Le parole per il parto

Presto In braccio alla Luna proporrà dei seminari sulla parola come strumento di potere, quindi mantenetevi in contatto con noi! Ad esempio uno dei punti di partenza dal quale iniziare per intrecciare il filo del nostro discorso sarà questo:

Che cosa significa essere femmine e quali solo le implicazioni di questo termine ve lo siete mai chiesto? Ci sono due scuole di pensiero, la prima vede la parola femmina imparentata con la radice indoeuropea *dhe, che ha dato in greco tithéne, che vuole dire colei che allatta, la seconda invece la vede imparentata con la radice *bhu, da cui deriva il greco physis, natura, come leggiamo nel dizionario etimologico:0cabba

Femmina come colei che allatta o come colei che genera. Già dal tempo dei nostri progenitori indoeuropei (se sia mai esistito un linguaggio comune e se sia da ascrivere agli indoeuropei è ancora tutto da appurare, ma questa è un’altra storia), siamo identificate con le nostre funzioni biologiche, e contestualmente siamo controllate nell’esercizio attivo delle nostre funzioni riproduttive (lo stupro etnico e il rapimento di prole altrui con la conseguente sostituzione del latte materno con latte animale risale ai tempi neolitici).

Diversa sorte invece tocca alla radice della parola maschio:

15781b

Insomma, nelle femmine si evidenzia la loro continuità con l’animale, mentre nei maschi la loro abilità squisitamente umana di pensare. Indipendentemente che ci si riferisca a femmine o maschi di animali cose o categorie del pensiero, femmina è tutto ciò che nutre, maschio tutto ciò che pensa. Che visione interessante ma comunque parziale e limitata! Le lingue ci dicono molto di come il mondo viene rappresentato e percepito e sono uno dei primi strumenti di coercizione che ha inventato l’essere umano per fabbricare mondi e mantenere il potere.

Ecco perché è principalmente la parola, lo strumento che utilizzo per cercare di interrogare i silenzi della storia e le incrostazioni culturali sulle traversie del materno. Da un punto di partenza “linguistico”, (non per nulla sono laureata in lingue!), mi sono messa alla ricerca di una antropologia dell’intimità che espliciti la corrispondenza che c’è nella tensione tra sapere pubblico e sapere privato sul corpo delle donne e con questo occhiale ho indagato la maternità come incrocio conflittuale tra esperienza ed istituzione, a un tempo bio-psichica e socio-culturale. Il corpo della donna e il corpo materno, è un corpo in ostaggio della storia, è un corpo colonizzato, è un corpo, senza uscire troppo dal campo semantico della colonizzazione e dell’ostaggio, sacralizzato, perché anche i processi di sacralizzazione del corpo molto spesso celano finalità “altre”.

Declinando queste riflessioni nell’ambito perinatale, da tempo sto indagando i diversi modelli culturali e narrativi attorno alla gravidanza, parto e all’allattamento al seno nella nostra cultura secolarizzata e sto analizzando le forme di controllo o protezione sociale della maternità che convivono in Occidente. Ci sono due grandi direttrici sulle quali possiamo inscrivere questi modelli culturali della nascita, quello biomedico e quello naturale. Diversi studi antropologici considerano la medicalizzazione – cioè l’utilizzo di procedure diagnostiche e terapeutiche valide per le gravidanze patologiche a tutte le gravidanze fisiologiche – come la filiazione di istanze di controllo sociale, un tempo esercitato dalla famiglia patriarcale, che mirano a deprimere la capacità delle donne di partorire e nutrire figli.  Sull’altro versante, invece, contestualizzano nella nostra surmodernità il parto olistico e quello non assistito, in cui il ritorno alla wilderness viene sdoganato come la vecchia visione romantica del “naturale”, solo un po’ più arruffata, un po’ più inselvatichita ma di certo pencolante tra una sorta di superomismo rivisitato in chiave ecofemminista e uno spiritualismo New Age. Ma le donne, veramente, che cosa vogliono? In qualche modo ancora, alla emancipazione sociale delle donne, processo rivoluzionario peraltro non del tutto completato, non è corrisposta una vera e propria conquista di sovranità sul proprio corpo, e credo che bisogni chiedersi il perché su più fronti. Ormai è evidente che le donne, lungi dall’avere liberato se stesse, pur avendo ottenuto tanto dal punto di vista giuridico e sociale, nel momento in cui hanno ceduto alla propaganda medica e politica la parola sul proprio corpo, abbiano contribuito ad alienarsi da esso e il corpo dà segni sempre più eloquenti di questo alienazione: difficoltà nel concepimento, nel parto e nell’allattamento sono più frequenti in quelle società che controllano “istituzionalmente” questi ambiti della vita intima e sessuale di una coppia.

