Tre anni di felicità, rinascita e amore puro.

Buon compleanno amore mio,

ormai il mio tempo è sempre poco e sbocconcellato e ho lasciato scivolare via molte cose di noi senza riuscire a fermarle su questo foglio, come il tuo primo giorno di scuola o le tue prove di scrittura e lettura o chissà cos’altro ancora.

 

Ad esempio non ho scritto della nonchalance che avrebbe fatto invidia a qualsiasi studente navigato con la quale il 18 settembre 2012 sei entrato per la prima volta in quella classe, che è riuscita ad azzerare tutta l’effervescente emozione del primo giorno di scuola. Ti sei voltato non appena la maestra ti ha detto “vuoi venire a giocare con noi?”  – tre nano secondi di riflessione e poi “ciao, ci vediamo dopo”, ci hai detto. Sono uscita da scuola con la mia lacrimuccia appesa alle ciglia a ripetermi che tanto lo sapevo che ti saresti inserito subito e non avresti sentito la nostra mancanza, che “ma dài, Marika, lo sai che nostro figlio è un bambino autonomo, socievole e bla bla bla, che cosa aspetti ancora fuori dalla porta? Andiamo a casa!”.

 

Matteo, cresci galoppando e la società ti risucchia dentro di sé imbellettata come una donna di strada. Ora mi rendo conto che mettere al mondo è così e che devo accettare che questa seconda madre, il mondo di cui siamo parte, sfaccettato come un Giano bifronte, ti insegni le sue regole. Fitta al grembo, extrasistole al cuore, morsa alla testa, ma profonda e disarmata fede, grande e cieca speranza che del mondo saprai prendere solo il buono e scarterai il cattivo.

 

Solo ora il pensiero che sei del mondo diventa via via più sopportabile. Ora che ti vedo autonomo, risoluto, sicuro di te. Ora che torni a me col tuo “mamma, un poco di nenna” con sguardo languido e voce tremula per cercarvi conforto dal dolore o dalla paura o dalla stanchezza. Sei anarchico, trascinatore, brillante, esibizionista, imprevedibile, comico, creativo, seduttore, buffone, assoluto. La maestra ti adora e la fai ridere quando protesti “io non sono piccolo, sono un poco grandisello”. Di fatto sei il più piccolo della classe e lei, nonostante le tue proteste, dice bene ai tuoi compagni “Attenti a non fargli male, perché lui è piccolo”. Stai insieme a bambini di quattro e cinque anni del quartiere popolare nel quale abitiamo, che già ti hanno insegnato il “repertorio” di parolacce col quale ci delizi ogni giorno e che, con fin troppa consapevolezza, declini in espressioni buffe, come la magica parola cactus, che solo qualche settimana fa io e papà abbiamo capito si trattasse proprio di quello… il cactus senza spine, come dici tu.

 

Le tue mani appiccicose e insistenti mi frugano sotto la maglia non appena mi vedi, ed ora ci vediamo davvero poco rispetto a prima, quando le mie giornate erano fatte solo di te. Io ti sgrido, mi lamento, ti supplico poi ti accontento, poi facciamo trattative come “contiamo fino a dieci e poi basta”, poi ti coccolo, ti annuso i capelli, poi ti abbraccio e ti bacio dalla testa ai piedi, poi ti insegno e imparo che l’amore è colorato come l’arcobaleno e in quest’ultimo anno il nostro amore ha visto macchie di giallo, blu, arancio, viola, rosso cremisi, verde cadmio e indaco, e che va bene così.

 

Sei grande e ti piace tanto parlare, camminare scrivere e leggere. Sei piccolo e vuoi stare in braccio imparare cose nuove e addormentarti appollaiato sul mio corpo. Ogni tanto sei triste e imbronciato sulla soglia tra la tua prima infanzia che non vuoi abbandonare e la voglia di crescere in fretta per potere indossare le scarpe con le rotelle dei tuoi sogni.

 

Da quando vai a scuola hai iniziato ad urlare ed io, tra le urla e le parolacce regalo della scuola, ogni volta io provo l’irrefrenabile pulsione di tenerti stretto a me e non mandartici più. Sei forte, caparbio come ieri che eravamo sull’uscio di casa e tu perdevi tempo col tuo camioncino di cars mentre io ti mettevo fretta. Quando ti ho minacciato “guarda che ti lasciamo in casa solo”, mi hai detto con sguardo torvo “guardami negli occhi!”, espressione che uso sempre io quando voglio che smetti di fare i capricci, e poi “ma stai schessando!!!, non mi lassiate solo” e sei scoppiato in una risata contagiosa. Sei davvero un leader Matteo, e tutto questo è terrificante. La bellezza dei tuoi tre anni è devastante e ci lascia spesso senza difese. Sei un mistero ancora tutto da svelare ed io non posso neppure provare a capire, ma solo accoglierti, così come sei, sempre. Per sempre. Nelle vastità dell’amore che tu mi hai insegnato cos’è.

