Tutto parla di te. Una riflessione sulla maternità raccontata da Alina Marazzi

Tutto parla di te è il nuovo lavoro della regista Alina Marazzi. 80 minuti per una intensa e poliedrica narrazione dell’essere madre, dell’essere donna, dell’essere figlie e di un intreccio possibile, tra luci ed ombre, cucendo parole spezzate.

bianco e nero

Pauline – Charlotte Rampling – è una ricercatrice, un’etologa tornata a Torino dopo anni all’estero per uno studio sulla maternità umana. Con il suo incedere lieve e silenzioso ed il suo sguardo ricettivo, entriamo in punta di piedi nella Casa Maternità, un luogo di aiuto ma, soprattutto, di connessione per le madri. Ad accoglierla sarà Angela (Maria Grazia Mandruzzato) che da anni si occupa del centro, incontrando quotidianamente quel cerchio di madri che diventerà per Pauline spazio per costruire un sapere incarnato, lasciandosi toccare fin nell’intimo di una memoria tragica di figlia. L’incontro chiave sarà quello con Emma (Elena Radonicich) giovane ballerina che affronta una maternità spiazzante. La nascita di suo figlio ha sfilacciato il suo senso di sé precedente fin quasi a bucarlo: “quando lui piange. io il più delle volte piango con lui” – racconta Emma a Pauline – “questo essere umano per tutta la vita dipenderà da me e per tutta la vita avrò questa responsabilità. A volte mi guarda con gli occhi fissi e sembra quasi rimproverarmi.. è così fragile. Non ce la faccio più”. Lo raccontano le sue parole, lo dice il suo sguardo sbiadito, lo ribadisce la sua irritazione a fior di pelle: si sente costretta a stazionare sull’orlo di un baratro, davanti al quale non riesce neppure a lasciarsi cadere. La forza di gravità che la sorregge è la prospettiva del senso di colpa, farmaco pericoloso che può repentinamente rivelarsi veleno e spinta verso quello stesso strapiombo. In un gioco di rispecchiamenti, Pauline ri-conosce quel veleno: appartiene al suo passato di figlia di una madre disperata degli anni 50 che ha conosciuto lo stesso dolore cavo che ora abita lo sguardo svuotato di Emma. Ed in questo ri-conoscimento, Pauline troverà l’unica via d’accesso ad una sofferenza che la chiama in causa: “Ho capito che posso aiutarti solo raccontandoti di me e di quello che sono stata in questi anni” dirà ad Emma. Alina Marazzi dà corpo alla complessità dei sentimenti legati alla maternità integrando la fiction con una varietà di linguaggi diversi: la fotografia, i vecchi filmini in super 8, l’animazione, i filmati d’archivio degli anni 20 e le video-interviste a madri di oggi che raccontano la loro esperienza reale e che, in dialogo con la finzione, diventano le testimonianze studiate dal personaggio di Charlotte Rampling. Di grande suggestione la scelta di introdurre nella pellicola opere pittoriche che appaiono come proiettate sui muri degli interni, tra una scena e l’altra. Sono immagini di grande risonanza: corpi sfuocati di donne senza volto, danzatrici i cui movimenti sembrano interrotti e pietrificati dentro a pareti domestiche. La dimensione della casa/prigione ritorna con grande potenza evocativa in una bellissima sequenza in stop motion in cui i pupazzi di una (Ibseniana) casa di bambole ritrovata da Pauline, si animano e drammatizzano la tragedia consumatasi durante la sua infanzia. Tra le video-testimonianze combinate alla cornice della finzione, c’è un’intervista a Maria Patrizio, oggi ricoverata a Castiglione delle Stiviere – nell’unico ospedale giudiziario femminile d’Italia – per aver ucciso il proprio figlio nel Maggio del 2005. All’epoca di lei e del suo gesto estremo si disse, tra molte altre cose, che la maternità aveva probabilmente mandato in frantumi le sue aspirazioni ad entrare nel mondo delle spettacolo.

Ecco uno stralcio di un articolo di Repubblica che la descrive:

Figlia unica di una famiglia di operai, bella biondina, dai grandi occhi scuri, fisico minuto ma interessante, prima di sposarsi aveva avuto anche qualche ambizione nel mondo dello spettacolo”. (Repubblica, 1 Giugno 2005)

Una descrizione velatamente giudicante che – forse non a caso – sembrerebbe attagliarsi anche alla protagonista di Tutto parla di te. Ma Alina Marazzi interroga l’equivoco e, attraverso una prospettiva storica, racconta di una sofferenza materna che non ha a che fare con la rottura dei sogni patinati dell’individualismo contemporaneo, ma con la solitudine radicale delle madri di questa come di altre epoche spesso erroneamente mitizzate. La solitudine di cui Alina Marazzi ci racconta è quella di donne che si confrontano con un intero “villaggio” in cui tutto parla di lui (del figlio), mentre poco o nulla parla di lei – la donna, la compagna, la figlia diventata anche madre – nella sua complessità identitaria. Un parlare, questo, che svilisce la madre quanto i figli, quei figli che invece “sono molto più forti di quello che noi crediamo” come dirà Pauline ad Emma. Un parlare che dipinge i bambini come complicati elettrodomestici da programmare con tanto di astrusi manuali d’uso, restituendo alle loro madri immagini di piccoli Dei di vetro incapaci di insegnare loro alcunché e, pertanto, indegni di fiducia e d’ascolto.

