Balli di pancia per donne di pancia

Immagine

 

Musica, movimento e condivisione in riva al mare

Che siamo mamme, zie, nonne, sorelle, donne senza figli… concediamoci questa festa con la musica folk di Simona Ferrigno e Antonella Romana per celebrare e benedire la vita e la vitalità che cresce dentro le nostre pance!

Immagine

Prenotate la vostra partecipazione perché stiamo preparando dei piccoli cadeaux per ognuna di noi!

19 luglio 2013, Isola delle Femmine, h 19

Contatti e prenotazioni 3389799490 inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Clampaggio precoce o ritardato del funicolo?

cordone

L’altro giorno stavo parlando con una donna in gravidanza come me che mi raccontava com’era andata la sua prima visita dal ginecologo che ha scelto per accompagnarla prima e durante il parto. Appariva entusiasta perché il medico le ha dedicato ben due ore del suo tempo, fugando o cercando di fugare ogni dubbio circa l’iter da seguire nei nove mesi: dai consigli sull’alimentazione agli esami raccomandati, dal numero di visite ed ecografie consigliate ad eventuali test diagnostici prenatali più approfonditi, fino al protocollo ospedaliero della struttura con la quale tale professionista collabora e li seguirebbe nel parto. In quest’ospedale è prassi a 41 settimane e 3 giorni procedere all’induzione del parto, anche se le gravide non presentano invecchiamento di placenta o altri fattori di rischio, inoltre usano clampare immediatamente il cordone ombelicale. Su entrambe le pratiche il ginecologo ha fornito rassicurazioni sia in merito alla sicurezza che alla giustificabilità in termini medici, pertanto la mamma in questione mi chiedeva cosa ne pensassi io, da mamma a mamma, in base alla mia esperienza di mamma alla pari a conoscenza anche di altre strutture presenti sul territorio, dove invece non vigono questi protocolli, soprattutto perché mi aveva sentito parlare altre volte di possibile pericolosità delle induzioni di parto e del clampaggio immediato del cordone. Mi ha fatto riflettere che il ginecologo, alla richiesta di tagliare il cordone solo dopo la nascita della placenta ha risposto così:.

“A voi che cosa cambia se tagliamo il cordone subito o dopo un po’? non c’è nessuna utilità nell’aspettare prima di procedere col taglio, perché tanto, dopo la nascita, continuano a passare al bambino soltanto 20 cc di sangue, non di più!”

Devo confessare che l’espressione che ho fatto ricevuta questa informazione non è stata delle più diplomatiche ma non mi sono potuta trattenere dal rispondere in maniera molto diretta:

“Se anche fosse vero che attraverso il funicolo dopo il parto passano soltanto 20 cc di sangue, non va trascurato che si tratta di sangue ricchissimo di cellule staminali, ferro, nutrienti e fattori antitumorali di prima qualità che in un corpo di tre kg o poco più possono fare davvero la differenza, e che quindi, contrariamente a quello che vi ha detto il vostro ginecologo, potrebbe cambiare qualcosa, eccome. Ad esempio, i bambini ai quali viene tagliato il cordone ombelicale  solo dopo che ha smesso di pulsare, hanno livelli di ferro più alti per tutto il primo anno di vita rispetto a quelli nati con il clampaggio precoce e quindi rischiano di meno di soffrire di anemia. Fermo restando che voi, in regime di consenso informato, potete fare tutte le richieste che volete e che la struttura deve adeguarvisi per principio, anche se per loro si tratta di una pratica priva di utilità.”

Le evidenze scientifiche attuali tra l’altro dimostrano che il taglio ritardato del cordone ha molteplici benefici, come è spiegato bene in questo articolo di Ibu Robin Lim che vi invito a leggere. Si tratta di uno studio che fa riferimento a tutta la letteratura scientifica più aggiornata pubblicato da Il melograno grazie alla collaborazione di Ivana Arena e Sara Campelli, dal quale traggo questo breve passaggio:

I genitori che aspettano hanno il diritto e la responsabilità di assicurare ai loro bambini di poter goder di una vita ottimale. Lasciare il cordone intatto, senza amputarlo, senza clamparlo e senza tagliarlo prima di essere certi che il tuo/a bambino/a abbia ricevuto l’intera scorta del suo sangue è essenziale per raggiungere un ottimo benessere fisico e mentale.

 

La ricerca ha chiaramente dimostrato che il clampaggio e la recisione precoce del cordone ombelicale causa dei danni alla nascita, mentre il clampaggio tardivo o il mancato clampaggio e taglio ha molteplici benefici. Gli ospedali sono ormai da considerarsi delle aziende, di conseguenza devono assecondare le richieste dell’utenza. Se stai pianificando un parto in ospedale, insisti sul tuo diritto di scegliere il meglio per la salute del tuo bambino.

 

Pianificare una nascita a casa o in un centro nascite assistita dall’ostetrica facilita la scelta di non tagliare immediatamente il cordone ombelicale. La maggior parte delle ostetriche crede nella, e pratica, la nascita dolce. Tagliare il cordone ombelicale è una manovra violenta. E’ una procedura sterile, perché intrinsecamente pericolosa! Perché permettere agli operatori sanitari, che si presuppone debbano tutelare la salute, di sabotare la salute del tuo neonato?

Fonte:

http://www.melograno.org/sito/documenti/d00000000000054.pdf

In braccio alla Luna incontra le Onde Onlus

Oggi pomeriggio alle 18,30 la nostra associazione incontrerà il centro antiviolenza di Palermo Le Onde per discutere insieme di Violenza di genere nel percorso nascita.

Porteremo la nostra esperienza con le donne nel post parto che ci contattano perché hanno difficoltà ad allattare o provano dei sentimenti conflittuali che non riescono a legittimare neanche nei confronti di se stesse, pervase da uno strano senso di vuoto e sconforto che non è vero che sia poi così fisiologico e normale, perché se il bambino è nato, è sano ed “è andato tutto bene”, cosa c’è che non va? Davvero noi donne siamo esseri così capricciosi?

Lo sguardo liquido e silente di queste donne che ho incontrato alle Balate e con In braccio alla Luna, spesso tradisce il dolore di una femminilità ferita e svilita ed un potenziale energetico che irrancidisce lentamente se non c’è nessuno che riesce a guardarlo, riconoscerlo, percepirlo, sentirlo, dando voce al corpo e non solo a quello che si pensa.

