Diventare mamma, una scelta…naturale

Conosco Marzia per la prima volta nel locale dentro le Balate che all’epoca era destinato all’associazione Cerchi di vita di cui Monica e Daniela erano le socie fondatrici insieme ad altre mamme. Monica mi invitava sempre agli incontri mensili di auto mutuo aiuto sull’allattamento organizzati da Cerchi di Vita, ma trovai il tempo, il modo e la voglia di uscire da casa e confrontarmi con altre mamme solo dopo tre mesi dal parto. Era febbraio 2010 e l’incontro di quel giorno tra l’altro era particolare, non era il gruppo sull’allattamento che mi aspettavo e per cui ero uscita da casa, ma quel giorno c’era un’ospite che trattava un argomento originale e di cui non avevo mai sentito parlare, almeno qui in Sicilia: una ostetrica che parlava di assistenza domiciliare alla gravidanza fisiologica e parto in casa e che diceva che aveva scelto di rivoluzionare la propria vita, cambiare lavoro, rimettersi a studiare, laurearsi, proprio dopo essere diventata mamma e avere partorito a casa. Erano presenti anche altri professionisti della nascita, Pietro Franzone, musicoterapeuta, Giuseppe Giordano, neonatologo, Francesco Vinci, esperto in integrazione posturale che segue i parti in casa a Palermo da 30 anni, e la moglie, riflessologa, la quale ci raccontò il suo parto gemellare in casa e disse una frase che mi rimase scolpita in mente: “partorire non è subire un dolore insopportabile ma è tutt’al più  come scalare una vetta, un lavoro che noi donne sappiamo e possiamo fare”.

Marzia mi confessò dopo che tra tutte le persone presenti le rimasi impressa per il sorriso e perché sprigionavo amore oltre che per la serenità di Matteo. Io credo che la scelsi inconsapevolmente allora per accompagnarmi al mio secondo parto. Di questa donna giunonica mi attraeva il suo essere istintiva e selvatica, la sua passione per la sua missione e la bellezza oltre che il coraggio di spendersi con verità rispetto amore e libertà per le donne in una città come Palermo in cui c’è molto lavoro ancora da fare per il “risveglio della dea”.

Il resto della storia lo sapete già, ma se vi parlo del nostro primo incontro è perché Sabato 28 settembre potrete conoscere anche voi il percorso di vita e professionale di questa ostetrica mammana, non solo incontrandola, ma anche attraverso la proiezione di un docufilm realizzato da Byblos Comunicazioni dal titolo “Bimbi fatti in casa, cinque storie al femminile” che la vede protagonista. Potremo chiederle delle informazioni sulla conduzione ostetrica al parto e conoscere le donne che nella nostra città hanno avuto la possibilità di una nascita “integrale” in casa a conduzione ostetrica.

Vi aspettiamo numerosissimi! La rivoluzione delle madri è cominciata anche a Palermo!

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Il corpo delle madri e la rivoluzione dello sguardo

Jade ed Ana sono due donne diventate madri, come tante altre donne.

Jade è di Tucson (Arizona), Ana è argentina. Le accomuna una camera oscura e il progetto di portare alla luce il corpo delle madri così com’è: senza veli intessuti di stereotipi ed edulcoranti.

Jade non è una professionista dell’obiettivo. Da sempre, però, è appassionata di fotografia e dopo aver partorito la figlia, ha iniziato con degli autoscatti a fissare il cambiamento del suo corpo mostrando cicatrici e smagliature senza levigare con foto-ritocchi. Ha pubblicato su facebook il racconto per immagini della sua trasformazione ed ha iniziato a ricevere “foto-sorelle” da donne di tutto il mondo: un coro non di voci, ma di corpi e visioni. Ne è nato “A beautiful body”, un progetto fotografico ed un libro con cui Jade e le altre si propongono di contribuire alla decostruzione dell’idea univoca di bellezza femminile e, soprattutto, di sensibilizzare alla verità e alla bellezza dei corpi reali delle madri.

Pancia

Le immagini di A beautiful body aprono la scena a corpi nudi ma non separati dalla loro storia, per questo sono tutt’altro che oscene.