Bambini così pensati, non potranno che sancire l’inadeguatezza materna. Tra le molte donne (madri, suocere, sorelle, zie) che attorniavano un tempo la scena del parto insegnando come allevare figli per la nazione o come diventare mamme felici di bimbi sani e paffuti, così come nella folla asettica degli scenari attuali della nascita, sembra esserci posto solo per un discorso sulla madre e su ciò che deve fare ed essere per il bene del figlio e per non nuocere al villaggio, rurale o globale che sia. Al crocevia della nascita, un’identità che potrebbe espandersi ed integrare, incontra messaggi ambigui di scissione tra l’essere madre e l’essere donna, insieme a soverchianti domande di performance, oggi come allora.

Nel film incontriamo pochissimi uomini periferici e disorientati ai quali pare perfino necessario ricordare che “la maternità non è un handicap”, ma tra le righe il film parla anche di loro: della loroassenza o lontananza, dei loro tentativi blandi di esserci, del loro sguardo. Alina Marazzi dice poco di loro, in qualche modo interroga anche gli uomini, ma non ne immagina al loro posto una risposta e concepisce un film che nei confronti del maschile rimane domanda in attesa di risposta, rilanciando la parola.

Nel film di Alina Marazzi ho rivisto donne che ho conosciuto ed ho incrociato uno sguardo prezioso, quello di Pauline: uno sguardo permeabile, fatto di un silenzio paziente che fa posto, permettendo ad un’Altra di condividere un’esperienza di sé che inevitabilmente ci tocca e chiama in causa il nostro essere donne e figlie, anche quando non siamo madri. Alina Marazzi ha raccontato di donne che trovano la strada per ri-conoscersi e con il suo stile complesso – ma mai complicato – ha parlato dell’unica possibile chiave d’accesso al dolore di un’altra donna: quella che apre ad una conoscenza a partire da sé e ci fa togliere le scarpe sulla soglia dell’esperienza dell’Altra.

Luisa Bonura

Trailer – Tutto parla di te

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Le parole per il parto

Presto In braccio alla Luna proporrà dei seminari sulla parola come strumento di potere, quindi mantenetevi in contatto con noi! Ad esempio uno dei punti di partenza dal quale iniziare per intrecciare il filo del nostro discorso sarà questo:

Che cosa significa essere femmine e quali solo le implicazioni di questo termine ve lo siete mai chiesto? Ci sono due scuole di pensiero, la prima vede la parola femmina imparentata con la radice indoeuropea *dhe, che ha dato in greco tithéne, che vuole dire colei che allatta, la seconda invece la vede imparentata con la radice *bhu, da cui deriva il greco physis, natura, come leggiamo nel dizionario etimologico:0cabba

Femmina come colei che allatta o come colei che genera. Già dal tempo dei nostri progenitori indoeuropei (se sia mai esistito un linguaggio comune e se sia da ascrivere agli indoeuropei è ancora tutto da appurare, ma questa è un’altra storia), siamo identificate con le nostre funzioni biologiche, e contestualmente siamo controllate nell’esercizio attivo delle nostre funzioni riproduttive (lo stupro etnico e il rapimento di prole altrui con la conseguente sostituzione del latte materno con latte animale risale ai tempi neolitici).

Diversa sorte invece tocca alla radice della parola maschio:

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Insomma, nelle femmine si evidenzia la loro continuità con l’animale, mentre nei maschi la loro abilità squisitamente umana di pensare. Indipendentemente che ci si riferisca a femmine o maschi di animali cose o categorie del pensiero, femmina è tutto ciò che nutre, maschio tutto ciò che pensa. Che visione interessante ma comunque parziale e limitata! Le lingue ci dicono molto di come il mondo viene rappresentato e percepito e sono uno dei primi strumenti di coercizione che ha inventato l’essere umano per fabbricare mondi e mantenere il potere.

