Trasformare il dolore antico: via crucis

Qualche giorno fa, mentre ero in auto con mio marito alla guida e i miei figli dietro, sulla statale che congiunge Acqua dei Corsari e Ficarazzi mi sono girata a seguire con lo sguardo un altare improvvisato in memoria della morte di un giovane. Lo trovo sempre riccamente adornato di lettere, foto, fiori artificiali e palloncini. Capita di trovarne altri simili in città. Dentro mi lasciano un senso di mistero e di profondo silenzio. In messicano questi luoghi si chiamano descansos, parola che traduciamo come luoghi di sosta e ricordano che proprio lì il viaggio di quella persona si è interrotto.

Questa per i cristiani è la Settimana Santa. In giro si vedono i manifesti delle varie parrocchie che organizzano le vie crucis. Io non ho mai amato prendere parte a questi riti collettivi. Anzi proprio a Natale e a Pasqua mi tengo lontana dalle chiese. Quest’anno vivo la passione di Cristo in un modo singolare, facendo una mappa che mi aiuti a vedere dove sono nella mia vita “le stazioni”? Dove i luoghi da commemorare? Dove quelli in cui non si è pianto abbastanza? Dove quelli in cui si è pianto troppo? Dove ho messo le croci? Dove sono quelle lapidi dove pregare donando riposo ai morti inquieti della mia psiche per lasciarli finalmente in pace?

“Siate gentili con voi stesse e fate dei descansos, luoghi di riposo per aspetti di voi che un tempo stavano andando da qualche parte ma non sono mai giunti alla meta. I descansos segnano i riti di morte, i tempi bui, ma sono anche note d’amore per la vostra sofferenza. Trasformano. Molto c’è da dire sull’appuntare le cose sulla terra in modo che non ci vengano dietro. Molto c’è da dire sul fatto di ridar loro l’estremo riposo.” (Clarissa Pinkola Estés)

Ecco allora che stamattina all’alba mi sono seduta al mio tavolo. Ho bruciato una foglia di alloro invocando la calma interiore, ho riempito una ciotola con l’acqua e tre gocce di olio essenziale di rosa canina ed ho tratteggiato una lunga linea ondeggiante su un foglio ed in ciascun punto dolente ho messo una croce. L’ho guardato, ho pregato e ringraziato e l’ho bruciato sulla fiamma di una candela. Poi ho sparso le ceneri al vento e mi sono ripetuta: La vita è da ora in poi.

Se vuoi anche tu arizona-roadside-memorial-300x232trasformare il tuo dolore antico e sciogliere gli addensamenti della tua storia in uno spazio protetto, scrivimi a inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Allattiamo?

Domodama

Allattiamo?

Le nostre diverse esperienze a confronto

L’incontro promosso dal gruppo maternage delle “Balate” è rivolto a donne e coppie in gravidanza, a genitori e bambini, per confrontarsi su questi temi e su tanto altro ancora…

 

Venerdì 27 settembre 2013 h. 16,00\18,00

Una volta cominciato, come procedere con l’allattamento?

Dovete tornare al lavoro e introdurre un sostitutivo del latte materno vi sembra necessario?

Il vostro bambino rifiuta ogni forma di pappa che voi offrite?

Allattate un bambino oltre l’anno , e vi chiedete se e come smettere?

 

Ingresso libero Venerdì 27 settembre 2013 h. 16,00\18,00

Biblioteca dei bambini e dei ragazzi Le Balate via delle Balate 4 Palermo

Per informazioni e prenotazioni contattare il n. 3496727068 o bibliotecabalate@yahoo.it

 

L’allattamento non dovrebbe essere sacrificato sull’altare dell’ignoranza

Jack Newman

 

La Biblioteca delle Balate, nel centro storico di Palermo, è un luogo dove bambini e ragazzi possono incontrarsi e fare…

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La durata della gravidanza può variare di cinque settimane

© Thinkstock

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Traduco per noi un articolo comparso qualche giorno fa sulla rivista The Independent UK  su una informazione che già conosciamo ma che ora i ricercatori hanno dimostrato scientificamente e che spero possa renderci più consapevoli e libere di scegliere di non farci indurre il parto troppo presto (prima delle 42 settimane compiute) e senza reali motivi di sofferenza fetale o materna.

Fonte: “Length of pregnancy can vary by up to five weeks, scientists discover”, di Charlie Cooper, 8 agosto 2013

La lunghezza di una gravidanza  varia naturalmente da donna a donna di ben cinque settimane, come gli scienziati hanno scoperto per la prima volta.

Anche se si è sempre saputo che le gravidanze umane di solito durano tra 37 e 42 settimane, la variabilità in precedenza era attribuita a metodi imperfetti di stima della data del termine.

La data presunta del parto di una donna è calcolata 280 giorni dopo l’inizio della sua ultima mestruazione ed è sempre e solo considerata la migliore ipotesi. Solo il quattro per cento delle donne partorisce quel giorno e solo il 70 per cento entro 10 giorni da esso.

Tuttavia i ricercatori del National Institute of Environmental Health Sciences ( NIEHS ) sono stati in grado di individuare il momento in cui le donne erano rimaste incinte prendendo campioni di urina ogni giorno – che consentì loro di isolare il ruolo che la variazione naturale gioca nella lunghezza della gravidanza.

In un gruppo di 125 donne, hanno scoperto che il tempo medio di ovulazione per nascita era 268 giorni – 38 settimane e due giorni – e che la lunghezza delle gravidanze varia di ben 37 giorni, secondo la ricerca, pubblicata oggi sulla rivista Human Reproduction .

“Siamo stati un po’ sorpresi da questo risultato”, ha detto la Dott. Anne Marie Jukic , un post-dottorato presso la Filiale di Epidemiologia presso il NIEHS . “Sappiamo che la lunghezza della gestazione varia tra le donne, ma una parte di tale variazione è sempre stata attribuita a errori nella assegnazione dell’età gestazionale. La nostra misura della lunghezza della gestazione non include queste fonti di errore, eppure ci sono ancora cinque settimane di variabilità. E’ affascinante. “

La lunghezza di una gravidanza può essere influenzata da una serie di fattori. Le donne più anziane tendono a partorire più tardi, mentre le donne che erano alla nascita più grosse avevano anche gravidanze più lunghe.

Il Royal College of Midwives ( RCM ), ha detto che la ricerca ha riaffermato l’esperienza dei professionisti “che ogni donna è diversa ” e ha esortato gli operatori a essere cauti nell’intervenire troppo presto nella gravidanza, ma ha detto che le date presunte del parto sono ancora utili.

Mervi Jokinen,  consulente di prassi e standard professionali presso la RCM ha detto: “Non penso che questo segna la fine della comunicazione da parte di ostetriche e altri professionisti della salute della data di scadenza. Dovrebbe essere spiegato alla donna che la data di scadenza è sempre una stima e come tale ricerca e la nostra esperienza dimostra, questa può variare notevolmente”.

Balli di pancia per donne di pancia

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Musica, movimento e condivisione in riva al mare

Che siamo mamme, zie, nonne, sorelle, donne senza figli… concediamoci questa festa con la musica folk di Simona Ferrigno e Antonella Romana per celebrare e benedire la vita e la vitalità che cresce dentro le nostre pance!

