Libere di scegliere come e dove partorire, un mese dopo

imageSiamo libere di scegliere come e dove partorire? Affermare oggi questa libertà ci dà una leva per comprendere quel fenomeno che da anni tentiamo di sviscerare, che alcuni definiscono violenza di genere, ma che io penso come violenza tout court? Quali strumenti culturali politici e legali abbiamo per estirpare il germe della violenza sul corpo delle donne e dei neonati e garantire i diritti fondamentali alla privacy, alla libertà, alla integrità fisica e il rispetto della dignità umana? Lo abbiamo chiesto a Giovanna Fiume, storica, Antonella Monastra, ginecologa e consigliera comunale e Serena Romano, avvocato esperta in diritti umani.

Quello di giorno 18 gennaio da Libera Terra è stato un pomeriggio denso in cui i molteplici aspetti su cui poggia il documentario Freedom for Birth sono stati affrontati con serietà e competenza dalle tre relatrici, i cui interventi hanno tratteggiato il tema dell’autodeterminazione della donna al momento del parto, che da una prospettiva storica, politica e giuridica appare altamente problematico. Inoltre c’è stato largo spazio per le emozioni che i racconti di parto felice di Eva, Marzia e Daniela, con il suo parto in casa dopo tre cesarei, ci hanno regalato. Come desideravo sin da quando ho ideato questo evento, c’erano tante giovani donne non ancora madri, i cui volti erano increduli e commossi di fronte alla bellezza che queste mamme rappresentavano. Partorire inviolate non è un capriccio, ma una necessità e un diritto inalienabile, tanto per la madre quanto per il bambino che nasce. In un terreno ostico come Palermo era già tanto se riuscivamo ad affermare a gran voce questo.

Dopo Libere di scegliere come e dove partorire, abbiamo deciso di incontrarci ancora e programmare nuovi eventi per affrontare concretamente il problema della violenza ostetrica e ottenere garanzie ai diritti alla maternità.

Il 2 marzo 2013, h 17 presso il Circolo Arci Malausséne Luminaria con la collaborazione di In Braccio alla Luna, presenterà il Foglio dell’8 marzo, quest’anno interamente dedicato al tema “Nascere senza Violenza”. Evento al quale siete tutt@ invitat@. La rivoluzione della madri è cominciata anche a Palermo!

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Ringrazio Serena Romano per averci concesso di ospitare sul nostro blog il testo integrale del suo contributo per “Libere di scegliere come e dove partorire”, col quale ci spiega in che modo la vicenda narrata nel documentario Freedom for birth può essere dirompente anche per noi donne siciliane e che costituisce un assaggio di quello di cui parleremo SABATO PROSSIMO al Malausséne.

Donne, autodeterminazione e diritti di maternità: il caso di Ternovszky contro l’Ungheria

 

In tempi piuttosto recenti, l’11 maggio del 2011, gli Stati membri del Consiglio d’Europa si sono riuniti ad Istanbul per approvare il testo di un nuovo, importante documento a tutela dei diritti delle donne: la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

Riprendendo, in larga parte, la definizione già propria della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993,  la Convenzione definisce il concetto di “violenza nei confronti delle donne” nei termini di una «violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata».

Dalla lettura di questa norma e del preambolo del documento emergono tre aspetti  essenziali che valgono a tratteggiare il concetto di  violenza contro le donne in maniera del tutto peculiare rispetto ad ogni altra forma di violenza: la matrice sociale e culturale del sopruso, nella misura in cui l’azione del singolo, o del gruppo che se ne renda responsabile, al di là delle circostanze del caso, s’inscriva in uno schema più ampio e storicamente radicato che ha rango di modello esplicativo; la natura oggettiva e strutturale di questa specie di violenza, legata, sotto il profilo della vittima, al solo ed unico fatto di essere donna; il fine che per essa s’intende conseguire, per concludere, l’affermazione, vale a dire, o la conferma, in chiave tanto individuale quanto collettiva, di un rapporto di soggezione e di controllo sulla vittima, di  dominazione fisica, psichica, economica e sociale che investe tanto il corpo quanto la mente.

L’immaginario in tema di  violenza contro le donne basata sul genere richiama alla mente, di norma, episodi di percosse, di lesioni, ricatti, minacce, ingiurie, atti di persecuzione e di prevaricazione varia maturati, non di rado, nello scenario di relazioni affettive o professionali malsane e distorte. Si tratta di casi paradigmatici consolidati e, in quanto tali, generalmente riconoscibili come parte del genere. La donna che ha subito queste forme di violenza, se debitamente assistita nel percorso di rielaborazione del proprio vissuto, è in grado di discernere le macrostrutture dell’atto di cui è rimasta vittima, di riconoscersi il ruolo che le spetta nella trama della storia, “di chiamarsi vittima”. 

