Presentazione del Foglio di Luminaria marzo 2013

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La maternità in tutta la sua portata bio-psico-sociale ci riguarda tanto come donne quanto come femministe  sia che abbiamo messo al mondo figli sia che siamo rimaste figlie. È questo il senso del pomeriggio di sabato 2 marzo col quale abbiamo voluto inaugurare le commemorazioni per l’8 marzo e che ci auspichiamo possa essere seguito da altri momenti di confronto e di lavoro comune.

Il piano simbolico è importante, esordisce Giovanna Fiume, presentando alle donne e famiglie che hanno sfidato il cattivo tempo e l’influenza per venirci a trovare, “questo” originale Foglio di Luminaria. Sono d’accordo con lei, le ricorrenze sono molto importanti. Che ogni giorno dovremmo ricordarci della festa per la donna, è vero, ma di fatto non abbiamo gli strumenti per farlo, o non sempre. E allora le ricorrenze, proprio perché sono cicliche, ci riportano non solo a ciò che evocano, ma anche a noi stesse, e a come ci risuonano, ai nostri desideri, alle intenzioni che coltiviamo, e se si sono realizzate o no.  Spesso per le donne e per le femministe italiane, soprattutto nei dibattiti ideologici, la maternità non è stata che una parentesi. Se è davvero così, se abbiamo messo il nostro essere madri tra parentesi, allora oggi vogliamo entrarci dentro e fare del nostro essere donne l’esponente fuori parentesi che ci moltiplica al loro interno.

Luminaria è un’associazione composta da femministe che hanno fatto la storia del movimento a Palermo e che con grande generosità ci hanno dato voce per interloquire con diverse generazioni di donne e portare all’attenzione il tema della nascita come una forte rivendicazione di un diritto sociale ancora oggi non tutelato. Anagraficamente molte Luminarie sono ormai in età non più riproduttiva, alcune sono state madri, altre no, in questo senso il tema potrebbe sembrare non toccarle da vicino. Per di più, quello della libertà di scegliere dove e come partorire e del parto in casa, potrebbe a prima vista, sembrare un argomento passatista. Eppure confrontandosi con noi socie di In braccio alla Luna, nate nel periodo in cui molte Luminarie diventavano madri ed hanno lottato per il diritto al parto ospedaliero, cioè tra gli anni Settanta e Ottanta, al di là delle resistenze ideologiche, abbiamo scoperto molti più punti di contatto rispetto a quelli che ci separano.

Assistiamo al fatto che alla emancipazione sociale, fenomeno storico peraltro completato parzialmente ed oggi messo a repentaglio da una crisi economica che pesa, come sempre, di più sulle donne, non sia corrisposta una vera e propria conquista di sovranità sui nostri corpi. Anzi, affidando alla propaganda medica, politica e mediatica la parola sul corpo delle donne, abbiamo contribuito ad alienarci da noi stesse.

Invece di lasciare che sia la biotecnologia ad avere l’ultima se non l’unica parola sui corpi materni e per proprietà transitiva, sul corpo di tutte e tutti, visto che siamo tutti e tutte Nati di donna, crediamo che occorra riappropriarsi della capacità di sentire, ritrovare un vissuto corporeo che porta in sé la cifra di una antica e ancora riattualizzabile potenza.

Fermamente convinte che il soggetto-madre ed il soggetto-che-accompagna-la-madre a diventarlo (da anglo-germanista non posso che constatare che il termine inglese mid-wife è decisamente più pregnante di quello italiano, ostetrica), siano oggi soggetti politicamente e culturalmente responsabili, impigliati nelle maglie della storia, ma proprio dalla loro incarnazione, dai loro corpi situati in questa realtà sociale, deriva la loro responsabilità di negoziare oppressione e resistenza.

I corpi materni, esistendo, resistono. Nei nove mesi in cui si porta in grembo un bambino, nelle poche ore in cui avviene una nascita e nei pochi mesi, per alcune di noi purtroppo solo nei pochi giorni, in cui si consuma un allattamento, si concretizza tutta la profonda ambiguità dell’essere donna in una società che ha rinunciato alla corporeità. Cosa è cambiato negli ultimi quarant’anni nell’assistenza al parto? Siamo davvero libere di fare scelte consapevoli e in piena autonomia sui nostri corpi? No, non lo siamo, siamo disinformate, terrorizzate, trattate come bambine e cooptate da una istituzione sanitaria che non mette al centro la persona umana, ma il profitto economico. Come abbiamo fatto a non accorgerci, mentre scendevamo in piazza per il diritto all’aborto e al divorzio, per l’accesso al mondo del lavoro e della politica, che nel privato più intimo cedevamo la sovranità del nostro mettere al mondo, pagando forse un prezzo troppo alto per le nostre libertà sociali, sacrosante irrinunciabili e mai come oggi necessarie e da difendere a denti e pugni stretti? Davvero “l’utero è mio?” O l’abbiamo ceduto al migliore offerente, vestito in camice bianco?

Umanizzare il parto per recuperare la dimensione intima, personale, relazionale di questa esperienza è una necessità grande in un momento storico in cui prevale la generale disponibilità ad adeguarsi a una vita dove ogni cosa deve essere rapida, priva di emozione, pianificata, indolore, funzionale solo a sopravvivere correndo e producendo. Non ci si domanda, in questa visione semplificata dell’esistenza, in questo ‘riduzionismo’ del vivere, se ci sfugge non qualcosa di superfluo, ma di fondamentale per la sopravvivenza: è questo il punto. Perché senza emozioni, sia nel loro alternarsi per opposti che nel loro procedere per gradazioni e sfumature, non c’è vita, soprattutto, non c’è salute.  L’attuale scena del parto rivela quel più vasto processo di rimozione sociale per il quale l’imprevedibilità e la straordinarietà della nascita non fa più parte della quotidianità, ma è stata chiusa in luoghi creati opportunamente per separarla dalla vita stessa, creando l’illusione che di parto non si muoia più o non ci si ammali più solo perché è stato inventato il taglio cesareo.

Diffondere una cultura della nascita fisiologica e fare in modo che le donne si approprino del proprio ruolo attivo e da protagoniste rispetto alla gestione del proprio parto come non è stato mai loro concesso in nessuna epoca storica, è questo l’impegno del movimento per il parto naturale a cui in braccio alla Luna aderisce. Non si tratta di stabilire se sia meglio il parto in casa o in ospedale, se il marito debba assistere o no, se l’allattamento al seno sia indispensabile e da agevolare a tutti i costi, se le evidenze scientifiche impongano alcune pratiche piuttosto che altre, ma permettere alle donne di accedere a informazioni corrette e libere da interessi e finalità “altre”. E potere scegliere. Ognuna secondo i propri vissuti, diversificando il più possibile l’offerta.

Volevo ringraziare pubblicamente Elvira Rosa che ci ha donato la sua testimonianza di donna, madre e femminista degli anni Settanta e ci ha mostrato come aldilà delle resistenze ideologiche sia urgente una lotta sinergica tra i vari femminismi per ribadire un No secco alla violenza di stato sul corpo delle donne.

Ovviamente il mio sentito grazie va anche alla straordinaria Giovanna Fiume, a Antonella Monastra, a Serena Romano, a Dora Sicilia, a Daniela Magro a Francesca Lo Re e Fulvia Ilari, a Monica Garraffa e a tutte coloro che erano presenti sabato e che vogliono unirsi a noi in questa impresa per farsi custodi e garanti dei diritti delle donne anche nel momento in cui danno la vita.

Marika Gallo

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