Maura Andrea e Maddalena

Maddalena è nata da un sogno, in un momento in cui l’ultimo mio desiderio apparente era quello di diventare madre. Quel sogno mi ha sconvolta, mi ha costretto a crederci nonostante tutto mi dicesse di fare il contrario. Avevo ventiquattro anni e stavo con Andrea da tre mesi, non avevamo né una casa né un lavoro, eppure decidemmo di avere un figlio. Rimasi incinta subito, e da subito iniziai a sentire lo sconvolgimento di quella vita dentro di me. La prima volta che sentii Maddalena muoversi nella mia pancia erano passate solo undici settimane dal suo concepimento. La ginecologa mi disse che non era possibile, avevo di certo confuso qualche contrazione intestinale con i suoi movimenti, era ancora troppo piccola. Ma era così, l’avevo sentita proprio nel momento in cui aveva iniziato a muoversi, e nelle settimane successive la sognai, i suoi occhi mi turbavano così tanto che quei sogni mi sembravano giusto il frutto della mia immaginazione, fino a quel momento non avevo neanche pensato che potesse essere una femmina.

Non sapevo niente di gravidanza e maternage, ma nel giro di un paio di mesi iniziai a documentarmi e insieme ad Andrea decidemmo che Maddalena sarebbe nata in casa. Al quinto mese di gravidanza ci trasferimmo da Roma in Sicilia, nel paese in cui sono nata. Trovammo presto un’ostetrica che faceva parti in casa e iniziammo a frequentarla.

Arrivò il termine della gravidanza, ma io e Maddalena non eravamo ancora pronte a separarci. Intanto l’ansia delle persone che mi circondavano (eccetto Andrea) iniziava a salire, e con l’ansia salì anche la mia pressione. Avevano tutti paura della mia scelta, avevano paura del fatto che avessi deciso di risparmiare a mia figlia i controlli e i monitoraggi quotidiani che si fanno nelle ultime settimane. Dato che le contrazioni non arrivavano, l’ostetrica mi propose di andare a Palermo a fare un’ecografia per verificare che ci fosse ancora abbastanza liquido amniotico per Maddalena.

La sera prima di partire mio padre venne a casa mia e iniziò a urlarmi contro e a dire che stavamo mettendo a rischio la vita di nostra figlia ed eravamo degli irresponsabili, che sarebbe stato più sicuro andare in ospedale e che, tutto sommato, un cesareo sarebbe stato meno pericoloso.

Non volevo un cesareo e non volevo fare l’ecografia. Andai a dormire, e alle due di notte iniziai a sentire delle contrazioni. Alle cinque chiamai Andrea e iniziammo a misurarle. Erano molto deboli, ma regolari. A quel punto rimanemmo svegli e decidemmo di andare a vedere l’alba al mare, come facevamo spesso prima che rimanessi incinta. Quando vedemmo il sole albeggiare arrivò una contrazione più forte, sentivamo chiaramente che qualcosa di completamente nuovo stava per entrare nelle nostre vite.

Alle sette avvisammo Marzia che arrivò da noi poche ore dopo. Qualcosa stava iniziando ad aprirsi, ma era ancora molto delicato, molto lento, e io non avevo più il senso del tempo, non avevo alcuna fretta. Mi sentivo come quando avevo avuto la certezza di essere incinta, su un altro pianeta, sentivo il dolore che saliva come dentro uno stelo e si apriva come un fiore, e vederlo sbocciare era una meraviglia ogni volta. Era un fiotto leggero, ingenuo, e non permetteva al collo dell’utero di aprirsi.

Marzia mi visitò diverse volte, e ogni volta la situazione non cambiava. Mi accorsi che iniziava a innervosirsi, a preoccuparsi. Maddalena stava benissimo, io ero serena, ma restavamo sulla soglia a goderci lo spettacolo di un piccolo attimo di dolore che si ripeteva regolare.

Il giorno dopo l’ostetrica ci disse che – dal momento che la situazione non cambiava – ci rimanevano due cose da fare: tentare il parto in casa senza la sua assistenza o andare con lei a Palermo a fare un controllo dal ginecologo.

Andrea mi avrebbe appoggiata in ogni caso, benché avesse totale fiducia nelle mie doti. Vedere la preoccupazione di Marzia e pensare a tutte le persone – mio padre in primis – che in quel momento continuavano a produrre ansia mi portò a decidere di andare a Palermo. Sapevo da tempo, in realtà, che Maddalena sarebbe nata lì, sapevo che non sarebbe nata nella casa in cui vivevamo, ma non avevo avuto il coraggio di ammetterlo a me stessa, di dare fiducia a questa mia sensazione.

Ad ogni modo, iniziammo il viaggio, e durante il viaggio – nel sonno, mentre Andrea mi abbracciava – iniziai finalmente a dilatarmi. Arrivai in clinica con una dilatazione di quattro centimetri e mezzo. Maddalena stava benissimo, il suo peso era nella norma e muoveva la bocca come se stesse già ciucciando il mio latte.

Andammo a casa di Marzia e decidemmo di continuare il travaglio lì. Le contrazioni continuarono per tutta la notte tra canti e urla, fino a quando non arrivai a dilatarmi completamente. A quel punto, mentre mi visitava, l’ostetrica ruppe involontariamente il sacco amniotico.

Le contrazioni si affievolirono, non sentivo ancora l’impulso di spingere. Erano passate più di 48 ore dalle prime doglie e iniziavo a essere stanca, sentivo la necessità di fare qualcosa, sentivo un certo giudizio nei miei confronti, cercavo di appoggiarmi a Marzia e Andrea che mi avevano assistita per tutte quelle ore.

Ormai ero completamente aperta, eppure Maddalena continuava a rimanere dentro la mia pancia. Qualcosa in me non voleva lasciarla andare, qualcosa in lei voleva ancora stare dentro.

La mattina dopo Marzia, esausta, ci disse che non se la sentiva più di continuare: ci disse che avremmo potuto usare casa sua e tentare di partorire lì senza il suo aiuto oppure saremmo potuti andare con lei in clinica.

Decisi per la clinica. In pochi altri momenti nella mia vita ho avuto la possibilità di fare i conti così profondamente con i miei limiti. Ero esausta, Andrea e Marzia lo erano quasi quanto me e, per quanto la sentissi forte e determinata, iniziavo a temere che anche Maddalena stesse iniziando a stancarsi. In quel momento sia Marzia che Andrea mi accusarono di non essere stata in grado di abbandonarmi al flusso del dolore, di essermi fatta troppo condizionare dalle ansie degli altri, dalle loro paure. Se il parto fosse stato facile, veloce, puramente fisiologico non avrei potuto vedere la pericolosità di tutti gli atteggiamenti che mi avevano condizionata per tutta la vita fino a quel momento. Quella mattina la responsabilità di cui venni investita mi rese cosciente che non avrei mai più potuto ignorare quei limiti: il bisogno di approvazione e l’influenza degli altri, il rapporto non equilibrato col mio corpo, un contatto ancora instabile con la mia parte più spirituale.

Andammo in clinica, venni visitata e i medici rimasero interdetti. Ero totalmente dilatata (anche più di quanto accade durante il primo parto), ma la testa di Maddalena era ancora troppo in alto perché potessi iniziare a spingere. A memoria non avevano mai avuto a che fare con un caso del genere. Come ebbi modo di verificare in seguito, Maddalena non era ancora pronta a uscire, era stato l’amore di quei giorni a far sì che riuscissi comunque a dilatarmi.

Monitorarono i battiti di mia figlia, pranzai e mi riposai, e in tutto quel tempo continuai ad avvertire delle contrazioni che, per quanto leggere, mi affaticavano sempre di più.