Molte di tante depressioni, di tanti mancati allattamenti, sensi di insicurezza e inadeguatezza sono riconducibili a quel fenomeno definibile come Violenza Ostetrica…

Anche una frase svalutante come “la smetta di urlare che mi spaventa le altre” è violenza di genere.

Anche la separazione del neonato dalla madre è violenza.

Le episiotomie, le kristeller, i cesarei superflui, scegliere al posto della donna, il mancato ascolto dei suoi bisogni sono violenza.

Queste forme di violenza sono accettate in nome di una falsa sicurezza. Ci patronizzano in quanto donne  e perché hanno studiato su testi scritti da persone che esercitavano l’ostetricia un secolo fa, quando le donne venivano legate ai letti per partorire, quando non si conosceva nulla del piacere femminile e si curavano le isteriche con le asportazioni chirurgiche dell’utero… quando le donne non avevano neppure diritto di voto.

Dobbiamo spiegare ai medici e alle donne con l’aiuto dei nostri partner, che non siamo di proprietà dell’ospedale né tanto meno dei contenitori su cui effettuare procedure a loro piacimento.

Incontriamo le Onde perché vorremmo creare una rete virtuosa per fare prevenzione della violenza sulle donne, specialmente quando danno alla luce.

Noi come singole mamme alla pari e come ostetriche, non possiamo prenderci carico del dolore delle donne senza gli strumenti necessari, ma come Associazione possiamo fare rete con chi di violenza sulle donne si occupa già per progettare insieme un piano di interventi comune.

Speriamo di seminare bene anche stavolta…

Alla prossima!

“Dov’è la mia ostetrica?” il giorno dopo

976211_527282443975192_887367216_oEcco a chi non è potuto venire, le nostre impressioni relative all’incontro di ieri, prima quelle “di pancia” Marzia e poi le mie:

– Muovevo ogni passo ieri verso l’Associazione pensando “chissà anche questa volta cosa troverò” perché a me l’ambiente ostetrico non sempre rassicura, per la verità, e questa volta si trattava di incontrarci tutte/ti insieme in un “luogo” dove mostrarci, per quello che realmente siamo, alle donne che chiedono “dov’è la mia ostetrica?”

Ebbene ieri per la prima volta ho trovato un “luogo” dove donne ed ostetriche/ci finalmente si sono potuto incontrare veramente, dove non mi sono sentita sola quale ostetrica “mosca bianca” che parla di ascolto amoroso verso la mamma e il suo bambino, dove ho sentito autenticità e non le solite belle parole sempre ben dette e quasi mai ben messe in pratica. Ho incontrato persone che si mettono in gioco con tutto il loro impegno e passione e non parlo solo delle ostetriche bensì anche di chi, come Marika ad esempio, da anni lavora in maniera costante e “sotterranea” per creare rete, contatto, ponti fondamentali fra donne e figure professionali sul territorio.

L’unico rammarico, da ostetrica e da donna palermitana, è aver assistito all’ennesimo vuoto da parte del Collegio degli Ostetrici che non ha preso in considerazione un evento così ben pensato e realizzato!

Buon lavoro a tutti noi in ogni caso – grazie ancora Marzia Floridia

circle_of_friends_gift

-L’incontro “Dov’è la mia ostetrica”, promosso per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, aveva il fine di conoscere meglio le ostetriche che lavorano nelle strutture pubbliche di Palermo, guardarci in faccia e scambiarci esperienze inevitabilmente diverse. Ci proponevamo di trovare un terreno di confronto e di incontro comune e individuare un percorso, o come ha suggerito Antonella Monastra – la cui presenza calorosa, in qualità di ginecologa, di consigliera comunale e di donna per le donne, è per noi sempre motivo di grande gioia – una piattaforma, al fine di tessere una rete salda tra noi.

Eravamo tutte emozionate, piene di aspettative ed entusiasmo. Tra di noi anche una docente ostetrica e una tirocinante, con tanta voglia di proporre iniziative concrete. C’era anche un ostetrico fra noi, Salvo, una vecchia guardia, la cui esperienza pluridecennale è stata preziosa e illuminante. Ci eravamo prefisse uno scopo preciso: indagare quali sono le relazioni esistenti tra le ostetriche e le altre figure che operano nel percorso perinatale, attivarci per intessere rapporti fecondi di collaborazione con le strutture sanitarie e universitarie e garantire nei fatti la continuità assistenziale, progettare una piattaforma che funga da connettore tra la nostra associazione e le ostetriche che operano singolarmente, trovare un linguaggio comune ed efficace per fare cultura della nascita tra le giovani donne. Quello di ieri è stato un incontro preliminare, in cui è bastato guardarci in faccia per mostrare che vogliamo “esserci”. Ci siamo confrontati su un terreno comune difficile da dissodare ma a tratti anche molto fertile. Abbiamo sparso piccoli semi, ora dobbiamo iniziare a prendercene cura. Il passo successivo sarà divulgare il testo della petizione per il rimborso del parto a domicilio e raccogliere le firme con vere e proprie campagne informative. Avere due piccole rappresentanze di due strutture pubbliche cittadine, il Policlinico e l’Ingrassia, ci ha dato il coraggio di provarci. Crediamo infatti che recuperare la dimensione intima, affettiva, spirituale e personale dell’atto di dare alla luce sia ormai una esigenza ineludibile anche per una realtà come Palermo, sempre diffidente verso ogni vento di cambiamento. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno voluto esserci. Non finisce qui, ci vediamo alla prossima!

Marika Gallo, in braccio alla Luna

“Dov’è la mia ostetrica?”

