La Vera Nascita

L’Associazione culturale In braccio alla Luna


È lieta di invitarvi a un evento di grande respiro per la Sicilia

La Vera Nascita,
workshop sull’assistenza ostetrica tradizionale al parto con Clare Loprinzi, Traditional Midwife, CPM, MCH
www.clareloprinzi.com

Questo workshop nasce con l’obiettivo di educare ed ispirare le donne e le ostetriche per condividere la sapienza e la bellezza della nascita, l’importanza di lasciare intatti i bambini, prendendoci cura di questo luogo chiamato Madre Terra.

-Venerdì 11 maggio 2012
I GRUPPO: LE DONNE h 9-13.
II GRUPPO: LE OSTETRICHE h 15-19:
-Sabato 12 maggio 2012
I GRUPPO: LE DONNE h 9-13.
II GRUPPO: LE OSTETRICHE h 15-19:
-Domenica 13 maggio
I e II GRUPPO: h 9-13

Argomenti in programma:
*Lavoro introduttivo col respiro/movimento per rinnovare le energie
*L’assistenza ostetrica tradizionale
*Breve proiezione sulla tecnica della bruciatura del cordone ombelicale
*Concetti di base caldo/freddo in relazione alla nascita (panni caldi, prevenzione del sanguinamento, quali tisane durante il parto…)
*Trattamenti dopo il parto (massaggi, moxa, erbe calde, esercizi quali e quando…)
*Accertamento della dilatazione senza esami interni (massaggio, cambiamento del bacino, cambiamento del movimento del bambino, sentire il bambino dentro le pelvi/addome
*Trasferire energia(trasformare il dolore e la paura della madre dandole in cambio forza e amore)
*Podalici e gemelli (discussione delle cose da sapere/prevenzione dei problemi)
*Lavoro con i parti lunghi (fare dormire la madre, darle da mangiare, stati emotivi…)
*Danza creativa per il parto/preghiere creative/visualizzazioni per ostetriche
*Cerimonia di preparazione al parto

Il workshop è rivolto ad un massimo di 20 partecipanti ed è destinato a donne di tutte le età, alle coppie e ad operatori del settore materno-infantile (ostetriche, educatori, insegnanti A.I.M.I., consulenti di allattamento, doule e quanti si occupano della relazione mamma/bambino).

Il parto naturale…
La vera questione sulla sicurezza non è se si vuole un parto piacevole a casa o un parto sicuro in ospedale. È “Vuoi partorire a casa e correre il rischio minuscolo di emergenza che potrebbe (ma non necessariamente sarebbe) essere gestito meglio in ospedale, o non si vuole partorire in ospedale e correre il rischio considerevolmente più alto di infezione, la certezza di ulteriore stress, e la quasi certezza di avere inutili interventi potenzialmente rischiosi?” GoerHenri

I membri del movimento parto in casa hanno scelto la loro forma alternativa di cura, non attraverso la comprensione scorretta dei principi medici, ma come risultato di un attivo e motivato disaccordo con essi. Bonnie O’Connor

contatti:e-mail: inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Per ricevere le newsletter ed essere informati sulle altre attività dell’associazione: https://inbraccioallaluna.wordpress.com/

Siamo anche su facebook alla pagina
https://www.facebook.com/groups/256331211123184/

A breve la locandina con il costo e il luogo!
Marika

Mother Health International è un’organizzazione non governativa dedicata a rispondere e dare sostegno alle donne incinte e bambini in zone di disastri e povertà estrema. Siamo impegnati a ridurre i tassi di mortalità materna e infantile, creando cliniche per la nascita sane sostenibili e olistiche che utilizzano il modello di assistenza ostetrica con una formazione culturalmente appropriata, per la salute e l’empowerment delle donne. Con ogni nascita sana c’è un vantaggio positivo per le comunità che serviamo e il mondo nel suo complesso. La nostra missione finale è quella di responsabilizzare e formare il personale locale della clinica, con parità di genere, per diventare i prestatori di assistenza per la loro comunità.