Alle sei del pomeriggio decisero di darmi cinque gocce di ossitocina e iniziarono a monitorare le contrazioni. Finalmente ripresero e io iniziai a spingere. In breve tempo la testa di Maddalena cominciò a scendere, ma il dolore cominciò a crescere senza curve, senza percorsi, ma con scatti impetuosi, arrabbiato, risoluto. Immagino servano a questo le medicine che danno per accelerare il travaglio: non serve che il tuo corpo si abitui all’aumento di intensità, la cosa importante è che finisca presto.

A più di sessanta ore dalla prima contrazione iniziavo a cedere, non riuscivo a spingere con efficacia, non avevo più controllo su niente. Le mie urla riempivano la stanza in cui mi trovavo, il corridoio e arrivavano fino alla sala parto lì accanto. Intorno a me c’erano infermieri, ostetriche, e mentre urlavo il ginecologo che assisteva al travaglio mandava sms col cellulare. Non era quello l’ambiente che avevo desiderato per la nascita di mia figlia, non erano quelle le sensazioni che avevo immaginato durante la gravidanza, ma evidentemente era quello che ero in grado di vivere in quel momento.

La testa di Maddalena iniziava finalmente a farsi vedere. Erano passate quasi diciannove ore da quando si erano rotte le acque, eppure le sue pulsazioni crescevano, la sua forza impetuosa non mi abbandonava, mi dava fiducia. Ma il mio corpo era sempre più stanco, non ero in grado di partorire in piedi, non riuscivo a reggermi.

Mi portarono in sala parto e mi fecero salire sul lettino. In quel momento quella era la posizione più comoda per me, le contrazioni continuavano dolorosissime, e a ogni contrazione pensavo che non sarei stata in grado di farla uscire. Eppure ad ogni contrazione Maddalena si faceva più avanti, ma io arrivai addirittura a pensare che da lì a un minuto i medici avrebbero deciso di farmi un cesareo, e lì avrei toccato il fondo del mio fallimento. L’idea di avere delle persone attorno che mi dicevano di spingere, che mi tenevano una flebo di medicinale attaccata al braccio, che tenevano il loro braccio fermo sul fondo dell’utero per evitare che alla fine della contrazione la testa di Maddalena tornasse indietro mi facevano sentire inerme, ogni contrazione diventava insopportabile, dilaniante, e sentivo di non riuscire a usare completamente quella forza per permettere a mia figlia di nascere. In quel momento mi fidai realmente di Marzia, nonostante tutto quello che mi aveva detto poche ore prima, nonostante mi fossi fatta influenzare dai suoi timori nel corso di quei giorni.

Oltre a lei e al ginecologo c’erano diversi infermieri che assistevano al parto come se stessero guardando un programma qualsiasi in televisione. Chiesi a Marzia di mandarli via.

Dietro di me Andrea mi teneva la testa. Durante tutti quei giorni mi aveva dimostrato il suo amore senza risparmiarsi mai, per quanto anche lui sentisse il mio stesso senso di fallimento. Chiese al ginecologo di tagliare il cordone qualche minuto dopo la nascita, ma ce lo negò. L’idea di non poterle dare la nascita che qualsiasi bambino merita era insopportabile, era chiaramente quello che mi toccava pagare per non aver fatto i conti con i miei limiti durante i mesi della gravidanza (o – ancora prima – durante tutta la mia vita).

Poco prima che Maddalena nascesse mi fecero l’episiotomia. Mi sembrò una cosa totalmente innaturale, una violenza gratuita.

In tutto quel dolore, però, stava nascendo la nostra famiglia. Rimaneva comunque qualcosa di sacro, la parte più importante restava protetta, inattaccabile. Non era quello che avevamo sognato, non era perfetto, non era motivo di vanità, ma era comunque prezioso, e dovevamo proteggere – nonostante il posto in cui stava avendo luogo – questo evento.

Stavo partorendo in una condizione imperfetta, medicalizzata, incredibilmente dolorosa, ma dalla sala parto io e il mio uomo guardavamo il porto di Palermo, e questo avrebbe visto Maddalena non appena fosse uscita dal mio corpo.

Questo accade, alle 19.30 del primo aprile 2011, dopo quarantadue settimane esatte di gravidanza. Maddalena uscì e i suoi occhi azzurrissimi si aprirono immediatamente sul porto. Nel momento in cui la sentii uscire provai una sensazione che non si può descrivere, che non si può nemmeno immaginare. Si tratta di un momento preciso, il momento in cui senti distintamente che la vita – un corpo che è insieme materiale e spirituale, che ha un’energia vitale smisurata – viene al mondo attraverso di te.

Andrea vide il mio viso mutare in un attimo. Prima ero viola, ogni vena della mia faccia rischiava di esplodere, un momento dopo ero fresca, serena, con un sorriso imbevuto d’amore. Da lì in poi l’amore mi pervase, e nei giorni successivi – malgrado una serie di fatti che coinvolsero i miei genitori e sconvolsero i loro equilibri – persi ogni paura, ogni pudore nei confronti degli altri esseri umani. Maddalena iniziò a diventare sempre più reale, incarnata, io e Andrea iniziammo a cambiare quasi senza accorgercene, e cominciò per noi tre un viaggio bellissimo e a volte faticoso che prima di allora non avremmo mai potuto immaginare.

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Marzia Marco e Maria

Il racconto di parto di Marzia, prima di diventare la nostra ostetrica!

31 maggio – 1 giugno 1996

Io e mio marito Marco vivevamo in campagna, vicino Cefalù, e dovemmo trovare un piccolo appartamento in città per il parto di nostra figlia Maria. Non sarebbe stata cosa semplice, pensammo,  perché trovare un appartamento in città a poco prezzo e per soli 2 mesi ci sembrava un’impresa difficile ma, come quasi tutti gli eventi che si verificarono in quel periodo,  trovammo la casa che cercavamo ed anche con molta facilità!

Eravamo 6 donne che avremmo partorito in casa ognuna a poca distanza l’una dall’altra e ci frequentavamo negli incontri tenuti da Francesco Vinci (il nostro preparatore alla nascita) in piscina dove andavamo regolarmente per trovare un “dolce” rilassamento fra le braccia del nostro partner (per chi l’aveva, alcune fra di noi erano mamme single) o fra le braccia amorevoli e competenti del nostro Preparatore (oggi posso dire che Francesco ha fatto le veci di un’ostetrica a tutti gli effetti!).

La presenza di questo bel gruppo di mamme è stata anch’essa un’ottima opportunità di forza creatasi spontaneamente che ci forniva la carica parto dopo parto. Ci ritrovavamo così in piscina, commentando gli esiti positivi di ogni singolo parto… e le neo mamme portavano i neonati dopo qualche giorno dalla nascita in piscina amplificando così le nostre emozioni e certezze che “tutto sarebbe andato per il meglio anche per noi”!

Io non leggevo molto riguardo al parto; le prime informazioni racimolate su qualche giornaletto specializzato mi erano bastate … anche perché notavo come avessero effetti ansiogeni su di me (cioè se leggevo l’articolo sul “diabete gestazionale” subito dopo sentivo di avere tutti i sintomi appena letti nell’articolo così come accadde anche per la gestosi e non ricordo più cos’altro). Così decisi a pochi mesi della mia gravidanza che, data l’IPER sensibilità che mi componeva, non avrei più comprato giornali e nient’altro di “specializzato” che mi potesse elencare tutti i guai possibili durante lo svolgersi di una gravidanza! Così feci! Da quel momento in poi lasciai totale libertà al mio istinto, ascoltavo solo le mie sensazioni con grande fiducia in me stessa, in mia figlia e mio marito.