976211_527282443975192_887367216_o

L’associazione culturale In braccio alla luna, per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, Vi invita al dibattito “Dov’è la mia ostetrica?”. L’evento si svolgerà presso la sede di Libera contro tutte le mafie di piazza Castelnuovo, giovedì 13 giugno 2013 alle 16,30 ed è promosso per capire sul nostro territorio quali e quante ostetriche sono disposte a intraprendere un percorso di libera professione o in convenzione col SSN rivolto ad accompagnare le donne che preferiscono il parto in casa. A partire dal dibattito iniziato il 18 gennaio con l’incontro “Libere di scegliere come e dove partorire”, seguito alla proiezione del documentario Freedom for Birth sul caso Ternovsky contro l’Ungheria, anche in questa occasione ci interrogheremo sulla tutela del diritto all’intimità, al rispetto e alla salute durante la nascita.
L’imposizione autoritativa di un unico modello di parto e l’assenza di fatto di assistenza alternativa a quella ospedaliera, determina una intollerabile forma di ingerenza dello Stato nella vita privata della donna e la depaupera del proprio diritto di autodeterminarsi nella più intima e personale delle situazioni: la nascita di un figlio.
Con una pronuncia che è destinata ad avere effetti dirompenti anche in Italia, la Corte Europea dei Diritti Umani ha chiarito che la scelta circa le modalità del parto è prerogativa esclusiva della donna ed ha affermato che detta scelta è un diritto sociale, di cui lo Stato deve farsi garante mediante i più opportuni interventi normativi e assistenziali.In braccio alla luna nasce con lo scopo di condividere la bellezza di una nascita indisturbata, di forme di accudimento materno e paterno basati sull’empatia, sul contatto e sui valori ispirati alla “decrescita felice”. Pertanto, si occupa di sensibilizzare le coppie su queste tematiche, si offre come laboratorio dove concretamente vengono attuate queste idee, getta ponti con le istituzioni affinché le risorse umane ed economiche attualmente in campo vengano destinate a progetti di questo tipo, creando una rete con le altre associazioni che condividono gli stessi scopi in una sorta di assemblea permanente. Composta da un cerchio di donne e madri riunite attorno alla rappresentante dell’Associazione, Marika Gallo, mamma alla pari in allattamento al seno e attivista sociale, organizza incontri da donna a mamma e con esperti e momenti formativi con esperti di fama nazionale e internazionale rivolti a chiunque voglia operare nel sostegno della genitorialità naturale, nella tutela delle tradizioni locali e nello scambio interculturale.
Contatti
inbraccioallaluna.palermo@gmail.com – www.inbraccioallaluna.wordpress.com – 3389799490
Pagina Facebook In braccio alla Luna

Tutto parla di te. Una riflessione sulla maternità raccontata da Alina Marazzi

Tutto parla di te è il nuovo lavoro della regista Alina Marazzi. 80 minuti per una intensa e poliedrica narrazione dell’essere madre, dell’essere donna, dell’essere figlie e di un intreccio possibile, tra luci ed ombre, cucendo parole spezzate.

bianco e nero

Pauline – Charlotte Rampling – è una ricercatrice, un’etologa tornata a Torino dopo anni all’estero per uno studio sulla maternità umana. Con il suo incedere lieve e silenzioso ed il suo sguardo ricettivo, entriamo in punta di piedi nella Casa Maternità, un luogo di aiuto ma, soprattutto, di connessione per le madri. Ad accoglierla sarà Angela (Maria Grazia Mandruzzato) che da anni si occupa del centro, incontrando quotidianamente quel cerchio di madri che diventerà per Pauline spazio per costruire un sapere incarnato, lasciandosi toccare fin nell’intimo di una memoria tragica di figlia. L’incontro chiave sarà quello con Emma (Elena Radonicich) giovane ballerina che affronta una maternità spiazzante. La nascita di suo figlio ha sfilacciato il suo senso di sé precedente fin quasi a bucarlo: “quando lui piange. io il più delle volte piango con lui” – racconta Emma a Pauline – “questo essere umano per tutta la vita dipenderà da me e per tutta la vita avrò questa responsabilità. A volte mi guarda con gli occhi fissi e sembra quasi rimproverarmi.. è così fragile. Non ce la faccio più”. Lo raccontano le sue parole, lo dice il suo sguardo sbiadito, lo ribadisce la sua irritazione a fior di pelle: si sente costretta a stazionare sull’orlo di un baratro, davanti al quale non riesce neppure a lasciarsi cadere. La forza di gravità che la sorregge è la prospettiva del senso di colpa, farmaco pericoloso che può repentinamente rivelarsi veleno e spinta verso quello stesso strapiombo. In un gioco di rispecchiamenti, Pauline ri-conosce quel veleno: appartiene al suo passato di figlia di una madre disperata degli anni 50 che ha conosciuto lo stesso dolore cavo che ora abita lo sguardo svuotato di Emma. Ed in questo ri-conoscimento, Pauline troverà l’unica via d’accesso ad una sofferenza che la chiama in causa: “Ho capito che posso aiutarti solo raccontandoti di me e di quello che sono stata in questi anni” dirà ad Emma. Alina Marazzi dà corpo alla complessità dei sentimenti legati alla maternità integrando la fiction con una varietà di linguaggi diversi: la fotografia, i vecchi filmini in super 8, l’animazione, i filmati d’archivio degli anni 20 e le video-interviste a madri di oggi che raccontano la loro esperienza reale e che, in dialogo con la finzione, diventano le testimonianze studiate dal personaggio di Charlotte Rampling. Di grande suggestione la scelta di introdurre nella pellicola opere pittoriche che appaiono come proiettate sui muri degli interni, tra una scena e l’altra. Sono immagini di grande risonanza: corpi sfuocati di donne senza volto, danzatrici i cui movimenti sembrano interrotti e pietrificati dentro a pareti domestiche. La dimensione della casa/prigione ritorna con grande potenza evocativa in una bellissima sequenza in stop motion in cui i pupazzi di una (Ibseniana) casa di bambole ritrovata da Pauline, si animano e drammatizzano la tragedia consumatasi durante la sua infanzia. Tra le video-testimonianze combinate alla cornice della finzione, c’è un’intervista a Maria Patrizio, oggi ricoverata a Castiglione delle Stiviere – nell’unico ospedale giudiziario femminile d’Italia – per aver ucciso il proprio figlio nel Maggio del 2005. All’epoca di lei e del suo gesto estremo si disse, tra molte altre cose, che la maternità aveva probabilmente mandato in frantumi le sue aspirazioni ad entrare nel mondo delle spettacolo.

