ONE WORLD BIRTH, freedom for birth, the mothers’ revolution

Il film: LIBERTA’ PER IL PARTO 

giovedì 20 settembre 2012 ore 20.30

e domenica 7 ottobre ore 17.30

Libertà per la nascita, la rivoluzione delle madri è un nuovo documentario, che ridefinisce la nascita come l’argomento più pressante fra i Diritti Umani oggi.
Il film verrà proiettato giovedì 20 settembre 2012 in contemporanea mondiale, in più di 1000 luoghi in tutto il mondo.
A Palermo l’anteprima in contemporanea mondiale avrà luogo presso casa di Pat, una delle mamme di “in braccio alla Luna”, mentre la replica con ingresso al pubblico avverrà presso Libera contro le mafie -C/O “I sapori ed i saperi della legalità” – P.zza Castelnuovo 13 – 90141 Palermo, il 7 ottobre alle 17.30.

Lo spazio socio culturale Libera, al termine della proiezione, ospiterà un dibattito sul tema della nascita non violenta a cui parteciperanno Marzia Floridia (ostetrica), Marika Gallo (mamma doula e blogger) e Patrizia Lalicata (mamma e blogger).

L’iniziativa è stata organizzata da “In braccio alla Luna”.

Libertà per il parto è un documentario militante di 60 minuti, realizzato con la partecipazione dei più noti e riconosciuti esperti della nascita e di esperti legali sui Diritti Umani, uniti per chiedere un cambiamento radicale dei sistemi di assistenza alla maternità in tutto il mondo.Ingresso libero e gratuito (ma le sottoscrizioni sono gradite come raccolta fondi)

Perchè questo film?
Hermine Hayes-Klein, giurista, organizzatrice della recente conferenza sui Diritti Umani nella nascita, tenuta a Le Hague in Olanda, ha detto: <il modo in cui il parto è trattato in molti paesi nel mondo è molto problematico. Milioni di donne gravide vengono spinte negli ospedali, costrette a stare sdraiate e tagliate durante il parto. Sono sottoposte ad interventi farmacologici e chirurgici, che alcuni operatori ammettono di imporre loro per ragioni economiche o per convenienze varie. Le donne in tutto il mondo si stanno risvegliando e chiedono che la nascita non sia così; affermano che non deve essere così. La mancanza di rispetto e gli abusi non sono il prezzo necessario per la sicurezza>.
Il film, prodotto dalla copia inglese Toni Harman e Alex Wakeford Libertà per il parto racconta la storia dell’ostetrica ungherese Agnes Gereb che è stata imprigionata perchè assisteva il parto delle donne nella loro casa. Una delle madri assistite dalla signora Gereb ha deciso di sollevare il caso, mentre aspettava il suo secondo figlio, volendo farlo nascere a casa, dopo un precedente parto a domicilio.
Anna Ternovsky ha portato il suo paese in giudizio alla Corte Europea dei Diritti Umani e ha conquistato un verdetto che è una pietra miliare ed ha grandi implicazioni per la nascita in tutto il mondo.
Toni Harman, uno dei registi, dice < il giudizio scaturito dal caso Ternovsky-Ungheria alla Corte Europea dei diritti umani nel 2010 significa che ora in Europa, ogni donna ha il diritto legale di decidere dove e come partorire, ed anche nel resto del mondo significa che ogni donna può usare il potere della legge per affermare quel diritto. Con l’uscita di <Libertà per il parto> noi speriamo che milioni di donne divengano consapevoli dei suoi diritti legali; perciò il nostro film ha la possibilità di avviare una rivoluzione nell’assistenza alla nascitanel mondo e noi chiamiamo questa la ‘Rivoluzione delle Madri’
Cathy Warwick, Direttrice esecutiva del Royal College delle ostetriche britanniche, dice <Il parto sicuro dovrebbe essere un diritto fondamentale per le donne. Sfortunatamente per molti, molti milioni di donne e per i loro piccoli nel mondo non è così. Il mondo è disperatmente a corto di coloro che possono assicurare l’applicazione di questo diritto: le ostetriche. C’è bisogno che I leaders delle nazioni investano nella assistenza ostetrica>.
Freedom For Birth è il terzo documentario della copia di produttori Harman e Waterford sulla nascita. Hanno avuto l’ispirazione a fare questi film dalla loro esperienza, riguardante il parto difficile della propria figlia 4 anni fa. Una cascata di interventi durante il travaglio ha portato ad un taglio cesareo di emergenza.

L’allattamento al seno, un evento biopolitico

Brani tratti e riadattati dalla tesi Corpi materni. Dal paradigma tecnocratico alla prospettiva ecocentrica.