Così arrivammo al 31 di maggio, in grande serenità nonostante le forti pressioni esterne riguardo la nostra scelta del parto in casa. La nostra “difesa” ormai era mentire sul luogo dove si sarebbe espletato il parto. Dicevamo che saremmo andati in clinica ma ricordo che anche su questa ipotetica scelta qualcuno ebbe da ridire perché la clinica, per alcuni, è meno sicura dell’ospedale …. della serie “non va proprio bene nulla! Solo l’abbandono all’angoscia di questo tanto paventato momento del parto!”.

Marco ogni giorno andava al lavoro, fuori città, così io trascorrevo spesso le giornate da sola. C’era parecchio caldo e quella mattina ero uscita per andare a fare la spesa, ero rientrata per cucinare qualcosa e poi mi ero distesa sul letto per il mio solito riposino post pranzo solo che dopo un po’, ma non ricordo quanto tempo fosse già trascorso, sentii un forte dolore in basso che mi svegliò di colpo. Fui svegliata da questa forte contrazione a cui seguì la perdita del tappo mucoso. Io però ero ignara di tutti questi “avvenimenti” che nello specifico potessero capitare, capivo solo che c’era un dolore nuovo e più intenso, che adesso qualcosa scolava dal di dentro ed era anch’essa una novità e quindi capivo che forse il momento si stava avvicinando. Chiamai subito Marco, lo volevo subito vicino. In poche ore eravamo già dalla ginecologa la quale mi disse “Vieni allo studio che ti visito. Ti farà bene camminare, non stai per partorire ancora, è il primo figlio” io andai ma fra me e me pensavo che comunque da li a poco avrei partorito, ormai indietro non si tornava più!

Tutto il pomeriggio lo trascorremmo sistemando la casa: Marco mise la cerata di plastica a rivestimento del materasso in compagnia di mia sorella Alice, la quale ai tempi era poco più che adolescente e la ricordo ancora con l’aria emozionata e solenne di “chi” sa di stare partecipando ad un rito prima di un grande evento;  finì così di gonfiare la vasca per il parto e la lavò per l’ultima volta dentro, uscì i tubi che avremmo utilizzato per riempirla d’acqua e la posizionò in mezzo alla stanza dove avevamo stabilito nei giorni scorsi mentre io intanto andavo in bagno con cadenza di ogni 10 minuti. Svuotai da sola tutto il mio intestino in quelle ore che oggi so chiamarsi di “prodromi di travaglio”. La schiena era davvero dolente e ad ogni contrazione era solo questo il fastidio che sentivo e nel contempo mi dicevo “bè ma se i dolori del travaglio sono solo questi non mi sembra poi così insopportabile” … sul water si attenuavano un po’ ma ormai andavano incalzando. Ricordo che al muco si aggiunse anche un po’ di sangue ad un certo punto, evidentemente la dilatazione del collo dell’utero progrediva. Si era fatta sera e la ginecologa e Francesco Vinci arrivarono verso le 9, cenarono con Marco perché io non avevo troppa fame ma bevevo molto. Poi in tarda serata si misero a letto mentre io e Marco cominciammo il “nostro travaglio attivo”. Ormai le contrazioni non mi abbandonavano più, erano regolari e non sentivo più nemmeno il bisogno di andare in bagno se non per urinare. Marco, io e Maria vagammo per la stanza per tutta la notte sempre vicini …. Io cercavo una buona posizione che cambiavo immediatamente non appena arrivava la contrazione successiva … in questa danza fatta di passeggiate, massaggi, respiri e piccoli momenti di riposo il mio corpo disse ad un certo punto “basta!” così dissi a Marco che volevo dormire e così accadde, mi addormentai!

Anche in questo frangente non ricordo per quanto tempo, non stavamo  a guardare orologi, dormimmo però ricordo molto bene che quando mi svegliai iniziò la fase espulsiva. Un altro cambiamento era in atto e mi proponevano di entrare in vasca. Non ero più convinta perché il fatto di potermi muovere mi aveva aiutata nell’affrontare le contrazioni precedenti però l’idea dell’acqua tiepida e dell’assenza di gravità per la mia schiena mi allettò moltissimo alla fine così entrai in vasca e Maria nacque proprio li dopo qualche ora. Ormai era l’alba dell’ 1 giugno. La sua testolina che si faceva spazio all’interno della mia vagina fu una cosa che mi sconvolse ma non per il dolore ma per la potenza che mi fece sentire tutta insieme! Ho proprio sentito mia figlia che con forza primordiale si “spingeva” fuori ed io mi spaventai …  questo momento fu carpito pienamente da Francesco il quale mi disse con molta semplicità “cosa c’è?” Io risposi “ho paura…” lui con un bel sorriso mi disse “è tua figlia! Toccala! E li, sta per uscire” appena misi la mano e sentii la cute morbida, i suoi capelli già in parte fluttuare nell’acqua dentro di me è cambiato tutto, davvero Maria era li! Non era più solo un’immagine ecografica, dei calcetti durante il giorno, dei disturbi alla schiena e al nervo sciatico, adesso Lei era li e stava per uscire e ci saremmo conosciute! Dopo qualche spinta uscì la testa che prese il suo tempo poi per la rotazione delle spalle e in questo frangente io la carezzavo continuamente così sentii il suo nasino e la sua bocca e non dimenticherò mai questa sensazione meravigliosa prodotta dal solo tatto, stavo conoscendo mia figlia. Nessuno mi visitava, nessuno mi diceva cosa fare (penso che mi sarei confusa profondamente!) solo stavamo in ascolto del mio corpo che si muoveva insieme a quello di Maria.

Adesso lei era fuori di me e io stetti qualche minuto incredula … è un momento stranissimo quello immediatamente successivo alla nascita di tuo figlio! Non capisci se sei sulla terra o meno, se hai sognato fin’ora e appena incroci quegli occhi pensi “ciao! Finalmente! Allora eri tu?! Piacere amore mio” …. Da li in poi una cascata di sensazioni .. mio marito Marco che piangeva di gioia ancora aggrappato alla mia schiena, Maria che cominciava a colorarsi senza emettere uno strillo (perché ancora attaccata alla sua placenta) e aveva già aperto i suoi inconfondibili occhioni , (sembrava un ufo catapultato sulla terra fra le mie braccia), la copertina “termica” fatta con un asciugamano per non farci infreddolire …  Marco recise il cordone dopo qualche tempo e poi si portò Maria dentro la maglietta, a contatto diretto con la sua pelle. Io ho aspettato la nascita della placenta dentro l’acqua e poi sono andata a fare una doccia e uno shampoo.

La nostra bambina nacque in un abbraccio, quello mio e di Marco che non mi lasciò mai nemmeno per un momento,  e nessuno ce l’allontanò mai dal momento in cui venne fuori dal mio corpo! La lavammo nel lavandino, la scrutammo per tutta la giornata e per parte della notte, la nostra prima notte da genitori!

Non esiste una modalità di parto più rispettosa e ricca d’amore come quella del parto in casa. Si potranno allestire “case maternità” e reparti ospedalieri che rispettino quanto più possibile la fisiologia di quest’evento ma il sentirsi fra “le proprie cose”, la sensazione che hanno gli operatori di essere “ospiti” anziché  coloro che ospitano la coppia è qualcosa che solo la casa può rendere. E tutto ciò apre la coppia in ogni senso a questo evento; li rende fiduciosi che ogni cosa andrà bene perché E’ NATURALE come lo stare nella propria casa, usare il PROPRIO BAGNO, stendersi SUL PROPRIO LETTO lo stesso dove magari anche quel figlio è stato concepito e su a breve vedrà la luce per la prima volta.

Non esiste esperienza più unica di un parto fatto in casa.

 

il parto della Pantera

Dal diario della nostra ostetrica Marzia:

“Sono di ritorno da una delle esperienze, al momento, più significative della mia vita!