Ecco uno stralcio di un articolo di Repubblica che la descrive:

Figlia unica di una famiglia di operai, bella biondina, dai grandi occhi scuri, fisico minuto ma interessante, prima di sposarsi aveva avuto anche qualche ambizione nel mondo dello spettacolo”. (Repubblica, 1 Giugno 2005)

Una descrizione velatamente giudicante che – forse non a caso – sembrerebbe attagliarsi anche alla protagonista di Tutto parla di te. Ma Alina Marazzi interroga l’equivoco e, attraverso una prospettiva storica, racconta di una sofferenza materna che non ha a che fare con la rottura dei sogni patinati dell’individualismo contemporaneo, ma con la solitudine radicale delle madri di questa come di altre epoche spesso erroneamente mitizzate. La solitudine di cui Alina Marazzi ci racconta è quella di donne che si confrontano con un intero “villaggio” in cui tutto parla di lui (del figlio), mentre poco o nulla parla di lei – la donna, la compagna, la figlia diventata anche madre – nella sua complessità identitaria. Un parlare, questo, che svilisce la madre quanto i figli, quei figli che invece “sono molto più forti di quello che noi crediamo” come dirà Pauline ad Emma. Un parlare che dipinge i bambini come complicati elettrodomestici da programmare con tanto di astrusi manuali d’uso, restituendo alle loro madri immagini di piccoli Dei di vetro incapaci di insegnare loro alcunché e, pertanto, indegni di fiducia e d’ascolto.

Bambini così pensati, non potranno che sancire l’inadeguatezza materna. Tra le molte donne (madri, suocere, sorelle, zie) che attorniavano un tempo la scena del parto insegnando come allevare figli per la nazione o come diventare mamme felici di bimbi sani e paffuti, così come nella folla asettica degli scenari attuali della nascita, sembra esserci posto solo per un discorso sulla madre e su ciò che deve fare ed essere per il bene del figlio e per non nuocere al villaggio, rurale o globale che sia. Al crocevia della nascita, un’identità che potrebbe espandersi ed integrare, incontra messaggi ambigui di scissione tra l’essere madre e l’essere donna, insieme a soverchianti domande di performance, oggi come allora.

Nel film incontriamo pochissimi uomini periferici e disorientati ai quali pare perfino necessario ricordare che “la maternità non è un handicap”, ma tra le righe il film parla anche di loro: della loroassenza o lontananza, dei loro tentativi blandi di esserci, del loro sguardo. Alina Marazzi dice poco di loro, in qualche modo interroga anche gli uomini, ma non ne immagina al loro posto una risposta e concepisce un film che nei confronti del maschile rimane domanda in attesa di risposta, rilanciando la parola.

Nel film di Alina Marazzi ho rivisto donne che ho conosciuto ed ho incrociato uno sguardo prezioso, quello di Pauline: uno sguardo permeabile, fatto di un silenzio paziente che fa posto, permettendo ad un’Altra di condividere un’esperienza di sé che inevitabilmente ci tocca e chiama in causa il nostro essere donne e figlie, anche quando non siamo madri. Alina Marazzi ha raccontato di donne che trovano la strada per ri-conoscersi e con il suo stile complesso – ma mai complicato – ha parlato dell’unica possibile chiave d’accesso al dolore di un’altra donna: quella che apre ad una conoscenza a partire da sé e ci fa togliere le scarpe sulla soglia dell’esperienza dell’Altra.

Luisa Bonura

Trailer – Tutto parla di te

Tutto-parla-di-te_main_image_object

 

Ho un’oliva nella pancia

foto

Ho un’oliva nella pancia…

Nascerà tra fine ottobre e i primi di novembre e siamo in attesa festosa.

So quando io e il suo papà l’abbiamo concepita, e quando si è annidata, poco più di una settimana dopo, ho avvertito un inequivocabile crampetto alla pancia. Da quel momento mi è iniziata una sospetta nausea al caffè e mi ha fatto l’occhiolino una strana sonnolenza. Questo, come quello di Pollicino, è stato un concepimento consapevole. Solo che mentre la prima gravidanza era inquinata dalla paura che io avessi qualcosa che non funzionasse bene in me, che poi mi ha portato ad una medicalizzazione esagerata, stavolta mi sento più libera da paure inutili.

Sì, già sapevo tutto, ma dopo quattro giorni di ritardo, ho voluto fare comunque il test e, approfittando di un appuntamento fissato il mese scorso dalla ginecologa per il solito check up che faccio ogni due anni, ho voluto vederla dentro a un monitor per sentirmi più sicura che “non fosse solo aria”. È proprio vero che l’ecografia è una specie di droga pesante dalla quale è difficile disintossicarsi, soprattutto quando hai già avuto due concepimenti non proseguiti oltre le sei settimane e temi che possa capitarti di nuovo.

Questa piccola oliva che cresce e pulsa nella pancia è frutto del desiderio mio, del suo papà e del suo fratellino maggiore che mi chiedeva da tempo una sorellina o un fratellino. Per bacco! Sono mamma per la seconda volta con una consapevolezza nuova unita ad un’ansia antica. E come al solito sono in equilibrio funambolico tra il desiderio di affidarmi solo alle sensazioni corporee che mi arrivano dal dialogo con questa piccola creatura che ci ha scelti e la paura di non essere troppo previdente se salto qualche esame o appuntamento.  Tra la gioia per la famiglia che cresce e il senso di incognita che deriva dal dovermi moltiplicare per due.

Non immaginavo che sarei arrivata a questa gravidanza con Matteo che ciuccia ancora e confesso che provo fastidio ai capezzoli tutte le volte in cui si attacca. Nello stesso tempo però non voglio negargli queste ciucciate anche se insieme a Vincenzo cerchiamo il modo più amorevole e indolore per distrarlo “dall’appostamento”. Ovviamente non sempre lui si arrende, soprattutto quando siamo io e lui da soli in casa. Tra l’altro, saranno gli ormoni sicuramente, ma ho iniziato ad avere il sospetto di essere incinta proprio perché, a dispetto del dolore che provavo ai capezzoli, lui poppava più spesso e sembrava appassionarsi sempre di più dicendomi che anche se poco, il latte era diventato più buono. 😀

Ovviamente stavolta non posso che scegliere una conduzione ostetrica per questa nuova gravidanza e desidero che sia Marzia ad accompagnarci in questo percorso, così mi sto affidando alle sue mani, alla sua conoscenza ed esperienza perché voglio avere una gravidanza serena e piena di coccole, un parto libero e una nascita rispettata questa volta. Nello stesso tempo voglio avere anche un buon dialogo non dogmatico con i medici dell’ospedale Civico, per capire se anche in caso di trasferimento per il parto, posso avere la possibilità di una nascita il più possibile “umanizzata”. Ho ancora vivo il setting ansiogeno,  il senso di abbandono a me stessa e lo squallore asettico dell’ambiente nel quale è nato Matteo e non voglio che si ripeta una situazione analoga.