Ecco perché è principalmente la parola, lo strumento che utilizzo per cercare di interrogare i silenzi della storia e le incrostazioni culturali sulle traversie del materno. Da un punto di partenza “linguistico”, (non per nulla sono laureata in lingue!), mi sono messa alla ricerca di una antropologia dell’intimità che espliciti la corrispondenza che c’è nella tensione tra sapere pubblico e sapere privato sul corpo delle donne e con questo occhiale ho indagato la maternità come incrocio conflittuale tra esperienza ed istituzione, a un tempo bio-psichica e socio-culturale. Il corpo della donna e il corpo materno, è un corpo in ostaggio della storia, è un corpo colonizzato, è un corpo, senza uscire troppo dal campo semantico della colonizzazione e dell’ostaggio, sacralizzato, perché anche i processi di sacralizzazione del corpo molto spesso celano finalità “altre”.

Declinando queste riflessioni nell’ambito perinatale, da tempo sto indagando i diversi modelli culturali e narrativi attorno alla gravidanza, parto e all’allattamento al seno nella nostra cultura secolarizzata e sto analizzando le forme di controllo o protezione sociale della maternità che convivono in Occidente. Ci sono due grandi direttrici sulle quali possiamo inscrivere questi modelli culturali della nascita, quello biomedico e quello naturale. Diversi studi antropologici considerano la medicalizzazione – cioè l’utilizzo di procedure diagnostiche e terapeutiche valide per le gravidanze patologiche a tutte le gravidanze fisiologiche – come la filiazione di istanze di controllo sociale, un tempo esercitato dalla famiglia patriarcale, che mirano a deprimere la capacità delle donne di partorire e nutrire figli.  Sull’altro versante, invece, contestualizzano nella nostra surmodernità il parto olistico e quello non assistito, in cui il ritorno alla wilderness viene sdoganato come la vecchia visione romantica del “naturale”, solo un po’ più arruffata, un po’ più inselvatichita ma di certo pencolante tra una sorta di superomismo rivisitato in chiave ecofemminista e uno spiritualismo New Age. Ma le donne, veramente, che cosa vogliono? In qualche modo ancora, alla emancipazione sociale delle donne, processo rivoluzionario peraltro non del tutto completato, non è corrisposta una vera e propria conquista di sovranità sul proprio corpo, e credo che bisogni chiedersi il perché su più fronti. Ormai è evidente che le donne, lungi dall’avere liberato se stesse, pur avendo ottenuto tanto dal punto di vista giuridico e sociale, nel momento in cui hanno ceduto alla propaganda medica e politica la parola sul proprio corpo, abbiano contribuito ad alienarsi da esso e il corpo dà segni sempre più eloquenti di questo alienazione: difficoltà nel concepimento, nel parto e nell’allattamento sono più frequenti in quelle società che controllano “istituzionalmente” questi ambiti della vita intima e sessuale di una coppia.

La storia e la letteratura mi hanno dato gli strumenti per  esplorare la reductio ad matrem e la falsificazione storica del femminile che ha “annodato”, attraverso i miti, i riti e il linguaggio, il corpo individuale delle donne al corpo sociale della Patria. Se studiamo la maternità da una prospettiva evolutiva e comparata e indaghiamo con acume com’è avvenuta la nascita della maternità patriarcale, è possibile individuare nel controllo sociale del parto e dell’accudimento dei neonati, un luogo di potere che funge da modello per qualsiasi altra forma di sfruttamento e controllo illegittimo delle capacità produttive e riproduttive degli individui.  Sono convinta infatti che quello che accade durante la nascita rifletta il modo in cui consideriamo la vita tout court, la scena del parto è un rivelatore sociale del posto che la donna occupa nella società, del rapporto uomo-donna, del rapporto individuo-società, del legame dell’essere umano con le tecnologie che costruisce (Pizzini 1999). In particolare con le mie ricerche sto provando a dimostrare come attraverso il mitologema della natività, il patriarcato ha esorcizzato nel feticismo delle funzioni femminili il potere generativo delle donne e che i vincoli di patronage che dal nocciolo della famiglia salgono fino alle più alte macchine del potere, regolando i rapporti asimmetrici tra uomini e donne e tra donne fra loro, hanno permesso l’imporsi di una società stratificata, gerarchizzata e violenta.

La risultante di questi processi coercitivi millenari è che le donne percepiscono la propria soggettività non integra, e già questo è alla base dell’affievolimento del protagonismo delle donne nella loro esperienza di maternità.

Nel seguente articolo comparso su “NoiDonne”, si può leggere cosa potrebbe fare la nostra generazione per provare a scardinare i regimi discorsivi imperanti sul sapere del corpo, (tanto quelli biomedici quanto quelli per così dire new age) che non hanno dato voce a un dialogo che riguadagni l’esperienza della maternità ad una dimensione in cui tanto l’ideologia della stratificazione sociale in base al genere quanto quella biopolitica abbiano meno presa. Lo condivido perché in esso sono espressi sinteticamente dei concetti che io ho sviluppato in una tesi di laurea di 136 pagine, basandomi sui lavori di Margaret Mead, Brigitte Jordan, Robbie Davis Floyd, Sarah Blaffer Hrdy, Wenda Trevathan e Karen Rosemberg, sulla quale ho lavorato da febbraio a giugno 2012 e che adesso sto risploverando per provare a farne un testo divulgativo, tempo permettendo.