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Prenotate la vostra partecipazione perché stiamo preparando dei piccoli cadeaux per ognuna di noi!

19 luglio 2013, Isola delle Femmine, h 19

Contatti e prenotazioni 3389799490 inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

VBAC, IL PARTO VAGINALE DOPO TAGLIO CESAREO

VBAC, IL PARTO VAGINALE DOPO TAGLIO CESAREO

Partorire dopo un taglio cesareo si può!  di Simona Proietti, ostetrica

Definizione

Si definisce “TRAVAGLIO DI PROVA”la verifica della possibilità di un parto per via vaginale in una donna gravida che ha precedentemente subito un TC. Si parla di VBAC (vaginal birth after cesarean), parto vaginale dopo cesareo.  I paesi occidentali con le più basse percentuali di mortalità infantile hanno percentuali di cesarei inferiori al 10%. Chiaramente non c’è nessuna giustificazione in alcuna regione geografica per avere più del 10-15%. I parti vaginali dopo un cesareo dovrebbero di norma essere incoraggiati, dove è possibile disporre di un servizio di emergenza per eventuale intervento chirurgico (raccomandazioni OMS 1985).  Vi sono miglioramenti esigui negli esiti di TC con tassi superiori al 7%. La condotta di ripetere il TC nelle pre-cesarizzate dovrebbe essere abbandonata (Chalmers e coll. 1989).  Descrizione della pratica  Tutte le partorienti con un pregresso TC possono affrontare il travaglio nel parto successivo, fatta eccezione per quelle poche che rientrano nelle seguenti categorie con condizioni mediche e/o ostetriche che di per sè rappresentano un’indicazione al TC elettivo: pregressi interventi chirurgici sull’utero, come asportazione di fibromi (dette metroplastiche o miomectomie) della parete muscolare (detti intramurali) o della zona sotto-mucosa importanti in termini d’estensione della cicatrice uterina; pregresso TC classico (con incisione verticale sull’utero).  Da quanto sopra esposto è necessario, durante la gravidanza, procurarti la documentazione relativa al precedente TC. Infatti una pregressa incisione interna verticale (longitudinale) o di cui non si conosce precisamente la modalità, può rappresentare una controindicazione ad effettuare un travaglio di prova.  L’assistenza al travaglio alle donne che hanno avuto una precedente incisione trasversale del segmento uterino inferiore (quella che ormai si pratica più comunemente nei cesarei) non dovrebbe discostarsi da quella prestata a qualsiasi travaglio di parto spontaneo. Le risorse ospedaliere necessarie per seguire un travaglio di prova dopo TC sono le medesime che dovrebbero essere disponibili per tutte le donne in travaglio, indipendentemente dalla loro storia ostetrica pregressa. Qualsiasi reparto ostetrico in grado di intervenire su complicanze, come la placenta previa, il distacco di placenta, il prolasso di funicolo o la sofferenza fetale acuta dovrebbe saper gestire con altrettanta sicurezza il travaglio di prova dopo TC su segmento uterino inferiore.

I punti critici del taglio cesareo 

Ci sono rischi sia materni che neonatali nell’esecuzione di un TC:  i rischi per la donna sono legati alla tecnica chirurgica e all’impiego dell’anestesia e possono causare uno stato morboso più o meno grave fino, in rari casi, alla morte. Essi sono in ordine di frequenza: endometrite ( infezione del tessuto uterino) , complicanze febbrili in puerperio, infezioni delle vie urinarie, infezioni della ferita laparotomica, ileo paralitico, embolia polmonare, trombosi delle vene profonde, danni ad ureteri, vescica ed intestino, rischi dell’anestesia periferica, complicanze nell’intubazione. Inoltre, nelle donne sottoposte a TC sono stati riferiti maggiori rischi di sviluppare placenta previa nelle successive gravidanze ed la loro fertilità subisce una riduzione. Il rischio di mortalità materna risulta nel TC da due a sette volte superiore al rischio nel parto spontaneo.  I rischi per il bambino comprendono distress respiratorio neonatale dovuto alla possibile aspirazione di liquido amniotico da parte del neonato che non subisce la normale compressione toracica che avviene durante il passaggio nel canale del parto) e quindi un alterato riassorbimento di liquido alveolare, con rischio di ipertensione polmonare che si può presentare nel neonato; prematurità iatrogena (dovuto agli interventi medici) ovvero legata ad un passaggio troppo precoce e deciso dai medici alla vita extrauterina (timing del parto) rispetto ai rischi ad essa correlati fra cui la malattia delle membrane ialine o RDS (sindrome da di stress respiratorio legato alla carenza di produzione del fattore surfattante prodotto dal feto solo nelle ultime settimane prima del parto) ; depressione neonatale conseguente alla sostanze farmacologiche usate per l’ anestesia; traumatismi ostetrici conseguenti all’estrazione del bambino, maggiore difficoltà di adattamento extrauterino.

I risultati delle ricerche 

Secondi i dati ISTAT del 2002, su campionamento italiano, il 67,7% di tutte le donne ha avuto un parto spontaneo ed il 29,8% un TC, una percentuale decisamente troppo elevata. Il TC è infatti un intervento ritenuto appropriato solo in particolari condizioni cliniche che non coinvolgono la motivazione di un pregresso intervento: la quota massima secondo le indicazioni del WHO (World Health Organization) non dovrebbe superare il 10-15% di tutti i parti. Tale fenomeno è maggiormente diffuso nel Sud Italia e nelle Isole: il 35,8% delle donne nell’Italia insulare ed il 34,8% nell’Italia meridionale ha subito infatti un TC. L’incidenza di TC è particolarmente alta nelle strutture private, dove si raggiunge una percentuale del 47,6% superiore di quasi venti punti percentuali a quella, anch’essa elevata, che si rileva nelle strutture pubbliche (28,5%).  Quando il travaglio inizia spontaneamente nella seconda gravidanza di donne con pregresso TC, secondo le ricerche circa il 70% delle partorienti potrà partorire per via vaginale; questa percentuale aumenta fino al 90% se il primo TC è stato effettuato a una dilatazione cervicale superiore a 7 cm. La complicanza di rottura d’utero riguarda una percentuale che varia tra lo 0,09% e lo 0,02% dei casi . Quindi non è giustificabile un intervento sistematico su tutte le donne.  Se è necessario indurre il travaglio, le ricerche indicano che un uso giudizioso delle prostaglandine è compatibile con un buon esito materno-neonatale. La gestione del travaglio è identica a quella relativa a un travaglio di una partoriente non pre-cesarizzata, tranne che per i seguenti aspetti: è raccomandato il monitoraggio del bambino durante tutto il travaglio; nel caso di travaglio distocico, la decisione di usare l’ossitocina per accelerare il travaglio deve essere presa da un ostetrico esperto e comunque la durata dell’infusione ossitocica non deve superare le 2-3 ore; la manovra di Kristeller è controindicata. Dopo il parto la palpazione della cicatrice interna è sconsigliata perché da un punto di vista clinico, il riscontro di un utero ben contratto in assenza di un sanguinamento vaginale significativo e di parametri materni normali, non giustifica alcun intervento; si potrebbe convertire un’eventuale deiscenza asintomatica in una rottura completa; per un’adeguata valutazione della cicatrice uterina, è necessario un’analgesia epidurale o l’anestesia generale.