Ma ancora è troppo presto per parlarne… In queste settimane sento il bisogno di rilassarmi il più possibile, perché le occasioni finora sono state sicuramente poche con Matteo vittima di questa seccante influenza. Voglio tutte le mie amiche intorno a me in cerchio, sento che ce la posso fare e che ci basta solo l’amore stavolta.

VBAC, IL PARTO VAGINALE DOPO TAGLIO CESAREO

VBAC, IL PARTO VAGINALE DOPO TAGLIO CESAREO

Partorire dopo un taglio cesareo si può!  di Simona Proietti, ostetrica

Definizione

Si definisce “TRAVAGLIO DI PROVA”la verifica della possibilità di un parto per via vaginale in una donna gravida che ha precedentemente subito un TC. Si parla di VBAC (vaginal birth after cesarean), parto vaginale dopo cesareo.  I paesi occidentali con le più basse percentuali di mortalità infantile hanno percentuali di cesarei inferiori al 10%. Chiaramente non c’è nessuna giustificazione in alcuna regione geografica per avere più del 10-15%. I parti vaginali dopo un cesareo dovrebbero di norma essere incoraggiati, dove è possibile disporre di un servizio di emergenza per eventuale intervento chirurgico (raccomandazioni OMS 1985).  Vi sono miglioramenti esigui negli esiti di TC con tassi superiori al 7%. La condotta di ripetere il TC nelle pre-cesarizzate dovrebbe essere abbandonata (Chalmers e coll. 1989).  Descrizione della pratica  Tutte le partorienti con un pregresso TC possono affrontare il travaglio nel parto successivo, fatta eccezione per quelle poche che rientrano nelle seguenti categorie con condizioni mediche e/o ostetriche che di per sè rappresentano un’indicazione al TC elettivo: pregressi interventi chirurgici sull’utero, come asportazione di fibromi (dette metroplastiche o miomectomie) della parete muscolare (detti intramurali) o della zona sotto-mucosa importanti in termini d’estensione della cicatrice uterina; pregresso TC classico (con incisione verticale sull’utero).  Da quanto sopra esposto è necessario, durante la gravidanza, procurarti la documentazione relativa al precedente TC. Infatti una pregressa incisione interna verticale (longitudinale) o di cui non si conosce precisamente la modalità, può rappresentare una controindicazione ad effettuare un travaglio di prova.  L’assistenza al travaglio alle donne che hanno avuto una precedente incisione trasversale del segmento uterino inferiore (quella che ormai si pratica più comunemente nei cesarei) non dovrebbe discostarsi da quella prestata a qualsiasi travaglio di parto spontaneo. Le risorse ospedaliere necessarie per seguire un travaglio di prova dopo TC sono le medesime che dovrebbero essere disponibili per tutte le donne in travaglio, indipendentemente dalla loro storia ostetrica pregressa. Qualsiasi reparto ostetrico in grado di intervenire su complicanze, come la placenta previa, il distacco di placenta, il prolasso di funicolo o la sofferenza fetale acuta dovrebbe saper gestire con altrettanta sicurezza il travaglio di prova dopo TC su segmento uterino inferiore.

I punti critici del taglio cesareo 

Ci sono rischi sia materni che neonatali nell’esecuzione di un TC:  i rischi per la donna sono legati alla tecnica chirurgica e all’impiego dell’anestesia e possono causare uno stato morboso più o meno grave fino, in rari casi, alla morte. Essi sono in ordine di frequenza: endometrite ( infezione del tessuto uterino) , complicanze febbrili in puerperio, infezioni delle vie urinarie, infezioni della ferita laparotomica, ileo paralitico, embolia polmonare, trombosi delle vene profonde, danni ad ureteri, vescica ed intestino, rischi dell’anestesia periferica, complicanze nell’intubazione. Inoltre, nelle donne sottoposte a TC sono stati riferiti maggiori rischi di sviluppare placenta previa nelle successive gravidanze ed la loro fertilità subisce una riduzione. Il rischio di mortalità materna risulta nel TC da due a sette volte superiore al rischio nel parto spontaneo.  I rischi per il bambino comprendono distress respiratorio neonatale dovuto alla possibile aspirazione di liquido amniotico da parte del neonato che non subisce la normale compressione toracica che avviene durante il passaggio nel canale del parto) e quindi un alterato riassorbimento di liquido alveolare, con rischio di ipertensione polmonare che si può presentare nel neonato; prematurità iatrogena (dovuto agli interventi medici) ovvero legata ad un passaggio troppo precoce e deciso dai medici alla vita extrauterina (timing del parto) rispetto ai rischi ad essa correlati fra cui la malattia delle membrane ialine o RDS (sindrome da di stress respiratorio legato alla carenza di produzione del fattore surfattante prodotto dal feto solo nelle ultime settimane prima del parto) ; depressione neonatale conseguente alla sostanze farmacologiche usate per l’ anestesia; traumatismi ostetrici conseguenti all’estrazione del bambino, maggiore difficoltà di adattamento extrauterino.

I risultati delle ricerche 

Secondi i dati ISTAT del 2002, su campionamento italiano, il 67,7% di tutte le donne ha avuto un parto spontaneo ed il 29,8% un TC, una percentuale decisamente troppo elevata. Il TC è infatti un intervento ritenuto appropriato solo in particolari condizioni cliniche che non coinvolgono la motivazione di un pregresso intervento: la quota massima secondo le indicazioni del WHO (World Health Organization) non dovrebbe superare il 10-15% di tutti i parti. Tale fenomeno è maggiormente diffuso nel Sud Italia e nelle Isole: il 35,8% delle donne nell’Italia insulare ed il 34,8% nell’Italia meridionale ha subito infatti un TC. L’incidenza di TC è particolarmente alta nelle strutture private, dove si raggiunge una percentuale del 47,6% superiore di quasi venti punti percentuali a quella, anch’essa elevata, che si rileva nelle strutture pubbliche (28,5%).  Quando il travaglio inizia spontaneamente nella seconda gravidanza di donne con pregresso TC, secondo le ricerche circa il 70% delle partorienti potrà partorire per via vaginale; questa percentuale aumenta fino al 90% se il primo TC è stato effettuato a una dilatazione cervicale superiore a 7 cm. La complicanza di rottura d’utero riguarda una percentuale che varia tra lo 0,09% e lo 0,02% dei casi . Quindi non è giustificabile un intervento sistematico su tutte le donne.  Se è necessario indurre il travaglio, le ricerche indicano che un uso giudizioso delle prostaglandine è compatibile con un buon esito materno-neonatale. La gestione del travaglio è identica a quella relativa a un travaglio di una partoriente non pre-cesarizzata, tranne che per i seguenti aspetti: è raccomandato il monitoraggio del bambino durante tutto il travaglio; nel caso di travaglio distocico, la decisione di usare l’ossitocina per accelerare il travaglio deve essere presa da un ostetrico esperto e comunque la durata dell’infusione ossitocica non deve superare le 2-3 ore; la manovra di Kristeller è controindicata. Dopo il parto la palpazione della cicatrice interna è sconsigliata perché da un punto di vista clinico, il riscontro di un utero ben contratto in assenza di un sanguinamento vaginale significativo e di parametri materni normali, non giustifica alcun intervento; si potrebbe convertire un’eventuale deiscenza asintomatica in una rottura completa; per un’adeguata valutazione della cicatrice uterina, è necessario un’analgesia epidurale o l’anestesia generale.