Post 1 «Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione non dispiega una scena intorno a sé, cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno – scrive Umberto Galimberti – perché offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità di quel cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci (…) per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla messa in scena, dove non si celebra la trascendenza del corpo ma la sua opacità.» (U. Galimberti, 2004. Le cose dell’amore. Feltrinelli, p. 79)

Sono immagini piene di fascino e autorevolezza quelle di Jade, trasparenti di un sapere radicato nell’esperienza corporea.  È possibile visualizzare le fotografie di A Beautiful body  sul sito http://www.abeautifulbodyproject.com/ o visitando la pagina facebook  https://www.facebook.com/JadeBeallPhotography?fref=ts.

Ana, invece, è una professionista dell’obiettivo ed ha deciso di fotografarsi negli istanti appena successivi alla nascita di sua figlia, facendo a meno di qualsiasi tecnica di foto-ritocco. Nei suoi autoscatti a colori c’è il sangue vivido e ci sono la placenta, il cordone ancora attaccato, la stanchezza, il sudore, il sorriso.

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«Con questo mio autoritratto – dice Ana Alvarez Errecalde – voglio mettere in discussione l’idea della maternità comunemente trasmessa dal cinema, dalla pubblicità e dalla storia dell’arte. Quelle immagini di maternità rinforzano stereotipi che provengono da fantasie eterosessuali maschili in cui persiste il dualismo madre/prostituta e dall’abitudine a sacralizzare tutto ciò che ha a che fare con la maternità. Con queste foto ho voluto raccontare la mia esperienza di maternità: per partorire mi apro, mi trasformo, sanguino, grido e sorrido. Sto in piedi ancora con la placenta dentro di me, unita a mia figlia attraverso il cordone ombelicale e decido quando fotografare, io sono la protagonista. Attraverso il parto tolgo il mio velo culturale. La mia maternità non è verginale e asettica. (…) In questi scatti io mi espongo tanto quanto si espone chi li guarda. Io espongo la mia intimità, ma chi mi guarda espone i suoi pregiudizi (…).» «Mostro una maternità – aggiunge Ana Alvarez Errecalde – non vista attraverso gli occhi di Eva (e la punizione divina del “tu partorirai con dolore), ma attraverso gli occhi di Lucy, la più antica ominide ritrovata fino ad oggi». (Fonti: http://www.alvarezerrecalde.com/ e ‘Autorretrato Umbilical – Intervista ad Ana Alvarez Errecalde’ http://vimeo.com/64946088 )

Se le foto di Jade Beall, pur con il loro coraggioso portato di verità, potrebbero tutto sommato esser presto ricondotte – ed erroneamente ridotte – a quell’arte coraggiosa che sceglie la bellezza dell’imperfezione, le immagini di Ana Alvarez Errecalde non consentono neppure per un momento di appigliarsi al già noto. La loro realtà spiazza, come una lancia scagliata da un altro tempo.

Sarà per via di tutto quel sangue. Sangue che ci fa pensare all’animalesco, allo sporco, alla malattia, alla mortalità. Sangue che associamo alla prosa della chirurgia, ma che non vogliamo vedere nelle foto di nascita, anche quando lo scenario è una sala parto ospedaliera; anche in un tempo come questo in cui è di moda il foto reportage del parto e il reality ha varcato la soglia dei reparti di ostetricia. Crediamo, probabilmente, che quel sangue possa strappare il velo di purezza che con solerzia stendiamo sulle donne diventate madri. Pensiamo che sporchi la sacralità della nascita, che ne contraddica la poesia e che neghi, come un ossimoro, la vitalità del primo vagito. Ma quel sangue che omettiamo come un tabù dalle foto come dalle fantasie sul parto, c’è sempre stato e ci sarà per per Rosaria e Rosalia come per Belen Rodriguez o per Kate Middleton e il suo royal baby.

L’esperienza delle donne, con il suo sangue misconosciuto e temuto, non ha avuto il potere storico di creare un’altra possibile associazione – quella tra sangue e ciclo vitale – e di imprimerla nell’immaginario collettivo.

Lavori come quello di Jade Beall o di Ana Alvarez Errecalde tuttavia non sono esempi, ma testimonianze. Il punto non è imitarle, magari travisandone le intenzioni, e così, lanciando un nuovo e sterile voyuerismo sul corpo delle donne, nella rete. Credo che il punto sia stare a sentire corpi che si raccontano e ascoltare ciò che hanno da dirci su di noi, sui miti e sui pregiudizi invisibili che guidano i nostri occhi, su ciò che non ci piace vedere e su ciò che forse potremmo ri-vedere e ri-definire bello, interessante e perfino attraente, con occhi liberati e lenti nuove.