Gli elementi della fisiologia

Nella specie umana il travaglio di parto ha la funzione di attivare nel neonato il funzionamento postnatale di alcuni importanti apparati. Cosa avviene, quando come per i nati col TC questa stimolazione viene meno? La contrazione uterina sul corpo del nascituro stimola i nervi sensoriali periferici della pelle, gli impulsi nervosi vengono allora condotti al sistema nervoso centrale dove sono mediati attraversi il sistema nervoso vegetativo ai diversi organi che esso innerva.  Quando la pelle non è adeguatamente stimolata, anche il sistema nervoso centrale e quello vegetativo sono meno stimolati e quindi gli organi bersaglio non vengono attivati. La scarica sensoriale diretta al sistema nervoso risveglia l’eccitabilità del centro respiratorio; a sua volta, l’insorgere di questa eccitabilità aumenta la profondità dello sforzo respiratorio e a livello di ossigeno nel sangue con conseguente maggiore capacità di movimenti muscolari.  I pediatri hanno notato che i bambini nati da TC sono caratterizzati da maggiore letargo, ridotta reattività e minore frequenza del pianto rispetto a quelli nati da parto spontaneo. Inoltre, nei piccoli nati da TC esistono notevoli differenze biochimiche con un’elevata acidosi, ma minore concentrazione di proteine e calcio. Hanno un rischio maggiore di conseguire un punteggio di apgar uguale o inferiore a 5. Hanno una maggiore tendenza a sviluppare infezioni e malattie a carico degli apparati respiratori, gastrointestinali e genito-urinario.

Quello che la ricerca non sa 

Fattori associati con un buon esito in VBAC sono la libertà di movimento e l’inizio travaglio spontaneo. Fattori associati con un maggiore fallimento includono una mobilità ridotta, l’uso di ossitocina e limiti dei tempi del travaglio rigidi.  Gli studi fatti su parti spontanei dopo TC e relative complicanze si riferiscono tutti a parti avvenuti in ambienti medicalizzati. Non è stato indagato in che modo la conduzione più o meno conservativa del travaglio e la modalità della spinta incida sulle complicanze e sulla percentuale di successo del VBAC. In un ospedale che attua un 30 – 40% di TC, la rata di successo dei VBAC non può essere superiore a 60 – 70%.  Non è stato indagato se ci sia una differenza nelle deiscenze della cicatrice in base alla sutura eseguita su uno strato o su due strati.

Gli aspetti globali e le esperienze delle donne e dei bambini 

Il TC è una lesione profonda (fisica e psicologica) che pregiudica il futuro riproduttivo di una donna. Il processo di elaborazione del cesareo è un’esperienza molto personale, con caratteristiche e tempi che variano da persona a persona.  Un parto chirurgico è un parto non fisiologico che lascia segni, ma che scatena anche la possibilità dell’autocura. All’inizio può esserci incredulità, rabbia, depressione, rifiuto e alla fine del processo di elaborazione, che può durare anche molto tempo, emerge un’accettazione attiva del limite e una matura ricettività verso l’esperienza della maternità.  E’ importante riattivare il rapporto con se stessa e il proprio corpo, a richiudersi anche se l’apertura è stata di tipo chirurgico. La nascita è comunque un evento straordinario e la donna deve ricordare che il suo bambino è stato accolto per nove mesi dentro di lei e che questa esperienza simbiotica rimane comunque un valore su cui fare leva, anche se il parto ha deluso le aspettative.  Mamma e bambino hanno bisogno di stare il più precocemente possibile insieme.  Alcune madri cesarizzate riferiscono la sensazione che il bambino non venga da loro perché non lo hanno sentito nel momento della separazione: mamma e bambino devono riconoscersi attraverso una comunicazione fatta di sguardi, gesti, amore e libertà. La scelta dell’anestesia epidurale per il TC permette di salvaguardare meglio l’accoglimento.

Le implicazioni per la pratica assistenziale 

L’aumento così marcato di TC viene ritenuto in molti paesi un problema importante di sanità pubblica. Infatti, a fronte di un così ampio utilizzo del TC, non c’è un riscontro effettivo in termini di riduzione della mortalità neonatale e perinatale. Oltre alle indicazioni relative ed assolute per la ripetizione del TC, intervengono anche altri fattori nell’incremento di questo fenomeno:

• miglioramento delle tecniche chirurgiche e di assistenza post-operatoria (ciò però è vero solo in parte, poiché la mortalità materna del TC è comunque ancora superiore rispetto al parto per vie naturali e anche la morbilità post-operatoria è rilevante, così come gli esiti negativi a distanza su gravidanze successive);

• il desiderio di diminuire la mortalità e di prevenire le minorazioni neonatali (è stato evidenziato che circa il 60% dei casi di asfissia ipossico-ischemica neonatale non è attribuibile a cause di travaglio, ma a fattori insorti in gravidanza);

• il desiderio di ridurre i tempi del travaglio, con una conseguente riduzione dell’ansia dei familiari e degli stessi operatori.  La diminuzione dei timori del personale medico e paramedico che correrebbe meno rischi di essere incolpati in prima persona di negligenza, imperizia, inosservanza di norme. Per il rischio di un contenzioso a livello legale nel caso in cui il parto non andasse bene, vengono spesso messi da parte quei protocolli clinici e scientifici che prevedono la possibilità di vivere l’esperienza di un travaglio di prova e prescelta una modalità che usa il TC in modo difensivo.  Dal momento che la ricerca indica auspicabile un travaglio di prova, è importante informare la donna sui benefici del parto spontaneo e sostenerla nel travaglio. Una conduzione conservativa nel rispetto delle leggi della fisiologia, che incentiva il movimento libero e la spinta spontanea, può aumentare il successo del parto spontaneo.

Le scelte possibili 

I corsi di preparazione alla nascita rappresentano un fattore di protezione rispetto alla possibilità di avere un parto cesareo (vedi lavoro di Grandolfo, Donati Annali dell’ISS 2003), probabilmente perché le donne che vi prendono parte sono già un gruppo selezionato che si caratterizza per un maggiore orientamento alla demedicalizzazione, ma anche perché accrescono le capacità delle donne di partecipare alle decisioni da prendere al momento del parto (empowerment).

Cosa può fare l’ostetrica

L’ostetrica può offrirti la possibilità di accedere a informazioni corrette, supportate dalla ricerca scientifica riguardo ai rischi reali e ai benefici di un intervento chirurgico, che ti premettono di affrontare scelte consapevoli, libere da condizionamenti interessati. Se hai già avuto un cesareo e ti rivolgi all’ostetrica per un secondo parto, vuoi una figura che ti dia un’assistenza continuativa, fiducia e la possibilità di dividere con lei le tue preoccupazioni e dubbi. Magari speri anche di subire meno o nessun tipo di interventismo. Senti che, qualora fosse necessario un ulteriore cesareo, ciò accadrà per reale necessità, non a causa di un interventismo eccessivo. Vuoi che ti sia data la massima opportunità.  L’ostetrica tiene conto della motivazione che sta alla base della tua decisione; del grado di rischio associato; dei protocolli di assistenza locali e dell’eventuale grado di sfida; della propria attitudine verso il parto vaginale spontaneo.