“Traditional Midwifery Model of Care Birth Center”,“Mother Health International” e “Earth Birth” hanno unito le loro organizzazioni non profit. L’intenzione di questa fusione è quella di espandere l’accesso al modello tradizionale di Ostetricia nei punti nascita. Attraverso la formazione di assistenti al parto tradizionali locali e delle ostetriche, il modello sostenibile di centro nascita diventa una risorsa educativa e modello di assistenza sia a livello locale e internazionale. Attualmente abbiamo due centri: Soley Lavi ad Haiti e Ot Nywal Me Kuc nel NordUganda. Ognuno di essi è un centro di nascita ad alto volume che fornisce assistenza alle donne delle zone del mondo dove la mortalità infantile e materna è la più alta. Clare Loprinzi, ostetrica tradizionale, CPM, Rachel Zaslow, ostetrica tradizionale, Olivia Kimball ostetrica tradizionale.

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Ancora sul dolore del parto

Le antropologie del sapere medico hanno mostrato come la storia della medicina si intrecci con quelle delle medicine popolari così vicine al pensiero religioso come lo erano e lo sono gli stessi saperi naturalistici tradizionali. La stessa esperienza individuale del ‘corpo proprio’, ha un ruolo fondante nel processo di formazione del medico, che in tal modo è più vicino al guaritore e allo sciamano di quanto non si creda, come hanno mostrato recenti lavori etnografici e antropologici sul ‘paradosso del medico malato’(Emmanuelle Godeau). Nonostante i suoi sforzi secolari la medicina occidentale non è riuscita ad oggettivare il corpo: la carne si ribella a ogni tentativo di reificazione, fornendo immagini eloquenti e incontestabili di questo rifiuto[1].

Qualche giorno fa Amrita pubblicava un post in risposta a un link che gira per ora su facebook. Dopo aver argomentato la sua posizione contro l’equazione amore=dolore suggeriva la lettura di uno studio scientifico sul dolore del parto. Concordo con ogni singola parola che scrive Amrita, non è il dolore a dare la cifra dell’amore che prova una madre per il figlio, e trovo anche io urgente una riflessione su come la nostra cultura ci imponga valutazioni prestazionistiche sul dolore e sull’amore, ma alcune parti del citato studio sulla percezione del dolore durante un parto vaginale senza analgesia mi hanno lasciata molto perplessa e volevo confrontarmi con voi sull’ultimo paragrafo citato nel quale secondo me passano delle idee personali degli autori poco riscontrabili dall’osservazione della realtà e della complessità del sistema parto. C’è tutta una tradizione scientifica post Bowlby che attribuisce all’imprinting un’importanza che nei primati,  animali molto più complessi delle anatre o delle capre sulle quali sono stati fatti i più famosi studi sull’imprinting e sul bonding, non ha.

Più leggo certi studi scientifici più mi rendo conto che la scienza possa essere un modo perverso di infiocchettare attraverso numeri, cifre ed un finto linguaggio neutrale le proprie convinzioni e i propri retaggi culturali. Come ho scritto altrove, del messaggio che gira su facebook mi saltano agli occhi quelle cifre sulle quali è impostata la questione dell’amore e del dolore, 4,5 Vas; 5,7 Vas: 20 ossa. Ci sono ben tre numeri per nominare l’incommensurabile, per espropriarci della forza vitale che anima le pulsioni più elementari. E per pretendere di rendere oggettivo quello che oggettivo non è, ossia la percezione del dolore. Presso le società tradizionali la madre non contava i figli a tavola, che venivano chiamati per nome uno dopo l’altro in ordine di età, il pastore non contava le pecore, che erano tante, neanche il contadino misurava la terra, sebbene ne conoscesse con precisione i confini. Si evitava il calcolo diretto nella sfera domestica e si lasciavano i conti al mercato. Eppure, un pastore sapeva benissimo se mancava un agnello senza dovere contare tutto il gregge. Quando si inizia a conteggiare con precisione, la forza vitale scompare e per noi donne cedere a questa mentalità quantitativa diffusa dal sapere tecnico-scientifico significa allontanarci sideralmente dalla nostra carne e, in definitiva, da noi stesse.