Il punto di partenza è un punto di vista che apra ad una lenta ma inarrestabile rivoluzione dello sguardo.

Luisa Bonura

 

Balli di pancia per donne di pancia

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Musica, movimento e condivisione in riva al mare

Che siamo mamme, zie, nonne, sorelle, donne senza figli… concediamoci questa festa con la musica folk di Simona Ferrigno e Antonella Romana per celebrare e benedire la vita e la vitalità che cresce dentro le nostre pance!

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Prenotate la vostra partecipazione perché stiamo preparando dei piccoli cadeaux per ognuna di noi!

19 luglio 2013, Isola delle Femmine, h 19

Contatti e prenotazioni 3389799490 inbraccioallaluna.palermo@gmail.com

Clampaggio precoce o ritardato del funicolo?

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L’altro giorno stavo parlando con una donna in gravidanza come me che mi raccontava com’era andata la sua prima visita dal ginecologo che ha scelto per accompagnarla prima e durante il parto. Appariva entusiasta perché il medico le ha dedicato ben due ore del suo tempo, fugando o cercando di fugare ogni dubbio circa l’iter da seguire nei nove mesi: dai consigli sull’alimentazione agli esami raccomandati, dal numero di visite ed ecografie consigliate ad eventuali test diagnostici prenatali più approfonditi, fino al protocollo ospedaliero della struttura con la quale tale professionista collabora e li seguirebbe nel parto. In quest’ospedale è prassi a 41 settimane e 3 giorni procedere all’induzione del parto, anche se le gravide non presentano invecchiamento di placenta o altri fattori di rischio, inoltre usano clampare immediatamente il cordone ombelicale. Su entrambe le pratiche il ginecologo ha fornito rassicurazioni sia in merito alla sicurezza che alla giustificabilità in termini medici, pertanto la mamma in questione mi chiedeva cosa ne pensassi io, da mamma a mamma, in base alla mia esperienza di mamma alla pari a conoscenza anche di altre strutture presenti sul territorio, dove invece non vigono questi protocolli, soprattutto perché mi aveva sentito parlare altre volte di possibile pericolosità delle induzioni di parto e del clampaggio immediato del cordone. Mi ha fatto riflettere che il ginecologo, alla richiesta di tagliare il cordone solo dopo la nascita della placenta ha risposto così:.

“A voi che cosa cambia se tagliamo il cordone subito o dopo un po’? non c’è nessuna utilità nell’aspettare prima di procedere col taglio, perché tanto, dopo la nascita, continuano a passare al bambino soltanto 20 cc di sangue, non di più!”

Devo confessare che l’espressione che ho fatto ricevuta questa informazione non è stata delle più diplomatiche ma non mi sono potuta trattenere dal rispondere in maniera molto diretta:

“Se anche fosse vero che attraverso il funicolo dopo il parto passano soltanto 20 cc di sangue, non va trascurato che si tratta di sangue ricchissimo di cellule staminali, ferro, nutrienti e fattori antitumorali di prima qualità che in un corpo di tre kg o poco più possono fare davvero la differenza, e che quindi, contrariamente a quello che vi ha detto il vostro ginecologo, potrebbe cambiare qualcosa, eccome. Ad esempio, i bambini ai quali viene tagliato il cordone ombelicale  solo dopo che ha smesso di pulsare, hanno livelli di ferro più alti per tutto il primo anno di vita rispetto a quelli nati con il clampaggio precoce e quindi rischiano di meno di soffrire di anemia. Fermo restando che voi, in regime di consenso informato, potete fare tutte le richieste che volete e che la struttura deve adeguarvisi per principio, anche se per loro si tratta di una pratica priva di utilità.”

Le evidenze scientifiche attuali tra l’altro dimostrano che il taglio ritardato del cordone ha molteplici benefici, come è spiegato bene in questo articolo di Ibu Robin Lim che vi invito a leggere. Si tratta di uno studio che fa riferimento a tutta la letteratura scientifica più aggiornata pubblicato da Il melograno grazie alla collaborazione di Ivana Arena e Sara Campelli, dal quale traggo questo breve passaggio:

I genitori che aspettano hanno il diritto e la responsabilità di assicurare ai loro bambini di poter goder di una vita ottimale. Lasciare il cordone intatto, senza amputarlo, senza clamparlo e senza tagliarlo prima di essere certi che il tuo/a bambino/a abbia ricevuto l’intera scorta del suo sangue è essenziale per raggiungere un ottimo benessere fisico e mentale.