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Allattiamo? La memoria delle contadine siciliane

Venerdì scorso alle Balate abbiamo partecipato ad un incontro di Allattiamo? davvero arricchente sotto molteplici punti di vista. Nei precedenti incontri avevamo stimolato le coppie a saperne di più sull’allattamento delle proprie madri, e così sono venute fuori usanze legate all’allattamento di origine antichissima ancora attive negli anni 70. Una delle donne presenti ha raccontato, ad esempio, che nelle Madonie ancora quarant’anni fa si usasse praticare ad una donna affetta da agalattia lo stesso rito che descrive Giuseppe Pitrè nelle sue raccolte di Usi e costumi del popolo siciliano, che risale, come sappiamo, alla fine dell’Ottocento. Dal racconto di questa mamma, nasce il desiderio di scrivere questo post.

Il significato della pratica dell’allattamento deriva dalla sua particolare posizione all’interno di un sistema di significati più ampio. Tutto l’insieme di usanze e riti attorno alla cura e all’alimentazione dei neonati, conferma, infatti, che la semantica dell’allattamento al seno è solidamente legata ad una realtà in mutamento. L’intera gamma di tabù relativi all’allattamento al seno può essere utilmente spiegata, pertanto, riferendola a dei fattori esplicativi sociali e culturali che non si possono ridurre a una mera somma di scelte individuali.

Cercare le radici di una svalutazione di fatto della pratica dell’allattamento al seno che ha condotto a percentuali così basse nella nostra regione, ci richiede, per quanto possibile, un atteggiamento di sospensione del giudizio, per poterci calare in realtà così diverse dalle nostre. Si tratta dunque di un lavoro esplorativo volto a ricavare, a partire dall’analisi del testo di Pitrè, (una delle migliori fonti disponibili sulla memoria contadina siciliana) una serie di considerazioni sui valori, sulla strutturazione dei ruoli, sull’istituzione di “narrazioni possibili” (cui fa riferimento l’individuo nella definizione di sé) storicamente e territorialmente definiti dai contesti che li hanno prodotti. Infine, conoscere come vivevano le nostre trisavole l’esperienza della maternità,  permette di cogliere come, oggi tanto quanto ieri, molte istanze delle nuove filosofie bioetiche possano influire nelle riflessioni che concernono l’esperienza della maternità.

Ma passiamo adesso al testo in oggetto tratto da Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè (1889)

L’Allattamento.

Ma veniamo all’ allattamento , che è tanta parte degli usi natalizi, e vediamo com’esso comincia e come procede. Per tre giorni il nuovo nato non riceve altro che qualche cucchiaiatina di olio di mandorle dolci o dì giulebbe di cicoria rabarbarato perché si sbarazzi del meconio (mazzaredda)[1]; e se ne sbarazzò, di fatti, e si attaccò al petto della madre e prese felicemente a poppare. Il capezzolo (capicchiu) fu ben rilevato negli ultimi mesi di gravidanza , ed egli apre quanto può la boccuccia per prenderlo (‘ncapicchiari). Se vedeste con che forza succia! e come, dopo succiato, s’addormenta! segno che il latte è buono. Addormentato dovrebbe, secondo le comari[2], essere adagiato bocconi nella sua culla, poggiandosi specialmente sulle ginocchia, per così digerire subito il latte; ma qualche donna si sottrae a questa usanza e lo adagia come le pare. Egli dorme tranquillo, e ne’ suoi lunghi sonni sorride agli angeli (ridi cu l’angileddi) e stando in custodia delle Donne di fuora „,non può esser rilevato senza il loro permesso.

Fino al quarantesimo giorno[3] egli starà tranquillo com’è stato, e come forse proseguirà a stare; ma forse anche muterà un poco, perché appunto da quel giorno comincia la vera vita infantile, e tutto il bene e tutto il male che si ha prima non sarà mai duraturo. Se il neonato fu insonne o  irrequieto, è ragione a sperare che si cheterà e dormirà lungamente tranquillo; e così forse, al contrario, se era tranquillo e non si sentiva né molto né poco. Dove questo mutamento non avvenga ai quaranta giorni, bisognerà attenderlo ai novanta.

Il vomito frequente non è male che impensierisce la madre: è soltanto una noia, un fastidio e nient’altro.
Nei vomiti frequenti i bambini rigettano solo il cattivo ritenendo il buon latte : Jettanu In tintu e si tennu In bonu. Ed anche quando lo rigettino in apparenza tutto, v’è quello che rimane nello stomaco, e si sa che Lu stomacu sempri arrobba.

L’esperienza cotidiana c’insegna che una forte emozione, un vivo dispiacere della donna che allatta può riuscir dannoso al lattante. Ma la esperienza delle comari insegna di più: che il danno è maggiore al maschio che alla femmina. Rimedio: non dar subito la poppa al bambino, e dovendo assolutamente farlo, schizzarne un fìl di latte, ed ungere d’olio comune le gengive ed il palato duro di esso (Palermo) ; rimedio- però inutile se il latte materno sia di cuore non di spalla. Imperciocché è da sapere che quando il latte affluisce dalle regioni posteriori, ” di sotto le ascelle „, è latte di spalla, né, per agitazioni o dispiaceri della madre, riuscirà mai ad alterarsi; e quando affluisce dalla regione precordiale, è latte di cuore, latte che sazia, soddisfa il bambino tanto che dal piacere egli suda succiando; ma, appunto perché di cuore, soggetto a profonde alterazioni e causa di danni alla madre ed al figlio.