Cosa puoi fare tu 

• ti puoi preparare per un parto spontaneo

• puoi elaborare la tua esperienza precedente di cesareo, parlandone con un’ostetrica o altra professionista e con altre donne che hanno elaborato la loro esperienza

• puoi capire i tuoi bisogni specifici e preparare delle risorse per affrontarli

• puoi informarti sulle procedure ospedaliere e scegliere un luogo per il tuo parto dove si pratica il VBAC

• puoi scegliere le persone di sostegno che ti accompagneranno nella tua esperienza di parto

• puoi parlare con il tuo bambino e cercare una sintonia con lui  Cosa può fare il tuo partner  Il sostegno del partner sia nella scelta di affrontare l’esperienza del travaglio e del parto spontaneo dopo pregresso TC, sia durante le varie fasi del travaglio, costituisce un elemento molto importante.

La possibilità della presenza del partner al momento del travaglio e del parto è sottolineata sia dalle linee guida dell’OMS. Le raccomandazioni sulla nascita redatte dall’OMS nel 1985 sostengono l’importanza del supporto psicologico per le donne al momento del parto e parlano di libero accesso di una persona di fiducia in sala parto come fattore determinante per la riduzione degli esiti negativi.  Nel ‘Regolamento dei diritti e dei doveri dell’utente malato’ (DPCM 19.05.1995, carta dei servizi pubblici sanitari), e secondo i dati ISTAT 2002, su campionamento italiano emerge una consistente presenza del padre del bambino accanto alla sua compagna; il 62,7% delle donne che hanno avuto un parto per via vaginale ha dichiarato che il padre è stata la persona più vicina al momento del travaglio e della nascita del bambino.  Il padre è presente nella quasi totalità dei casi nel nord-ovest (85,5%), mentre solo il 31,7% delle donne residenti nel sud ed il 48,8% nelle isole l’ha avuto vicino al momento del travaglio e del parto. Complessivamente, il 25,4% delle donne non ha avuto nessuno vicino al momento del travaglio e del parto; nel sud e nelle isole tale quota sale rispettivamente al 48,4% ed al 37,4%. Fra quante sono state sole al momento della nascita del loro bambino, ben il 46,7% ha riferito che ciò è avvenuto per imposizione della struttura sanitaria. La percentuale sale al 59,7% nell’Italia insulare ed al 58,7% in quella meridionale.

Quali sono le domande da porre 

• Può un TC eseguito arbitrariamente comportare dei rischi per me e il bambino?

• Cosa avviene quando ad un bambino non viene data l’opportunità di vivere l’esperienza del travaglio?

• Esistono differenze tra i bambini nati da parto spontaneo e quelli nati da TC? Se sì, quali sono?

• Tutte le donne con precedente TC possono provare a travagliare oppure viene comunque eseguita una selezione?

• Quali sono i rischi specifici nel mio caso se partorisco spontaneamente?

• Quali sono le attenzioni da tenere?

• Posso scegliere il tipo di anestesia?

• Posso tenere con me il mio bambino subito, appena nato?

• Mio marito può vedere il bambino subito e tenerlo?

• Si può aspettare di tagliare il cordone fino alla fine delle pulsazioni?

• Posso avere la mia placenta?

Quali sono i miei diritti 

Hai il diritto di dare o negare il consenso a un cesareo ripetuto e di scegliere il luogo per il tuo parto.  Hai diritto ad accogliere il tuo bambino immediatamente in caso di anestesia epidurale.

Fonte: partonaturale.org

Aperitivo di beneficenza per Mother Health International

L’associazione culturale In braccio alla Luna e

Al-Quds, “Casa della Cultura Araba”

Organizzano un

Aperitivo di Beneficenza per “Mother Health International”

Raccolta fondi per la formazione di levatrici ad Haiti

MARZIA2

Ingresso 10 €

Sabato 2 febbraio 2013

Inizio ore 19:00

Casa della Cultura Araba Al Quds-Palermo

Via Guardione, 23.

Per info: 091.61.19.834

www.alqudspalermo.org

 

 mhi2è un’organizzazione senza fini di lucro impegnata a ridurre la mortalità infantile e materna.

La nostra missione è dedicata a rispondere e fornire assistenza alle donne in gravidanza e bambini nelle aree di disastro di guerra e di povertà estrema. Siamo impegnati a ridurre i tassi di mortalità materna e infantile attraverso la creazione di cliniche che utilizzano il modello di assistenza ostetrica olistica, culturalmente appropriato, finalizzato all’educazione per la salute e l’empowerment delle donne. Con ogni nascita “sana” vi è un vantaggio per le comunità che serviamo e il mondo, nel suo complesso : «Un inizio della vita sano e dolce è il fondamento di una vita d’incanto. La pace nel mondo può venir costruita cominciando oggi, un bambino per volta» (Ibu Ro-bin Lim, ostetrica e premio nobel per la pace).

Mother Health International offre informazione e sostegno per le madri che chiedono di essere curate dalla nostra clinica nel periodo dell’allattamento, per il parto naturale, la cura dei bambini, la consapevolezza degli abusi sessuali, la pianificazione familiare e la genitorialità pacifica.

I fondi raccolti serviranno a favorire il processo di formazione per le donne haitiane come levatrici. Presente l’ostetrica Marzia Floridia, in partenza per questa missione

Per scaricare la locandina cliccate il link in basso

aperitivo beneficenza

La colonizzazione alimentare americana: dalle università al McDonald andata e ritorno

Parole chiave: evoluzione, antropologia, alimentazione, etnocentrismo, specismo, storytelling pubblicitario, sessismo, antispecismo, decrescita felice, ecologismo.

Domenica scorsa tirava un vento minaccioso su Palermo, mentre nel resto d’Italia le alluvioni mietevano qualche vittima fra cose, persone e costruzioni umane. Ululati e raffiche, turbinii di polvere e allarmi di motorini che suonavano, incitavano a barricarsi in casa e concedersi una giornata di puro relax. In realtà per la donna italiana media restare in casa di domenica non è il massimo del relax, perché si tratta di cucinare piatti elaborati e pulire tutto quello che si sporca, approfittando del tempo libero a disposizione per fare qualche faccenda domestica che durante la settimana lavorativa non si ha mai il tempo di finire. Ma per fortuna, almeno in casa nostra, uomini – anche il piccolo quasi treenne –  e donne cooperano alla meno peggio alla gestione della cosa comune.  A riprova di ciò (!),  mentre i maschi sono rimasti a dormire fino alle undici del mattino, io mi sono svegliata presto e di buona lena per preparare, da mamma italiana che stuzzica i palati dei suoi maschietti, il classico pranzo domenicale, a base di lasagne alla bolognese, funghi ripieni, barbabietole in agro, cotoletta alla milanese e patatine fritte. Una cosa da fare vomitare i miei amici vegani e vegetariani ma che ha reso felici i miei carnivori ai quali tento di imporre un regime alimentare che contempla le carni rosse solo una o al massimo due volte al mese.

Siccome l’altra Marika che mi abita, anche mentre cucina, parte sempre per la tangente, e pensa pensa – porca miseria quanto pensa! – maneggiare tutta questa carne cosificata mi ha suscitato questo articolo che state per leggere, qualche latente senso di colpa, qualche curiosità intellettuale e ha fatto entrare in collisione i due orizzonti che animano le mie riflessioni degli ultimi anni.