 

La ricerca ha chiaramente dimostrato che il clampaggio e la recisione precoce del cordone ombelicale causa dei danni alla nascita, mentre il clampaggio tardivo o il mancato clampaggio e taglio ha molteplici benefici. Gli ospedali sono ormai da considerarsi delle aziende, di conseguenza devono assecondare le richieste dell’utenza. Se stai pianificando un parto in ospedale, insisti sul tuo diritto di scegliere il meglio per la salute del tuo bambino.

 

Pianificare una nascita a casa o in un centro nascite assistita dall’ostetrica facilita la scelta di non tagliare immediatamente il cordone ombelicale. La maggior parte delle ostetriche crede nella, e pratica, la nascita dolce. Tagliare il cordone ombelicale è una manovra violenta. E’ una procedura sterile, perché intrinsecamente pericolosa! Perché permettere agli operatori sanitari, che si presuppone debbano tutelare la salute, di sabotare la salute del tuo neonato?

Fonte:

http://www.melograno.org/sito/documenti/d00000000000054.pdf

In braccio alla Luna incontra le Onde Onlus

Oggi pomeriggio alle 18,30 la nostra associazione incontrerà il centro antiviolenza di Palermo Le Onde per discutere insieme di Violenza di genere nel percorso nascita.

Porteremo la nostra esperienza con le donne nel post parto che ci contattano perché hanno difficoltà ad allattare o provano dei sentimenti conflittuali che non riescono a legittimare neanche nei confronti di se stesse, pervase da uno strano senso di vuoto e sconforto che non è vero che sia poi così fisiologico e normale, perché se il bambino è nato, è sano ed “è andato tutto bene”, cosa c’è che non va? Davvero noi donne siamo esseri così capricciosi?

Lo sguardo liquido e silente di queste donne che ho incontrato alle Balate e con In braccio alla Luna, spesso tradisce il dolore di una femminilità ferita e svilita ed un potenziale energetico che irrancidisce lentamente se non c’è nessuno che riesce a guardarlo, riconoscerlo, percepirlo, sentirlo, dando voce al corpo e non solo a quello che si pensa.

Molte di tante depressioni, di tanti mancati allattamenti, sensi di insicurezza e inadeguatezza sono riconducibili a quel fenomeno definibile come Violenza Ostetrica…

Anche una frase svalutante come “la smetta di urlare che mi spaventa le altre” è violenza di genere.

Anche la separazione del neonato dalla madre è violenza.

Le episiotomie, le kristeller, i cesarei superflui, scegliere al posto della donna, il mancato ascolto dei suoi bisogni sono violenza.

Queste forme di violenza sono accettate in nome di una falsa sicurezza. Ci patronizzano in quanto donne  e perché hanno studiato su testi scritti da persone che esercitavano l’ostetricia un secolo fa, quando le donne venivano legate ai letti per partorire, quando non si conosceva nulla del piacere femminile e si curavano le isteriche con le asportazioni chirurgiche dell’utero… quando le donne non avevano neppure diritto di voto.

Dobbiamo spiegare ai medici e alle donne con l’aiuto dei nostri partner, che non siamo di proprietà dell’ospedale né tanto meno dei contenitori su cui effettuare procedure a loro piacimento.

Incontriamo le Onde perché vorremmo creare una rete virtuosa per fare prevenzione della violenza sulle donne, specialmente quando danno alla luce.

Noi come singole mamme alla pari e come ostetriche, non possiamo prenderci carico del dolore delle donne senza gli strumenti necessari, ma come Associazione possiamo fare rete con chi di violenza sulle donne si occupa già per progettare insieme un piano di interventi comune.

Speriamo di seminare bene anche stavolta…

Alla prossima!

“Dov’è la mia ostetrica?” il giorno dopo

976211_527282443975192_887367216_oEcco a chi non è potuto venire, le nostre impressioni relative all’incontro di ieri, prima quelle “di pancia” Marzia e poi le mie:

– Muovevo ogni passo ieri verso l’Associazione pensando “chissà anche questa volta cosa troverò” perché a me l’ambiente ostetrico non sempre rassicura, per la verità, e questa volta si trattava di incontrarci tutte/ti insieme in un “luogo” dove mostrarci, per quello che realmente siamo, alle donne che chiedono “dov’è la mia ostetrica?”