Fonte: Per un parto attivo

Il potere dell’istituzione medica è oggi ancora troppo forte e pervasivo. Occorre un cambiamento nella cultura occidentale del parto. Ogni parto è un evento unico e non uniformabile. Come ben afferma Piera Maghella, fondatrice del MIPA (Movimento Internazionale Parto Attivo), il parto attivo “NON è un nuovo metodo, ma un atteggiamento radicalmente diverso; NON è lasciare la donna che sta partorendo senza assistenza e NON vuol nemmeno dire non intervenire mai […]; NON è uno svalutare i grandi passi fatti nel campo dell’ostetricia e nemmeno svalutare il ruolo degli operatori e NON è neppure un tornare indietro alla ‘natura’ o al primitivo”; piuttosto con esso si intende “un protagonismo della madre, del padre e del bambino durante la gravidanza, il parto ed il periodo dopo il parto. È rispetto dei tempi, dei bisogni, delle scelte e della cultura in questa coppia; è più attenzione, ascolto ed osservazione da parte degli operatori”. È il concetto di scelta – accanto a quelli di partecipazione e consapevolezza – che si trova infatti alla base di un’ostetricia che voglia rendere umano l’evento del parto. Poco conta che si utilizzi il canto (come fa Leboyer), il parto in acqua (promosso da Odent) o si sostengano le partorienti con la musica (come caldeggiato dal Dott. Braibanti) se poi la donna si trova di nuovo costretta in azioni, posture, processi e tappe imposti da altri. L’insidia principale di tali metodi, come di molti altri, è “legata al fatto che il bersaglio di queste lotte sono dei metodi e delle pratiche specifiche piuttosto che il potere che l’istituzione ha sulla donna”. Per quanto le innovazioni ostetriche introdotte da questi medici, per menzionare le più recenti, presentino delle caratteristiche positive, esse non risultano sufficienti affinché si possa parlare di un cambiamento nella cultura occidentale del parto. Non si può pretendere di promuovere una “nascita senza violenza”, come da loro affermato, dando rilevanza al solo nascituro: non solo si compie così una forte discriminazione nei confronti della partoriente, ma di fatto non si tiene conto del benessere del bambino – in quanto legato in una relazione osmotica con la madre vivrà la sua nascita come ella vive il proprio parto. Pretendere e magnificare poi, come essi hanno fatto, la totale inconsapevolezza della donna nei confronti del parto, della propria corporeità e fisiologia è offensivo nei confronti del genere femminile: viene così facendo ribadito quel potere maschile che ancora oggi impedisce alle gestanti e alle partorienti di riappropriarsi di un percorso e di un evento sottrattigli dalla biomedicina a favore di un sempre maggiore protagonismo degli operatori sanitari. Ancora, tentando di uniformare il parto ad un modello e fare in modo che ogni sua occorrenza rientri in esso significa renderlo sempre uguale, snaturando così un evento unico in quanto influenzato di volta in volta dalle azioni e dai sentimenti dei personaggi che lo animano, dal contesto e dalle interrelazioni umane. Infine, nonostante sia lodevole dedicare attenzione agli spazi fisici in cui il parto avviene, ciò non è sufficiente: sulla sua scena si intersecano molteplici dimensioni, tutte allo stesso modo rilevanti ed ognuna degna di essere tutelata ed ottimizzata in quanto il parto, è bene ricordarlo, è evento biosociale e psicofisico. Oltre alle migliorie in ambito assistenziale vi è qualcuno, come Verena Schmid, che propone infatti un sistema ostetrico alternativo al fine di raggiungere un obiettivo da molti auspicato: rendere protagonista del parto la partoriente. L’Ostetricia relazionale, così denominata da questa ostetrica “perché mette al centro dell’evento la donna, e quindi la relazione diventa lo strumento principale di intervento e rapporto” si presenta come l’integrazione tra due modalità di fare ostetricia:Modelli di ostetricia