Mi sono messa alla prova sotto tutti gli aspetti:  lavorativo, umano, come figlia sottoposta alle ansie familiari e come madre che non aveva mai preso una pausa così lunga dalla sua “bambina”!

Ci sono stati molti parti a Jacmel (Haiti)…  tutti meriterebbero un racconto, chi più chi meno, e tutti hanno lasciato in me qualcosa..ma quello che più di ogni altro io non dimenticherò è quello che mi accingo a raccontare per non perderne nel tempo i dettagli e perché altre donne, se vorranno, lo potranno ascoltare grazie a questo scritto.

Il parto della “pantera”

Lei è arrivata in tarda mattinata ad inizio di travaglio. Era scostante, incazzata, con abiti sporchi e decisamente malandata! Prendendo la sua scheda, che stranamente lessi tutta quanta (di solito non leggevo le schede nei loro dettagli), appresi che il marito la tradiva (nelle schede prenatali loro mettevano anche dettagli di vita personale GIUSTAMENTE! Da noi questo aspetto è completamente trascurato) .

Fin tanto che le contrazioni erano poco dolorose Lei camminava per il Dome lanciando qualche gridolino ma la situazione cominciò a “precipitare” quando il travaglio diventò attivo. Era già pomeriggio inoltrato e io mi trovavo in clinica con Emily, stranamente senza Clare con cui di solito facevo coppia.

Adesso ad ogni contrazione Lei cominciava a gridare e ad andare letteralmente fuori di testa! Gli occhi le si giravano e pronunciava frasi a me incomprensibili così, solo all’inizio, usufruii dell’aiuto della translator per capire cosa dicesse.  Era evidente che questa donna non versasse in condizioni serene..il suo corpo era pieno di cicatrici; ovunque sul corpo perfino sul viso, all’altezza della mandibola, aveva un buco come se un arnese appuntito le fosse stato infilato dentro.

Osservandola accuratamente ed entrando in contatto con Lei cominciai a provare una tenerezza infinita anche se non era semplice seguirla, starle dietro (voleva camminare, “marcher”).

Questa donna non so di preciso cosa abbia subito nella vita, e non credo fosse solo il tradimento del marito che la turbasse così, ma certamente non aveva ricevuto amore, accudimento e per questo ogni doglia era come se “mi dicesse” io non posso sopportare altro dolore !

Così cominciò la nostra “conoscenza” fatta di sguardi e di tanta dedizione da parte mia. Cominciai con il pulirla con le pezze umide, cambiarle il vestito con uno dei nostri parei e poi carezze..tante carezze e tante parole sussurrate al suo orecchio ogni volta che arrivava la contrazione e Lei se ne andava viaurlando e pronunciando quella frase che poi ho saputo fosse “io non ce la posso fare”!

Ormai non era più possibile lasciarci un attimo e si venne a creare tanta intensità fra noi 2 tant’è che  vedevo Emily cominciare ad osservarci con incuriosita … io la trattai come fosse Lei la bimba che stava per venire al mondo, la chiamavo “piccola mia” in italiano perché in questi momenti il linguaggio diventa universale e sono certa che Lei mi abbia compresa come io la capivo senza più bisogno che nessuno ci traducesse! Ho dovuto aspettare che si fidasse di me ma poi l’abbandono fu totale.

Ormai eravamo Io e Lei, strette in un abbraccio che gironzolavamo per il Dome (era sera e non era rimasta più nessuna mamma,  solo noi 3),  così ci potemmo permettere di utilizzare tutti gli spazi perché Lei non voleva assolutamente stare nella “stanza” che le avevamo assegnato all’inizio. Arrivava la contrazione e si accovacciava con me che la rassicuravo: “lo so, lo so che fa male..adesso passa piccola mia”, “respirer”…..

Ad un certo punto decise di stendersi per terra, evidentemente eravamo in piena fase espulsiva, ed Emily portò il faldone in mezzo alle sue e alle mie gambe. Arrivarono le sorelle ed il marito così io istintivamente feci come per lasciare il mio posto al marito appena entrato (mentre le sorelle le avevamo fatte sedere dietro la sua testa e le incitavamo a carezzarla)  ma Lei con un gesto che non lasciava dubbi alcuni  “mi disse” non ti muovere da dove sei  e mi abbracciò senza più mollarmi un istante!

Si ruppero le acque ed essendomi bagnata tutti i vestiti avevo l’esigenza di cambiarmi ..anche in questo frangente con Lei fu come ci fossimo parlate perché lasciò la presa del mio collo sicura che sarei tornata in pochissimo tempo, e così fu! Ormai spingevamo all’unisono e nel frattempo era anche arrivata Clare la quale, trovandoci in mezzo al Dome stese per terra, all’inizio rimase un attimo perplessa poi si fece anche lei trascinare da tutta quell’energia ormai creatasi. Alla fine del parto Clare disse sorridendo “partorire in mezzo alla clinica, perché no!”.

Il suo bambino nacque così, fra le mie e le sue gambe intrecciate, ed anche la placenta nacque li per terra; poi la trasportammo sul suo letto e dopo un po’ Lei mi fece segno di prendere il bambino perché non lo voleva vicino, non lo voleva attaccato al seno. L’utero era molto contratto per cui non era strettamente necessario che il bimbo succhiasse al seno per produrre altre contrazioni ma io desideravo che non si staccassero..che Lei  cominciasse a sentirlo un po’ di amore che da quel corpo martoriato poteva uscire verso l’esterno!

Solo che i morsi uterini ricominciavano a produrle quel tremore e quello stato di …. allontanamento  da se stessa che si era manifestato già al travaglio così ripresi a coccolarla, carezzarla … ormai sotto gli occhi stupiti dei parenti che affollavano la “stanza” la nostra speciale relazione amorosa non poteva che manifestarsi fisiologicamente!

Dopo qualche tempo (non ricordo quanto!) di carezze e parole sussurrate all’orecchio per tranquillizzarla le chiesi se era possibile riattaccare il bimbo al seno … Lei aprì gli occhi e mi disse di si! Questo SI fu per me una conquista enorme..una conquista per questa donna che riusciva finalmente a lasciarsi andare all’amore, a fidarsi un po’ della vita!

Mi allontanai per un po’ anche per “smaltire” tutte le emozioni fortissime accumulate in quelle ore ma ad un certo punto Lei mi chiamò perché voleva staccata la placenta dal bimbo (noi lasciamo la placenta attaccata al neonato fino a quando non sono  trascorse almeno 3 ore dal parto e comunque chiediamo sempre prima il permesso alla mamma che, se non lo ritiene ancora il momento, può dirci di attendere..anche fino all’indomani). Mi piaceva la sua determinazione, era una pantera dallo sguardo intenso! Bruciammo il cordone mentre Lei stava sempre con gli occhi chiusi. Il papà sembrava veramente felice per questa nascita come tutti gli altri parenti intorno a Lei.

Cercavo di capire le sue dinamiche familiari. Durante la fase espulsiva, ad esempio, una delle sorelle la colpì all’interno della coscia con uno schiaffo (questo gesto lo vidi fare spesso durante i parti, si vede che fa parte dei loro rituali..un pò come da noi si usa dire “spinga con rabbia!”) ma io la redarguii subito dicendo “No!! Carezze (prendendole la mano e posandola sul viso di Lei), baci bisou..”.

A questo punto la situazione era serena; le contrazioni ero riuscita a fargliele sopportare con la sola forza del mio Amore e quando il bimbo piangeva Lei lo attaccava al seno senza più allontanarlo..potevo andare a dormire per quella sera!

Tutta la strada verso la casa e per tutto il resto della serata il mio “essere” fu pervaso da un’onda amorosa così intensa che non c’erano parole per spiegarla, ne desideravo farlo..me ne beai e basta.