Ebbene ieri per la prima volta ho trovato un “luogo” dove donne ed ostetriche/ci finalmente si sono potuto incontrare veramente, dove non mi sono sentita sola quale ostetrica “mosca bianca” che parla di ascolto amoroso verso la mamma e il suo bambino, dove ho sentito autenticità e non le solite belle parole sempre ben dette e quasi mai ben messe in pratica. Ho incontrato persone che si mettono in gioco con tutto il loro impegno e passione e non parlo solo delle ostetriche bensì anche di chi, come Marika ad esempio, da anni lavora in maniera costante e “sotterranea” per creare rete, contatto, ponti fondamentali fra donne e figure professionali sul territorio.

L’unico rammarico, da ostetrica e da donna palermitana, è aver assistito all’ennesimo vuoto da parte del Collegio degli Ostetrici che non ha preso in considerazione un evento così ben pensato e realizzato!

Buon lavoro a tutti noi in ogni caso – grazie ancora Marzia Floridia

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-L’incontro “Dov’è la mia ostetrica”, promosso per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, aveva il fine di conoscere meglio le ostetriche che lavorano nelle strutture pubbliche di Palermo, guardarci in faccia e scambiarci esperienze inevitabilmente diverse. Ci proponevamo di trovare un terreno di confronto e di incontro comune e individuare un percorso, o come ha suggerito Antonella Monastra – la cui presenza calorosa, in qualità di ginecologa, di consigliera comunale e di donna per le donne, è per noi sempre motivo di grande gioia – una piattaforma, al fine di tessere una rete salda tra noi.

Eravamo tutte emozionate, piene di aspettative ed entusiasmo. Tra di noi anche una docente ostetrica e una tirocinante, con tanta voglia di proporre iniziative concrete. C’era anche un ostetrico fra noi, Salvo, una vecchia guardia, la cui esperienza pluridecennale è stata preziosa e illuminante. Ci eravamo prefisse uno scopo preciso: indagare quali sono le relazioni esistenti tra le ostetriche e le altre figure che operano nel percorso perinatale, attivarci per intessere rapporti fecondi di collaborazione con le strutture sanitarie e universitarie e garantire nei fatti la continuità assistenziale, progettare una piattaforma che funga da connettore tra la nostra associazione e le ostetriche che operano singolarmente, trovare un linguaggio comune ed efficace per fare cultura della nascita tra le giovani donne. Quello di ieri è stato un incontro preliminare, in cui è bastato guardarci in faccia per mostrare che vogliamo “esserci”. Ci siamo confrontati su un terreno comune difficile da dissodare ma a tratti anche molto fertile. Abbiamo sparso piccoli semi, ora dobbiamo iniziare a prendercene cura. Il passo successivo sarà divulgare il testo della petizione per il rimborso del parto a domicilio e raccogliere le firme con vere e proprie campagne informative. Avere due piccole rappresentanze di due strutture pubbliche cittadine, il Policlinico e l’Ingrassia, ci ha dato il coraggio di provarci. Crediamo infatti che recuperare la dimensione intima, affettiva, spirituale e personale dell’atto di dare alla luce sia ormai una esigenza ineludibile anche per una realtà come Palermo, sempre diffidente verso ogni vento di cambiamento. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno voluto esserci. Non finisce qui, ci vediamo alla prossima!

Marika Gallo, in braccio alla Luna

“Dov’è la mia ostetrica?”