Nell’Istante che questo è attaccato alla poppa, la madre o chi per lei si guarda dal bere un liquido qualunque per timore che quel liquido vada a mescolarsi col latte e guasti lo stomacuccio del bambino; e se vuol bere, la gli toglie di bocca il capezzolo e, bevuto, glielo rimette subito.

Accade che una bambina non prosperi col latte materno. Le ragioni di ciò potrebbero essere molte; ma tra tutte nessuna è più convincente di questa: che il latte di una donna che s’ è sgravata d’ una bambina non ha le buone qualità del latte di una donna che s’ è sgravata d’ un bambino. E allora il rimedio è presto trovato : dare a quella bambina latte di madre d’ un maschio […] (Palermo).

Mezzi buoni ad accrescere la scarsa secrezione del latte sono lattuga cotta, endivia con la pasta, sesamo nel pane, pesce cotto, pasta incaciata, con molta dell’ acqua nella quale fu bollita (Palermo) , pane di semolino inzuppato, appena uscito di forno, in vino, pasta con ricotta e con cipolla soffritta e tavolta acqua mista a lievito (Mazzara e Raffadali), ortica bollita (Nicosia), e non so che altri cibi; ma quando il latte ha da venir meno, verrà meno con tutte le lattughe e le cipolle di questo mondo. E se vien meno, bisogna fare il possibile per riaverlo abbondante e proseguir l’allattamento.- Nella contea di Modica qualche popolana alla quale il latte sia sparito va in casa di sette donne, che tutte abbiano il nome di Grazia, fa regalarsi da ciascuna un pugno di farina , ne forma una focaccia , che sia però senza sale, e la mangia caldissima appena sfornata (a bucca di furnti). Il latte è subito tornato: e molte ci giurano[4]. Se il latte sparito (latti spirutu) non riappare, ecco che cosa potrà farsi. La donna medesima vada per 13 case diverse, e chieda in ciascuna un tozzo di pane; vada in una 4°  , e chieda una pentola; in una 5° , un treppiede; in una 6° un po’ d’olio; in una 7°  , un po’ d’ acqua; in una 8° delle legna; in una 9°, un zolfanello. Appiccato il fuoco, cotti i 3 tozzi di pane, ella li mangi per intiero, e si ponga bocconi[5] sul letto. La Madonna della Grazia in premio di tanta umiltà le sarà larga di dolcissimo latte (Milazzo) ‘. Altre donne , invece , usano di tendere un laccio da una parete all’altra della stanza , e dopo che le mosche[6] vi han deposti i loro escrementi , lo bagnano in un bicchiere di vin caldo, e danno questo a bere, senza che ella ne sappia nulla , alla donna che vuol riavere il latte. Le mosche non son tutto l’anno : e però questo espediente non può mettersi in opera altro che in estate. Aggiungi quest’altro rimedio: una comare della nutrice travagliata da agalassia le reca, a insaputa di lei, due panini e un po’ di vino: la donna mangia i panini e beve il vino, ed il latte verrà subito (Nicosia). L’applicazione d’un cavallo marino (cavadduzzu marinu) vivo su’ capezzoli delle mammelle può anche supplire a tutti questi espedienti (Solanto).

Se poi, al contrario, il latte è abbondante e sopravviene l’ingorgo parziale de’ condotti galottofori, comunemente inteso: pelo delle mammelle (pilu di minna, pilu a la minna), bisogna ricorrere a questi mezzi : applicare sulla mammella rigonfia una focaccia (scacciuni) calda, o delle foglie di cavoli arrostite (Alcamo); bere dell’acqua nella quale -senza saperne essa nulla – abbia bevuto un. gatto (Modica * e Borgetto); munger la mammella innanzi il fuoco (Pai), o all’angolo d’una parete, dar latte al bambino con la mammella rialzata (Misilmeri), e rivolgerlo dalla parte opposta a quella abituale della madre, il che si dice: dar latte a traverso (degghj } u latti a tr aver su) (Nicosia). E siccome vi son donne molto disposte a siffatti ingorghi, ad evitar frequenti e dolorose, recidive, usano, come cure preservative, bere tre sorsi d’acqua nella quale sia stato sciolto del lievito mentre si manipola il pane (Misilmeri), o appendersi al collo, per tre giorni di seguito, la curuna d”u gioppu o cacioppu (Montevago), corona composta di pallottoline da rosario in numero dispari di lacrime (coccia) di Giobbe.

Questa breve ma dolorosa malattia fu introdotta da S. Giuseppe per una specie di dispetto a una donna che, pettinandosi, non volle smettere e dargli un tozzo di pane. Come andasse il fatto, potrà vedersi nella prossima mia raccolta di fiabe e leggende popolari siciliane inedite[7].