Il parto, con tutta la sua dose di dolore, più o meno integrato nel proprio vissuto personale e sociale, più o meno accettato dalla singola madre o dall’intera cultura, sostanzialmente dice alla donna di ‘essere’, non di ‘fare’. Di accogliere perché capace, non di agire perché potente. Di lasciarsi attraversare dall’ineluttabilità di un processo vitale e indipendente dalla sua volontà. Innescare processi ideologici, ricamarci i propri pensieri e le proprie convinzioni sopra può portare solo a complicare l’evento, rischiando di caricarlo di aspettative proprie o indotte, quelle forse sì, responsabili di risposte materne anche negative, più dell’esperienza del parto stesso. Sforzarsi di trovare ragioni psicologiche e affettive al dolore del parto a me fa storcere il naso. Io credo che quest’affermazione:

Gli alti livelli di endorfine prodotte e la totale apertura della propria parte emozionale profonda creata dal dolore attivano fortemente il sistema limbico del cervello primale, legato alle funzioni affettive e mettono la donna in uno stato così detto sensitivo al momento della nascita del bambino. È completamente aperta e orientata sul bambino, con tutti i suoi sensi e istinti e può accoglierlo dentro di sé, nella sua parte vegetativa istintuale, simile all’annidamento che avviene all’inizio della gravidanza. Il tipo di legame che si crea a questo livello è incuneato negli strati più intimi ed ha caratteristica istintuale e biologica indelebile.

sia più un’opinione personale scaturita da una certa interpretazione parziale della cosiddetta teoria dell’attaccamento materno piuttosto che frutto di osservazione scientifica. I medici, gli psicologi, ma anche i sociologi, gli antropologi, i linguisti, i filologi, i fisici, i geologi… dovrebbero avere il coraggio di fare ricerca scientifica basandosi sulle evidenze e non sulle tradizioni scientifiche.

Se fosse davvero come si sostiene in questa parte dello studio sulle funzioni del dolore in travaglio di parto, ossia se fosse veramente il dolore (solo il dolore!) a renderci così ricettive e innamorate nei confronti dei bambini, non si spiegherebbero gli infanticidi e gli abbandoni così frequenti tra i primati e tra le società tribali, dove non esiste né cesareo né epidurale. Perfino tra le scimmie antropomorfe si osservano comportamenti di negligenza nei confronti del cucciolo appena nato da parte della madre che lo ha partorito secondo natura! Indagini sul campo hanno dimostrato che non sempre le mammifere mostrano una dedizione automatica e totale subito dopo il parto e che l’ “istinto materno” si dispiega via via, grazie alla partecipazione dei piccoli. A fare la differenza tra un attaccamento ‘sicuro’ e uno ‘non sicuro’ non sarebbe dunque l’esperienza del dolore fisiologico in sé, ma gli esempi di cura a cui è stata esposta la madre lungo tutta la sua vita e i momenti successivi al parto. In quei momenti una madre può provare un piacere sinestetico che non ha eguali: attraverso ognuno dei suoi sensi conosce il bambino che prima sentiva dentro la sua pelle, lo guarda negli occhi, quegli occhi così penetranti che la abbagliano, ne sente l’odore della pelle che profuma di liquido amniotico, lo tocca, sempre attraverso la pelle e ne esplora i vellutati confini, ascolta la sua voce per la prima volta…  e queste esperienze sinestetiche sì che attivano fortemente il sistema limbico del cervello primale, legato alle funzioni affettive! L’antropologa Wenda Trevathan, che studia la nascita in diverse culture che noi definiremmo primitive, constatò con sorpresa che la reazione immediata di gioia subito dopo il parto non è la norma e che è più frequente che ci sia un periodo d’indifferenza mentre la madre si riprende dalle fatiche del parto. Che madri snaturate, giudicheremmo noi dall’alto della nostra cultura! Per contro, io ho partorito col taglio cesareo eppure la scarica ormonale che ha innescato la lattazione non è stata compromessa, ma perché le ore immediatamente successive all’intervento hanno visto me e il mio bambino a stretto contatto: è stato il lento e graduale adattamento l’uno all’altro, facilitato dalla magia dell’allattamento, e non la modalità della nascita ad influire sensibilmente sul rapporto tra me e mio figlio e, se non avessi fatto ricorso a farmaci antalgici che mi rendessero sopportabile il periodo post operatorio, con la ferita che mi doleva e le contrazioni di un utero con un taglio fresco e sanguinante che partivano ad ogni poppata, difficilmente avrei potuto occuparmi di mio figlio in prima persona e quindi rendere possibile quella luna di latte che ha fatto sì che ci attaccassimo l’uno all’altra. Il comportamento di cura va costantemente elaborato, rafforzato e conservato, direi curato giorno per giorno, mese dopo mese e anno dopo anno, non è qualcosa che si innesca magicamente con un bel parto naturale!