Ostetricia istituzionale / Modello patriarcaleParto evento medico, concetto meccanicistico, evento fisico / Approccio lineare, valutante le costanti, la quantità, orientato sul risultato; assenza di ritmi, standardizzazione / Uso della tecnologia come strumento di controllo, di prestigio, finalizzato all’efficienza / Gravidanza e parto potenzialmente rischiosi, patologici, pieni di incognite / Competenza, senso di protezione e controllo sono dell’esperto (medico); offre alla donna la sicurezza della protezione dalle emozioni / Determinazione autoritaria degli eventi / Segmentazione degli interventi; logica della produzione industriale / Interventismo medico: aggressivo, distruttivo, orientato verso un aumento di patologia, fuori dalla relazione con la donna / Adattamento e sottomissione della donna; donna oggetto, passiva / Ostetricia operante / Medicina paternalistica, regressiva / Scienza / Rende inabili gli abili (crea incompetenza, inadeguatezza); ruolo dell’operatore direttivo, impositivo

Ostetricia relazionale / Nuove modalità di assistenza (modello integrato)Parto evento biosociale, concetto umanistico, evento psicofisico / Approccio circolare, valutante le variabili, la qualità, orientato sul percorso, ritmico, personalizzato / Uso della tecnologia come ausilio, strumento di cura, finalizzato al benessere / Gravidanza e parto potenzialmente espressioni di potenza e di salute, riferimenti di sicurezza nella donna / Competenza, senso di protezione e controllo sono della donna; è aperta o esposta all’esperienza emozionale / Determinazione degli eventi attraverso il dialogo e la relazione con la donna, mediazione attiva / Continuità dell’assistenza e delle competenze; servizi per la salute / Interventi conservativi, protettivi, orientati verso il ristabilirsi dei processi fisiologici, all’interno della relazione terapeutica con la partecipazione attiva della donna / Protagonismo crescente della donna/coppia; donna soggetto, attiva / Ostetricia aspettante / Medicina ecologica, autoterapeutica, maieutica / Arte / Rende abili gli inabili (crea competenza); ruolo dell’operatore di facilitatore, propositivo

Ostetricia alternativa / Modello matriarcaleParto = rituale femminile, evento intimo, sessuale, spirituale / Approccio intuitivo, valutante l’esperienza personale, orientato sul processo di trasformazione iniziatico della donna / Nessun uso di tecnologia, mezzi naturali e sostegno come cura / Gravidanza e parto espressioni della vita / Competenza e sicurezza sono nella fede personale della donna, nelle sue motivazioni interiori / Determinazione degli eventi secondo il fluire delle cose e i ritmi personali, nessuna mediazione / Continuità e autogestione / Interventi dolci, non strumentali, uso di un’antica manualità ostetrica guidata da una profonda conoscenza del corpo / Protagonismo assoluto di donna, partner e bambino, piena espressione della potenza generativa femminile e maschile / Ostetricia sapiente / Medicina della donneSaggezza / Conferma e rinforza la competenza fino alla liberazione dagli esperti

Il modello proposto da Schmid è contraddistinto, come è possibile notare, da una relazione diversa fra la donna e chi la assiste, aspetto che rappresenta il nocciolo dell’assistenza ostetrica non convenzionale. La donna, se approcciata secondo le coordinate di un’ostetricia relazionale, è protagonista attiva del suo parto, soggetto consapevole e agente di scelta libera ed autonoma, e non oggetto passivo su cui il medico interviene, mera spettatrice, paziente bisognoso di cure e gesti medicalizzanti.Ad oggi, a sostegno di un parto attivo esistono strumenti e linee guida specifici – come ad esempio il “Piano del Parto” e “La carta dei diritti della partoriente”, discussa presso il Tribunale Otto Marzo nel 1982 – anche se il loro effettivo utilizzo è ancora raro in Italia; esistono disegni di legge ad hoc, come il DDL “Norme per la tutela dei diritti della partoriente, la promozione del parto fisiologico e la salvaguardia della salute del neonato” presentato più volte in Parlamento ma ancora sotto esame, dunque privo di valore vincolante per l’istituzione medica; esistono infine le 15 raccomandazioni dell’OMS, anche se, trattandosi appunto di “raccomandazioni” e non di obblighi, non sempre vengono attuate.Ora: se molte donne, buona parte dell’opinione pubblica ed alcuni operatori sanitari si fanno promotori di un parto attivo, per quale ragione esistono ancora resistenze alla sua effettiva concretizzazione? Secondo il mio parere, il potere dell’istituzione medica è oggi ancora troppo forte e pervasivo per essere attaccato dall’esterno oppure logorato dall’interno; inoltre all’interno della nostra società ci sono ancora troppe resistenze emozionali, culturali ed ideologiche, e proprio queste, a mio avviso, impediscono di attuare politiche adeguate al fine di rendere l’evento del parto un’occorrenza pienamente umana. Più che mai si rivela necessario un cambiamento individuale – e dunque collettivo; ma considerando che si tratta di un mutamento antropologico di vasta portata, non possiamo pretendere che avvenga in tempi brevi: l’unica cosa da fare credo sia allora informare, riflettere, proporre, affinché ogni donna possa dirsi consapevole, e possa dunque esigere la tutela dei propri diritti, tra cui figurano quelli di gestante, partoriente e puerpera.