Ma il latte non è mai solo: che fin da’ primi giorni della sua nascita il bambinello comincia a ricevere dapprima pangrattato con olio, buono a mettergli sonno, poi pan masticato dalla mamma ed imboccato, o pastina cotta, e poi, passati i primi quattro, sei mesi, tutto quello che si mangia in casa: ragione medica per ispiegare i tanti catarri intestinali a’ quali van soggetti i nostri bambini, ed il contingente di morti che questa malattia dà allo stato civile.

Il bambino va del corpo ora giallo, ora verde, ora bianco; e se la donna ha avuto la fortuna di mangiare un uovo, sospetta e crede che il giallo della cacchina di lui sia il giallo dell’ uovo passato indigesto (tal’ e quali); se la cacchina è verdastra, lo è per, la verdura che ella mangiò quindici, venti giorni fa, verdura non istata peranco digerita; e se biancastra per latte rappreso, lo è per il cacio mangiato da lei non si sa in qual giorno della settimana. Tutte le comari spiegano ogni cosa chiaramente, senza voler neanche sospettare che principal causa siano le pappe, le paste, le frutta che s’imboccano alla povera creaturina[8].


[1] Le opinioni sul colostro variano nel tempo e nelle culture. Spesso era ritenuto in molte società, sia di caccia e raccolta come gli !Kung, che rurali come nella Sicilia dell’Ottocento, un aperitivo dannoso per il bambino, tossico perché era secreto subito dopo il parto, evento pericoloso per eccellenza in un contesto in cui i tassi di mortalità perinatale erano altissimi. Di fatto sappiamo che invece la mortalità infantile declina in quelle società che non hanno tabù sul colostro.

[2] Le comari sono quello stuolo di donne che si occupano di puerpera e neonato, oggi sostituite dalle mamme alla pari, i gruppi di auto-aiuto per l’allattamento al seno, le doule. Ci teniamo a ricordare che la posizione prona durante il sonno è ritenuta oggi uno dei fattori principali di rischio SIDS e che è preferibile che i lattanti nei primi mesi dormano in posizione supina.

[3] In molte parti del mondo il neonato e la partoriente sono creature impure e contaminanti da mettere in ‘quarantena’ presso luoghi appositi, sia per ragioni cautelari ma soprattutto perché intorno alla donna che ha partorito si svolgono intense attività sovrannaturali e i neonati sono delle facili prede per gli spiriti maligni. Questa clausura trova giustificazione anche nel fatto che la nascita è una ‘morte per l’altro mondo’ e i primi quaranta giorni dal parto sono una sorta di rinascita per madre e bambino. Le uniche persone che possono stare a contatto di madre e neonato sono le comari, “le madrine”, “le donne di fuora”.

[4] Nel trattato “medicina popolare siciliana”, lo Stesso riferisce: per la scarsezza di latte (agalassia) applicare dietro le spalle della nutrice uno scacciuni (specie di focaccia) caldo caldo (noto); segnare le spalle stesse con le croci(Palermo). Un’amica della donna che non ha latte o l’ha scarso prenda da tre donne chiamate Maria, della farina, le prepari con essa un piatto di tagghiarini e all’insaputa glieli faccia mangiare. Il latte verrà (Alcamo). Il latte poi si fa crescere coi seguenti cibi: 1vermicelli o altra pasta bollita e poi caciata, con molta acqua di pasta. 2.lattuga cotta. 3 endivia con pastina. 4molto sesamo sul pane (palermo). 5 finocchio selvatico in minestra( mussomeli.) Bisogna toccare la pietra della Gancia, una pietra che si conserva dentro la sagrestia della chiesa di S.Maria della Grazia, detta Gancia, dei frati osservanti di Palermo. 

[5] Allattare in questa posizione è tutt’ora considerato un buon rimedio per sgorgare dei dotti ostruiti.

[6]Interessante questo rito, mi fa pensare che le mosche come i gatti, in quanto animali ctoni, nella tradizione occidentale furono associati al diavolo, non a caso Belzebù significa il signore delle mosche. Sappiamo dalla storia che paganesimo e sapienza contadina confluirono nel medioevo nel culto del diavolo, nel senso che tutto quello che non era cristiano era anti-cristiano, quindi la saggezza popolare, tramandata di donna in donna, fu vista come stregoneria..