Di Maria Caterina Gallo

ANTROPOLOGIA CULTURALE E NASCITA

La gravidanza, il parto e l’allattamento non sono solo eventi biologici e psicologici, ma dalle forti implicazioni sociali perché costituiscono il sistema culturale situato alla base della relazione di reciprocità sulla quale si cementano i legami parentali, per tale motivo nella storia umana la nascita valica il confine dell’esperienza individuale per assumere pregnanza simbolica, significato pubblico e valenza politica.

Le pratiche rituali della maternità e dell’alimentazione dei neonati attestate nelle diverse culture si situano infatti nella cerniera tra natura e cultura, tra sfera privata e società. Più di ogni altra costruzione prettamente culturale, tali rappresentazioni potrebbero offrire uniformità interpretativa a dati etnografici dissimili e sarebbero quindi particolarmente rivelatrici di quei segni e significati che vi soggiacciono sui quali si interroga l’antropologia culturale, eppure, come notano Wenda Trevathan e Brigitte Jordan, i cui libri sono le migliori fonti disponibili, sono troppo poche le ricerche transculturali sulla nascita e sull’allattamento al seno fatte sulle popolazioni umane. Ciò nonostante, questa tesi vuole azzardare che ciò che accade durante la nascita riflette il modo in cui consideriamo la vita tout court.

Lo studio della modalità con cui si partorisce e il rapporto tra madre e lattante è un ‘rilevatore’ della cultura di una intera società, del ‘posto’ che una donna occupa in essa, (Ranisio 1998: 20) del ruolo sociale che quella cultura attribuisce al corpo e all’individuo sin dalla sua nascita.

La scarsa produzione in ambito culturale su un argomento come questo da integrare alla copiosa letteratura medica e psicanalitica, dimostra come la convinzione che gravidanza parto e allattamento siano questioni legate alla salute più che alle configurazioni sociali e che poco influenzano i rapporti di potere in atto nelle varie culture, sia molto diffusa e radicata. Questa tesi vuole dimostrare il contrario, ovvero che il modo in cui si mettono al mondo e ci si prende cura dei figli sia una questione di potere, e per farlo si servirà degli strumenti analitici dell’antropologia culturale.

I primi rilievi di carattere antropologico sulle modalità di parto e sulle relazioni materno-infantili che propone sono:

  • Nelle società industriali ad alto livello scientifico come la nostra, le macchine – siano esse altamente tecnologiche come le ecografie o rudimentali come le bilance – divengono i protagonisti della scena, i feticci che danno potere a chi li interpreta e li sa usare e in assenza dei quali l’evento della nascita stesso cambia i suoi connotati.
  • Nel nostro modello culturale dominante, il medico, l’uomo titolato che indossa il camice bianco, col suo gergo tecnico che lo separa gerarchicamente dal paziente, è uno dei ministri dell’ordine simbolico e dirige gli assi di potere insieme al prete e al politico.
  • Se le donne sono considerate da una società, sarà più facile che in quella società i momenti della gravidanza del parto e dell’allevamento dei bambini vedano le donne come attrici della scena e non come oggetti su cui intervenire medicalmente o soggetti da istruire paternalisticamente.
  • Il corpo materno, è come ogni altro corpo «immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono, lo marchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, lo obbligano a certe cerimonie, esigono da lui certi segni». (Foucault 1976: 28)

Foucault rubrica sotto il termine di “biopolitica” dispositivi e pratiche di sapere e di potere che assoggettano le istanze del corpo a  funzioni di produzione e consumo. Applicato qui al corpo materno, il concetto di biopolitica  mette in luce la normalizzazione razionalistica e scientista di controllo della gravidanza, del parto e dell’allattamento avvenuta con l’ospedalizzazione della nascita e con la diffusione dell’alimentazione artificiale, come veicolo di regimi discorsivi sul sapere del corpo che mirano a colonizzare la sfera emotiva e sessuale delle donne.

Da quanto precede è indubbio che anche in campi come quello ostetrico la riflessione antropologica sul corpo delle madri e dei neonati possa dire la propria parola. Il vantaggio dell’approccio antropologico culturale su un argomento come questo è la possibilità di rendere l’analisi stessa una metanalisi anche all’interno di campi già abbondantemente esplorati, rimettendo in discussione i saperi che finora hanno monopolizzato la questione. Alla fine di questo testo mi auguro che il lettore convenga con me che nella maggior parte delle società gravidanza, parto e allattamento, momenti cruciali della sessualità femminile, sono oggetto di una considerevole elaborazione culturale e che sia nel versante ‘tecnocratico’ che in quello ‘ecocentrico’, il corpo delle donne si riduce alla metafora di qualcos’altro e subisce un’espropriazione dalle conseguenze non del tutto esplorate. Inoltre, come accennato sopra, il modo in cui le donne danno alla luce e nutrono i neonati influenza ed è influenzato dalle coordinate culturali fondamentali con le quali leggiamo il mondo come quelle che definiscono il concetto di persona, di genere, di potere, spazi embricati sui quali si fonda l’intero ordine sociale.