(27 Dicembre 2012)

Il sapere autorevole e le sue costruzioni

Da tempo accarezzo l’idea che In braccio alla Luna ospiti una sezione in cui potere condividere le mie ricerche nel campo dell’antropologia della nascita a partire dalla traduzione e divulgazione di una serie di articoli e testi scientifici di quelle che considero le madri della disciplina (Margaret Mead, Brigitte Jordan, Sarah Blaffer Hrdy, Robbie Davis-Floyd, Sheila Kitzinger, Wenda Trevathan, Karen Rosemberg…).

Inauguro questa serie di articoli iniziando dal discorso pronunciato da Brigitte Jordan venti anni fa, il 3 dicembre del 1992 al convegno dell’Accademia Antropologia Americana “La nascita in dodici culture: fogli in onore di Brigitte Jordan”

Il sapere autorevole e le sue costruzioni

Osservazioni Introduttive al Simposio su “La Nascita in dodici culture: fogli in onore di Brigitte Jordan”

Convegni annuali dell’Accademia Antropologica Americana,

San Francisco CA, 3 dicembre, 1992

Brigitte Jordan

XeroxPalo AltoResearchCenter and

Institute for Research on Learning

 

Abstract: Il sapere autorevole e le sue costruzioni: all’interno di particolari situazioni sociali esistono molteplici modalità conoscitive, ma alcune hanno un peso maggiore di altre. Alcuni saperi sono sottovalutati e screditati, mentre altri vengono autorizzati socialmente, perfino ufficializzati, e sono accettati come le basi per legittimare interferenza e interventi. Nella speranza di contribuire al progetto di una migliore assistenza sociale e tecnologica alle attività umane durante la nascita e nel resto della vita, esploro le caratteristiche del contesto, dell’organizzazione sociale e delle tecnologie che conducono ad una particolare distribuzione del sapere autorevole e del potere decisionale dei partecipanti. (10 min.)

Non posso che iniziare esprimendovi quanto senta profondamente l’onore che mi avete concesso con questo simposio. Sono davvero contenta di trovare riuniti in un unico posto un così largo numero di individui che sono tutti attivamente coinvolti nello studio antropologico (in contrasto a quello medico) della nascita.  Quando iniziai a fare le mie ricerche sulla nascita e l’arte ostetrica in Yucatan (e credo che adesso risalgano a quasi 20 anni fa), le cose che adesso sappiamo sull’Antropologia della nascita o nel campo dell’Etno-ostetricia non esistevano.

C’erano troppi pochi antropologi che avessero perfino considerato l’argomento in modo sistematico (c’era un articolo che riguardava un’inchiesta pionieristica di Margaret Mead e Niles Newton che rilevava prevalentemente il fatto che non ci fossero buoni dati etnografici sulla nascita e qualche comparazione transculturale tratta dai rapporti etnografici dell’area delle relazioni umane). Ma c’erano pochi antropologi che consideravano l’argomento come legittimo della disciplina – e anche questo è dire troppo. Di fatto non si stava neppure sindacando se fosse legittimo o meno, semplicemente non c’era. Il parto non esisteva in antropologia.

Non c’era nozione della nascita come un sistema culturale; l’idea di etno-ostetricia (un termine coniato successivamente da Carol McClain) non aveva ancora visto la luce del giorno, né il concetto che l’ostetricia cosmopolitana occidentale potesse essere studiata in una maniera antropologicamente comparata esattamente come qualsiasi altro sistema etnografico (un’idea che dobbiamo a Robert Hahn). Credetemi per una studentessa neolaureata alle prese con questo argomento quelli erano giorni di assoluta solitudine intellettuale.

Pertanto, provo un piacere immenso nel vedere quanta strada abbiamo fatto. L’antropologia della nascita oggi è un campo vitale e vivace e se ho contribuito alla sua crescita, me ne compiaccio molto.

[ Mi fa anche molto piacere che sia stato ristampato “La nascita in quattro culture”, cosa che non sarebbe mai avvenuta senza l’amorevole impegno che vi ha profuso Robbie Davis-Floyd. Il libro è stato aggiornato e revisionato. Vi abbiamo aggiunto anche tre nuovi capitoli che contengono alcuni dei miei scritti più recenti… nessuna delle quali cose sarebbe capitata senza la dedizione di Robbie.]

Adesso, penso di dovervi comunicare anche che non lavoro più nel campo della nascita. Ho cambiato la mia carriera, di nuovo, (penso che ci vogliano circa dieci anni per apportare un contributo incisivo in un determinato campo), e dopo aver partecipato nell’illuminare, almeno parzialmente, il territorio della nascita, ho sentito il bisogno di allontanarmene.