[7] Sempre in “medicina popolare siciliana” sulla Febbre del pelo e altri problemi legati all’allattamento Pitrè riferisce: Pilu di minna (galattoforite) Questa malattia ebbe origine da dispetto di s. Giuseppe verso una donna, la quale standosi a pettinare, non volle scomodarsi a dargli un tozzo di pane. La leggenda racconta:San Giuseppe andava elemosinando e passò presso la casa di una donna che si pettinava. Le disse S.G.:-volete voi farmi la carità?- Non ve la posso fare, perché mi sto pettinando. Intanto il bambino di lei piangeva, ed ella se lo attaccò al petto. S.Giuseppe di strappa un pelo dalla barba e lo lascia cadere sulla mammella della donna, la quale venne tosto presa dal male che viene chiamato: pelo della mammella. San Giuseppe tornò dipoi a chiedere la limosina; e la donna gli rispose: – no, non vi do nulla se non mi guarite del male. S.G. disse allora Pilu di minna, vattìnni di ccà, E ti ni veni’ntra la barba mia. Figghiolu a durmiri, Mamella a ripusari! E alla donna di guarì la mammella(Niss) Ecco i mezzi raccomandati per guarire di questo male: applicare sulla mammella infiammata una focaccia calda o delle foglie arrostite di cavoli. Attaccare un cataplasma caldo d  crusa e aceto, far dei bagnoli di acqua e lattuga. Bere dell’acqua, nella quale, senza sapere la donna nulla, abbia bevuto un gatto. Mungere la mammella innanzi al fuoco oppure all’angolo di una parete. Attaccarsi al petto la bambina di un’altra donna. Dare latte al bambino con la mammella rialzata e rivolgere questo dalla parte opposta a quella abituale della donna, il che si dice Degghj(dari) ’u latti a(di) traversu. Così se il bambino deve attaccarsi alla mammella destra, lo si mette dal lato sinistro e viceversa. Siccome poi vi sono molte donne disposte a siffatti ingorghi infiammatori, ad evitar frequenti e dolorose recidive, si una come preservativo, bere tre sosrsi d’acqua disciolti dentro del lievito mentre si manipola il pane o appendersi al collo, per tre giorni di seguito, la curuna d’’u gioppu composta di pallottoline di rosario in numero dispari di lacrime (còccia) di Giobbe. Al primo infiammarsi delle mammelle si ricorre alla protezione di s.Agata, la cui immagine si piega e attacca alla parte ammalata. 

-Per i CAPEZZOLI CRETTATI (RAGADI) Per impedire che il capezzolo screpolato od ulcerato stia a contatto con le vesti lo si copre con una grossa conchiglia o con un ditale o con una ciambelletta di tela. Lo si unge di succo di vastunaca pistata, dauco pesto o di seme di cotogna sia ridotto in poltiglia sia seccato e ridotto in polvere.

Per fare cessare la lattazione nella fase di spoppamento si una la vincaprivinca, la pervinca e si mettono nel petto 4 o 5 ramoscelli di menta e una chiave di ferro, che sia mascolina.

[8] Qui sta parlando il Pitrè medico, che sa come il sistema digestivo del lattante sia assolutamente immaturo per ricevere altro cibo fuorché il latte materno nei primi sei mesi di vita. La somministrazione di cibo ai bebé, al contrario di quello che si pensa, non è tanto un comportamento naturale quanto piuttosto soggetto alle influenze culturali del momento. Ripercorrendo la storia vediamo come il neonato, nel corso del tempo, sia stato non solo allattato al seno dalla madre biologica per tempi variabili, ma anche dalla balia (il cosiddetto allattamento baliatico), oppure alimentato con latte animale (di capra, mucca, asina) o con miscugli alimentari somministrati con corni perforati o poppatoi rudimentali (che possiamo considerare i precursori degli attuali biberon). In realtà l’allattamento (come ogni altro aspetto della sessualità delle donne), il rapporto col cibo e le credenze mediche appaiono particolarmente soggetti alla manipolazione culturale e nella maggior parte delle culture, anche quelle rurali, già dai primi mesi, se non dai primi giorni, il latte materno viene integrato con pappe di cereali (Africa), acqua di riso (Asia sud-orientale), infusi di erbe (America centrale). Tutt’ora ci sono pediatri che consigliano le tisane di finocchio o camomilla sin dai primi giorni o l’introduzione di frutta omogeneizzata già dalla fine del secondo mese di vita, “perché si è sempre fatto così”. Presso i popoli dediti alla caccia e alla raccolta o in cui le conoscenze agricole sono rudimentali, il bebè viene allattato appena dà segni di volere mangiare. Spesso però, sin dai primi giorni, assaggia anche altri alimenti. Questa iniziazione al cibo degli adulti avviene con una progressione psicologica e simbolica che va dall’alimento più molle al più duro, dal più magro al più grasso, dal più insipido al più saporito. Pappe di miglio, sorgo o manioca e salse dal piatto collettivo vengono somministrate dapprima a dosi omeopatiche. Talvolta la madre si limita a intingere il dito nella pappa e a metterlo in bocca al bambino perché lo assaggi. Le pratiche mediche che impongono una gradualità nell’introduzione dei cibi solidi sembrano quindi molto più vicine alla tradizione culturale che le ha prodotte che alle evidenze scientifiche. Di fatto più sappiamo dell’intero spettro dei comportamenti materni e meno motivi abbiamo per un etnocentrismo moralistico, per distinguere tra popolazioni selvagge e civilizzate, cristiane e non cristiane, ignoranti e acculturate, tecnologiche e rudimentali.

Vedi anche l’ allattamento al seno, un evento biopolitico

ieri le balie 

i minni i sant’Agata

Per approfondire, consulta anche:

il latte materno, a cura di Vanessa Maher, Rosemberg e Sellier,

Istinto materno, Sara Blaffer Hrdy, Sperling e Kopfer

Bebè del Mondo, Beatrice Fontanel, Claire d’Harcourt, L’ippocampo.

La colonizzazione alimentare americana: dalle università al McDonald andata e ritorno

Parole chiave: evoluzione, antropologia, alimentazione, etnocentrismo, specismo, storytelling pubblicitario, sessismo, antispecismo, decrescita felice, ecologismo.