(…)
UNO SGUARDO CRITICO SULLE PRATICHE DI ALLATTAMENTO

L’allattamento è il prototipo delle relazioni affettive.

Nel sistema di vita occidentale, però, tutto concorre ad alterare le cognizioni iniziali che  il bambino e la bambina si fanno del loro corpo e della loro relazione con l’altro. Le figure attive nell’allattamento non sono infatti nutrice e lattante, ormai sullo sfondo,  ma orologi, bilance, culle, biberon, sterilizzatori, indumenti, in una parola oggetti, che separano fisicamente gli spazi del bambino e della madre.

Sebbene pochi antropologi si siano occupati dell’allattamento nel mondo e del “costume” di non allattare al seno in Occidente e manchi una critica culturale che integri il sapere medico e psicoanalitico sulla questione, i pochi dati disponibili riportati da Vanessa Maher ( nel suo volume Il latte materno, i condizionamenti culturali di un comportamento,1992, edito da Rosemberg e Sellier) mettono in rilievo le condizioni socio-culturali, a partire dalle diseguaglianze sessuali ed economiche, nelle quali le madri in molte parti del mondo sono costrette a nutrire i loro bambini. L’attuale dibattito sull’allattamento al seno verte sulla convinzione che tale pratica prevalga laddove non esista l’alternativa artificiale. In realtà l’allattamento, come ogni altro aspetto della sessualità delle donne appare particolarmente soggetto alla manipolazione culturale e nella maggior parte delle culture, anche quelle rurali, già dai primi mesi, se non dai primi giorni, il latte materno viene integrato con pappe di cereali (Africa), acqua di riso (Asia sud-orientale), infusi di erbe (America centrale). Inoltre in molte culture esiste un apparato di credenze sul “latte cattivo” che affermano implicitamente che una madre possa nutrire bene i suoi figli solo in un contesto rilassante e rassicurante in modo che non venga inibito il riflesso del latte (Maher 1991:176). Ogni tabù sul “latte cattivo”, come quello di non allattare in gravidanza, non allattare dopo certi lavori pesanti, non allattare se si sono ripresi i rapporti sessuali, non allattare se ammalate…, potrebbe leggersi come una difesa culturale delle madri da un destino di sfiancamento e deperimento legato non all’allattamento, ma alla sottonutrizione, all’obbligo di essere sempre disponibili sessualmente il prima possibile dopo il parto e alla impossibilità di opporsi al destino di mettere al mondo figli per immettere forza-lavoro che la società richiede loro almeno dalla nascita dell’agricoltura, quindi da almeno 12.000 anni. I medici sostenitori dell’allattamento al seno invece oggi criticano aspramente queste credenze e rispondono “scientificamente” che una madre che sta male può allattare, può allattare anche se è incinta e se fa un lavoro faticoso ma mostrano una certa sordità nei confronti della condizione di sperequazione sociale nella quale sono costrette le donne in molte parti del mondo. Inoltre ancora oggi i “privilegi” del marito vengono anteposti ai bisogni del bambino e l’apparato mediatico ricorda continuamente alle neomadri di essere “prima di tutto donne e poi madri”. Con quest’affermazione si sott’intende una concezione della donna prettamente maschilista, perché in realtà un aspetto che non viene evidenziato dell’allattamento è la sua componente libidica. Maternità e sessualità femminile sono infatti interconnesse come non lo sono paternità ed esperienza sessuale maschile.

