nuovo e più intenso, che adesso qualcosa scolava dal di dentro ed era anch’essa una novità e quindi capivo che forse il momento si stava avvicinando. Chiamai subito Marco, lo volevo subito vicino. In poche ore eravamo già dalla ginecologa la quale mi disse “Vieni allo studio che ti visito. Ti farà bene camminare, non stai per partorire ancora, è il primo figlio” io andai ma fra me e me pensavo che comunque da li a poco avrei partorito, ormai indietro non si tornava più!

Tutto il pomeriggio lo trascorremmo sistemando la casa: Marco mise la cerata di plastica a rivestimento del materasso in compagnia di mia sorella Alice, la quale ai tempi era poco più che adolescente e la ricordo ancora con l’aria emozionata e solenne di “chi” sa di stare partecipando ad un rito prima di un grande evento;  finì così di gonfiare la vasca per il parto e la lavò per l’ultima volta dentro, uscì i tubi che avremmo utilizzato per riempirla d’acqua e la posizionò in mezzo alla stanza dove avevamo stabilito nei giorni scorsi mentre io intanto andavo in bagno con cadenza di ogni 10 minuti. Svuotai da sola tutto il mio intestino in quelle ore che oggi so chiamarsi di “prodromi di travaglio”. La schiena era davvero dolente e ad ogni contrazione era solo questo il fastidio che sentivo e nel contempo mi dicevo “bè ma se i dolori del travaglio sono solo questi non mi sembra poi così insopportabile” … sul water si attenuavano un po’ ma ormai andavano incalzando. Ricordo che al muco si aggiunse anche un po’ di sangue ad un certo punto, evidentemente la dilatazione del collo dell’utero progrediva. Si era fatta sera e la ginecologa e Francesco Vinci arrivarono verso le 9, cenarono con Marco perché io non avevo troppa fame ma bevevo molto. Poi in tarda serata si misero a letto mentre io e Marco cominciammo il “nostro travaglio attivo”. Ormai le contrazioni non mi abbandonavano più, erano regolari e non sentivo più nemmeno il bisogno di andare in bagno se non per urinare. Marco, io e Maria vagammo per la stanza per tutta la notte sempre vicini …. Io cercavo una buona posizione che cambiavo immediatamente non appena arrivava la contrazione successiva … in questa danza fatta di passeggiate, massaggi, respiri e piccoli momenti di riposo il mio corpo disse ad un certo punto “basta!” così dissi a Marco che volevo dormire e così accadde, mi addormentai!

Anche in questo frangente non ricordo per quanto tempo, non stavamo  a guardare orologi, dormimmo però ricordo molto bene che quando mi svegliai iniziò la fase espulsiva. Un altro cambiamento era in atto e mi proponevano di entrare in vasca. Non ero più convinta perché il fatto di potermi muovere mi aveva aiutata nell’affrontare le contrazioni precedenti però l’idea dell’acqua tiepida e dell’assenza di gravità per la mia schiena mi allettò moltissimo alla fine così entrai in vasca e Maria nacque proprio li dopo qualche ora. Ormai era l’alba dell’ 1 giugno. La sua testolina che si faceva spazio all’interno della mia vagina fu una cosa che mi sconvolse ma non per il dolore ma per la potenza che mi fece sentire tutta insieme! Ho proprio sentito mia figlia che con forza primordiale si “spingeva” fuori ed io mi spaventai …  questo momento fu carpito pienamente da Francesco il quale mi disse con molta semplicità “cosa c’è?” Io risposi “ho paura…” lui con un bel sorriso mi disse “è tua figlia! Toccala! E li, sta per uscire” appena misi la mano e sentii la cute morbida, i suoi capelli già in parte fluttuare nell’acqua dentro di me è cambiato tutto, davvero Maria era li! Non era più solo un’immagine ecografica, dei calcetti durante il giorno, dei disturbi alla schiena e al nervo sciatico, adesso Lei era li e stava per uscire e ci saremmo conosciute! Dopo qualche spinta uscì la testa che prese il suo tempo poi per la rotazione delle spalle e in questo frangente io la carezzavo continuamente così sentii il suo nasino e la sua bocca e non dimenticherò mai questa sensazione meravigliosa prodotta dal solo tatto, stavo conoscendo mia figlia. Nessuno mi visitava, nessuno mi diceva cosa fare (penso che mi sarei confusa profondamente!) solo stavamo in ascolto del mio corpo che si muoveva insieme a quello di Maria.