Domenica scorsa tirava un vento minaccioso su Palermo, mentre nel resto d’Italia le alluvioni mietevano qualche vittima fra cose, persone e costruzioni umane. Ululati e raffiche, turbinii di polvere e allarmi di motorini che suonavano, incitavano a barricarsi in casa e concedersi una giornata di puro relax. In realtà per la donna italiana media restare in casa di domenica non è il massimo del relax, perché si tratta di cucinare piatti elaborati e pulire tutto quello che si sporca, approfittando del tempo libero a disposizione per fare qualche faccenda domestica che durante la settimana lavorativa non si ha mai il tempo di finire. Ma per fortuna, almeno in casa nostra, uomini – anche il piccolo quasi treenne –  e donne cooperano alla meno peggio alla gestione della cosa comune.  A riprova di ciò (!),  mentre i maschi sono rimasti a dormire fino alle undici del mattino, io mi sono svegliata presto e di buona lena per preparare, da mamma italiana che stuzzica i palati dei suoi maschietti, il classico pranzo domenicale, a base di lasagne alla bolognese, funghi ripieni, barbabietole in agro, cotoletta alla milanese e patatine fritte. Una cosa da fare vomitare i miei amici vegani e vegetariani ma che ha reso felici i miei carnivori ai quali tento di imporre un regime alimentare che contempla le carni rosse solo una o al massimo due volte al mese.

Siccome l’altra Marika che mi abita, anche mentre cucina, parte sempre per la tangente, e pensa pensa – porca miseria quanto pensa! – maneggiare tutta questa carne cosificata mi ha suscitato questo articolo che state per leggere, qualche latente senso di colpa, qualche curiosità intellettuale e ha fatto entrare in collisione i due orizzonti che animano le mie riflessioni degli ultimi anni.

Il primo, come saprete, è il mio interesse per la pratica e l’esperienza educativa della società occidentale, coadiuvata dai messaggi provenienti dai mezzi d’informazione di massa e dalla famiglia, il secondo è la passione per gli studi filologici e antropologici. In particolare, mentre preparavo il ragout, mi sono posta un doppio ordine di domande.

Le prime erano di ordine più scientifico e direi, accademico:

– Davvero nel processo di ominazione l’introduzione della carne è stato un propulsore evolutivo? E in che misura? Davvero carne e sviluppo cognitivo sono legati in un rapporto di causalità? Potrebbe essere vero il contrario? E se è vero il contrario, cioè che è l’aumento del cervello in maschi e femmine ominidi che ha spinto i maschi protoumani a cacciare gli animali, che cosa ha reso possibile la modifica della percezione che ha portato allo sviluppo delle facoltà intellettive? Se invece è vero – com’è stata dimostrato finora – che è stato il rapporto che ha il cacciatore con la presenza-assenza della preda a rivoluzionare i processi cognitivi, facendo germinare il pensiero simbolico, come si relaziona ciò alla stratificazione sociobiologica in base al sesso?

Le seconde erano di ordine più politico-militante:

– Possono le ricerche, essere finanziate dalle università americane per motivi ideologici, come quello di mantenere lo status quo? In fondo, dimostrare che la carne è stata cruciale per lo sviluppo del cervello fa accettare di buon grado lo specismo, e dimostrare che uomini e donne hanno diverse capacità di orientamento perché la divisione dei compiti di procacciamento del cibo, con il diverso prestigio sociale che ne deriva, era già codificata nel Pleistocene, giustificherebbe il sessismo. Perché ho sempre più il sospetto che la conoscenza e l’informazione scientifica si muovano sul doppio filo di descrivere e riscrivere la realtà adattandola alle richieste che determinate volontà le sottopongono? In ultima istanza, le ricerche scientifiche abbiano la stessa funzione mitopoietica del raccontino di Eva raccoglitrice che dona il frutto raccolto ad Adamo condannandolo alla finitudine mortale, di Caino cacciatore che ha la meglio su Abele raccoglitore, di Romolo e Remo alimentati da latte animale, senza avere bisogno di una madre umana etc etc…?

Insomma, in un turbinio in cui prospettiva diacronica dell’evoluzionismo e sincronica delle scienze delle cominicazioni si sono fuse, confuse e hanno perfuso i gangli della mia lettura del reale,  sotto la spinta di una sensibilità forse ambigua perché sottoposta all’emotività, ho iniziato a condurre una breve ricerca online sul modo in cui l’ordine simbolico perpetui regimi discorsivi dominanti e ci imponga modelli alimentari e comportamentali dannosi e violenti. Alla fine dell’articolo troverete i riferimenti ai siti da cui ho estratto le citazioni testuali che seguono.

Secondo la psicologa Annamaria Manzoni (2006)

“la nostra società è fortemente schizofrenica, sadica e fondamentalmente incline all’alterazione della realtà e alla menzogna dato l’enorme sforzo che le industrie e i media attuano per nascondere ai cittadini stessi la realtà che si cela dietro le produzioni che hanno per oggetto lo sfruttamento sistematico della vita animale. Dal momento che i messaggi suggestivi associano l’alimento all’affetto, quello che avverrà sarà l’instaurarsi, a livello inconscio e profondo, di una pericolosa sovrapposizione e identificazione tra fondamentali relazioni familiari e offerta di cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo, per sua stessa natura, riveste incredibili valenze simboliche collegate all’esperienza del latte materno” (Manzoni 2006: 38).