Nella mia vita attuale sto cercando di capire, insieme ai miei colleghi al Xerox PARC and IRL, come si organizzano le persone per lavorare insieme, giocare insieme, vivere insieme – e che cosa noi, in qualità di antropologi e scienziati sociali possiamo fare per contribuire a progettare un ambiente di lavoro e apprendimento migliore.

Perciò sono meno direttamente coinvolta nella nascita ultimamente e sono focalizzata di più nella sottostante o, sarei tentata di dire, sovrastante questione del cambiamento culturale e in particolare del ruolo che i nuovi tipi di artefatti e tecnologie giocano in questo cambiamento. Ma mentre il passaggio dall’antropologia medica all’antropologia del lavoro può sembrare abbastanza radicale, ci sono dei temi di fondo che sono rimasti costanti, e che hanno subìto un approfondimento in significato per me nella mia esposizione ai contesti di lavoro industriale. Uno di essi è la nozione di sapere autorevole.

Ci sono due modi in cui si potrebbe usare l’idea di Sapere autorevole

  •  Un uso, il più convenzionale, del termine vede il sapere autorevole semplicemente come la conoscenza che è legata a una persona in posizione di autorità, come, per esempio, il dottore nel parto, l’insegnante in classe, il caposquadra in una fabbrica;
  • Il secondo uso, che è quello a cui mi riferisco, vede al sapere autorevole come a quel tipo di conoscenza in base alla quale vengono prese decisioni in un determinato contesto, in un dato gruppo sociale.

Lasciate che vi dica cosa penso che ci procuri il secondo uso del termine.

Un tema che è sorto per me molto presto nel mio lavoro, è giunto dall’osservazione che in alcune situazioni sociali sono presenti molteplici tipi di conoscenze in virtù delle esperienze e bagagli culturali dei vari partecipanti.

In alcuni gruppi, questi differenti tipi di competenze sono in conflitto, in altri, divengono una risorsa per la costruzione di un modo comune di vedere il mondo, un modo di definire ciò che è considerato come sapere autorevole.

È questo il caso, ad esempio, del parto nello Yucatan, dove le donne delle comunità rurali attingono a un vasto corpo di conoscenze, che si compone ad ogni singola nascita, formato da una storia condivisa e dall’esperienza di tutti i presenti, la famiglia più vicina alla donna, la levatrice del villaggio, e le altre donne di esperienza della comunità. La cosa interessante è che in tale situazione, tutti i partecipanti danno un contributo per un aiuto  – fisico, emozionale, rituale, spirituale – e se il travaglio si protrae nel tempo e diventa difficile, mettono insieme un bagaglio di conoscenze tramite storie, rappresentazioni e rimedi. In questo modo, si costruisce una condivisa visione di come proceda un travaglio, per ogni coppia donna e bambino, nella quale tutti sono coinvolti nei diversi aspetti di una nascita.

Contrariamente al parto medicalizzato occidentale, non c’è nessuno che prende in carica qualcuno qui. Non c’è un’unica persona a prendere decisioni. Di sicuro non lo fa la levatrice (cosa che mi stupì inizialmente perché mi aspettavo che lei agisse come una sorta di equivalente del medico); non le prende neppure la donna che partorisce (cosa che, da femminista laureata, mi sarebbe piaciuto vedere). Piuttosto, il bagaglio di conoscenze richiesto per la conduzione di un parto è creato e ricreato da tutti i partecipanti insieme.

La cosa interessante è che abbiamo trovato la stessa distribuzione orizzontale del sapere autorevole nelle nostre ricerche più recenti nei luoghi in cui si lavora con le alte tecnologie. Per esempio, quando abbiamo studiato il centro di controllo per un’operazione di terra di una compagnia aerea, abbiamo scoperto che le persone che vi lavorano sono costantemente impegnate nell’aggiornarsi a vicenda nello stato del loro mondo, dove per mondo si intende il settore che si occupa degli aerei in volo, a terra, all’imbarco, di dare il via per far salire i passeggeri, per imbarcare i bagagli, il carburante, gli alimenti o il personale di volo. In tale situazione ogni informazione che arriva in cabina attraverso uno dei canali (come stampanti, radio, telefoni, monitor di computer, monitor di video) è potenzialmente rilevante per tutti e nessuna di queste informazioni è trattata come privilegiata. Il personale non rifiuta di fornire informazioni, dà e sollecita costantemente aiuto, e sviluppa pratiche e tecnologie di lavoro condivise che favoriscono l’aggiornamento condiviso dell’insieme comune di conoscenze in base alle decisioni che sono prese in cabina.