Adesso lei era fuori di me e io stetti qualche minuto incredula … è un momento stranissimo quello immediatamente successivo alla nascita di tuo figlio! Non capisci se sei sulla terra o meno, se hai sognato fin’ora e appena incroci quegli occhi pensi “ciao! Finalmente! Allora eri tu?! Piacere amore mio” …. Da li in poi una cascata di sensazioni .. mio marito Marco che piangeva di gioia ancora aggrappato alla mia schiena, Maria che cominciava a colorarsi senza emettere uno strillo (perché ancora attaccata alla sua placenta) e aveva già aperto i suoi inconfondibili occhioni , (sembrava un ufo catapultato sulla terra fra le mie braccia), la copertina “termica” fatta con un asciugamano per non farci infreddolire …  Marco recise il cordone dopo qualche tempo e poi si portò Maria dentro la maglietta, a contatto diretto con la sua pelle. Io ho aspettato la nascita della placenta dentro l’acqua e poi sono andata a fare una doccia e uno shampoo.

La nostra bambina nacque in un abbraccio, quello mio e di Marco che non mi lasciò mai nemmeno per un momento,  e nessuno ce l’allontanò mai dal momento in cui venne fuori dal mio corpo! La lavammo nel lavandino, la scrutammo per tutta la giornata e per parte della notte, la nostra prima notte da genitori!

Non esiste una modalità di parto più rispettosa e ricca d’amore come quella del parto in casa. Si potranno allestire “case maternità” e reparti ospedalieri che rispettino quanto più possibile la fisiologia di quest’evento ma il sentirsi fra “le proprie cose”, la sensazione che hanno gli operatori di essere “ospiti” anziché  coloro che ospitano la coppia è qualcosa che solo la casa può rendere. E tutto ciò apre la coppia in ogni senso a questo evento; li rende fiduciosi che ogni cosa andrà bene perché E’ NATURALE come lo stare nella propria casa, usare il PROPRIO BAGNO, stendersi SUL PROPRIO LETTO lo stesso dove magari anche quel figlio è stato concepito e su a breve vedrà la luce per la prima volta.

Non esiste esperienza più unica di un parto fatto in casa.

 

il parto della Pantera

Dal diario della nostra ostetrica Marzia:

“Sono di ritorno da una delle esperienze, al momento, più significative della mia vita!

Mi sono messa alla prova sotto tutti gli aspetti:  lavorativo, umano, come figlia sottoposta alle ansie familiari e come madre che non aveva mai preso una pausa così lunga dalla sua “bambina”!

Ci sono stati molti parti a Jacmel (Haiti)…  tutti meriterebbero un racconto, chi più chi meno, e tutti hanno lasciato in me qualcosa..ma quello che più di ogni altro io non dimenticherò è quello che mi accingo a raccontare per non perderne nel tempo i dettagli e perché altre donne, se vorranno, lo potranno ascoltare grazie a questo scritto.

Il parto della “pantera”

Lei è arrivata in tarda mattinata ad inizio di travaglio. Era scostante, incazzata, con abiti sporchi e decisamente malandata! Prendendo la sua scheda, che stranamente lessi tutta quanta (di solito non leggevo le schede nei loro dettagli), appresi che il marito la tradiva (nelle schede prenatali loro mettevano anche dettagli di vita personale GIUSTAMENTE! Da noi questo aspetto è completamente trascurato) .

Fin tanto che le contrazioni erano poco dolorose Lei camminava per il Dome lanciando qualche gridolino ma la situazione cominciò a “precipitare” quando il travaglio diventò attivo. Era già pomeriggio inoltrato e io mi trovavo in clinica con Emily, stranamente senza Clare con cui di solito facevo coppia.

Adesso ad ogni contrazione Lei cominciava a gridare e ad andare letteralmente fuori di testa! Gli occhi le si giravano e pronunciava frasi a me incomprensibili così, solo all’inizio, usufruii dell’aiuto della translator per capire cosa dicesse.  Era evidente che questa donna non versasse in condizioni serene..il suo corpo era pieno di cicatrici; ovunque sul corpo perfino sul viso, all’altezza della mandibola, aveva un buco come se un arnese appuntito le fosse stato infilato dentro.

Osservandola accuratamente ed entrando in contatto con Lei cominciai a provare una tenerezza infinita anche se non era semplice seguirla, starle dietro (voleva camminare, “marcher”).