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L’associazione culturale In braccio alla luna, per celebrare la giornata mondiale del parto in casa, Vi invita al dibattito “Dov’è la mia ostetrica?”. L’evento si svolgerà presso la sede di Libera contro tutte le mafie di piazza Castelnuovo, giovedì 13 giugno 2013 alle 16,30 ed è promosso per capire sul nostro territorio quali e quante ostetriche sono disposte a intraprendere un percorso di libera professione o in convenzione col SSN rivolto ad accompagnare le donne che preferiscono il parto in casa. A partire dal dibattito iniziato il 18 gennaio con l’incontro “Libere di scegliere come e dove partorire”, seguito alla proiezione del documentario Freedom for Birth sul caso Ternovsky contro l’Ungheria, anche in questa occasione ci interrogheremo sulla tutela del diritto all’intimità, al rispetto e alla salute durante la nascita.
L’imposizione autoritativa di un unico modello di parto e l’assenza di fatto di assistenza alternativa a quella ospedaliera, determina una intollerabile forma di ingerenza dello Stato nella vita privata della donna e la depaupera del proprio diritto di autodeterminarsi nella più intima e personale delle situazioni: la nascita di un figlio.
Con una pronuncia che è destinata ad avere effetti dirompenti anche in Italia, la Corte Europea dei Diritti Umani ha chiarito che la scelta circa le modalità del parto è prerogativa esclusiva della donna ed ha affermato che detta scelta è un diritto sociale, di cui lo Stato deve farsi garante mediante i più opportuni interventi normativi e assistenziali.In braccio alla luna nasce con lo scopo di condividere la bellezza di una nascita indisturbata, di forme di accudimento materno e paterno basati sull’empatia, sul contatto e sui valori ispirati alla “decrescita felice”. Pertanto, si occupa di sensibilizzare le coppie su queste tematiche, si offre come laboratorio dove concretamente vengono attuate queste idee, getta ponti con le istituzioni affinché le risorse umane ed economiche attualmente in campo vengano destinate a progetti di questo tipo, creando una rete con le altre associazioni che condividono gli stessi scopi in una sorta di assemblea permanente. Composta da un cerchio di donne e madri riunite attorno alla rappresentante dell’Associazione, Marika Gallo, mamma alla pari in allattamento al seno e attivista sociale, organizza incontri da donna a mamma e con esperti e momenti formativi con esperti di fama nazionale e internazionale rivolti a chiunque voglia operare nel sostegno della genitorialità naturale, nella tutela delle tradizioni locali e nello scambio interculturale.
Contatti
inbraccioallaluna.palermo@gmail.com – www.inbraccioallaluna.wordpress.com – 3389799490
Pagina Facebook In braccio alla Luna

Tutto parla di te. Una riflessione sulla maternità raccontata da Alina Marazzi

Tutto parla di te è il nuovo lavoro della regista Alina Marazzi. 80 minuti per una intensa e poliedrica narrazione dell’essere madre, dell’essere donna, dell’essere figlie e di un intreccio possibile, tra luci ed ombre, cucendo parole spezzate.

bianco e nero

Pauline – Charlotte Rampling – è una ricercatrice, un’etologa tornata a Torino dopo anni all’estero per uno studio sulla maternità umana. Con il suo incedere lieve e silenzioso ed il suo sguardo ricettivo, entriamo in punta di piedi nella Casa Maternità, un luogo di aiuto ma, soprattutto, di connessione per le madri. Ad accoglierla sarà Angela (Maria Grazia Mandruzzato) che da anni si occupa del centro, incontrando quotidianamente quel cerchio di madri che diventerà per Pauline spazio per costruire un sapere incarnato, lasciandosi toccare fin nell’intimo di una memoria tragica di figlia. L’incontro chiave sarà quello con Emma (Elena Radonicich) giovane ballerina che affronta una maternità spiazzante. La nascita di suo figlio ha sfilacciato il suo senso di sé precedente fin quasi a bucarlo: “quando lui piange. io il più delle volte piango con lui” – racconta Emma a Pauline – “questo essere umano per tutta la vita dipenderà da me e per tutta la vita avrò questa responsabilità. A volte mi guarda con gli occhi fissi e sembra quasi rimproverarmi.. è così fragile. Non ce la faccio più”. Lo raccontano le sue parole, lo dice il suo sguardo sbiadito, lo ribadisce la sua irritazione a fior di pelle: si sente costretta a stazionare sull’orlo di un baratro, davanti al quale non riesce neppure a lasciarsi cadere. La forza di gravità che la sorregge è la prospettiva del senso di colpa, farmaco pericoloso che può repentinamente rivelarsi veleno e spinta verso quello stesso strapiombo. In un gioco di rispecchiamenti, Pauline ri-conosce quel veleno: appartiene al suo passato di figlia di una madre disperata degli anni 50 che ha conosciuto lo stesso dolore cavo che ora abita lo sguardo svuotato di Emma. Ed in questo ri-conoscimento, Pauline troverà l’unica via d’accesso ad una sofferenza che la chiama in causa: “Ho capito che posso aiutarti solo raccontandoti di me e di quello che sono stata in questi anni” dirà ad Emma. Alina Marazzi dà corpo alla complessità dei sentimenti legati alla maternità integrando la fiction con una varietà di linguaggi diversi: la fotografia, i vecchi filmini in super 8, l’animazione, i filmati d’archivio degli anni 20 e le video-interviste a madri di oggi che raccontano la loro esperienza reale e che, in dialogo con la finzione, diventano le testimonianze studiate dal personaggio di Charlotte Rampling. Di grande suggestione la scelta di introdurre nella pellicola opere pittoriche che appaiono come proiettate sui muri degli interni, tra una scena e l’altra. Sono immagini di grande risonanza: corpi sfuocati di donne senza volto, danzatrici i cui movimenti sembrano interrotti e pietrificati dentro a pareti domestiche. La dimensione della casa/prigione ritorna con grande potenza evocativa in una bellissima sequenza in stop motion in cui i pupazzi di una (Ibseniana) casa di bambole ritrovata da Pauline, si animano e drammatizzano la tragedia consumatasi durante la sua infanzia. Tra le video-testimonianze combinate alla cornice della finzione, c’è un’intervista a Maria Patrizio, oggi ricoverata a Castiglione delle Stiviere – nell’unico ospedale giudiziario femminile d’Italia – per aver ucciso il proprio figlio nel Maggio del 2005. All’epoca di lei e del suo gesto estremo si disse, tra molte altre cose, che la maternità aveva probabilmente mandato in frantumi le sue aspirazioni ad entrare nel mondo delle spettacolo.