Per essere sicuri ci sono dei supervisori nella cabina comandi. Ma per il lavoro di routine di portare l’aereo dentro o fuori la pista, il loro lavoro non consiste nel controllare le informazioni o prendere le decisioni ma come un paio extra di mani, un paio extra di occhi vigilanti, tenendo d’occhio qualche particolare problema se si sviluppa e possibilmente affiancandosi alle risorse esterne se sono richiesti. Le decisioni di routine sono tutte prese dal gruppo di lavoro.

Differentemente dalla cabina di comando, ci sono altre situazioni in cui molti tipi di sapere non convergono, dove un solo tipo di conoscenza ha la meglio. Questo è tipico delle nascite ospedaliere americane dove il sapere medico sovrasta e delegittimizza qualsiasi altra fonte potenziale di sapere come l’esperienze precedenti della donna e le conoscenze che lei ha dello stato del suo corpo. La conoscenza non medica è svalutata da tutti i partecipanti, solitamente inclusa la donna stessa che finisce per credere che la conduzione affidata al sapere medico professionale sia il meglio per lei.  Se non acconsente e decide di resistere attivamente, ci ritroviamo, nel caso estremo, di fronte al fenomeno del cesareo forzato, che è il rafforzamento legale di un particolare tipo di sapere.

Sicuramente ho dipinto un’immagine unilaterale qui e le cose non sono affatto bianche o nere o così semplici e dirette come le ho rese io per una presentazione di 10 minuti.

Forse la domanda alla quale dovremmo rispondere a questo punto, è: questo tipo di analisi, ossia un’analisi in termini di Sapere Autorevole, ci offre una leva per ristrutturare la gestione del parto nella nostra società? Io penso che ce la fornisca. Penso che dobbiamo pensare a come possiamo passare da una situazione nella quale il sapere autorevole sia distribuito gerarchicamente, ad una situazione in cui sia distribuito attraverso il consenso e orizzontalmente, per esempio, in cui tutti i partecipanti al travaglio e al parto contribuiscano al bagaglio di conoscenze alla base del quale sono prese le decisioni.

Nel nostro sistema tecnocratico dobbiamo chiederci domande come: che cosa dovrebbe accadere perché la donna diventi veramente una parte del processo decisionale? E se alla sua conoscenza, sia fisica e intellettuale, dovesse essere concesso lo status di legittima? E se avesse un posto nelle strutture di partecipazione professionale create attorno al parto? Ci potrebbe essere un processo di traduzione tra ciò che la donna sa e ciò che il personale capisce sia la situazione? Ci potrebbe essere un adattamento reciproco di questi modi divergenti di conoscere in modo tale che emerga un singolo sapere autorevole strutturato?

Questa, credo sia la sfida per il futuro della nascita nell’occidente tecnologizzato così come nei paesi in via di sviluppo del terzo mondo.

Trad. italiana di Marika Gallo, il testo originale si trova sulla pagina ufficiale di Brigitte Jordan: Authoritative Knowledge and its construction

L’altra oltre il vetro.

Silenzio. Un brivido di freddo mi percorre le braccia seminude, richiudo le imposte e, col naso schiacciato contro il vetro, spazio con lo sguardo all’orizzonte: nel cielo le nuvole formano immagini strane, una montagna, un drago, un fiore, due cuori, sagome umane ed animali.
Cammino su un’isola scalfita, scolpita dai miei silenzi. Su questa lastra di vetro cospargo aliti della mia anima e riempio i miei avidi occhi di note, parole, poesie. Nella segreta geometria della scelta, la consapevolezza che per due punti si può tracciare una ed una sola retta. Ma tu che mi guardi dal vetro sei reale? O sei l’immagine di uno specchio? Guardo le mie mani per trovare un segno che mi faccia confutare il calore di una carezza sulla mia guancia: una mano grande l’accarezza ed asciuga le mie calde lacrime. Ciò che mi lega all’altra nello specchio non è definito, è evanescente, è come un etereo anello senza inizio e senza fine che mi permette di andare, di volare senza ali. Sto volando leggera sul porticciolo turistico della Cala e poi mi sveglio. Come una pura e dolce illusione, vissuta nel segreto e nella trepidazione, nei miei angoli più intimi, il mio sogno mi ha lasciato un ricordo allo stesso tempo tenero e dolorante. Un sentimento multiforme che non si può spiegare. Sensazione piacevole e strana.
Stamattina, come ogni mattina, mi sono svegliata nell’abbraccio caldo di mio marito e di mio figlio. Sensazione unica. Magia. Ma mi sento lo stesso incompleta, perché? Dov’è l’altra oltre il vetro? Evaporata come una stupida bugia blu che galleggia nell’aria? E intanto mi guardo riflessa nello specchio della mia umanità. Gli umani sono quella confusione dalla quale ci proteggiamo. Gli uomini dicono e fanno tutto e il contrario di tutto, persuasi che esista un ordine in questo caos. Ma è il caos la meraviglia.