Questa donna non so di preciso cosa abbia subito nella vita, e non credo fosse solo il tradimento del marito che la turbasse così, ma certamente non aveva ricevuto amore, accudimento e per questo ogni doglia era come se “mi dicesse” io non posso sopportare altro dolore !

Così cominciò la nostra “conoscenza” fatta di sguardi e di tanta dedizione da parte mia. Cominciai con il pulirla con le pezze umide, cambiarle il vestito con uno dei nostri parei e poi carezze..tante carezze e tante parole sussurrate al suo orecchio ogni volta che arrivava la contrazione e Lei se ne andava viaurlando e pronunciando quella frase che poi ho saputo fosse “io non ce la posso fare”!

Ormai non era più possibile lasciarci un attimo e si venne a creare tanta intensità fra noi 2 tant’è che  vedevo Emily cominciare ad osservarci con incuriosita … io la trattai come fosse Lei la bimba che stava per venire al mondo, la chiamavo “piccola mia” in italiano perché in questi momenti il linguaggio diventa universale e sono certa che Lei mi abbia compresa come io la capivo senza più bisogno che nessuno ci traducesse! Ho dovuto aspettare che si fidasse di me ma poi l’abbandono fu totale.

Ormai eravamo Io e Lei, strette in un abbraccio che gironzolavamo per il Dome (era sera e non era rimasta più nessuna mamma,  solo noi 3),  così ci potemmo permettere di utilizzare tutti gli spazi perché Lei non voleva assolutamente stare nella “stanza” che le avevamo assegnato all’inizio. Arrivava la contrazione e si accovacciava con me che la rassicuravo: “lo so, lo so che fa male..adesso passa piccola mia”, “respirer”…..

Ad un certo punto decise di stendersi per terra, evidentemente eravamo in piena fase espulsiva, ed Emily portò il faldone in mezzo alle sue e alle mie gambe. Arrivarono le sorelle ed il marito così io istintivamente feci come per lasciare il mio posto al marito appena entrato (mentre le sorelle le avevamo fatte sedere dietro la sua testa e le incitavamo a carezzarla)  ma Lei con un gesto che non lasciava dubbi alcuni  “mi disse” non ti muovere da dove sei  e mi abbracciò senza più mollarmi un istante!

Si ruppero le acque ed essendomi bagnata tutti i vestiti avevo l’esigenza di cambiarmi ..anche in questo frangente con Lei fu come ci fossimo parlate perché lasciò la presa del mio collo sicura che sarei tornata in pochissimo tempo, e così fu! Ormai spingevamo all’unisono e nel frattempo era anche arrivata Clare la quale, trovandoci in mezzo al Dome stese per terra, all’inizio rimase un attimo perplessa poi si fece anche lei trascinare da tutta quell’energia ormai creatasi. Alla fine del parto Clare disse sorridendo “partorire in mezzo alla clinica, perché no!”.

Il suo bambino nacque così, fra le mie e le sue gambe intrecciate, ed anche la placenta nacque li per terra; poi la trasportammo sul suo letto e dopo un po’ Lei mi fece segno di prendere il bambino perché non lo voleva vicino, non lo voleva attaccato al seno. L’utero era molto contratto per cui non era strettamente necessario che il bimbo succhiasse al seno per produrre altre contrazioni ma io desideravo che non si staccassero..che Lei  cominciasse a sentirlo un po’ di amore che da quel corpo martoriato poteva uscire verso l’esterno!

Solo che i morsi uterini ricominciavano a produrle quel tremore e quello stato di …. allontanamento  da se stessa che si era manifestato già al travaglio così ripresi a coccolarla, carezzarla … ormai sotto gli occhi stupiti dei parenti che affollavano la “stanza” la nostra speciale relazione amorosa non poteva che manifestarsi fisiologicamente!

Dopo qualche tempo (non ricordo quanto!) di carezze e parole sussurrate all’orecchio per tranquillizzarla le chiesi se era possibile riattaccare il bimbo al seno … Lei aprì gli occhi e mi disse di si! Questo SI fu per me una conquista enorme..una conquista per questa donna che riusciva finalmente a lasciarsi andare all’amore, a fidarsi un po’ della vita!