In questo video   di questo spot plasmon anni ottanta trovate una impalcatura ideologica che ha segnato l’infanzia della mia generazione e che attesta come gli effetti di questo martellamento mediatico siano in grado di generare quella dipendenza dal cibo carneo di cui siamo oggetto. E chi non ricorderà il carosello Gringo?

Non è semplice divincolarsi da questo condizionamento, perché coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno, gli scienziati, sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. Quello che voglio dire è che a livello cognitivo, anche quando i ricercatori operano un’analisi scientifica, sono parallelamente abitati da sistemi simbolici che costituiscono la spinta delle loro esigenze analitiche: con un occhio analizzano equazioni con l’altro misurano crani e reperti fossili, e alla fine stanno raccontando una storiella infarcita di lessico tecnico. L’enfasi data all’importanza della carne per lo sviluppo del cervello umano rientra in un filone di studi che nelle università americane hanno per oggetto il cosiddetto Man the Hunter. Ecco un esempio dei tanti studi in proposito, tratto da un portale di divulgazione scientifica:

“Mangiare carne è sempre stato considerato uno dei fattori che ci ha resi umani, considerando che le proteine apportate con la carne hanno contribuito all’accrescimento del nostro cervello”, sostiene Charles Musiba, professore associato di antropologia presso l’Università Denver del Colorado, che ha partecipato alla scoperta. “Il nostro studio mostra che 1,5 milioni di anni fa gli ominidi non erano carnivori occasionali, non cacciavano per semplice opportunità, ma proprio con lo scopo di procurarsi carne da mangiare”.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne di Ottobre.

Musiba sostiene che mangiare carne può aver fornito le proteine necessarie per far crescere il nostro cervello: questo sarebbe da considerarsi quindi una spinta evolutiva.

“Mangiare carne è associato con lo sviluppo del cervello”, afferma. “Il cervello è un organo di grandi dimensioni e richiede un sacco di energia. Stiamo cominciando a porre maggiore attenzione sul rapporto tra l’espansione del cervello e una dieta ricca di proteine”.

Gli esseri umani sono una delle poche specie sopravvissute con un cervello grande in rapporto alle dimensioni del corpo. Gli scimpanzé, i nostri parenti più stretti, mangiano poca carne  e hanno una capacità molto più piccola del cervello degli esseri umani.

“Questo ci separa dai nostri lontani cugini”, sostiene Musiba. “La domanda è allora: che cosa ha innescato il nostro consumo di carne? Era l’ambiente che cambiava? O era l’espansione dello stesso cervello a richiederlo? Al momento, non sappiamo rispondere a queste domande”.

fonte: http://www.scienze-naturali.it/ricerca-scienza/mangiare-carne-puo-aver-aiutato-gli-ominidi-a-diventare-umani

Anche per Claude Lévi-Strauss la cottura della carne e il controllo del fuoco hanno dato un forte impulso all’emersione dell’umano dagli ominidi. Il cibo carneo da sempre è legato allo status sociale, il suo valore simbolico va ben oltre la sua identificazione più materiale e funzionalista. In altre parole, cibarsi di carne animale, secondo gli antropologi, rappresenta la capacità di agire sulla natura come sulla e nella società (Lévi-Strauss, 1964). Per l’antropologo Nick Fiddes (1991) chi gestisce e spartisce il cibo per eccellenza – la carne degli animali dominati e soggiogati – domina di fatto la società intera. Non è per niente un caso quindi che gli Usa siano la nazione più carnivora del pianeta e rappresentano ed esportano un modello alimentare e sociale che è il più aggressivo e dominante di tutta la storia recente. E noi europei seguiamo al secondo posto. Non è un caso – sempre secondo Fiddes – che la cultura di cui facciamo parte

“ha sempre rappresentato il proprio ambiente come una minaccia da soggiogare, una selvaticità da addomesticare, una risorsa da utilizzare, un oggetto privo di diritti” (Fiddes 1991: 45).

Secondo l’antropologa italiana Annamaria Rivera, inoltre,

“la diffusione del consumo di carne, insieme alla separazione fra i luoghi dell’allevamento macellazione degli animali e i luoghi della vendita della carne rendono possibile la rimozione simbolica e morale delle condizioni di produzione di quella specialissima merce che è il corpo degli animali” (Rivera 2000: 59).

La reificazione degli animali rappresenta pertanto il metodo mediante il quale le grandi industrie impongono i loro prodotti sul mercato globale, sconvolgendo gli equilibri sociali e ambientali di interi continenti. Prosegue così la Rivera:

“Una tale deanimalizzazione dell’animale, inscritta nel contesto di una produzione industriale serializzata, massificata, automatizzata, riesce a evocare […] la disumanizzazione che fu alla base della costruzione di altri universi concentrazionari volti allo sterminio: se abshlachten («macellare») era il verbo usato dagli esecutori nazisti per dire il massacro dei prigionieri nei lager, programmato e attuato secondo rigorosa logica industriale, allevare e macellare animali oggi si dice «produrre della carne»” (Rivera 2000: 60).