Ecco uno stralcio di un articolo di Repubblica che la descrive:

Figlia unica di una famiglia di operai, bella biondina, dai grandi occhi scuri, fisico minuto ma interessante, prima di sposarsi aveva avuto anche qualche ambizione nel mondo dello spettacolo”. (Repubblica, 1 Giugno 2005)

Una descrizione velatamente giudicante che – forse non a caso – sembrerebbe attagliarsi anche alla protagonista di Tutto parla di te. Ma Alina Marazzi interroga l’equivoco e, attraverso una prospettiva storica, racconta di una sofferenza materna che non ha a che fare con la rottura dei sogni patinati dell’individualismo contemporaneo, ma con la solitudine radicale delle madri di questa come di altre epoche spesso erroneamente mitizzate. La solitudine di cui Alina Marazzi ci racconta è quella di donne che si confrontano con un intero “villaggio” in cui tutto parla di lui (del figlio), mentre poco o nulla parla di lei – la donna, la compagna, la figlia diventata anche madre – nella sua complessità identitaria. Un parlare, questo, che svilisce la madre quanto i figli, quei figli che invece “sono molto più forti di quello che noi crediamo” come dirà Pauline ad Emma. Un parlare che dipinge i bambini come complicati elettrodomestici da programmare con tanto di astrusi manuali d’uso, restituendo alle loro madri immagini di piccoli Dei di vetro incapaci di insegnare loro alcunché e, pertanto, indegni di fiducia e d’ascolto.

Bambini così pensati, non potranno che sancire l’inadeguatezza materna. Tra le molte donne (madri, suocere, sorelle, zie) che attorniavano un tempo la scena del parto insegnando come allevare figli per la nazione o come diventare mamme felici di bimbi sani e paffuti, così come nella folla asettica degli scenari attuali della nascita, sembra esserci posto solo per un discorso sulla madre e su ciò che deve fare ed essere per il bene del figlio e per non nuocere al villaggio, rurale o globale che sia. Al crocevia della nascita, un’identità che potrebbe espandersi ed integrare, incontra messaggi ambigui di scissione tra l’essere madre e l’essere donna, insieme a soverchianti domande di performance, oggi come allora.

Nel film incontriamo pochissimi uomini periferici e disorientati ai quali pare perfino necessario ricordare che “la maternità non è un handicap”, ma tra le righe il film parla anche di loro: della loroassenza o lontananza, dei loro tentativi blandi di esserci, del loro sguardo. Alina Marazzi dice poco di loro, in qualche modo interroga anche gli uomini, ma non ne immagina al loro posto una risposta e concepisce un film che nei confronti del maschile rimane domanda in attesa di risposta, rilanciando la parola.