Mi allontanai per un po’ anche per “smaltire” tutte le emozioni fortissime accumulate in quelle ore ma ad un certo punto Lei mi chiamò perché voleva staccata la placenta dal bimbo (noi lasciamo la placenta attaccata al neonato fino a quando non sono  trascorse almeno 3 ore dal parto e comunque chiediamo sempre prima il permesso alla mamma che, se non lo ritiene ancora il momento, può dirci di attendere..anche fino all’indomani). Mi piaceva la sua determinazione, era una pantera dallo sguardo intenso! Bruciammo il cordone mentre Lei stava sempre con gli occhi chiusi. Il papà sembrava veramente felice per questa nascita come tutti gli altri parenti intorno a Lei.

Cercavo di capire le sue dinamiche familiari. Durante la fase espulsiva, ad esempio, una delle sorelle la colpì all’interno della coscia con uno schiaffo (questo gesto lo vidi fare spesso durante i parti, si vede che fa parte dei loro rituali..un pò come da noi si usa dire “spinga con rabbia!”) ma io la redarguii subito dicendo “No!! Carezze (prendendole la mano e posandola sul viso di Lei), baci bisou..”.

A questo punto la situazione era serena; le contrazioni ero riuscita a fargliele sopportare con la sola forza del mio Amore e quando il bimbo piangeva Lei lo attaccava al seno senza più allontanarlo..potevo andare a dormire per quella sera!

Tutta la strada verso la casa e per tutto il resto della serata il mio “essere” fu pervaso da un’onda amorosa così intensa che non c’erano parole per spiegarla, ne desideravo farlo..me ne beai e basta.

L’indomani mattina la trovai in uno dei letti disposti vicino “l’accettazione” del Dome (non lo sopportava proprio di stare chiusa nel “loculo”) e adesso mi sorrideva … nulla, dopo il primo sorriso di mia figlia, ha mai fatto aprire così tanto il mio cuore!! Ci siamo baciate, anche Lei baciava me, ed era fuori dubbio che fossimo diventate sorelle ormai! Unite per sempre da un profondo atto d’amore che Lei potrà sempre riportare alla mente tutte le volte che guarderà suo figlio:  è questa la vera nascita!”