L’indomani mattina la trovai in uno dei letti disposti vicino “l’accettazione” del Dome (non lo sopportava proprio di stare chiusa nel “loculo”) e adesso mi sorrideva … nulla, dopo il primo sorriso di mia figlia, ha mai fatto aprire così tanto il mio cuore!! Ci siamo baciate, anche Lei baciava me, ed era fuori dubbio che fossimo diventate sorelle ormai! Unite per sempre da un profondo atto d’amore che Lei potrà sempre riportare alla mente tutte le volte che guarderà suo figlio:  è questa la vera nascita!”

Nasce “in braccio alla luna”

Un pezzetto di Domodama domani darà alla luce un nuovo bambino, si chiama In braccio alla Luna, un’associazione culturale ispirata all’elemento femminile in tutte le sue declinazioni esistenziali ed espressive, un luogo dove creatività ed accoglienza sono di casa. Vi aspettiamo per condividere con tutti quelli che ci vogliono bene questa nuova avventura, perché nascita, famiglia, infanzia, lavoro, impegno civico abbiano sempre un volto umano.

Per saperne di più:

https://inbraccioallaluna.wordpress.com/

 

 

Nasce “in braccio alla Luna”

Domenica 22 aprile dalle 17.30 in poi vi aspettiamo per un cocktail di benvenuto presso il locale Mozzica di piazza Unità d’Italia 15 (accanto all’ufficio postale), a Palermo.

L’associazione culturale “In braccio alla luna” è composta da professioniste e volontarie che offrono alle famiglie sostegno e aiuto durante la gravidanza, il parto, l’allattamento dei bambini e la prima infanzia e da professionisti e artisti che forniscono numerosi servizi rivolti ad adulti e bambini: corsi, consulenze anche on line, laboratori culturali e artigianali in uno spirito di “decrescita felice”. Valorizziamo la solidarietà, il rispetto delle diversità e delle minoranze, l’ecologia nel rispetto per l’ambiente, per l’affermazione di una società tollerante, non sessista, solidale e multietnica. L’Associazione si pone inoltre come luogo di scambio di tecniche e competenze atte a liberare lo stimolo creativo presente in ogni individuo e come contenitore di diverse esperienze, vedendo nell’artigianato non solo un metodo di lavoro ma anche uno stile di vita basato sullo scambio e sulla capacità di creare autonomamente i manufatti e gli oggetti che ci circondano e che creano la nostra quotidianità. Tutto ciò prenderà consistenza grazie anche ad attività rivolte alla promozione di eventi finalizzati alla raccolta fondi per creare veri e propri luoghi di ben-essere per le famiglie, come per esempio Case Maternità, Fattorie Didattiche, Villaggi Ecosostenibili, nella convinzione che “ci vuole un intero villaggio per allevare un bambino” (proverbio africano).

 

Programma degli eventi 2012:

Gli eventi sono destinati a donne di tutte le età, ai genitori e ad operatori del settore materno-infantile (ostetriche, educatori, psicologi dell’età evolutiva, psicomotricisti, pediatri, insegnanti A.I.M.I., consulenti di allattamento, doule e quanti si occupano della relazione mamma/bambino). Sono gratuiti per i soci dell’Associazione.

I.      11 – 13 maggio 2012

La Vera Nascita, workshop sull’assistenza ostetrica tradizionale al parto con Clare Loprinzi, Traditional Midwife, CPM, MCH

www.clareloprinzi.com

II.      26 giugno 2012

Noi siamo il nostro corpo, tavola rotonda sull’eco-femminismo con Marzia Bisognin, doula e autrice del libro “Volevo farela Fulgeri”

www.marziadoula.blogspot.com

III.      data da concordare

 

 

Alcune delle nostre attività:

Blessingday

Ambulatorio per la gravidanza fisiologica  che fornirà consulenza, accompagnamento per i nove mesi e al parto ovunque esso avvenga(se in struttura pubblica o privata)

Sostegno nel dopo parto e all’allattamento

Corso di accompagnamento alla nascita

Corso di canto per gestanti

Corso di massaggio infantile

Corsi di acquaticità per genitori e neonati

Corso di chitarra per ragazzi

Corso di chitarra per adulti

Corso di fotografia

Corso di pittura

Corso di decoupage

Corsi di musica per bambini

Laboratorio di pasta di sale

Laboratorio di taglio e cucito

Laboratorio di lettura ad alta voce

Laboratorio di scrittura autobiografica

Laboratorio teatrale

Laboratorio di piccola pasticceria domestica e torte decorate

Laboratorio di cucina creativa

Organizzazione di piccoli eventi

Animazione per feste di compleanno

Doposcuola

Baby sitting

Per confermare la vostra presenza all’inaugurazione mandate una mail a inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

La Vera Nascita

L’Associazione culturale In braccio alla Luna


È lieta di invitarvi a un evento di grande respiro per la Sicilia

La Vera Nascita,
workshop sull’assistenza ostetrica tradizionale al parto con Clare Loprinzi, Traditional Midwife, CPM, MCH
www.clareloprinzi.com

Questo workshop nasce con l’obiettivo di educare ed ispirare le donne e le ostetriche per condividere la sapienza e la bellezza della nascita, l’importanza di lasciare intatti i bambini, prendendoci cura di questo luogo chiamato Madre Terra.

-Venerdì 11 maggio 2012
I GRUPPO: LE DONNE h 9-13.
II GRUPPO: LE OSTETRICHE h 15-19:
-Sabato 12 maggio 2012
I GRUPPO: LE DONNE h 9-13.
II GRUPPO: LE OSTETRICHE h 15-19:
-Domenica 13 maggio
I e II GRUPPO: h 9-13

Argomenti in programma:
*Lavoro introduttivo col respiro/movimento per rinnovare le energie
*L’assistenza ostetrica tradizionale
*Breve proiezione sulla tecnica della bruciatura del cordone ombelicale
*Concetti di base caldo/freddo in relazione alla nascita (panni caldi, prevenzione del sanguinamento, quali tisane durante il parto…)
*Trattamenti dopo il parto (massaggi, moxa, erbe calde, esercizi quali e quando…)
*Accertamento della dilatazione senza esami interni (massaggio, cambiamento del bacino, cambiamento del movimento del bambino, sentire il bambino dentro le pelvi/addome
*Trasferire energia(trasformare il dolore e la paura della madre dandole in cambio forza e amore)
*Podalici e gemelli (discussione delle cose da sapere/prevenzione dei problemi)
*Lavoro con i parti lunghi (fare dormire la madre, darle da mangiare, stati emotivi…)
*Danza creativa per il parto/preghiere creative/visualizzazioni per ostetriche
*Cerimonia di preparazione al parto

Il workshop è rivolto ad un massimo di 20 partecipanti ed è destinato a donne di tutte le età, alle coppie e ad operatori del settore materno-infantile (ostetriche, educatori, insegnanti A.I.M.I., consulenti di allattamento, doule e quanti si occupano della relazione mamma/bambino).