Gli elementi della fisiologia

Nella specie umana il travaglio di parto ha la funzione di attivare nel neonato il funzionamento postnatale di alcuni importanti apparati. Cosa avviene, quando come per i nati col TC questa stimolazione viene meno? La contrazione uterina sul corpo del nascituro stimola i nervi sensoriali periferici della pelle, gli impulsi nervosi vengono allora condotti al sistema nervoso centrale dove sono mediati attraversi il sistema nervoso vegetativo ai diversi organi che esso innerva.  Quando la pelle non è adeguatamente stimolata, anche il sistema nervoso centrale e quello vegetativo sono meno stimolati e quindi gli organi bersaglio non vengono attivati. La scarica sensoriale diretta al sistema nervoso risveglia l’eccitabilità del centro respiratorio; a sua volta, l’insorgere di questa eccitabilità aumenta la profondità dello sforzo respiratorio e a livello di ossigeno nel sangue con conseguente maggiore capacità di movimenti muscolari.  I pediatri hanno notato che i bambini nati da TC sono caratterizzati da maggiore letargo, ridotta reattività e minore frequenza del pianto rispetto a quelli nati da parto spontaneo. Inoltre, nei piccoli nati da TC esistono notevoli differenze biochimiche con un’elevata acidosi, ma minore concentrazione di proteine e calcio. Hanno un rischio maggiore di conseguire un punteggio di apgar uguale o inferiore a 5. Hanno una maggiore tendenza a sviluppare infezioni e malattie a carico degli apparati respiratori, gastrointestinali e genito-urinario.

Quello che la ricerca non sa 

Fattori associati con un buon esito in VBAC sono la libertà di movimento e l’inizio travaglio spontaneo. Fattori associati con un maggiore fallimento includono una mobilità ridotta, l’uso di ossitocina e limiti dei tempi del travaglio rigidi.  Gli studi fatti su parti spontanei dopo TC e relative complicanze si riferiscono tutti a parti avvenuti in ambienti medicalizzati. Non è stato indagato in che modo la conduzione più o meno conservativa del travaglio e la modalità della spinta incida sulle complicanze e sulla percentuale di successo del VBAC. In un ospedale che attua un 30 – 40% di TC, la rata di successo dei VBAC non può essere superiore a 60 – 70%.  Non è stato indagato se ci sia una differenza nelle deiscenze della cicatrice in base alla sutura eseguita su uno strato o su due strati.

Gli aspetti globali e le esperienze delle donne e dei bambini 

Il TC è una lesione profonda (fisica e psicologica) che pregiudica il futuro riproduttivo di una donna. Il processo di elaborazione del cesareo è un’esperienza molto personale, con caratteristiche e tempi che variano da persona a persona.  Un parto chirurgico è un parto non fisiologico che lascia segni, ma che scatena anche la possibilità dell’autocura. All’inizio può esserci incredulità, rabbia, depressione, rifiuto e alla fine del processo di elaborazione, che può durare anche molto tempo, emerge un’accettazione attiva del limite e una matura ricettività verso l’esperienza della maternità.  E’ importante riattivare il rapporto con se stessa e il proprio corpo, a richiudersi anche se l’apertura è stata di tipo chirurgico. La nascita è comunque un evento straordinario e la donna deve ricordare che il suo bambino è stato accolto per nove mesi dentro di lei e che questa esperienza simbiotica rimane comunque un valore su cui fare leva, anche se il parto ha deluso le aspettative.  Mamma e bambino hanno bisogno di stare il più precocemente possibile insieme.  Alcune madri cesarizzate riferiscono la sensazione che il bambino non venga da loro perché non lo hanno sentito nel momento della separazione: mamma e bambino devono riconoscersi attraverso una comunicazione fatta di sguardi, gesti, amore e libertà. La scelta dell’anestesia epidurale per il TC permette di salvaguardare meglio l’accoglimento.

Le implicazioni per la pratica assistenziale 

L’aumento così marcato di TC viene ritenuto in molti paesi un problema importante di sanità pubblica. Infatti, a fronte di un così ampio utilizzo del TC, non c’è un riscontro effettivo in termini di riduzione della mortalità neonatale e perinatale. Oltre alle indicazioni relative ed assolute per la ripetizione del TC, intervengono anche altri fattori nell’incremento di questo fenomeno:

• miglioramento delle tecniche chirurgiche e di assistenza post-operatoria (ciò però è vero solo in parte, poiché la mortalità materna del TC è comunque ancora superiore rispetto al parto per vie naturali e anche la morbilità post-operatoria è rilevante, così come gli esiti negativi a distanza su gravidanze successive);

• il desiderio di diminuire la mortalità e di prevenire le minorazioni neonatali (è stato evidenziato che circa il 60% dei casi di asfissia ipossico-ischemica neonatale non è attribuibile a cause di travaglio, ma a fattori insorti in gravidanza);

• il desiderio di ridurre i tempi del travaglio, con una conseguente riduzione dell’ansia dei familiari e degli stessi operatori.  La diminuzione dei timori del personale medico e paramedico che correrebbe meno rischi di essere incolpati in prima persona di negligenza, imperizia, inosservanza di norme. Per il rischio di un contenzioso a livello legale nel caso in cui il parto non andasse bene, vengono spesso messi da parte quei protocolli clinici e scientifici che prevedono la possibilità di vivere l’esperienza di un travaglio di prova e prescelta una modalità che usa il TC in modo difensivo.  Dal momento che la ricerca indica auspicabile un travaglio di prova, è importante informare la donna sui benefici del parto spontaneo e sostenerla nel travaglio. Una conduzione conservativa nel rispetto delle leggi della fisiologia, che incentiva il movimento libero e la spinta spontanea, può aumentare il successo del parto spontaneo.