Christine’s birth story from janice

The house is quiet. The music has stopped. For several days music has not been heard. Music used to be heard coming from the house at all hours of the day and night. Beginning around midday. One could hear two clarinets practicing the same song over and over again until each note was right. The sound of scales being practiced on a trumpet. A violin solo played. The trumpet and violin playing together. The distinct strumming of a banjo guitar. Turkish music wafting out from the laptop computer. Unless they were sleeping the music never stopped playing.
I awake to the sound of a new born baby crying. It is early morning still dark outside. I have fallen asleep wearing the same clothes from two days ago. The baby is crying harder now. I knock softly on the bedroom door. I think to myself, “What if his parents are so exhausted they don’t wake up and hear him crying?” I open the bedroom door. Raffe, my son-in-law is sitting on the bed holding a diaper. Dressed in animal print boxer shorts he looks more like a teenage adolescent than a twenty-nine year-old dad. My daughter Christine is lying next to the baby cleaning him with a baby wet wipe. They are both smiling. This is his fifth diaper change tonight. He always cries when he’s wet. I breathe a sigh of relief. They are natural born parents. I don’t need to worry. They ask me to pick out the baby’s first outift and dress him. He is still wrapped in the soft baby towel placed around him right after his birth. I pick out of soft white cotton nighty with a yellow duck embroidered on the front. My first grandchild. Luciano Ronaldo de Pierro Cataldo. My prayers have been answered. I am a grandmother.
Christine and Raffe met playing music. They were both traveling with an avant-guard group of musicians called “the Cyclown Circus”. The band played dixieland jazz music and performed various circus acts. Christine walked the tightrope while playing the trumpet. Raffe played violin. Christine showed him how to walk the tightrope. They fell in love traveling in Indonesia, playing music and performing circus acts they paid their way traveling the world. Malaysia, Singapore, Indonesia, Thailand, Bali, China, Denmark, Berlin, Russia, Ukraine, Lithuania, Turkey, Italy, Belgium, France, England, Scotland, Greece, Slovenia, Austria, Switzerland. They traveled as much as possible on tall bicycles. Each bicycle was customized and decorated individually. Christine traveled with her black labrador dog Dimitri, pulling him in a child’s bicycle cart behind her bicycle. Faithfully keeping in touch through e-mails, postcards and an 800 number her father provided- she shared her travels.
A year ago Valentine’s day, Raffe and Christine were married. The wedding took place in the Pennsylvania countryside. They rented a three-hundred-year old restored farm house. Their friends in the band played. There was a fabulous Italian food cooked and prepared by Raffe’s father and Uncle Bob. Wines, cheese, wonderful pastries made by the uncle. A red velvet wedding cake (also baked by the Uncle) was cut and served. Kyla, their talented friend made life-size puppets of Raffe and Christine. Re-enacting the story of their meeting and falling in love, during the reception. So funny! Christine so beautiful in her like-new wedding dress purchased for thirty dollars at the Goodwill second-hand store. Raffe so touching as he said his own wedding vows. Christine composed music, played guitar and sang her vows to Raffe. Music played dancing and celebration lasting into the night. So much joy and love.
“Mom, I am pregnant!” Christine was calling home with the news from Berlin, Germany. The band had developed a following in Berlin. Playing in clubs booked over the computer, recording and selling CD’s at shows, Christine and Raffe were making Berlin home. We want to travel to Italy, perhaps Sicily,where its warm in winter to have the baby. The Italian government is offering dual citizenship to American US-Italians who can provide documentation that their grandparents immigrated from Italy. Christine and Raffe had been spending hours on the computer researching the records from Ellis Island. Christine found the records of her great-grandfather’s family and the listing of the ship they traveled on to the U.S. She sent a copy to her father for his birthday. Christine traveled with Raffe to the small town in Italy where the grandparents immigrated from- “Cappaccio”. She obtained copies of the town records of every family member born there. Raffe’s father had also been researching his family’s Italian roots. He was interested in Raffe obtaining dual citizenship. He retained a lawyer to help speed up the process. Raffe now has dual citizenship. They can reside in Europe or the U.S. They are now busy getting the baby his own U.S. passport. A full circle has been completed with Luciano’s birth.
“Mom, I am planning on having the baby at home in Italy. Instead of a doctor I want to have a midwife. Okay, I will travel to Italy to be there for the baby’s birth. I don’t want to miss the birth of my first grandchild. I watch video’s of home births on the computer Christine sends me. Christine wants me to be open and positive at all times concerning home births. Silently, I think of making sure I have the emergency number one calls in Italy just for backup. I say a prayer daily for Christine and the baby.
Three weeks I have been in Italy awaiting the baby’s birth. I am not interested in touring or exploring Sicily, I just care about Christine and the coming baby. We unpack the full suitcase of newborn baby clothes I brought from the States. We organize the baby clothes in the wardrobe. All is ready. The birthing room has an inflatable child’s swimming pool that holds enough water to be about three feet deep. It will be filled with warm water from the two small water heaters from the two apartments we have been renting. Raffe has run plastic tubing from my upstairs apartment’s hot water tank, thru the window to the apartment below. A practice run was a success. I meet the midwife “Marzia”. She is so warm and lovely. Like a second mother to Christine and Raffe, helping them find the apartment they now rent and move from the cold house they previously rented up the mountain. It is warmer here and there is a town where one can walk to everything. The beach is five minutes away. I am cold because I am used to central heat. Layered clothing and wool sweaters are the secret in winter here. On sunny days we go to the beach and sit in the warm, wonderful sun. Marzia comes with us and gives Christine a massage. We listen to the baby’s heartbeat. Fast like a humming bird’s! Christine has put up pictures of friends an family in the birthing room. There is a list of affirmations to say while in labor. Flower’s and candles are placed in the room. Christine writes a list of what Raffe and I are to do when her labor pain’s begin. She ends with the words written in larger letters, “stay calm, and don’t panic!”. Ice cubes are in the small freezer for her to bite when she has pain. A hot water bottle for her back pain.