Nel film di Alina Marazzi ho rivisto donne che ho conosciuto ed ho incrociato uno sguardo prezioso, quello di Pauline: uno sguardo permeabile, fatto di un silenzio paziente che fa posto, permettendo ad un’Altra di condividere un’esperienza di sé che inevitabilmente ci tocca e chiama in causa il nostro essere donne e figlie, anche quando non siamo madri. Alina Marazzi ha raccontato di donne che trovano la strada per ri-conoscersi e con il suo stile complesso – ma mai complicato – ha parlato dell’unica possibile chiave d’accesso al dolore di un’altra donna: quella che apre ad una conoscenza a partire da sé e ci fa togliere le scarpe sulla soglia dell’esperienza dell’Altra.

Luisa Bonura

Trailer – Tutto parla di te

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Ho un’oliva nella pancia

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Ho un’oliva nella pancia…

Nascerà tra fine ottobre e i primi di novembre e siamo in attesa festosa.

So quando io e il suo papà l’abbiamo concepita, e quando si è annidata, poco più di una settimana dopo, ho avvertito un inequivocabile crampetto alla pancia. Da quel momento mi è iniziata una sospetta nausea al caffè e mi ha fatto l’occhiolino una strana sonnolenza. Questo, come quello di Pollicino, è stato un concepimento consapevole. Solo che mentre la prima gravidanza era inquinata dalla paura che io avessi qualcosa che non funzionasse bene in me, che poi mi ha portato ad una medicalizzazione esagerata, stavolta mi sento più libera da paure inutili.

Sì, già sapevo tutto, ma dopo quattro giorni di ritardo, ho voluto fare comunque il test e, approfittando di un appuntamento fissato il mese scorso dalla ginecologa per il solito check up che faccio ogni due anni, ho voluto vederla dentro a un monitor per sentirmi più sicura che “non fosse solo aria”. È proprio vero che l’ecografia è una specie di droga pesante dalla quale è difficile disintossicarsi, soprattutto quando hai già avuto due concepimenti non proseguiti oltre le sei settimane e temi che possa capitarti di nuovo.

Questa piccola oliva che cresce e pulsa nella pancia è frutto del desiderio mio, del suo papà e del suo fratellino maggiore che mi chiedeva da tempo una sorellina o un fratellino. Per bacco! Sono mamma per la seconda volta con una consapevolezza nuova unita ad un’ansia antica. E come al solito sono in equilibrio funambolico tra il desiderio di affidarmi solo alle sensazioni corporee che mi arrivano dal dialogo con questa piccola creatura che ci ha scelti e la paura di non essere troppo previdente se salto qualche esame o appuntamento.  Tra la gioia per la famiglia che cresce e il senso di incognita che deriva dal dovermi moltiplicare per due.

Non immaginavo che sarei arrivata a questa gravidanza con Matteo che ciuccia ancora e confesso che provo fastidio ai capezzoli tutte le volte in cui si attacca. Nello stesso tempo però non voglio negargli queste ciucciate anche se insieme a Vincenzo cerchiamo il modo più amorevole e indolore per distrarlo “dall’appostamento”. Ovviamente non sempre lui si arrende, soprattutto quando siamo io e lui da soli in casa. Tra l’altro, saranno gli ormoni sicuramente, ma ho iniziato ad avere il sospetto di essere incinta proprio perché, a dispetto del dolore che provavo ai capezzoli, lui poppava più spesso e sembrava appassionarsi sempre di più dicendomi che anche se poco, il latte era diventato più buono. 😀

Ovviamente stavolta non posso che scegliere una conduzione ostetrica per questa nuova gravidanza e desidero che sia Marzia ad accompagnarci in questo percorso, così mi sto affidando alle sue mani, alla sua conoscenza ed esperienza perché voglio avere una gravidanza serena e piena di coccole, un parto libero e una nascita rispettata questa volta. Nello stesso tempo voglio avere anche un buon dialogo non dogmatico con i medici dell’ospedale Civico, per capire se anche in caso di trasferimento per il parto, posso avere la possibilità di una nascita il più possibile “umanizzata”. Ho ancora vivo il setting ansiogeno,  il senso di abbandono a me stessa e lo squallore asettico dell’ambiente nel quale è nato Matteo e non voglio che si ripeta una situazione analoga.

Ma ancora è troppo presto per parlarne… In queste settimane sento il bisogno di rilassarmi il più possibile, perché le occasioni finora sono state sicuramente poche con Matteo vittima di questa seccante influenza. Voglio tutte le mie amiche intorno a me in cerchio, sento che ce la posso fare e che ci basta solo l’amore stavolta.