Così come sovente accade in tema di “nozioni aperte”, esiste, tuttavia, un’ampia zona grigia del concetto di violenza contro le donne che non è stata ancora sufficientemente esplorata e che solo di recente sta facendo la sua comparsa nella tribuna del discorso sulla giustizia di genere. Si tratta di quella zona che coinvolge la sfera dei diritti legati alla maternità in tutte le sue fasi e manifestazioni, ed in particolare del diritto a godere di un’assistenza informativa, psicologica, economica, sanitaria e sociale preordinata alla formulazione, e alla realizzazione, di scelte autonome e consapevoli prima, durante e dopo la nascita di un figlio. È in questa zona grigia che si colloca la storia di Anna Ternovszky.

Anna Ternovszky è una giovane donna ungherese in attesa del suo secondo genito. In previsione della nascita del figlio, nel 2009, la donna si fa portatrice di una pretesa tanto essenziale da apparire quasi fuori dal tempo: quella di partorire nella propria casa. Per quanto nessuna norma espressamente glielo vieti – l’ordinamento ungherese, al contrario, al pari dei maggiori ordinamenti contemporanei,  accoglie il principio di autodeterminazione individuale in fatto di cure mediche – esiste, tuttavia, una normativa di settore che scoraggia, mediante meccanismi sanzionatori di tutto rilievo, l’assistenza domiciliare al parto e le impone, di fatto, di partorire in ospedale.

L’imposizione autoritativa del parto ospedaliero, ritiene la giovane gestante, determina una intollerabile forma di ingerenza dello Stato nella sua vita privata, un’ingerenza, aggiungiamo noi, che ha tutti i crismi della violenza nella misura in cui per essa la donna sia di fatto privata della propria libertà personale, soggetta a trattamenti fisici non richiesti e depauperata del proprio diritto di autodeterminarsi nella più intima e personale delle situazioni: la nascita di un figlio. 

In assenza dei cosiddetti “mezzi di ricorso interno”, senza possibilità, vale a dire, di vedere riconosciute le proprie ragioni dall’interno del sistema giudiziario ungherese,  Anna Ternovszky decide di adire la Corte Europea dei diritti Umani, a che si pronunci sull’asserita violazione, da parte dell’Ungheria, dell’art. 8 della CEDU in tema di diritto alla vita privata, in relazione all’art. 14 in materia di divieto di discriminazione. 

Il governo ungherese, convenuto in giudizio, si difende con un argomento che, tra gli altri,  ritengo meriti particolare attenzione, fosse solo per la frequenza con cui esso ricorre nel dibattito sui i diritti di maternità (birthing rights, all’inglese): sebbene non espressamente vietato dalla normativa interna, osserva la difesa ungherese, il parto a domicilio è una pratica innegabilmente pericolosa ed in quanto tale, lungi dall’essere incentivata, andrebbe regolamentata nell’ottica di un bilanciamento tra  il diritto della madre di scegliere per il proprio benessere psico-fisico e il diritto del nascituro a nascere sano.

Riattando in salsa nuova i vecchi ed usurati schemi della dialettica antiabortista, ciò che qui si sostiene, in altri termini, è che la compressione della sfera di autonomia della donna troverebbe la propria ragion d’essere nella tutela di un interesse superiore e contrapposto, quello del nascituro a nascere in condizioni di piena sicurezza e salute, un interesse di cui si fa interprete e garante lo Stato mediante lo strumento dell’ospedalizzazione della nascita. 

Quello che non è chiaro, tuttavia, è su quali basi poggi la ricostruzione in termini di opposti tra l’interesse della madre e quello del figlio e, ancora, su quali basi le aspettative di quest’ultimo, che di lì a qualche istante saranno legalmente rappresentate anche, o solo,  dalla madre, siano proiettate nella sfera volitiva dello Stato in maniera aprioristica e del tutto scevra da considerazioni legate a ciascun singolo caso. 

Ben più ragionevole, all’opposto, data la simbiosi fisica che lega i due esseri, pare l’idea che l’interesse della madre e quello del nascituro siano convergenti e che tanto maggiore sia il benessere psicofisico dell’una quanto maggiore sarà quello dell’altro. Del tutto aprioristico, pertanto, e privo di senso, appare il teorema della contrapposizione degli interessi in gioco, così come aprioristica, e priva di senso, appare la scelta di medicalizzare il parto quali che siano le condizioni di salute, le aspirazioni e i desideri della donna. 

Di analogo avviso si è mostrata la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la quale, nel riconoscere il fondamento delle ragioni di Anna Ternovszky, ha affermato un principio fondamentale in tema di diritti legati alla maternità, quello, vale a dire, che «[l]a decisione di diventare genitore comprende altresì il diritto di decidere le circostanze in cui farlo accadere e si tratta di circostanze che […]fanno indiscutibilmente parte dell’ambito della vita privata. [U]na normativa che dissuada di fatto i professionisti deputati a fornire assistenza interferisce con il libero esercizio del diritto al rispetto della vita privata».

