Tutto parla di te. Una riflessione sulla maternità raccontata da Alina Marazzi

Tutto parla di te è il nuovo lavoro della regista Alina Marazzi. 80 minuti per una intensa e poliedrica narrazione dell’essere madre, dell’essere donna, dell’essere figlie e di un intreccio possibile, tra luci ed ombre, cucendo parole spezzate.

bianco e nero

Pauline – Charlotte Rampling – è una ricercatrice, un’etologa tornata a Torino dopo anni all’estero per uno studio sulla maternità umana. Con il suo incedere lieve e silenzioso ed il suo sguardo ricettivo, entriamo in punta di piedi nella Casa Maternità, un luogo di aiuto ma, soprattutto, di connessione per le madri. Ad accoglierla sarà Angela (Maria Grazia Mandruzzato) che da anni si occupa del centro, incontrando quotidianamente quel cerchio di madri che diventerà per Pauline spazio per costruire un sapere incarnato, lasciandosi toccare fin nell’intimo di una memoria tragica di figlia. L’incontro chiave sarà quello con Emma (Elena Radonicich) giovane ballerina che affronta una maternità spiazzante. La nascita di suo figlio ha sfilacciato il suo senso di sé precedente fin quasi a bucarlo: “quando lui piange. io il più delle volte piango con lui” – racconta Emma a Pauline – “questo essere umano per tutta la vita dipenderà da me e per tutta la vita avrò questa responsabilità. A volte mi guarda con gli occhi fissi e sembra quasi rimproverarmi.. è così fragile. Non ce la faccio più”. Lo raccontano le sue parole, lo dice il suo sguardo sbiadito, lo ribadisce la sua irritazione a fior di pelle: si sente costretta a stazionare sull’orlo di un baratro, davanti al quale non riesce neppure a lasciarsi cadere. La forza di gravità che la sorregge è la prospettiva del senso di colpa, farmaco pericoloso che può repentinamente rivelarsi veleno e spinta verso quello stesso strapiombo. In un gioco di rispecchiamenti, Pauline ri-conosce quel veleno: appartiene al suo passato di figlia di una madre disperata degli anni 50 che ha conosciuto lo stesso dolore cavo che ora abita lo sguardo svuotato di Emma. Ed in questo ri-conoscimento, Pauline troverà l’unica via d’accesso ad una sofferenza che la chiama in causa: “Ho capito che posso aiutarti solo raccontandoti di me e di quello che sono stata in questi anni” dirà ad Emma. Alina Marazzi dà corpo alla complessità dei sentimenti legati alla maternità integrando la fiction con una varietà di linguaggi diversi: la fotografia, i vecchi filmini in super 8, l’animazione, i filmati d’archivio degli anni 20 e le video-interviste a madri di oggi che raccontano la loro esperienza reale e che, in dialogo con la finzione, diventano le testimonianze studiate dal personaggio di Charlotte Rampling. Di grande suggestione la scelta di introdurre nella pellicola opere pittoriche che appaiono come proiettate sui muri degli interni, tra una scena e l’altra. Sono immagini di grande risonanza: corpi sfuocati di donne senza volto, danzatrici i cui movimenti sembrano interrotti e pietrificati dentro a pareti domestiche. La dimensione della casa/prigione ritorna con grande potenza evocativa in una bellissima sequenza in stop motion in cui i pupazzi di una (Ibseniana) casa di bambole ritrovata da Pauline, si animano e drammatizzano la tragedia consumatasi durante la sua infanzia. Tra le video-testimonianze combinate alla cornice della finzione, c’è un’intervista a Maria Patrizio, oggi ricoverata a Castiglione delle Stiviere – nell’unico ospedale giudiziario femminile d’Italia – per aver ucciso il proprio figlio nel Maggio del 2005. All’epoca di lei e del suo gesto estremo si disse, tra molte altre cose, che la maternità aveva probabilmente mandato in frantumi le sue aspirazioni ad entrare nel mondo delle spettacolo.

Ecco uno stralcio di un articolo di Repubblica che la descrive:

Figlia unica di una famiglia di operai, bella biondina, dai grandi occhi scuri, fisico minuto ma interessante, prima di sposarsi aveva avuto anche qualche ambizione nel mondo dello spettacolo”. (Repubblica, 1 Giugno 2005)

Una descrizione velatamente giudicante che – forse non a caso – sembrerebbe attagliarsi anche alla protagonista di Tutto parla di te. Ma Alina Marazzi interroga l’equivoco e, attraverso una prospettiva storica, racconta di una sofferenza materna che non ha a che fare con la rottura dei sogni patinati dell’individualismo contemporaneo, ma con la solitudine radicale delle madri di questa come di altre epoche spesso erroneamente mitizzate. La solitudine di cui Alina Marazzi ci racconta è quella di donne che si confrontano con un intero “villaggio” in cui tutto parla di lui (del figlio), mentre poco o nulla parla di lei – la donna, la compagna, la figlia diventata anche madre – nella sua complessità identitaria. Un parlare, questo, che svilisce la madre quanto i figli, quei figli che invece “sono molto più forti di quello che noi crediamo” come dirà Pauline ad Emma. Un parlare che dipinge i bambini come complicati elettrodomestici da programmare con tanto di astrusi manuali d’uso, restituendo alle loro madri immagini di piccoli Dei di vetro incapaci di insegnare loro alcunché e, pertanto, indegni di fiducia e d’ascolto.

Bambini così pensati, non potranno che sancire l’inadeguatezza materna. Tra le molte donne (madri, suocere, sorelle, zie) che attorniavano un tempo la scena del parto insegnando come allevare figli per la nazione o come diventare mamme felici di bimbi sani e paffuti, così come nella folla asettica degli scenari attuali della nascita, sembra esserci posto solo per un discorso sulla madre e su ciò che deve fare ed essere per il bene del figlio e per non nuocere al villaggio, rurale o globale che sia. Al crocevia della nascita, un’identità che potrebbe espandersi ed integrare, incontra messaggi ambigui di scissione tra l’essere madre e l’essere donna, insieme a soverchianti domande di performance, oggi come allora.

Nel film incontriamo pochissimi uomini periferici e disorientati ai quali pare perfino necessario ricordare che “la maternità non è un handicap”, ma tra le righe il film parla anche di loro: della loroassenza o lontananza, dei loro tentativi blandi di esserci, del loro sguardo. Alina Marazzi dice poco di loro, in qualche modo interroga anche gli uomini, ma non ne immagina al loro posto una risposta e concepisce un film che nei confronti del maschile rimane domanda in attesa di risposta, rilanciando la parola.

Nel film di Alina Marazzi ho rivisto donne che ho conosciuto ed ho incrociato uno sguardo prezioso, quello di Pauline: uno sguardo permeabile, fatto di un silenzio paziente che fa posto, permettendo ad un’Altra di condividere un’esperienza di sé che inevitabilmente ci tocca e chiama in causa il nostro essere donne e figlie, anche quando non siamo madri. Alina Marazzi ha raccontato di donne che trovano la strada per ri-conoscersi e con il suo stile complesso – ma mai complicato – ha parlato dell’unica possibile chiave d’accesso al dolore di un’altra donna: quella che apre ad una conoscenza a partire da sé e ci fa togliere le scarpe sulla soglia dell’esperienza dell’Altra.

Luisa Bonura

Trailer – Tutto parla di te

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