Questo non significa che tutte le modalità di nascita vanno bene, noi donne dobbiamo lottare perché attraverso i nostri corpi non si perpetuino più forme di violenza sociale nelle quali sono sempre altri, e spesso uomini, che decidono come dobbiamo dare alla luce i nostri figli e perché. Ma affinché il cambiamento di mentalità avvenga, dobbiamo prendere coscienza del fatto che la nascita valica il confine dell’esperienza individuale per assumere pregnanza simbolica, significato pubblico e valenza politica.

La mia posizione intorno alla medicalizzazione del corpo materno, ossia “applicare le stesse procedure diagnostiche e terapeutiche usate per le poche donne con problemi di salute alle molte donne sane”, è sicuramente critica, perché ritengo la medicalizzazione del parto uno strumento di sapere e di potere che la modernità secolarizzata e tecnologica applica per esercitare il controllo sociale sull’attività riproduttiva della donna, catalogabile alla stessa stregua dei dispositivi utilizzati per secoli dalle gerarchie religiose per ricondurre la capacità generativa femminile entro forme istituzionalmente consentite. Ma un atteggiamento scettico nei confronti della medicalizzazione non autorizza secondo me a prese di posizione ideologiche o a spiegazioni semplicistiche sull’utilità affettiva del dolore del parto.

Nella nostra cultura ogni nuovo nato sperimenta per la prima volta che il potere sociale al quale siamo assoggettati come individui è fondato sulla separazione e sul larvato senso di lutto materno che accompagna il venire al mondo in ospedale. Ogni singola nascita in Occidente serve a riprodurre questa forma di potere oppressivo attraverso una

brusca, talvolta brutale separazione tra la donna e il suo nuovo nato; in maniera rapida, asettica, apparentemente necessaria, apparentemente indolore, solo perché tutto il dolore è spostato sulla fisiologia del parto, momento espiatorio per ogni dolore, anche quelli dovuti all’organizzazione sociale. Al taglio del cordone ombelicale corrisponde qui un taglio sociale e simbolico, difficilmente riscontrabile in culture non europee e non industriali. Questa separazione è attribuita alle necessità dell’organizzazione ospedaliera. Ma è una falsa legittimazione perché ci sono ospedali dove viene praticato il rooming-in e in altre parti del mondo la prassi abituale è quella di lasciare il bambino vicino alla madre, anche nel suo letto e non per mancanza di spazio.[…]Si crea nel bambino e nella madre una percezione di solitudine e di esperienza dell’altro come assente. Per il bambino i primi processi cognitivi e affettivi nascono dalla solitudine. […] Le conseguenze  delle separazione precoce sono ancora tutte da scoprire o forse sono già visibili ma non vengono attribuite a queste esperienze primarie.[2]

Sforzarsi di trovare spiegazioni socio-affettive al dolore del parto mi indigna come ci indignò tempo fa il dibattito sull’utilità dell’orgasmo femminile e secondo me fa parte dello stesso percorso che conduce a separarci prima dai nostri corpi e poi dallo scoprire la relazione con gli altri, a partire dall’esperienza cruciale che è la nascita. Bisogna stare attenti alle complicate interazioni tra geni, tessuti, ghiandole, esperienze passate nonché ai richiami sensoriali espressi dai neonati stessi e da tutti gli altri individui vicini alla donna che partorisce. Comportamenti complessi come quelli di cura, soprattutto se legati a emozioni ancora più complesse come l’amore, non sono mai determinati solo dalla fisiologia o solo dall’ambiente.