Il parto naturale…
La vera questione sulla sicurezza non è se si vuole un parto piacevole a casa o un parto sicuro in ospedale. È “Vuoi partorire a casa e correre il rischio minuscolo di emergenza che potrebbe (ma non necessariamente sarebbe) essere gestito meglio in ospedale, o non si vuole partorire in ospedale e correre il rischio considerevolmente più alto di infezione, la certezza di ulteriore stress, e la quasi certezza di avere inutili interventi potenzialmente rischiosi?” GoerHenri

I membri del movimento parto in casa hanno scelto la loro forma alternativa di cura, non attraverso la comprensione scorretta dei principi medici, ma come risultato di un attivo e motivato disaccordo con essi. Bonnie O’Connor

contatti:e-mail: inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Per ricevere le newsletter ed essere informati sulle altre attività dell’associazione: https://inbraccioallaluna.wordpress.com/

Siamo anche su facebook alla pagina
https://www.facebook.com/groups/256331211123184/

A breve la locandina con il costo e il luogo!
Marika

Mother Health International è un’organizzazione non governativa dedicata a rispondere e dare sostegno alle donne incinte e bambini in zone di disastri e povertà estrema. Siamo impegnati a ridurre i tassi di mortalità materna e infantile, creando cliniche per la nascita sane sostenibili e olistiche che utilizzano il modello di assistenza ostetrica con una formazione culturalmente appropriata, per la salute e l’empowerment delle donne. Con ogni nascita sana c’è un vantaggio positivo per le comunità che serviamo e il mondo nel suo complesso. La nostra missione finale è quella di responsabilizzare e formare il personale locale della clinica, con parità di genere, per diventare i prestatori di assistenza per la loro comunità.

“Traditional Midwifery Model of Care Birth Center”,“Mother Health International” e “Earth Birth” hanno unito le loro organizzazioni non profit. L’intenzione di questa fusione è quella di espandere l’accesso al modello tradizionale di Ostetricia nei punti nascita. Attraverso la formazione di assistenti al parto tradizionali locali e delle ostetriche, il modello sostenibile di centro nascita diventa una risorsa educativa e modello di assistenza sia a livello locale e internazionale. Attualmente abbiamo due centri: Soley Lavi ad Haiti e Ot Nywal Me Kuc nel NordUganda. Ognuno di essi è un centro di nascita ad alto volume che fornisce assistenza alle donne delle zone del mondo dove la mortalità infantile e materna è la più alta. Clare Loprinzi, ostetrica tradizionale, CPM, Rachel Zaslow, ostetrica tradizionale, Olivia Kimball ostetrica tradizionale.

L’altra oltre il vetro.

Silenzio. Un brivido di freddo mi percorre le braccia seminude, richiudo le imposte e, col naso schiacciato contro il vetro, spazio con lo sguardo all’orizzonte: nel cielo le nuvole formano immagini strane, una montagna, un drago, un fiore, due cuori, sagome umane ed animali.
Cammino su un’isola scalfita, scolpita dai miei silenzi. Su questa lastra di vetro cospargo aliti della mia anima e riempio i miei avidi occhi di note, parole, poesie. Nella segreta geometria della scelta, la consapevolezza che per due punti si può tracciare una ed una sola retta. Ma tu che mi guardi dal vetro sei reale? O sei l’immagine di uno specchio? Guardo le mie mani per trovare un segno che mi faccia confutare il calore di una carezza sulla mia guancia: una mano grande l’accarezza ed asciuga le mie calde lacrime. Ciò che mi lega all’altra nello specchio non è definito, è evanescente, è come un etereo anello senza inizio e senza fine che mi permette di andare, di volare senza ali. Sto volando leggera sul porticciolo turistico della Cala e poi mi sveglio. Come una pura e dolce illusione, vissuta nel segreto e nella trepidazione, nei miei angoli più intimi, il mio sogno mi ha lasciato un ricordo allo stesso tempo tenero e dolorante. Un sentimento multiforme che non si può spiegare. Sensazione piacevole e strana.
Stamattina, come ogni mattina, mi sono svegliata nell’abbraccio caldo di mio marito e di mio figlio. Sensazione unica. Magia. Ma mi sento lo stesso incompleta, perché? Dov’è l’altra oltre il vetro? Evaporata come una stupida bugia blu che galleggia nell’aria? E intanto mi guardo riflessa nello specchio della mia umanità. Gli umani sono quella confusione dalla quale ci proteggiamo. Gli uomini dicono e fanno tutto e il contrario di tutto, persuasi che esista un ordine in questo caos. Ma è il caos la meraviglia.

Clare lo Prinzi a Palermo

Marzia e Clare, genesi di un ‘incontro’

Ho conosciuto Clare tramite fb circa 2 anni fa. Andavo sbirciando fra le pagine delle ostetriche quando mi sono imbattuta nella sua ed ho visto alcune immagini del luogo in cui vive, delle donne con cui ha lavorato e ne sono rimasta letteralmente rapita, innamorata! L’ho contattata subito con un’e-mail e le ho chiesto l’amicizia. La sua risposta, come sempre, non è tardata ad arrivare. È iniziata così una relazione epistolare fino a quando non mi ha comunicato che a giugno sarebbe venuta in Sicilia dopo un lungo work shop in Bulgaria e Grecia.

Io e Clare :

Sono molto emozionata quella mattina all’aeroporto di Palermo e faccio mille congetture sul suo aspetto fisico e su come ci potremo relazionare dal vivo. Ad un certo punto mi appare davanti una donna piccola, dal corpo minuto quasi di una bambina, con occhi azzurri e furbissimi! Mi dico “E’ lei! Chi altri …”

È bionda, con lunghissimi capelli e il suo corpo è pieno di tatuaggi. La pelle è scura nonostante il suo incarnato decisamente chiaro (si intuisce che vive molto all’aria aperta) e cominciamo a parlarci in uno stentato mio inglese ed un suo simpaticissimo “italiano-dialetto siculo”. Scopro così che il suo papà è originario di Trabia, un paesino sulla costa siciliana a qualche minuto da Palermo, e la sua mamma di origine irlandese. Parliamo della sua vita lavorativa alle Hawaii, dove vive con la famiglia (marito e tre figli avuti tutti in casa e in pochissime ore, questo è uno dei suoi tanti racconti che amo!) e del suo divulgare la cultura del parto in casa per il mondo. Mi racconta del suo work shop in Bulgaria appena conclusosi, fra le comunità degli zingari, e degli incontri con le famiglie della Grecia. È carica, è energia allo stato puro! Io non ci sono abituata ma ne resto rapita completamente! Le racconto la mia intenzione di lavorare con i parti a domicilio e che il parto di mia figlia è avvenuto in casa quando ancora non ero un’ostetrica e proprio grazie a quest’esperienza mi sono ritrovata a cambiare TUTTO nella mia vita perfino il lavoro, iscrivendomi all’Università a già 30 anni compiuti.

Lei mi chiede : “come hai detto che ti chiami? Marzia? Da dove viene questo nome?”

“immagino derivi da Marte, dio della guerra, anche se io non mi sento proprio una gran guerriera in realtà” le dico. Da questo momento in poi ricevo un nuovo battesimo perché Clare mi risponde “certo! Marzia, La Dea della guerra ma con il sorriso, perché tu sorridi sempre, ma dentro sei forte e devi esserlo per tutte le mamme che ti chiameranno e vorranno il tuo aiuto per un parto senza violenza!”

È così da allora! Io sono diventata senza saperlo, quanto meno non da subito, una Dea della guerra con il sorriso per andare incontro alle esigenze e richieste delle mamme in questo difficile e intricato mondo della nascita qui a Palermo (e in Sicilia in genere).

Trascorriamo pochi giorni insieme ma veramente intensi! Mi porta ad andare “oltre” le mie forti resistenze che sono “ce la farò a diventare ostetrica a domicilio? Ce la farò a lavorare da sola, visto che non intravedo colleghe disposte a farlo insieme a me?…” ad ogni dubbio la sua risposta è sempre: SI! CERTO! TU SEI FORTE! TU SEI UNA DEA CON IL SORRISO!