LA DIALETTICA TRA PIACERE E DOVERE

Attraverso il corpo della donna che ci ha messi al mondo si gioca nel periodo primario della nostra vita, nella quotidianità fatta per lei di gioia e felicità ma anche di notti insonni, di stanchezza cronica, di pressioni sociali eppure così socialmente e culturalmente invisibili e misconosciute, la solidificazione di un tempo e di uno spazio sociale che incrosta ciò che per sua natura è profondamente fluido e mutevole. Gli orari delle poppate che danno i pediatri alle dimissioni dall’ospedale alla madre perché li rispetti, si impongono sull’atemporalità spiraloide del periodo primario. In una lotta materna in cui salute, benessere e libertà reciproche di madre e bambino vengono continuamente contrattate, si scontrano tempi e luoghi naturali, individuali e collettivi. Il latte arriva, come prima sono arrivate improvvise le contrazioni e come in un tempo ancora più lontano sono arrivate le mestruazioni per la prima volta, irrompendo sul tempo sociale con il loro ritmo recalcitrante nei confronti degli incalzanti ritmi della produttività. Nel momento in cui il latte arriva – ed i bambini, se nelle prime settantadue ore non si è interferito con il loro innato istinto di suzione, sanno come farlo arrivare – la madre è condizionata dal suo corpo a darlo o è torturata dalle sue stesse mammelle che al primo pianto del bambino iniziano a gocciolare di latte, il suo unico bisogno diventa allattare il bambino per provare un sollievo quasi erotico mentre diminuisce la pressione nelle sue ghiandole. Definire “erotico” questo sollievo può sembrare sconcio se non vagamente incestuoso, ma in realtà attesta come la nostra lingua sia uno strumento che contempla solo un certo tipo di sessualità e che quest’ultima sia il metro di misura di ogni altro piacere, sottintendendo che le sensazioni sessuali provate durante gli accoppiamenti sono prioritarie rispetto a quelle che provano le donne nell’accudire i propri bambini. E se invece si descrivessero ad esempio le contrazioni dell’orgasmo femminile come “materne”? Certo, anche l’aggettivo “materno” riferito all’orgasmo è riduttivo quanto quello “erotico” in relazione all’allattamento, eppure le reazioni piacevoli della madre mammifera alla stimolazione dei capezzoli durante l’allattamento hanno preceduto, in termini evolutivi, quelle erotiche della stimolazione durante i rapporti sessuali (Hrdy 2001:401). Tacere che le reazioni alla gestazione, al parto e all’allattamento producono piacere sessuale, relegando il piacere e la sessualità femminile solo all’accoppiamento, l’unico momento in cui si sprigiona la sessualità maschile adulta, contribuisce alla difficile integrazione dei vissuti corporei femminili in relazione alla maternità.

Le difficoltà nell’allattamento avvertite dalla maggior parte delle donne da me intervistate a Palermo sono in gran parte attribuibili all’ospedalizzazione della nascita, alla subordinazione alla cultura quantitativa della scienza medica e alla subalternità al pensiero dominante. Ma quasi nessuna delle madri metteva in dubbio la necessità di delegare al sapere medico la gestione del proprio allattamento o la necessità di sottomettersi alla tirannia del tempo sociale che le vuole subito in forma fisicamente e produttive entro il minor tempo possibile. Il senso di impotenza materno proiettato sul latte “troppo poco” o “troppo grasso”, che nasconde le tacite difficoltà nell’affrontare il pianto del bambino, comporta uno svilimento e un’alienazione della madre dal proprio corpo, reificato in un latte che “non basta” o che “va via”. L’alienazione simbolica del latte materno, considerato più un prodotto che un processo, è un fatto sociale e collettivo dalle radici culturali molto profonde e non riguarda solo i vissuti singoli delle madri né può essere liquidato con la semplicistica spiegazione dell’aggressione del mercato della formula artificiale. Anche in contesti storicamente e geograficamente molto distanti dalla società dei consumi le donne hanno cercato una valida alternativa all’allattamento esclusivo e a richiesta, sia attraverso il baliatico che con l’introduzione precoce di alimenti di transizione, spesso con esiti nefasti per la salute dei bambini. (Uno dei casi più eclatanti è l’abbandono di massa dell’allattamento al seno da parte delle madri islandesi per oltre due secoli dal XVII al XIX secolo, che ebbe conseguenze demografiche disastrose).

RIAPPROPRIARSI DEL CORPO

Una delle tante spiegazioni possibili di questo comportamento solo apparentemente irrazionale potrebbe essere che spesso alla donna, sin dalla nascita, non è permesso di includere nel suo processo di costruzione dell’identità il proprio io corporeo giungendo al momento della gravidanza e del parto impreparata. Spiega bene questo fenomeno Margaret Mead confrontando il modo in cui vengono educate le ragazze americane degli anni trenta e quelle che vivono nella Papua Nuova Guinea (si vedano i due libri dell’antropologa americana Sesso e Temperamento, 1935 e Maschio e Femmina, 1949 entrambi editi in Italia da Il Saggiatore).