Ebbene, se questo è il quadro, ciò che si afferma in questa importante pronuncia, e che ne rappresenta il valore aggiunto, non è tanto, o solo, che la donna è libera di decidere dove  e come partorire − un diritto che difficilmente potrebbe negarsi in sistemi che riconoscono il principio di autodeterminazione in fatto di prestazioni sanitarie − ma che un simile diritto è più che una libertà dall’ingerenza altrui: è un diritto sociale. È la legittima pretesa della donna a che lo Stato, lungi dal surrogarsi ad essa nell’esprimere una volontà, di essa volontà si faccia garante mediante tutta quella serie di interventi normativi, economici, sanitari e di sicurezza sociale necessari a parificare le condizioni assistenziali di un parto a domicilio con quelle del parto ospedaliero.

 

Non può non ricordarsi, in tal senso, quanto già affermato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità in una raccomandazione del 1996 sul tema della nascita: Dove dovrebbe partorire una donna? Nel luogo in cui si senta al sicuro, ove siano disponibili le più appropriate cure le caso. Questo posto, per le donne con gravidanze a basso rischio, può essere anche la propria abitazione o una piccola clinica o un centro per la nascita, etc. Ad ogni modo deve trattarsi di un luogo in cui tutte le attenzioni siano focalizzate sui suoi bisogni e sulla sua sicurezza, il più vicino possibile a casa sua e alla sua cultura. E se la nascita avviene in casa o in un centro per la nascita deve essere predisposto prima del parto un piano d’emergenza per condurla ad un centro munito del personale necessario in caso di bisogno. 

Posto, pertanto, che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto l’inviolabilità del diritto di decidere in piena libertà dove e come partorire, onerando lo Stato di rendere effettive, e realizzabili, le determinazioni volitive della donna, una domanda, a questo punto, è d’uopo porsi, ed è quella relativa agli effetti che questa importante pronuncia ha nel nostro ordinamento giuridico. 

Per quanto la sentenza non riguardi direttamente l’Italia, ed in tal senso non possa, pertanto, dirsi immediatamente vincolante per lo Stato italiano, esiste tuttavia un duplice canale di rilevanza  in ragione del quale non è peregrino credere che essa avrà effetti dirompenti anche nel nostro ordinamento interno:

Anzitutto,  sotto un profilo strettamente pragmatico, il principio di uniforme interpretazione del diritto internazionale in nome del quale, a parità di quesiti e condizioni, alle pronunce delle Corti internazionali si riconosce una fortissima efficacia persuasiva, l’efficacia propria delle “autorità argomentative”, come si dice, financo nell’interpretazione del diritto interno;

In secondo luogo, sotto un profilo più strettamente normativo, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009, con cui l’UE ha ufficialmente aderito al Consiglio d’Europa e riconosciuto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il ruolo di interprete autentico in materia di taluni diritti fondamentali tra cui il diritto alla vita privata di cui all’art. 8 della Convenzione.

***

Poche ultime considerazioni mi siano concesse, prima di concludere.

Con gli occhi di un uomo la maternità è un’irrazionale mistura di dolore e gratificazione, una sorta di percorso sacrificale che ha inizio con la gravidanza e il cui apice simbolico, oltre che materiale, è  rappresentato dalle sofferenze laceranti del parto. Si tratta di un punto di vista generalmente diffuso e sorprendentemente condiviso anche da molte donne, che ha avuto, quale  esito, lo spostamento dal

piano biologico-funzionale a quello sociale della funzione del dolore e, per esso, l’integrale medicalizzazione della gravidanza e del parto. La donna che decide di intraprendere un percorso verso la maternità pare quasi essere funzionalmente preordinata  al sacrificio e all’annullamento, tanto fisico quanto volitivo, a tutto vantaggio, si dice, della vita che nascerà: si tratta di un dato tanto acquisito da apparire generalmente “normale”. Anna Ternovszky si è rifiutata di essere obliterata, ha declinato l’idea di essere l’oggetto del proprio stesso parto, ha rifiutato l’etichetta di vittima sull’altare della normalità rivendicando la dignità di soggetto attivo e senziente, di artefice, sola ed unica, della propria vita, anche nell’atto in cui la si dà, la vita. Citando le belle parole con cui Corte di Cassazione Italiana, nel 2006, ha deciso il famoso caso di Eluana Englaro potremmo affermare che «[c]iò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del “rispetto della persona umana” in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive. Ed è altresì coerente con la nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza».

La storia di Anna Ternovszky segna una tappa importante nel recente, ed accidentato, percorso di affermazione dei diritti di maternità, ma pur sempre di tappa si tratta. Spetta ai movimenti delle donne trasformarla in concetto ed istanza, a che i legislatori ne raccolgano il senso e la portata, colmino i vuoti e le carenze normative e alle storie delle donne guardino, finalmente, con gli occhi delle donne.

(Serena Romano)

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