Per il suo arrivo qui a Palermo sono riuscita ad organizzare tramite e grazie alla mia amica Monica un incontro con alcune mamme e alcuni medici. Dopo questo impatto con la vulcanica Clare cambieranno molte cose sia nella mia vita professionale che in quella della mia amica Monica … veramente un effetto dirompente questa donna! J

Clare parla con enfasi e parla semplicemente ma la sua forza sta proprio in questa Semplicità perché è vera ogni sua singola parola: partorire è facile! La mamma conosce la strada migliore per il suo bambino ha solo

bisogno di sentirsi amata in quel momento e di stare in contatto con suo figlio. È facile! Così si partorisce! Non hai bisogno del medico, non hai bisogno delle macchine e delle droghe..hai bisogno della tua famiglia che si stringe intorno a te per farti aprire con amore! Hai bisogno dell’accompagnamento di una ostetrica o di un’altra donna che ti sostenga. That’s all! è facile! Non credere a chi ti dice il contrario!

Questa piccola e grandissima donna mi insegna a pregare la Madre Terra ogni volta che ci bagnamo nel suo mare e per questa ragione ogni volta lei intreccia una corona di fiori e foglie che poi lascerà andare nell’acqua, il nostro dono di ringraziamento! Mi insegna a credere con forza a quello che faccio perché non possono esistere vie di mezzo: o rispetti una donna durante il suo parto o non lo stai facendo ed è una tua scelta trovarti nelle condizioni migliori per te che l’assisti, per la mamma e il suo bambino! Parliamo delle violenze che a volte si compiono sulle donne che devono mettere al mondo un figlio, dell’uso dei farmaci (quando lei le chiama “droghe” ancora di più mi salta all’occhio l’assurdità del loro impiego durante la nascita!), della situazione in Sicilia … mi lascerà stracolma di vita!

A seguito di quest’incontro la seguirò qualche mese dopo ad Haiti per lavorare direttamente con lei per l’associazione MHI- Mother Health International – e da qui tutta la mia vita professionale prenderà completamente un’altra strada! È un cammino continuo, sempre in atto, ma inesorabile e radicale! Torno in Sicilia ed ho i miei primi 2 parti in casa quasi uno dietro l’altro e arrivano varie coppie che mi chiedono di poter essere seguite da un’ostetrica. Fra queste c’è perfino una donna pre-cesarizzata che ha preso consapevolezza di come sia stata ingannata alla sua prima gravidanza e adesso vuole seguire un cammino più rispettoso per se stessa e per la nuova vita che porta dentro!

Trascorro un primo anno dopo il mio primo incontro con Clare nel migliore dei modi ovvero lavorando sodo, imparando moltissimo da ogni diversa e importante esperienza e torno così, per il mio secondo anno consecutivo, ad Haiti per una nuova esperienza sempre in sua compagnia!

Ormai è lei la mia maestra, è lei la mia “compagna” in questo cammino PER le donne. La sua forza è grande e talvolta stordisce per il forte impatto che crea, soprattutto nelle persone che ancora hanno bisogno di trovare una direzione lavorativa, una vera strada da perseguire. Io credo proprio di averla contattata al momento giusto, quando ero già pronta per propormi alle famiglie, alle mamme e ai loro futuri figli. Ogni suo racconto mi ha sempre lasciato un insegnamento: dalle sue esperienze degli anni 70 nelle terre più martoriate del sud America come ad esempio il Guatemala, ai tanti parti assistiti solo ed esclusivamente in casa in questi suoi 30anni di attività. Questa donna mi ha insegnato la dedizione e l’amore assoluto al mio lavoro e quindi alle donne. Mi ha insegnato ad amare una donna in travaglio e a rispettarne ogni desiderio e bisogno; a lavarle dopo ogni parto quasi per togliere via la stanchezza e le ormai dimenticate pene dovute alle contrazioni. Mi ha insegnato il gioco insieme al rigore mentre lavoro e che la fatica non esiste mai quando devi assistere al compimento di una nuova vita!

Non so se le mie parole renderanno mai al meglio quello che è Clare Lo Prinzi, una mammana (come lei ama definirsi) che ha come missione quella di portare gioia e fiducia in ogni singola donna che incrocerà il suo cammino e che avrà il desiderio e la forza di voler credere in se stessa.

Una donna dalle caratteristiche così forti e dall’umanità così spiccata la si può anche non comprendere subito ma è comunque un “incontro” che a mio avviso va fatto almeno una volta nella vita.