Le scelte possibili 

I corsi di preparazione alla nascita rappresentano un fattore di protezione rispetto alla possibilità di avere un parto cesareo (vedi lavoro di Grandolfo, Donati Annali dell’ISS 2003), probabilmente perché le donne che vi prendono parte sono già un gruppo selezionato che si caratterizza per un maggiore orientamento alla demedicalizzazione, ma anche perché accrescono le capacità delle donne di partecipare alle decisioni da prendere al momento del parto (empowerment).

Cosa può fare l’ostetrica

L’ostetrica può offrirti la possibilità di accedere a informazioni corrette, supportate dalla ricerca scientifica riguardo ai rischi reali e ai benefici di un intervento chirurgico, che ti premettono di affrontare scelte consapevoli, libere da condizionamenti interessati. Se hai già avuto un cesareo e ti rivolgi all’ostetrica per un secondo parto, vuoi una figura che ti dia un’assistenza continuativa, fiducia e la possibilità di dividere con lei le tue preoccupazioni e dubbi. Magari speri anche di subire meno o nessun tipo di interventismo. Senti che, qualora fosse necessario un ulteriore cesareo, ciò accadrà per reale necessità, non a causa di un interventismo eccessivo. Vuoi che ti sia data la massima opportunità.  L’ostetrica tiene conto della motivazione che sta alla base della tua decisione; del grado di rischio associato; dei protocolli di assistenza locali e dell’eventuale grado di sfida; della propria attitudine verso il parto vaginale spontaneo.

Cosa puoi fare tu 

• ti puoi preparare per un parto spontaneo

• puoi elaborare la tua esperienza precedente di cesareo, parlandone con un’ostetrica o altra professionista e con altre donne che hanno elaborato la loro esperienza

• puoi capire i tuoi bisogni specifici e preparare delle risorse per affrontarli

• puoi informarti sulle procedure ospedaliere e scegliere un luogo per il tuo parto dove si pratica il VBAC

• puoi scegliere le persone di sostegno che ti accompagneranno nella tua esperienza di parto

• puoi parlare con il tuo bambino e cercare una sintonia con lui  Cosa può fare il tuo partner  Il sostegno del partner sia nella scelta di affrontare l’esperienza del travaglio e del parto spontaneo dopo pregresso TC, sia durante le varie fasi del travaglio, costituisce un elemento molto importante.

La possibilità della presenza del partner al momento del travaglio e del parto è sottolineata sia dalle linee guida dell’OMS. Le raccomandazioni sulla nascita redatte dall’OMS nel 1985 sostengono l’importanza del supporto psicologico per le donne al momento del parto e parlano di libero accesso di una persona di fiducia in sala parto come fattore determinante per la riduzione degli esiti negativi.  Nel ‘Regolamento dei diritti e dei doveri dell’utente malato’ (DPCM 19.05.1995, carta dei servizi pubblici sanitari), e secondo i dati ISTAT 2002, su campionamento italiano emerge una consistente presenza del padre del bambino accanto alla sua compagna; il 62,7% delle donne che hanno avuto un parto per via vaginale ha dichiarato che il padre è stata la persona più vicina al momento del travaglio e della nascita del bambino.  Il padre è presente nella quasi totalità dei casi nel nord-ovest (85,5%), mentre solo il 31,7% delle donne residenti nel sud ed il 48,8% nelle isole l’ha avuto vicino al momento del travaglio e del parto. Complessivamente, il 25,4% delle donne non ha avuto nessuno vicino al momento del travaglio e del parto; nel sud e nelle isole tale quota sale rispettivamente al 48,4% ed al 37,4%. Fra quante sono state sole al momento della nascita del loro bambino, ben il 46,7% ha riferito che ciò è avvenuto per imposizione della struttura sanitaria. La percentuale sale al 59,7% nell’Italia insulare ed al 58,7% in quella meridionale.

Quali sono le domande da porre 

• Può un TC eseguito arbitrariamente comportare dei rischi per me e il bambino?

• Cosa avviene quando ad un bambino non viene data l’opportunità di vivere l’esperienza del travaglio?

• Esistono differenze tra i bambini nati da parto spontaneo e quelli nati da TC? Se sì, quali sono?

• Tutte le donne con precedente TC possono provare a travagliare oppure viene comunque eseguita una selezione?

• Quali sono i rischi specifici nel mio caso se partorisco spontaneamente?

• Quali sono le attenzioni da tenere?

• Posso scegliere il tipo di anestesia?

• Posso tenere con me il mio bambino subito, appena nato?

• Mio marito può vedere il bambino subito e tenerlo?

• Si può aspettare di tagliare il cordone fino alla fine delle pulsazioni?

• Posso avere la mia placenta?

Quali sono i miei diritti 

Hai il diritto di dare o negare il consenso a un cesareo ripetuto e di scegliere il luogo per il tuo parto.  Hai diritto ad accogliere il tuo bambino immediatamente in caso di anestesia epidurale.

Fonte: partonaturale.org

Presentazione del Foglio di Luminaria marzo 2013

image

La maternità in tutta la sua portata bio-psico-sociale ci riguarda tanto come donne quanto come femministe  sia che abbiamo messo al mondo figli sia che siamo rimaste figlie. È questo il senso del pomeriggio di sabato 2 marzo col quale abbiamo voluto inaugurare le commemorazioni per l’8 marzo e che ci auspichiamo possa essere seguito da altri momenti di confronto e di lavoro comune.

Il piano simbolico è importante, esordisce Giovanna Fiume, presentando alle donne e famiglie che hanno sfidato il cattivo tempo e l’influenza per venirci a trovare, “questo” originale Foglio di Luminaria. Sono d’accordo con lei, le ricorrenze sono molto importanti. Che ogni giorno dovremmo ricordarci della festa per la donna, è vero, ma di fatto non abbiamo gli strumenti per farlo, o non sempre. E allora le ricorrenze, proprio perché sono cicliche, ci riportano non solo a ciò che evocano, ma anche a noi stesse, e a come ci risuonano, ai nostri desideri, alle intenzioni che coltiviamo, e se si sono realizzate o no.  Spesso per le donne e per le femministe italiane, soprattutto nei dibattiti ideologici, la maternità non è stata che una parentesi. Se è davvero così, se abbiamo messo il nostro essere madri tra parentesi, allora oggi vogliamo entrarci dentro e fare del nostro essere donne l’esponente fuori parentesi che ci moltiplica al loro interno.