Il primo, come saprete, è il mio interesse per la pratica e l’esperienza educativa della società occidentale, coadiuvata dai messaggi provenienti dai mezzi d’informazione di massa e dalla famiglia, il secondo è la passione per gli studi filologici e antropologici. In particolare, mentre preparavo il ragout, mi sono posta un doppio ordine di domande.

Le prime erano di ordine più scientifico e direi, accademico:

– Davvero nel processo di ominazione l’introduzione della carne è stato un propulsore evolutivo? E in che misura? Davvero carne e sviluppo cognitivo sono legati in un rapporto di causalità? Potrebbe essere vero il contrario? E se è vero il contrario, cioè che è l’aumento del cervello in maschi e femmine ominidi che ha spinto i maschi protoumani a cacciare gli animali, che cosa ha reso possibile la modifica della percezione che ha portato allo sviluppo delle facoltà intellettive? Se invece è vero – com’è stata dimostrato finora – che è stato il rapporto che ha il cacciatore con la presenza-assenza della preda a rivoluzionare i processi cognitivi, facendo germinare il pensiero simbolico, come si relaziona ciò alla stratificazione sociobiologica in base al sesso?

Le seconde erano di ordine più politico-militante:

– Possono le ricerche, essere finanziate dalle università americane per motivi ideologici, come quello di mantenere lo status quo? In fondo, dimostrare che la carne è stata cruciale per lo sviluppo del cervello fa accettare di buon grado lo specismo, e dimostrare che uomini e donne hanno diverse capacità di orientamento perché la divisione dei compiti di procacciamento del cibo, con il diverso prestigio sociale che ne deriva, era già codificata nel Pleistocene, giustificherebbe il sessismo. Perché ho sempre più il sospetto che la conoscenza e l’informazione scientifica si muovano sul doppio filo di descrivere e riscrivere la realtà adattandola alle richieste che determinate volontà le sottopongono? In ultima istanza, le ricerche scientifiche abbiano la stessa funzione mitopoietica del raccontino di Eva raccoglitrice che dona il frutto raccolto ad Adamo condannandolo alla finitudine mortale, di Caino cacciatore che ha la meglio su Abele raccoglitore, di Romolo e Remo alimentati da latte animale, senza avere bisogno di una madre umana etc etc…?

Insomma, in un turbinio in cui prospettiva diacronica dell’evoluzionismo e sincronica delle scienze delle cominicazioni si sono fuse, confuse e hanno perfuso i gangli della mia lettura del reale,  sotto la spinta di una sensibilità forse ambigua perché sottoposta all’emotività, ho iniziato a condurre una breve ricerca online sul modo in cui l’ordine simbolico perpetui regimi discorsivi dominanti e ci imponga modelli alimentari e comportamentali dannosi e violenti. Alla fine dell’articolo troverete i riferimenti ai siti da cui ho estratto le citazioni testuali che seguono.

Secondo la psicologa Annamaria Manzoni (2006)

“la nostra società è fortemente schizofrenica, sadica e fondamentalmente incline all’alterazione della realtà e alla menzogna dato l’enorme sforzo che le industrie e i media attuano per nascondere ai cittadini stessi la realtà che si cela dietro le produzioni che hanno per oggetto lo sfruttamento sistematico della vita animale. Dal momento che i messaggi suggestivi associano l’alimento all’affetto, quello che avverrà sarà l’instaurarsi, a livello inconscio e profondo, di una pericolosa sovrapposizione e identificazione tra fondamentali relazioni familiari e offerta di cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo, per sua stessa natura, riveste incredibili valenze simboliche collegate all’esperienza del latte materno” (Manzoni 2006: 38).

In questo video   di questo spot plasmon anni ottanta trovate una impalcatura ideologica che ha segnato l’infanzia della mia generazione e che attesta come gli effetti di questo martellamento mediatico siano in grado di generare quella dipendenza dal cibo carneo di cui siamo oggetto. E chi non ricorderà il carosello Gringo?

Non è semplice divincolarsi da questo condizionamento, perché coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno, gli scienziati, sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. Quello che voglio dire è che a livello cognitivo, anche quando i ricercatori operano un’analisi scientifica, sono parallelamente abitati da sistemi simbolici che costituiscono la spinta delle loro esigenze analitiche: con un occhio analizzano equazioni con l’altro misurano crani e reperti fossili, e alla fine stanno raccontando una storiella infarcita di lessico tecnico. L’enfasi data all’importanza della carne per lo sviluppo del cervello umano rientra in un filone di studi che nelle università americane hanno per oggetto il cosiddetto Man the Hunter. Ecco un esempio dei tanti studi in proposito, tratto da un portale di divulgazione scientifica:

“Mangiare carne è sempre stato considerato uno dei fattori che ci ha resi umani, considerando che le proteine apportate con la carne hanno contribuito all’accrescimento del nostro cervello”, sostiene Charles Musiba, professore associato di antropologia presso l’Università Denver del Colorado, che ha partecipato alla scoperta. “Il nostro studio mostra che 1,5 milioni di anni fa gli ominidi non erano carnivori occasionali, non cacciavano per semplice opportunità, ma proprio con lo scopo di procurarsi carne da mangiare”.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne di Ottobre.

Musiba sostiene che mangiare carne può aver fornito le proteine necessarie per far crescere il nostro cervello: questo sarebbe da considerarsi quindi una spinta evolutiva.

“Mangiare carne è associato con lo sviluppo del cervello”, afferma. “Il cervello è un organo di grandi dimensioni e richiede un sacco di energia. Stiamo cominciando a porre maggiore attenzione sul rapporto tra l’espansione del cervello e una dieta ricca di proteine”.

Gli esseri umani sono una delle poche specie sopravvissute con un cervello grande in rapporto alle dimensioni del corpo. Gli scimpanzé, i nostri parenti più stretti, mangiano poca carne  e hanno una capacità molto più piccola del cervello degli esseri umani.

“Questo ci separa dai nostri lontani cugini”, sostiene Musiba. “La domanda è allora: che cosa ha innescato il nostro consumo di carne? Era l’ambiente che cambiava? O era l’espansione dello stesso cervello a richiederlo? Al momento, non sappiamo rispondere a queste domande”.

fonte: http://www.scienze-naturali.it/ricerca-scienza/mangiare-carne-puo-aver-aiutato-gli-ominidi-a-diventare-umani

Anche per Claude Lévi-Strauss la cottura della carne e il controllo del fuoco hanno dato un forte impulso all’emersione dell’umano dagli ominidi. Il cibo carneo da sempre è legato allo status sociale, il suo valore simbolico va ben oltre la sua identificazione più materiale e funzionalista. In altre parole, cibarsi di carne animale, secondo gli antropologi, rappresenta la capacità di agire sulla natura come sulla e nella società (Lévi-Strauss, 1964). Per l’antropologo Nick Fiddes (1991) chi gestisce e spartisce il cibo per eccellenza – la carne degli animali dominati e soggiogati – domina di fatto la società intera. Non è per niente un caso quindi che gli Usa siano la nazione più carnivora del pianeta e rappresentano ed esportano un modello alimentare e sociale che è il più aggressivo e dominante di tutta la storia recente. E noi europei seguiamo al secondo posto. Non è un caso – sempre secondo Fiddes – che la cultura di cui facciamo parte

“ha sempre rappresentato il proprio ambiente come una minaccia da soggiogare, una selvaticità da addomesticare, una risorsa da utilizzare, un oggetto privo di diritti” (Fiddes 1991: 45).