On March fifteenth towards mid-afternoon, I go to check on Christine. She has stayed in bed today not feeling her best. Kyla, her friend left yesterday after visiting for two weeks, hoping to be here for the baby’s birth. One day later, Christine’s labor pains begin. Her contractions are now seven minutes apart. Raffe asks for my expensive new cell phone to call the midwife. The cell phone suddenly has no reception. Thankfully, Raffe has two different cell phones that are working. Marzia is an hour’s drive away by car. Raffe begins to fill the pool after another hour has passed. It is now eleven at night when Marzia arrives. She greets us with kisses and hugs. She checks Christine, takes her blood pressure. Everything is good. The pool has filled. Raffe covers it with a plastic cover to keep the water warm. Music plays softly on the laptop. The lights are dimmed, the candles lit. The room is peaceful. Christine’s contractions are becoming stronger, more painful. Marzia explains that a womans uterus is like a flower with closed petals, each contraction opens the flowers petals, expands and opening the birth canal so the baby can pass through.
Christine is now on the bathroom floor. She went to use the bathroom. Her contractions became so painful and strong, Marzia placed a mat down with towels for her to lie on. Raffe gently strokes her face, and reassures her. Marzia is beside her holding her hand. I am standing inside near the bathroom door. Now we are all in the bathroom. I look at my daughter Christine. She is so beautiful, so brave to face such pain without choosing to have any drugs to relieve the pain. She wants her baby to have a natural birth without risk from any medications. Her natural beauty shines through, even in such pain. Her dark eyes are intense. Her skin flwless. Her high cheekbones and beautiful face flushed. Her long black hair frames her face and her lovely Julia Roberts smile. I remember her birth. She was born a perfect baby. She came so fast we barely made it to the hospital. I must have had pain medication. I would not forget the intense pain like she is having now. The contraction is over and we walk her to the birthing room. She collapses into the the birthing pools warm water. The affirmations are playing on the computer. “I am in charge of my body”, etc etc. They don’t mention the intense pain that takes one’s breath away. We turn it off and play soft music. The candles are slowly melting. It has been six hours of intense hard labor. Christine is exhausted and says she doesn’t think she can take much more. She is now on her knees in the birthing pool, her arms clinging to the side of the pool. Marzia is gently telling her she has felt the babies head an inch away from the opening of the birth canal. I look up at the window and notice dawn is breaking. The long night is over. Raffe comforts and holds her. He has been right by her side every minute. Bringing her ice, her hot water bottle, stroking her hair, caressing her face. He is so patient, loving and supportive. Our daughter has found the prefect husband. Christine says she think the baby may be too big to come out. When suddenly, out he floats into the birthing pool! Just like a little fish. His little head just above the water. Christine picks up her baby and holds him in her arms. We are laughing, and crying with awe, amazement and joy! He gives a little cry. Christine is holding her and Raffe’s baby. Peace fills my heart. I am a grandmother. I give thanks to God for our beautiful baby grandson.
Christine and Raffe have spent every waking moment tending to the baby Luciano. Christine is breastfeeding him. Between feedings he is pooping. They know the color and kind of poop and it’s proper name, “Meconium” -pooped right after birth. They read the baby book aloud to eachother and look up additional information on the internet. Instead of music theory and songwriting, they are comparing which brand of diaper works best. They are taking baby pictures and sending them off to family and friends over the Internet. When the baby sleeps, they sleep. Raffe has lost his appetite and forgets to eat. Usually he needs to eat every few hours with his high metabolism. Raffe says he feels like he is recovering from a huge hangover. I watched him falling asleep over his corn flakes the other morning. The baby is following in his parents footsteps and keeps musician- night hours. Days he breast feeds and sleeps peacefully. Nights he is more awake and active. Every night I hand wash the tiny baby clothes used that day. I hang them to dry on the small clothesline off the balcony in the morning sun. Soon Raffe’s parents, Lou and Myra will be here for a two week visit. Ron, my husband, Christine’s dad, will arrive for a weeks visit. He had stayed behind in the U.S. To take care of business and to pay the bills and expenses of our trip to Sicily. Christine is her daddy’s girl, even as a new mother. They have a strong bond. He has always been there for our family and Christine. Our son Christopher, his wife Cheryl will also be here. We will celebrate Luciano’s birth with a big Italian meal together. Then I will have to say goodbye until a visit home at Christmas.
Once again the sounds of music are coming from the house. A friend of Christine and Raffe’s- “Michaelangelo”, has come for a visit. He is from Naples. He is young, around twenty, so polite and quiet. He is taking violin lessons from Raffe. They practice throughout the day. The baby has become used to hearing music played so it does not disturb him. Raffe and Christine played music throughout her pregnancy. Raffe is eating again. Michaelangelo cooks simple, tasty pasta dishes. He goes to the market daily and buys the few ingredients for the day’s meals. Lunch is served around one when siesta begins. Everything closes for siesta from one until four or four-thirty everyday. All stores, offices, and businesses close. Everyone heads home for siesta. They re-open from four until about eight. Dinner is served around nine in the evening. There are no all night or twenty-four hours stores or fast food places. Nothing stays oven seven days a week.
Michaelangelo has come bearing gifts. A specialty from Napoli, “Baba”- a cake soaked in liquor, a favorite of Christine and Raffe’s. Michaelangelo has also brought the most special gift of all, a child size violin for little Luciano. Yes, there is music being played once again. The sounds fill the air. May is always be so.