L’attuale atteggiamento collusivo con la gestione biopolitica del suo corpo, che la conduce a considerare l’allattamento solo come un vantaggio dal punto di vista nutritivo per la salute del bambino, e non come espressione della propria identità e soggettività tanto corporea quanto  sociale, fa perdere alla madre il contatto con il proprio desiderio o la propria avversione di allattare il bambino che ha portato in grembo. Le donne stesse contribuiscono, in base alle dinamiche che abbiamo analizzato, alla rappresentazione del corpo materno come una macchina che deve essere guidata a svolgere il suo compito “naturale”, e quindi come qualcosa di separato da loro come soggetti titolari di ruoli sociali.

Le donne che diventano madri in Occidente in questo momento storico in cui le politiche sanitarie enfatizzano i benefici dell’allattamento al seno, sanno che se scelgono l’allattamento fisiologico sono investite di un forte valore simbolico, offrendo un modello che contrasti la cultura dell’Artificiale, ma non si rendono altrettanto conto di correre il rischio di essere manipolate dalla mentalità biomedica che continua a dire l’ultima parola sul loro corpo e che magnifica le virtù del latte materno, presentandolo come una pozione magica, un “antidoto” contro tutte le malattie dalle proprietà miracolose con il tacito intento di carpirne la formula per riprodurlo o di ribadire alle donne che il loro ruolo nella società deve essere relegato alle loro funzioni biologiche. Un’analisi dettagliata di questo fenomeno potrebbe essere lo studio della retorica con la quale tanto le lobby del mercato di sostituti del latte materno quanto quelle della promozione e sostegno all’allattamento al seno enfatizzano i benefici dello stesso: di fatto tra la retorica e la mitizzazione, una delle ragioni per cui allattare oggi in Italia risulta così difficile non è la sua inconciliabilità con i tempi della produzione (infatti allattano più a lungo le donne che hanno un posto di lavoro e un livello culturale più alto), ma avere affidato un aspetto così intimo del corpo delle donne alla propaganda medica. Un organismo sanitario internazionale come l’OMS non può limitarsi a raccomandare una pratica la cui responsabilità ricada esclusivamente sulle donne senza affiancare a questa prescrizione pressioni politiche a sostegno della genitorialità e della prima infanzia e un’analisi contestuale dell’ampia varietà di fattori (culturali, sociali, economici, politici, sociobioligici) che influenzano tale pratica. Se è vero che solo il 20% delle madri allatta in modo esclusivo fino ai sei mesi, se ne deduce che viviamo in una cultura che favorisce nettamente il costume di non allattare al seno. Basta sfogliare un giornale per neomamme e mamme in attesa, e contare quanti neonati si vedono aggrappati a un biberon o a un ciuccio invece che al seno della propria madre, e se ne deduce la stessa cosa. Eppure è indubbiamente vero quello che lamentano tante donne, che si sentono inadeguate e colpevolizzate perché danno il biberon, perché provano dolore o fastidio ad allattare come se vivessero circondate da donne dalle mammelle generose e loro fossero le uniche a incontrare difficoltà.

Il controllo istituzionale sulla donna è passato sin dalle epoche più remote sul suo corpo, smembrandolo. Per tale ragione in un’epoca di profonda trasformazione, non può esserci emancipazione femminile senza una più profonda presa di consapevolezza che la libertà dal giogo del potere dovrà passare attraverso il corpo, recuperandone l’integrità.
L’emancipazione d’identità passa anche attraverso il riconoscimento, non la negazione, attraverso l’integrazione, non la rimozione dei propri vissuti corporei, di cui l’allattamento al seno è una delle più forti e intense esperienze.

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© Riproduzione riservata
Bibliografia:
Foucault M. 1976, Sorvegliare e punire,Torino, Einaudi

Jordan B. 1978 Birth in Four Cultures:A Cross-Cultural Investigation of Childbirth in Yucatan,Holland,Swedenand theUnited States.Montreal: EdenPress.

Hrdy Blaffer S. 2001, Istinto materno, New York, Sperling & Kupfer

Maher V. (a cura di), 1992. Il latte materno. Condizionamenti culturali di un comportamento, Torino, Rosenber & Sellier

Martin E., 1987, The woman in the body, Boston, Beacon Press
Mead M., 1949 Male and Female, New York, William Morrow, [ trad. it. 1992 Maschio e femmina, Milano, Il Saggiatore]

Ranisio, G. 1996 Venire al mondo. Credenze, pratiche e rituali del parto, Roma, Meltemi.

Rich A., 1976, Nato di donna, la maternità in tutti i suoi aspetti, Norton, Garzanti

Robbins Richard H 2009, Antropologia Culturale, Un approccio per problemi, UTET

Rosemberg K. ,Trevethan W. 2003, Birth, obstetrics and evolution, in  «BJOG: An International Journal of Obstetrics & Gynaecology» Vol.102, issue 11: 1199-1206