Secondo l’antropologa italiana Annamaria Rivera, inoltre,

“la diffusione del consumo di carne, insieme alla separazione fra i luoghi dell’allevamento macellazione degli animali e i luoghi della vendita della carne rendono possibile la rimozione simbolica e morale delle condizioni di produzione di quella specialissima merce che è il corpo degli animali” (Rivera 2000: 59).

La reificazione degli animali rappresenta pertanto il metodo mediante il quale le grandi industrie impongono i loro prodotti sul mercato globale, sconvolgendo gli equilibri sociali e ambientali di interi continenti. Prosegue così la Rivera:

“Una tale deanimalizzazione dell’animale, inscritta nel contesto di una produzione industriale serializzata, massificata, automatizzata, riesce a evocare […] la disumanizzazione che fu alla base della costruzione di altri universi concentrazionari volti allo sterminio: se abshlachten («macellare») era il verbo usato dagli esecutori nazisti per dire il massacro dei prigionieri nei lager, programmato e attuato secondo rigorosa logica industriale, allevare e macellare animali oggi si dice «produrre della carne»” (Rivera 2000: 60).

Da un lato assistiamo ad una reificazione simbolica dell’animale, dall’altro gli studiosi si scervellano su quanto importante sia la carne per l’evoluzione della specie. Eppure, sebbene ai margini, ci sono tutta una serie di studiose e studiosi che più che focalizzarsi sull’importanza della carne, stanno ponendo la loro attenzione a come interagiscono i neonati e a quanto, nel processo di ominazione, abbiano contato le interazioni tra donne che si prendevano cura di bambini via via più incompleti alla nascita e i cui cervelli divenivano sempre più plastici e adattabili.

Insomma, mi rendo conto che l’argomento è complesso e difficilmente riducibile entro lo spazio di un articolo. Per esemplificare drasticamente, quello che mi premeva comunicare è che, se è vero che occhi e mani sono le interfacce, le  porte di ingresso e uscita attraverso le quali il nostro cervello si connette con la realtà esterna e genera mente, c’è sempre un’azione nella percezione, attraverso la quale la nostra mente integra le informazioni esterne con quelle interne, manipolandole, selezionandole per importanza, e generando uno “spazio immaginato”. In pratica, siamo in grado, almeno in potenza, di dimostrare tutto e il contrario di tutto e chi detiene il potere e il sapere lo sa.

Lo zoccolo duro contro il quale mi scontro sempre più, procedendo nello studio delle cose che più mi premono, è che la visione antropocentrata che ha informato il modo in cui gli esseri umani pensano e valutano la realtà, e che sicuramente, ha basi genetiche, come dimostrano gli studi più recenti di neurofisiologia, ha fissato dei criteri di relazione con l’alterità (l’ambiente, gli animali, gli esseri umani di sesso diverso, gli stranieri…) di tipo verticistico e gerarchico, ormai del tutto introiettati, cioè divenuti costitutivi dell’essere umano. Noi attualmente sappiamo, e quindi possiamo porci nei confronti dell’alterità nei due soli modi che la cultura umanistica ci ha trasmesso, entrambi condizionati dall’idea gerarchica che informa il nostro approccio conoscitivo al mondo: l’uno è paternalistico (es. amiamo i poveri animali indifesi), l’altro è cinico (es. usiamo gli animali). Nella gabbia umanistica non è prevista l’idea di una soggettività animale, poiché le relazioni cognitive cui ricorriamo sono sempre di tipo unidirezionale: io -> altro. Lo stesso tipo di costrutto bipolare a senso unico caratterizza il razzismo, il sessismo, il colonialismo, l’adultismo.

Ma vorrei spingermi oltre, affermando che tale tipo di struttura discorsiva, che si potrebbe rappresentare con l’immagine della piramide, e che di fatto, genera violenza, viene riprodotta e consolidata anche dal femminismo, dall’antispecismo, dal movimento per la comunicazione non-violenta, etc etc , insomma da tutti quei movimenti culturali che vorrebbero contrapporsi al sistema del dominio. In definitiva, il nemico con cui confrontarsi sono le illusioni umanistiche che hanno ingabbiato la coscienza e il sapere umani. L’umanesimo, col suo portato di scienza-dogmatica e religione-scientista, è il sostrato su cui si ergono le maestose architetture che reggono la società oppressiva civilizzata.

Per essere veramente efficace e rivoluzionaria, ogni forma di ecologismo e decrescita felice dovrebbe assumere in questa fase storica il compito difficile, ma indispensabile, di abbattere le barriere che impediscono la possibilità di pensare un mondo diverso. Scollare gli ingranaggi del sistema di dominio è la condizione sine qua non perché altre, nuove, diverse idee possano sorgere, attecchire e diffondersi liberamente. Capire quali siano tali ingranaggi e adoperarsi perché saltino è, in questa fase storica, il vero e unico compito del movimento della decrescita felice. Nessun seme può attecchire su un terreno inquinato. Creare il terreno fertile perché nuove forme di relazioni possano nascere ed esprimersi tra gli umani gli animali e l’ambiente, comporta che il terreno venga prima ripulito dagli agenti inquinanti (le strutture mentali) e predisporlo per la semina. Spetterà forse ad altri seminare, ma mi è chiaro ormai che il nostro compito è quello di pulire il terreno da ideologie tossiche. Compito infausto, ma indispensabile.

Bibliografia delle opere citate

Fiddes Nick, 1991, Meat, a Natural Symbol, Routledge, London

Levi-Strauss Claude 1964, Il crudo e il cotto, il Saggiatore, Parigi

Manzoni Annamaria, 2006, Noi abbiamo un sogno, Le Ragioni e le Emozioni del Rispetto per gli Animali, Ed. Bompiani

Rivera Annamaria, 2000, Homo sapiens e mucca pazza:antropologia del rapporto con il mondo animale, Dedalo, Chicago

Fonti sitografiche:

Aspetti zooantropologici del mangiare animali,  Alessandro Arrigoni

Il tempo della carne, Noemi Callea

Marzia Peppe e Ginevra … e Gabry

Di Mamma Marziolina

Sono venuta a conoscenza della possibilità di poter avere un parto felice grazie a Manuela … la mia amica che si stupiva dei nostri racconti sui parti avvenuti in ospedale. Io la guardavo ed ero conquistata dalla descrizione del suo parto avvenuto in casa, appunto.

 

Non capivo come potessero essere delle esperienze così diverse… in fondo sempre di parto si parlava, ma ricordo che ne rimasi assolutamente affascinata.

 

D’altronde il mio parto con Gabriele, in ospedale, non era andato male, anzi. Ne ho comunque un buon ricordo: le ostetriche così come i dottori, la velocità della fase espulsiva, ho pure ricevuto i complimenti dallo staff medico che diceva che non sembravo primipara. Respiravo bene, reagivo bene ed ho spinto bene (le mie emorroidi post-parto non la pensavano esattamente così); 4 spinte più una ‘manovra di Kristeller’ e Gabriele è venuto alla luce.