Luminaria è un’associazione composta da femministe che hanno fatto la storia del movimento a Palermo e che con grande generosità ci hanno dato voce per interloquire con diverse generazioni di donne e portare all’attenzione il tema della nascita come una forte rivendicazione di un diritto sociale ancora oggi non tutelato. Anagraficamente molte Luminarie sono ormai in età non più riproduttiva, alcune sono state madri, altre no, in questo senso il tema potrebbe sembrare non toccarle da vicino. Per di più, quello della libertà di scegliere dove e come partorire e del parto in casa, potrebbe a prima vista, sembrare un argomento passatista. Eppure confrontandosi con noi socie di In braccio alla Luna, nate nel periodo in cui molte Luminarie diventavano madri ed hanno lottato per il diritto al parto ospedaliero, cioè tra gli anni Settanta e Ottanta, al di là delle resistenze ideologiche, abbiamo scoperto molti più punti di contatto rispetto a quelli che ci separano.

Assistiamo al fatto che alla emancipazione sociale, fenomeno storico peraltro completato parzialmente ed oggi messo a repentaglio da una crisi economica che pesa, come sempre, di più sulle donne, non sia corrisposta una vera e propria conquista di sovranità sui nostri corpi. Anzi, affidando alla propaganda medica, politica e mediatica la parola sul corpo delle donne, abbiamo contribuito ad alienarci da noi stesse.

Invece di lasciare che sia la biotecnologia ad avere l’ultima se non l’unica parola sui corpi materni e per proprietà transitiva, sul corpo di tutte e tutti, visto che siamo tutti e tutte Nati di donna, crediamo che occorra riappropriarsi della capacità di sentire, ritrovare un vissuto corporeo che porta in sé la cifra di una antica e ancora riattualizzabile potenza.

Fermamente convinte che il soggetto-madre ed il soggetto-che-accompagna-la-madre a diventarlo (da anglo-germanista non posso che constatare che il termine inglese mid-wife è decisamente più pregnante di quello italiano, ostetrica), siano oggi soggetti politicamente e culturalmente responsabili, impigliati nelle maglie della storia, ma proprio dalla loro incarnazione, dai loro corpi situati in questa realtà sociale, deriva la loro responsabilità di negoziare oppressione e resistenza.

I corpi materni, esistendo, resistono. Nei nove mesi in cui si porta in grembo un bambino, nelle poche ore in cui avviene una nascita e nei pochi mesi, per alcune di noi purtroppo solo nei pochi giorni, in cui si consuma un allattamento, si concretizza tutta la profonda ambiguità dell’essere donna in una società che ha rinunciato alla corporeità. Cosa è cambiato negli ultimi quarant’anni nell’assistenza al parto? Siamo davvero libere di fare scelte consapevoli e in piena autonomia sui nostri corpi? No, non lo siamo, siamo disinformate, terrorizzate, trattate come bambine e cooptate da una istituzione sanitaria che non mette al centro la persona umana, ma il profitto economico. Come abbiamo fatto a non accorgerci, mentre scendevamo in piazza per il diritto all’aborto e al divorzio, per l’accesso al mondo del lavoro e della politica, che nel privato più intimo cedevamo la sovranità del nostro mettere al mondo, pagando forse un prezzo troppo alto per le nostre libertà sociali, sacrosante irrinunciabili e mai come oggi necessarie e da difendere a denti e pugni stretti? Davvero “l’utero è mio?” O l’abbiamo ceduto al migliore offerente, vestito in camice bianco?

Umanizzare il parto per recuperare la dimensione intima, personale, relazionale di questa esperienza è una necessità grande in un momento storico in cui prevale la generale disponibilità ad adeguarsi a una vita dove ogni cosa deve essere rapida, priva di emozione, pianificata, indolore, funzionale solo a sopravvivere correndo e producendo. Non ci si domanda, in questa visione semplificata dell’esistenza, in questo ‘riduzionismo’ del vivere, se ci sfugge non qualcosa di superfluo, ma di fondamentale per la sopravvivenza: è questo il punto. Perché senza emozioni, sia nel loro alternarsi per opposti che nel loro procedere per gradazioni e sfumature, non c’è vita, soprattutto, non c’è salute.  L’attuale scena del parto rivela quel più vasto processo di rimozione sociale per il quale l’imprevedibilità e la straordinarietà della nascita non fa più parte della quotidianità, ma è stata chiusa in luoghi creati opportunamente per separarla dalla vita stessa, creando l’illusione che di parto non si muoia più o non ci si ammali più solo perché è stato inventato il taglio cesareo.

Diffondere una cultura della nascita fisiologica e fare in modo che le donne si approprino del proprio ruolo attivo e da protagoniste rispetto alla gestione del proprio parto come non è stato mai loro concesso in nessuna epoca storica, è questo l’impegno del movimento per il parto naturale a cui in braccio alla Luna aderisce. Non si tratta di stabilire se sia meglio il parto in casa o in ospedale, se il marito debba assistere o no, se l’allattamento al seno sia indispensabile e da agevolare a tutti i costi, se le evidenze scientifiche impongano alcune pratiche piuttosto che altre, ma permettere alle donne di accedere a informazioni corrette e libere da interessi e finalità “altre”. E potere scegliere. Ognuna secondo i propri vissuti, diversificando il più possibile l’offerta.

Volevo ringraziare pubblicamente Elvira Rosa che ci ha donato la sua testimonianza di donna, madre e femminista degli anni Settanta e ci ha mostrato come aldilà delle resistenze ideologiche sia urgente una lotta sinergica tra i vari femminismi per ribadire un No secco alla violenza di stato sul corpo delle donne.

Ovviamente il mio sentito grazie va anche alla straordinaria Giovanna Fiume, a Antonella Monastra, a Serena Romano, a Dora Sicilia, a Daniela Magro a Francesca Lo Re e Fulvia Ilari, a Monica Garraffa e a tutte coloro che erano presenti sabato e che vogliono unirsi a noi in questa impresa per farsi custodi e garanti dei diritti delle donne anche nel momento in cui danno la vita.

Marika Gallo