Christine’s birth story from janice

The house is quiet. The music has stopped. For several days music has not been heard. Music used to be heard coming from the house at all hours of the day and night. Beginning around midday. One could hear two clarinets practicing the same song over and over again until each note was right. The sound of scales being practiced on a trumpet. A violin solo played. The trumpet and violin playing together. The distinct strumming of a banjo guitar. Turkish music wafting out from the laptop computer. Unless they were sleeping the music never stopped playing.
I awake to the sound of a new born baby crying. It is early morning still dark outside. I have fallen asleep wearing the same clothes from two days ago. The baby is crying harder now. I knock softly on the bedroom door. I think to myself, “What if his parents are so exhausted they don’t wake up and hear him crying?” I open the bedroom door. Raffe, my son-in-law is sitting on the bed holding a diaper. Dressed in animal print boxer shorts he looks more like a teenage adolescent than a twenty-nine year-old dad. My daughter Christine is lying next to the baby cleaning him with a baby wet wipe. They are both smiling. This is his fifth diaper change tonight. He always cries when he’s wet. I breathe a sigh of relief. They are natural born parents. I don’t need to worry. They ask me to pick out the baby’s first outift and dress him. He is still wrapped in the soft baby towel placed around him right after his birth. I pick out of soft white cotton nighty with a yellow duck embroidered on the front. My first grandchild. Luciano Ronaldo de Pierro Cataldo. My prayers have been answered. I am a grandmother.
Christine and Raffe met playing music. They were both traveling with an avant-guard group of musicians called “the Cyclown Circus”. The band played dixieland jazz music and performed various circus acts. Christine walked the tightrope while playing the trumpet. Raffe played violin. Christine showed him how to walk the tightrope. They fell in love traveling in Indonesia, playing music and performing circus acts they paid their way traveling the world. Malaysia, Singapore, Indonesia, Thailand, Bali, China, Denmark, Berlin, Russia, Ukraine, Lithuania, Turkey, Italy, Belgium, France, England, Scotland, Greece, Slovenia, Austria, Switzerland. They traveled as much as possible on tall bicycles. Each bicycle was customized and decorated individually. Christine traveled with her black labrador dog Dimitri, pulling him in a child’s bicycle cart behind her bicycle. Faithfully keeping in touch through e-mails, postcards and an 800 number her father provided- she shared her travels.
A year ago Valentine’s day, Raffe and Christine were married. The wedding took place in the Pennsylvania countryside. They rented a three-hundred-year old restored farm house. Their friends in the band played. There was a fabulous Italian food cooked and prepared by Raffe’s father and Uncle Bob. Wines, cheese, wonderful pastries made by the uncle. A red velvet wedding cake (also baked by the Uncle) was cut and served. Kyla, their talented friend made life-size puppets of Raffe and Christine. Re-enacting the story of their meeting and falling in love, during the reception. So funny! Christine so beautiful in her like-new wedding dress purchased for thirty dollars at the Goodwill second-hand store. Raffe so touching as he said his own wedding vows. Christine composed music, played guitar and sang her vows to Raffe. Music played dancing and celebration lasting into the night. So much joy and love.
“Mom, I am pregnant!” Christine was calling home with the news from Berlin, Germany. The band had developed a following in Berlin. Playing in clubs booked over the computer, recording and selling CD’s at shows, Christine and Raffe were making Berlin home. We want to travel to Italy, perhaps Sicily,where its warm in winter to have the baby. The Italian government is offering dual citizenship to American US-Italians who can provide documentation that their grandparents immigrated from Italy. Christine and Raffe had been spending hours on the computer researching the records from Ellis Island. Christine found the records of her great-grandfather’s family and the listing of the ship they traveled on to the U.S. She sent a copy to her father for his birthday. Christine traveled with Raffe to the small town in Italy where the grandparents immigrated from- “Cappaccio”. She obtained copies of the town records of every family member born there. Raffe’s father had also been researching his family’s Italian roots. He was interested in Raffe obtaining dual citizenship. He retained a lawyer to help speed up the process. Raffe now has dual citizenship. They can reside in Europe or the U.S. They are now busy getting the baby his own U.S. passport. A full circle has been completed with Luciano’s birth.
“Mom, I am planning on having the baby at home in Italy. Instead of a doctor I want to have a midwife. Okay, I will travel to Italy to be there for the baby’s birth. I don’t want to miss the birth of my first grandchild. I watch video’s of home births on the computer Christine sends me. Christine wants me to be open and positive at all times concerning home births. Silently, I think of making sure I have the emergency number one calls in Italy just for backup. I say a prayer daily for Christine and the baby.
Three weeks I have been in Italy awaiting the baby’s birth. I am not interested in touring or exploring Sicily, I just care about Christine and the coming baby. We unpack the full suitcase of newborn baby clothes I brought from the States. We organize the baby clothes in the wardrobe. All is ready. The birthing room has an inflatable child’s swimming pool that holds enough water to be about three feet deep. It will be filled with warm water from the two small water heaters from the two apartments we have been renting. Raffe has run plastic tubing from my upstairs apartment’s hot water tank, thru the window to the apartment below. A practice run was a success. I meet the midwife “Marzia”. She is so warm and lovely. Like a second mother to Christine and Raffe, helping them find the apartment they now rent and move from the cold house they previously rented up the mountain. It is warmer here and there is a town where one can walk to everything. The beach is five minutes away. I am cold because I am used to central heat. Layered clothing and wool sweaters are the secret in winter here. On sunny days we go to the beach and sit in the warm, wonderful sun. Marzia comes with us and gives Christine a massage. We listen to the baby’s heartbeat. Fast like a humming bird’s! Christine has put up pictures of friends an family in the birthing room. There is a list of affirmations to say while in labor. Flower’s and candles are placed in the room. Christine writes a list of what Raffe and I are to do when her labor pain’s begin. She ends with the words written in larger letters, “stay calm, and don’t panic!”. Ice cubes are in the small freezer for her to bite when she has pain. A hot water bottle for her back pain.
On March fifteenth towards mid-afternoon, I go to check on Christine. She has stayed in bed today not feeling her best. Kyla, her friend left yesterday after visiting for two weeks, hoping to be here for the baby’s birth. One day later, Christine’s labor pains begin. Her contractions are now seven minutes apart. Raffe asks for my expensive new cell phone to call the midwife. The cell phone suddenly has no reception. Thankfully, Raffe has two different cell phones that are working. Marzia is an hour’s drive away by car. Raffe begins to fill the pool after another hour has passed. It is now eleven at night when Marzia arrives. She greets us with kisses and hugs. She checks Christine, takes her blood pressure. Everything is good. The pool has filled. Raffe covers it with a plastic cover to keep the water warm. Music plays softly on the laptop. The lights are dimmed, the candles lit. The room is peaceful. Christine’s contractions are becoming stronger, more painful. Marzia explains that a womans uterus is like a flower with closed petals, each contraction opens the flowers petals, expands and opening the birth canal so the baby can pass through.
Christine is now on the bathroom floor. She went to use the bathroom. Her contractions became so painful and strong, Marzia placed a mat down with towels for her to lie on. Raffe gently strokes her face, and reassures her. Marzia is beside her holding her hand. I am standing inside near the bathroom door. Now we are all in the bathroom. I look at my daughter Christine. She is so beautiful, so brave to face such pain without choosing to have any drugs to relieve the pain. She wants her baby to have a natural birth without risk from any medications. Her natural beauty shines through, even in such pain. Her dark eyes are intense. Her skin flwless. Her high cheekbones and beautiful face flushed. Her long black hair frames her face and her lovely Julia Roberts smile. I remember her birth. She was born a perfect baby. She came so fast we barely made it to the hospital. I must have had pain medication. I would not forget the intense pain like she is having now. The contraction is over and we walk her to the birthing room. She collapses into the the birthing pools warm water. The affirmations are playing on the computer. “I am in charge of my body”, etc etc. They don’t mention the intense pain that takes one’s breath away. We turn it off and play soft music. The candles are slowly melting. It has been six hours of intense hard labor. Christine is exhausted and says she doesn’t think she can take much more. She is now on her knees in the birthing pool, her arms clinging to the side of the pool. Marzia is gently telling her she has felt the babies head an inch away from the opening of the birth canal. I look up at the window and notice dawn is breaking. The long night is over. Raffe comforts and holds her. He has been right by her side every minute. Bringing her ice, her hot water bottle, stroking her hair, caressing her face. He is so patient, loving and supportive. Our daughter has found the prefect husband. Christine says she think the baby may be too big to come out. When suddenly, out he floats into the birthing pool! Just like a little fish. His little head just above the water. Christine picks up her baby and holds him in her arms. We are laughing, and crying with awe, amazement and joy! He gives a little cry. Christine is holding her and Raffe’s baby. Peace fills my heart. I am a grandmother. I give thanks to God for our beautiful baby grandson.
Christine and Raffe have spent every waking moment tending to the baby Luciano. Christine is breastfeeding him. Between feedings he is pooping. They know the color and kind of poop and it’s proper name, “Meconium” -pooped right after birth. They read the baby book aloud to eachother and look up additional information on the internet. Instead of music theory and songwriting, they are comparing which brand of diaper works best. They are taking baby pictures and sending them off to family and friends over the Internet. When the baby sleeps, they sleep. Raffe has lost his appetite and forgets to eat. Usually he needs to eat every few hours with his high metabolism. Raffe says he feels like he is recovering from a huge hangover. I watched him falling asleep over his corn flakes the other morning. The baby is following in his parents footsteps and keeps musician- night hours. Days he breast feeds and sleeps peacefully. Nights he is more awake and active. Every night I hand wash the tiny baby clothes used that day. I hang them to dry on the small clothesline off the balcony in the morning sun. Soon Raffe’s parents, Lou and Myra will be here for a two week visit. Ron, my husband, Christine’s dad, will arrive for a weeks visit. He had stayed behind in the U.S. To take care of business and to pay the bills and expenses of our trip to Sicily. Christine is her daddy’s girl, even as a new mother. They have a strong bond. He has always been there for our family and Christine. Our son Christopher, his wife Cheryl will also be here. We will celebrate Luciano’s birth with a big Italian meal together. Then I will have to say goodbye until a visit home at Christmas.
Once again the sounds of music are coming from the house. A friend of Christine and Raffe’s- “Michaelangelo”, has come for a visit. He is from Naples. He is young, around twenty, so polite and quiet. He is taking violin lessons from Raffe. They practice throughout the day. The baby has become used to hearing music played so it does not disturb him. Raffe and Christine played music throughout her pregnancy. Raffe is eating again. Michaelangelo cooks simple, tasty pasta dishes. He goes to the market daily and buys the few ingredients for the day’s meals. Lunch is served around one when siesta begins. Everything closes for siesta from one until four or four-thirty everyday. All stores, offices, and businesses close. Everyone heads home for siesta. They re-open from four until about eight. Dinner is served around nine in the evening. There are no all night or twenty-four hours stores or fast food places. Nothing stays oven seven days a week.
Michaelangelo has come bearing gifts. A specialty from Napoli, “Baba”- a cake soaked in liquor, a favorite of Christine and Raffe’s. Michaelangelo has also brought the most special gift of all, a child size violin for little Luciano. Yes, there is music being played once again. The sounds fill the air. May is always be so.