 

Dopo poco più di un anno, io e Peppe scopriamo di aspettare un altro bimbo… Speravamo che avvenisse presto, ma quando ti ritrovi davanti al fatto compiuto è sempre una gran sorpresa. In fondo io ancora allattavo Gabriele, per non dire che sono affetta da endometriosi, per cui già la prima gravidanza era stata una lietissima sorpresa, figuriamoci la seconda. Presi da tanta gioia intraprendiamo questo nuovo viaggio.

 

Tante paure e tante ansie hanno caratterizzato questa gravidanza, sia io che mio marito la stavamo affrontando con poca serenità. Ogni tanto buttavo lì la battuta a mio marito Peppe “….e se facessimo il parto in casa? Non credi che sarebbe una bella esperienza?”. Lui mi rispondeva di no, e mi ricordava quanto fossi contraria a partorire in clinica (sia per una elevato tasso di cesarizzazione sia per una mancata assistenza intensiva al bambino), quindi figuriamoci in casa. Mi diceva “per favore, no” e mi bastava per non insistere (troppo). Lui è stato il mio punto fermo, la mia forza, durante la nascita di Gabriele e volevo che lo fosse ancora. Quindi la decisione doveva essere presa in due.

 

Dopo qualche mese mi passa per la testa di dire a Peppe che mi piacerebbe incontrare nuovamente il ginecologo che mi ha fatto partorire la prima volta poiché, secondo me, la mia fase espulsiva è stata veloce grazie alla manovra che mi ha praticato… dolorosissima ma efficace. Ma non passano neanche un paio di giorni che mi ritrovo a leggere, in uno dei miei forum di mamme e mammucche varie, della pericolosità di questa manovra e ne rimango letteralmente shoccata. Ma come… così pericolosa eppure permessa negli ospedali???? Ma gli ospedali non sono i posti più sicuri?

 

NO!!! Oggi sento di poterlo dire con fermezza.

 

Ne parlo con Peppe, viaggiamo sempre sulla stessa lunghezza d’onda quando si parla di non affidarsi completamente alla medicina allopatica (anzi, cerchiamo in tutti modi di starci lontano). Quindi ne approfitto e mi ripropongo “e se partorissimo in casa?”. Lui, nonostante tutto è sempre restio. Ha paura. E forse anche io. In fondo stavolta riconosco di avere molta paura del mio parto. Non del dolore fisico, ho paura che non tutto vada per il meglio (pessimismo e fastidio!).

 

Decido di non seguire il corso pre-parto, dai me lo ricordo come si fa. L’ho fatto da poco. Ricordo tutto.

 

Mi si presenta l’occasione di partecipare ad una giornata con Claire Lo Prinzi, mammana di Haiti…penso, sarò al nono mese, sarò una palla, ma ci devo andare. Mi servirà  per affrontare meglio il parto. Non so bene ancora come, ma sento che mi servirà.

 

La giornata si trasforma in un workshop di 3 giorni. Meglio – penso – e cerco di coinvolgere altre due mie amiche gravide – io sono la rompiscatole alternativa della situazione, fissata con queste cose assurde della respirazione, concentrazione, allattamento ad oltranza, auto svezzamento, insomma tutte cose noiose di altri tempi. Ma – ahimè – solo io riesco a ritagliare il tempo per partecipare al workshop.

 

Nonostante stanchezza e nausee varie, sono lì presente anima e corpo. E ringrazio il cielo perché è stato lì che sono svanite tutte le mie paure, lì ho capito l’importanza della persona nel parto, l’importanza dell’esserci “con la testa”. Ho capito che il mio sarebbe stato un altro parto favoloso. Che ce la potevo fare, che ne avrei avuto la forza, che ero lì pronta a prendere tra le mani la mia nuova favolosa creatura.

 

E’ stato estremamente entusiasmante, coinvolgente. Ringrazio tutte le donne presenti a quel workshop, ostetriche e mamme, perché mi hanno trasmesso tante emozioni. L’emozione di poter gestire personalmente il PROPRIO parto, la paura di mettersi ancora in mano a medici che devono soltanto seguire i tempi ospedalieri e non i tuoi, la paura di esser presi in giro dalle varie forme di medicalizzazione (la paura dovuta a falsa conoscenza), l’importanza del rispetto verso se stessi, l’importanza dell’affermazione.

 

Non so bene cosa sia successo a questo punto. Sarà stata la mia logorrea al ritorno da ogni incontro, sarò riuscita a trasmettere le mie emozioni esattamente per quelle che erano, sarò riuscita a trasmettere la mia forza, ma sta di fatto che mio marito improvvisamente si è dimostrato favorevole al parto in casa. Non poteva essere il contrario….sapevo che la pesavamo allo stesso modo su molti argomenti di medicina. Ma quando mi ha detto “ok, parliamo con l’ostetrica e se risolve i miei dubbi sulla tua sicurezza e su quella della bambina, per me va bene, credo che siamo pronti”.

 

A quel punto, ho cominciato a torturare Marzia, mia omonima che già conosceva le mie intenzioni e che al workshop le ha viste uscire fuori. Le ho chiesto di essere la mia “mammana”. E’ venuta a casa ed ha risolto ogni dubbio, mio e di mio marito. Ci ha spiegato tutto quello che era necessario sapere. Ha portato tanto amore in casa nostra.

 

Io non so bene come spiegarlo, ma il mio nono mese di gravidanza è stato il più bello di tutti i mesi. Mi sono sentita finalmente pronta ad accogliere mia figlia, la mia principessa.

 

Dopo tante coccole, massaggi, esercizi vari e finte contrazioni, ecco finalmente arrivare il giorno delle vere contrazioni. Mi sentivo strana, Marzia mi ha definita ‘intensa’, ma ancora non era IL travaglio. Ci siamo salutate sapendo che ci saremmo riviste di lì a poco, anche se non ce lo siamo dette esplicitamente. Ero felice, avevo aspettato tanto questo momento. Sapevo che mancava poco e avrei visto mia figlia.

 

La sera ecco cominciare le contrazioni forti. Ci rendiamo conto che quelle più forti sopraggiungono solo quando mi addormento, cioè quando mi rilasso completamente. Alle 4 eccone arrivare una fortissima. Mi spavento e chiedo a Peppe di chiamare Marzia. In neanche 10 minuti eccola arrivare. Mi rilasso completamente al suo arrivo. Adesso so che ci siamo. Sono felice. Anche mia figlia evidentemente lo è….ha dato un paio di spinte così forti che ricordo esattamente i suoi calcetti briosi e le testate nel basso ventre.

 

Naturalmente non tutta l’organizzazione va per come dovrebbe… avevamo acquistato una piscinetta gonfiabile per fare il parto in acqua (mio desiderio non riuscito anche con la prima gravidanza), ma il raccordo non si adattava al rubinetto – certo, lo avevamo provato prima, ma volete mettere il panico di mio marito in quel momento? Decide, quindi, di riempirla con le pentole d’acqua; io intanto comincio a concentrarmi con Marzia.

 

Troppo tempo per riempirla ed io prendo atto che non è mio destino partorire in acqua. Marzia non è dello stesso avviso, anzi, per facilitare il mio rilassamento mi propone di entrare in vasca da bagno e rimanere immersa per un po’.  All’inizio rimango perplessa – “ma non ci entro” – e dopo qualche risata riusciamo a trovare la posizione più comoda per me. Erano le 7.30 di sabato 9 giugno.

