Il corpo delle madri e la rivoluzione dello sguardo

Jade ed Ana sono due donne diventate madri, come tante altre donne.

Jade è di Tucson (Arizona), Ana è argentina. Le accomuna una camera oscura e il progetto di portare alla luce il corpo delle madri così com’è: senza veli intessuti di stereotipi ed edulcoranti.

Jade non è una professionista dell’obiettivo. Da sempre, però, è appassionata di fotografia e dopo aver partorito la figlia, ha iniziato con degli autoscatti a fissare il cambiamento del suo corpo mostrando cicatrici e smagliature senza levigare con foto-ritocchi. Ha pubblicato su facebook il racconto per immagini della sua trasformazione ed ha iniziato a ricevere “foto-sorelle” da donne di tutto il mondo: un coro non di voci, ma di corpi e visioni. Ne è nato “A beautiful body”, un progetto fotografico ed un libro con cui Jade e le altre si propongono di contribuire alla decostruzione dell’idea univoca di bellezza femminile e, soprattutto, di sensibilizzare alla verità e alla bellezza dei corpi reali delle madri.

Pancia

Le immagini di A beautiful body aprono la scena a corpi nudi ma non separati dalla loro storia, per questo sono tutt’altro che oscene.

Post 1 «Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione non dispiega una scena intorno a sé, cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno – scrive Umberto Galimberti – perché offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità di quel cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci (…) per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla messa in scena, dove non si celebra la trascendenza del corpo ma la sua opacità.» (U. Galimberti, 2004. Le cose dell’amore. Feltrinelli, p. 79)

Sono immagini piene di fascino e autorevolezza quelle di Jade, trasparenti di un sapere radicato nell’esperienza corporea.  È possibile visualizzare le fotografie di A Beautiful body  sul sito http://www.abeautifulbodyproject.com/ o visitando la pagina facebook  https://www.facebook.com/JadeBeallPhotography?fref=ts.

Ana, invece, è una professionista dell’obiettivo ed ha deciso di fotografarsi negli istanti appena successivi alla nascita di sua figlia, facendo a meno di qualsiasi tecnica di foto-ritocco. Nei suoi autoscatti a colori c’è il sangue vivido e ci sono la placenta, il cordone ancora attaccato, la stanchezza, il sudore, il sorriso.

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«Con questo mio autoritratto – dice Ana Alvarez Errecalde – voglio mettere in discussione l’idea della maternità comunemente trasmessa dal cinema, dalla pubblicità e dalla storia dell’arte. Quelle immagini di maternità rinforzano stereotipi che provengono da fantasie eterosessuali maschili in cui persiste il dualismo madre/prostituta e dall’abitudine a sacralizzare tutto ciò che ha a che fare con la maternità. Con queste foto ho voluto raccontare la mia esperienza di maternità: per partorire mi apro, mi trasformo, sanguino, grido e sorrido. Sto in piedi ancora con la placenta dentro di me, unita a mia figlia attraverso il cordone ombelicale e decido quando fotografare, io sono la protagonista. Attraverso il parto tolgo il mio velo culturale. La mia maternità non è verginale e asettica. (…) In questi scatti io mi espongo tanto quanto si espone chi li guarda. Io espongo la mia intimità, ma chi mi guarda espone i suoi pregiudizi (…).» «Mostro una maternità – aggiunge Ana Alvarez Errecalde – non vista attraverso gli occhi di Eva (e la punizione divina del “tu partorirai con dolore), ma attraverso gli occhi di Lucy, la più antica ominide ritrovata fino ad oggi». (Fonti: http://www.alvarezerrecalde.com/ e ‘Autorretrato Umbilical – Intervista ad Ana Alvarez Errecalde’ http://vimeo.com/64946088 )

Se le foto di Jade Beall, pur con il loro coraggioso portato di verità, potrebbero tutto sommato esser presto ricondotte – ed erroneamente ridotte – a quell’arte coraggiosa che sceglie la bellezza dell’imperfezione, le immagini di Ana Alvarez Errecalde non consentono neppure per un momento di appigliarsi al già noto. La loro realtà spiazza, come una lancia scagliata da un altro tempo.

Sarà per via di tutto quel sangue. Sangue che ci fa pensare all’animalesco, allo sporco, alla malattia, alla mortalità. Sangue che associamo alla prosa della chirurgia, ma che non vogliamo vedere nelle foto di nascita, anche quando lo scenario è una sala parto ospedaliera; anche in un tempo come questo in cui è di moda il foto reportage del parto e il reality ha varcato la soglia dei reparti di ostetricia. Crediamo, probabilmente, che quel sangue possa strappare il velo di purezza che con solerzia stendiamo sulle donne diventate madri. Pensiamo che sporchi la sacralità della nascita, che ne contraddica la poesia e che neghi, come un ossimoro, la vitalità del primo vagito. Ma quel sangue che omettiamo come un tabù dalle foto come dalle fantasie sul parto, c’è sempre stato e ci sarà per per Rosaria e Rosalia come per Belen Rodriguez o per Kate Middleton e il suo royal baby.

L’esperienza delle donne, con il suo sangue misconosciuto e temuto, non ha avuto il potere storico di creare un’altra possibile associazione – quella tra sangue e ciclo vitale – e di imprimerla nell’immaginario collettivo.

Lavori come quello di Jade Beall o di Ana Alvarez Errecalde tuttavia non sono esempi, ma testimonianze. Il punto non è imitarle, magari travisandone le intenzioni, e così, lanciando un nuovo e sterile voyuerismo sul corpo delle donne, nella rete. Credo che il punto sia stare a sentire corpi che si raccontano e ascoltare ciò che hanno da dirci su di noi, sui miti e sui pregiudizi invisibili che guidano i nostri occhi, su ciò che non ci piace vedere e su ciò che forse potremmo ri-vedere e ri-definire bello, interessante e perfino attraente, con occhi liberati e lenti nuove.

Il punto di partenza è un punto di vista che apra ad una lenta ma inarrestabile rivoluzione dello sguardo.

Luisa Bonura

 

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2 pensieri su “Il corpo delle madri e la rivoluzione dello sguardo

  1. ok, ma che il corpo seduttivo ed erotico sia inespressivo..francamente non sono d’accordo, anche quello è un corpo che racconta e si racconta legittimamente

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