[1] Pizza G., Corpi e Antropologie: l’irriducibile naturalezza della cultura, in Apertura http://www.aperture-rivista.it/public/upload/Pizza3.pdf

[2] Maher V, 1990, Il latte materno, i condizionamenti culturali di un comportamento, Rosemberg e Seller:82

Volver

La vita è piena di storie strappate e matasse di non-detti. Alma lo ha scoperto troppo presto. Lei sa solo questo, per quanto tempo è rimasta in quell’istituto sola senza sua madre. Giorni e notti, notti e giorni scivolati tra le loro dita interminabilmente. Ma questo non importa. Il tempo non significa niente. Ma ciò che si può toccare sentire e contenere tra le mani come il corpo caldo o il tamburellare del cuore, questo sì che ha significato.

I servizi sociali cui erano affidate hanno descritto la relazione di allattamento e lo stile genitoriale di Habiba “caotico e dannoso” perché questo mondo è costruito sull’assenza di contatto. E la loro autosufficienza, per un sistema del genere è sovversiva. Habiba è stata punita perché  non si è voluta omologare a questa società consolidata sulla presunzione di essere il solo modo possibile di vivere.

22 anni, in condizioni economiche disagiate, extracomunitaria marocchina, musulmana. Si è rivolta a una struttura che doveva proteggere lei e la sua bambina di 15 mesi da un compagno violento e dall’assenza di condizioni minime di sussistenza ed invece è passata da un aguzzino all’altro. Ha osato protestare contro chi voleva costringerla a uno svezzamento brusco contravvenendo ai suoi principi religiosi e al suo istinto materno, per questo, senza alcuna misura legale, le hanno portato via per ben 22 giorni la figlia. Assurdo, ingiusto, surreale.

La pacifica protesta di ventimila madri come lei che si sono mobilitate per questa coppia ha dimostrato che un altro modo di cambiare questo sistema esiste. È non violento. È interculturale. Si muove nella rete. Qui non si è trattato solo di difendere il diritto di una madre e di una figlia di continuare ad allattare a richiesta. Qui, ancora una volta, siamo di fronte all’ennesimo sopruso di un modello dominatore occidentale sempre più integralista ed etnocentrico che si è arrogato il diritto di togliere arbitrariamente tutti i diritti fondamentali a chi è più debole. Fino a quando noi donne staremo a guardare?

È di per sé complesso, se non impossibile descrivere in pieno l’essenza di un’emozione. Questa storia, con il suo lieto fine tutto racchiuso nella forza di un abbraccio, ci ha emozionate tanto. Non so perché, ma questa madre che ieri, come una Demetra dei tempi nostri, ha ritrovato la sua Persefone, me la immagino come una delle protagoniste del film di Almodovar Volver.   Tornare a casa, al focolare, al ventre della madre, alle origini e al sangue al latte ma anche tornare a ridere, a piangere, ad amare, alla vita. Un augurio da parte delle mamme di Domodama perché questo archetipico Volver che non è solo di Alma e Habiba – perché Todas somos Habiba – sia un seme di speranza per tutte le madri separate ingiustamente dai propri figli.

Gramsci a Sanremo

Ogni tanto, seppur sempre più raramente, si trova un motivo per tenere accesa la tv. La puntata di Sanremo di ieri sera è stata uno di quei rari momenti.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani” (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è… abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


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Nota
(1) Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2 (“Cultura dell’anima”), p. 82: “Vivere significa esser partigiani” (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era stato pubblicato nel numero del “Grido del Popolo” del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due “riflessioni” tratte dalla medesima opera: ” 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos’è peggio?”