 

A questo punto il mio lavoro più grande è cercare di mantenere la mente sgombra da ogni pensiero, SENTIRE mia figlia che si fa strada ad ogni contrazione e visualizzare la mia dilatazione. Il tutto cercando di mantenere ogni muscolo rilassato, soprattutto gambe e spalle. E qui, ringrazio Marzia che con i suoi massaggi mi ricorda di rimanere rilassata nei punti dovuti. Metteteci anche milioni di bacetti di mio marito in testa.

 

2 ore! DUE ore ed ho raggiunto la massima dilatazione sentendo ogni movimento della mia cucciola, ogni suo sforzo, tutto il suo lavoro. E’ stato emozionante. E’ stato mio. Il mio parto.

 

Mio marito, intanto, aveva ripreso a riempire la piscinetta con le pentole d’acqua ed era pure arrivato a riempirla a dovere, ma io non me la sono più sentita di muovermi. Anche Marzia mi aveva chiesto se volevo spostarmi nel letto, ma io non volevo più uscire dall’acqua. Ho sentito l’esigenza di spingere ed abbiamo cambiato un paio di posizioni dentro la vasca per trovare quella più comoda per me. Mi sono messa in posizione prona, aggrappata alle braccia di mio marito ed ho sentito, spinta dopo spinta, mia figlia venire fuori….CON I SUOI TEMPI, CON LE SUE ROTAZIONI, nella penombra di casa, con la massima intimità possibile. Alle 9.50 mia figlia Ginevra entrava per la prima volta nella nostra vasca da bagno. E di lì a qualche secondo era tra le braccia di suo padre, quindi nelle mie.

 

Infinitamente emozionati siamo passati nel letto, Ginevra si è subito attaccata al seno permettendo così di sturare le vie aeree, io l’ho riscaldata col mio corpo. Poi, finalmente sono riuscita a parlarle e lei ha aperto gli occhi e ci siamo guardate… amore folle! Eravamo, e lo siamo ancora, al settimo cielo.

 

Io non ho avuto lacerazione, non ho avuto emorroidi. Mia figlia è nata col sorriso e le sue splendide fossette, han rotto le membrane spontaneamente un istante prima di mettere fuori la testa, nessun trauma da parto. Si è abituata gradualmente alla luce, non ha avuto calo ponderale anzi ha preso 200 gr in una settimana.

 

Si, oggi col senno di poi, dico: il parto di Gabriele è stato pure un buon parto… ma lontano dall’essere definito fisiologico, felice.

 

Spero con queste parole di aver trasmesso tutto il mio entusiasmo, il mio coinvolgimento.

 

Ringrazio Marzia per averci assistito prima, durante e dopo. Niente può ripagare l’amore dato da una doula.

 

Ringrazio mio marito Peppe che ha creduto in noi, che è stato super, durante e dopo. Che è super in ogni giorno del nostro rapporto.

 

Ringrazio mio figlio Gabriele per essere così innamorato di sua sorella e dei suoi genitori. Io lo amo follemente e solo quando Ginevra mi ha guardata negli occhi ho capito che sarei riuscita ad amare anche lei allo stesso modo.

 

Ringrazio la mia famiglia, che pur non condividendo la mia scelta (per le suddette paure dettate dalla non conoscenza), mi è stata vicino a 360° non stressandomi, anzi informandosi. Oggi sono grandi sostenitori del parto in casa.

 

Ringrazio Claire e le donne in cerchio, tutte, per avermi permesso di avere la conoscenza.

 

Oggi mi sento ripetere spesso frasi del tipo “sei una pazza, sei incosciente, sei coraggiosa”… io mi sento semplicemente informata. E felice!

 

Incontro ‘Noi siamo il nostro corpo’, presentazione del libro Volevo fare la Fulgeri di Marzia Bisognin

È con piacere che l’Associazione Culturale In braccio alla Luna vi invita

Martedì 26 giugno alle 16, presso la facoltà di Scienze Politiche

Via Maqueda 324, a Palermo

per la presentazione di

Volevo fare la Fulgeri

di Marzia Bisognin.

Con la presenza dell’autrice e letture a cura di Marika Gallo.

 

 

Volevo fare la Fulgeri è un romanzo di formazione che ruota intorno al tema della maternità. Sul filo di una narrazione autobiografica che si snoda tra la fine degli anni settanta ad oggi, racconta storie di donne sullo sfondo degli ultimi sessant’anni. Storie di partorienti e di un’ostetrica che possedeva l’arte della professione.

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Marzia Bisognin, doula e blogger. Madre di tre figli e nonna di due nipoti, appassionata ricercatrice sul tema della nascita. Ha condotto in passato diversi laboratori di canto prenatale. Più recentemente ha ideato e guidato laboratori di scrittura e narrazione in mezzo alla natura. Diarista per vent’anni, fotografa di cimiteri da dieci, oltre a questo libro ha scritto un diario di viaggio nella ex-Jugoslavia pubblicato sul sito dell’Osservatorio dei Balcani. Selezionata al Premio S.Vitale nel 2006 e nel 2007. Collabora saltuariamente alla rivista Una Città.

 

«Di questo testo mi ha colpito il modo molto concreto, molto carnale di raccontare la maternità; mi è piaciuto proprio perché, di solito, si fanno delle grandi allegorie sulla maternità, invece qui si sta ai fatti, al corpo. E’ una specie di corpo a corpo fra la donna che affronta questa esperienza e l’esperienza stessa. Con un’osservazione quasi da entomologo, lei narra senza alcun sentimentalismo e senza nessuna retorica, cercando di capire che cosa succede nel corpo della donna quando questa rimane incinta. Prende di petto e brutalizza il ruolo materno: in qualche modo lei dimostra che il ruolo non esiste» Dacia Maraini – “Io scrivo, tu scrivi” 19 giugno 1997 – RAIDUE

 

Mi sveglio col batticuore. È notte. Ho spesso contrazioni in questo periodo, ma questa è diversa, più profonda, come se qualcosa cominciasse davvero ad aprirsi. Sono emozionata, spero che tutto vada per le lunghe, devo abituarmi all’idea, ho paura e non voglio perdermi nulla. È come quando si sceglie se viaggiare in treno o in aereo. Il treno permette di arrivare con la mente e il cuore insieme al corpo, l’aereo accelera i tempi, è molto emozionante ma si arriva sfasati. All’epoca del calesse si sarebbe detta la stessa cosa del treno, ma i tempi sono cambiati. Ora voglio viaggiare in treno e guardare fuori dal finestrino.

L’evento sarà occasione per condurre un dibattito sulla gestione biopolitica dei corpi femminili, sull’affievolimento delle esperienze percettive delle donne moderne e su come si inserisce il lavoro della doula oggi in questo contesto. Qual è la strada che ha portato da “Il corpo è mio e lo gestisco io” alla figura giuridica dell’embrione e al 65% di cesarei di Palermo? E dove è lo scandalo, se lo scopo condiviso è tutelare “la Vita”?

 

L’ingresso è gratuito ma chi lo volesse può lasciare un contributo libero per aiutarci a coprire le spese di viaggio per fare venire l’autrice da Bologna a Palermo. Per info: In braccio alla Luna tel.  338 9799490