Da un lato assistiamo ad una reificazione simbolica dell’animale, dall’altro gli studiosi si scervellano su quanto importante sia la carne per l’evoluzione della specie. Eppure, sebbene ai margini, ci sono tutta una serie di studiose e studiosi che più che focalizzarsi sull’importanza della carne, stanno ponendo la loro attenzione a come interagiscono i neonati e a quanto, nel processo di ominazione, abbiano contato le interazioni tra donne che si prendevano cura di bambini via via più incompleti alla nascita e i cui cervelli divenivano sempre più plastici e adattabili.

Insomma, mi rendo conto che l’argomento è complesso e difficilmente riducibile entro lo spazio di un articolo. Per esemplificare drasticamente, quello che mi premeva comunicare è che, se è vero che occhi e mani sono le interfacce, le  porte di ingresso e uscita attraverso le quali il nostro cervello si connette con la realtà esterna e genera mente, c’è sempre un’azione nella percezione, attraverso la quale la nostra mente integra le informazioni esterne con quelle interne, manipolandole, selezionandole per importanza, e generando uno “spazio immaginato”. In pratica, siamo in grado, almeno in potenza, di dimostrare tutto e il contrario di tutto e chi detiene il potere e il sapere lo sa.

Lo zoccolo duro contro il quale mi scontro sempre più, procedendo nello studio delle cose che più mi premono, è che la visione antropocentrata che ha informato il modo in cui gli esseri umani pensano e valutano la realtà, e che sicuramente, ha basi genetiche, come dimostrano gli studi più recenti di neurofisiologia, ha fissato dei criteri di relazione con l’alterità (l’ambiente, gli animali, gli esseri umani di sesso diverso, gli stranieri…) di tipo verticistico e gerarchico, ormai del tutto introiettati, cioè divenuti costitutivi dell’essere umano. Noi attualmente sappiamo, e quindi possiamo porci nei confronti dell’alterità nei due soli modi che la cultura umanistica ci ha trasmesso, entrambi condizionati dall’idea gerarchica che informa il nostro approccio conoscitivo al mondo: l’uno è paternalistico (es. amiamo i poveri animali indifesi), l’altro è cinico (es. usiamo gli animali). Nella gabbia umanistica non è prevista l’idea di una soggettività animale, poiché le relazioni cognitive cui ricorriamo sono sempre di tipo unidirezionale: io -> altro. Lo stesso tipo di costrutto bipolare a senso unico caratterizza il razzismo, il sessismo, il colonialismo, l’adultismo.

Ma vorrei spingermi oltre, affermando che tale tipo di struttura discorsiva, che si potrebbe rappresentare con l’immagine della piramide, e che di fatto, genera violenza, viene riprodotta e consolidata anche dal femminismo, dall’antispecismo, dal movimento per la comunicazione non-violenta, etc etc , insomma da tutti quei movimenti culturali che vorrebbero contrapporsi al sistema del dominio. In definitiva, il nemico con cui confrontarsi sono le illusioni umanistiche che hanno ingabbiato la coscienza e il sapere umani. L’umanesimo, col suo portato di scienza-dogmatica e religione-scientista, è il sostrato su cui si ergono le maestose architetture che reggono la società oppressiva civilizzata.

Per essere veramente efficace e rivoluzionaria, ogni forma di ecologismo e decrescita felice dovrebbe assumere in questa fase storica il compito difficile, ma indispensabile, di abbattere le barriere che impediscono la possibilità di pensare un mondo diverso. Scollare gli ingranaggi del sistema di dominio è la condizione sine qua non perché altre, nuove, diverse idee possano sorgere, attecchire e diffondersi liberamente. Capire quali siano tali ingranaggi e adoperarsi perché saltino è, in questa fase storica, il vero e unico compito del movimento della decrescita felice. Nessun seme può attecchire su un terreno inquinato. Creare il terreno fertile perché nuove forme di relazioni possano nascere ed esprimersi tra gli umani gli animali e l’ambiente, comporta che il terreno venga prima ripulito dagli agenti inquinanti (le strutture mentali) e predisporlo per la semina. Spetterà forse ad altri seminare, ma mi è chiaro ormai che il nostro compito è quello di pulire il terreno da ideologie tossiche. Compito infausto, ma indispensabile.

Bibliografia delle opere citate

Fiddes Nick, 1991, Meat, a Natural Symbol, Routledge, London

Levi-Strauss Claude 1964, Il crudo e il cotto, il Saggiatore, Parigi

Manzoni Annamaria, 2006, Noi abbiamo un sogno, Le Ragioni e le Emozioni del Rispetto per gli Animali, Ed. Bompiani

Rivera Annamaria, 2000, Homo sapiens e mucca pazza:antropologia del rapporto con il mondo animale, Dedalo, Chicago

Fonti sitografiche:

Aspetti zooantropologici del mangiare animali,  Alessandro Arrigoni

Il tempo della carne, Noemi Callea