La storia e la letteratura mi hanno dato gli strumenti per  esplorare la reductio ad matrem e la falsificazione storica del femminile che ha “annodato”, attraverso i miti, i riti e il linguaggio, il corpo individuale delle donne al corpo sociale della Patria. Se studiamo la maternità da una prospettiva evolutiva e comparata e indaghiamo con acume com’è avvenuta la nascita della maternità patriarcale, è possibile individuare nel controllo sociale del parto e dell’accudimento dei neonati, un luogo di potere che funge da modello per qualsiasi altra forma di sfruttamento e controllo illegittimo delle capacità produttive e riproduttive degli individui.  Sono convinta infatti che quello che accade durante la nascita rifletta il modo in cui consideriamo la vita tout court, la scena del parto è un rivelatore sociale del posto che la donna occupa nella società, del rapporto uomo-donna, del rapporto individuo-società, del legame dell’essere umano con le tecnologie che costruisce (Pizzini 1999). In particolare con le mie ricerche sto provando a dimostrare come attraverso il mitologema della natività, il patriarcato ha esorcizzato nel feticismo delle funzioni femminili il potere generativo delle donne e che i vincoli di patronage che dal nocciolo della famiglia salgono fino alle più alte macchine del potere, regolando i rapporti asimmetrici tra uomini e donne e tra donne fra loro, hanno permesso l’imporsi di una società stratificata, gerarchizzata e violenta.

La risultante di questi processi coercitivi millenari è che le donne percepiscono la propria soggettività non integra, e già questo è alla base dell’affievolimento del protagonismo delle donne nella loro esperienza di maternità.

Nel seguente articolo comparso su “NoiDonne”, si può leggere cosa potrebbe fare la nostra generazione per provare a scardinare i regimi discorsivi imperanti sul sapere del corpo, (tanto quelli biomedici quanto quelli per così dire new age) che non hanno dato voce a un dialogo che riguadagni l’esperienza della maternità ad una dimensione in cui tanto l’ideologia della stratificazione sociale in base al genere quanto quella biopolitica abbiano meno presa. Lo condivido perché in esso sono espressi sinteticamente dei concetti che io ho sviluppato in una tesi di laurea di 136 pagine, basandomi sui lavori di Margaret Mead, Brigitte Jordan, Robbie Davis Floyd, Sarah Blaffer Hrdy, Wenda Trevathan e Karen Rosemberg, sulla quale ho lavorato da febbraio a giugno 2012 e che adesso sto risploverando per provare a farne un testo divulgativo, tempo permettendo.

Fonte: Per un parto attivo

Il potere dell’istituzione medica è oggi ancora troppo forte e pervasivo. Occorre un cambiamento nella cultura occidentale del parto. Ogni parto è un evento unico e non uniformabile. Come ben afferma Piera Maghella, fondatrice del MIPA (Movimento Internazionale Parto Attivo), il parto attivo “NON è un nuovo metodo, ma un atteggiamento radicalmente diverso; NON è lasciare la donna che sta partorendo senza assistenza e NON vuol nemmeno dire non intervenire mai […]; NON è uno svalutare i grandi passi fatti nel campo dell’ostetricia e nemmeno svalutare il ruolo degli operatori e NON è neppure un tornare indietro alla ‘natura’ o al primitivo”; piuttosto con esso si intende “un protagonismo della madre, del padre e del bambino durante la gravidanza, il parto ed il periodo dopo il parto. È rispetto dei tempi, dei bisogni, delle scelte e della cultura in questa coppia; è più attenzione, ascolto ed osservazione da parte degli operatori”. È il concetto di scelta – accanto a quelli di partecipazione e consapevolezza – che si trova infatti alla base di un’ostetricia che voglia rendere umano l’evento del parto. Poco conta che si utilizzi il canto (come fa Leboyer), il parto in acqua (promosso da Odent) o si sostengano le partorienti con la musica (come caldeggiato dal Dott. Braibanti) se poi la donna si trova di nuovo costretta in azioni, posture, processi e tappe imposti da altri. L’insidia principale di tali metodi, come di molti altri, è “legata al fatto che il bersaglio di queste lotte sono dei metodi e delle pratiche specifiche piuttosto che il potere che l’istituzione ha sulla donna”. Per quanto le innovazioni ostetriche introdotte da questi medici, per menzionare le più recenti, presentino delle caratteristiche positive, esse non risultano sufficienti affinché si possa parlare di un cambiamento nella cultura occidentale del parto. Non si può pretendere di promuovere una “nascita senza violenza”, come da loro affermato, dando rilevanza al solo nascituro: non solo si compie così una forte discriminazione nei confronti della partoriente, ma di fatto non si tiene conto del benessere del bambino – in quanto legato in una relazione osmotica con la madre vivrà la sua nascita come ella vive il proprio parto. Pretendere e magnificare poi, come essi hanno fatto, la totale inconsapevolezza della donna nei confronti del parto, della propria corporeità e fisiologia è offensivo nei confronti del genere femminile: viene così facendo ribadito quel potere maschile che ancora oggi impedisce alle gestanti e alle partorienti di riappropriarsi di un percorso e di un evento sottrattigli dalla biomedicina a favore di un sempre maggiore protagonismo degli operatori sanitari. Ancora, tentando di uniformare il parto ad un modello e fare in modo che ogni sua occorrenza rientri in esso significa renderlo sempre uguale, snaturando così un evento unico in quanto influenzato di volta in volta dalle azioni e dai sentimenti dei personaggi che lo animano, dal contesto e dalle interrelazioni umane. Infine, nonostante sia lodevole dedicare attenzione agli spazi fisici in cui il parto avviene, ciò non è sufficiente: sulla sua scena si intersecano molteplici dimensioni, tutte allo stesso modo rilevanti ed ognuna degna di essere tutelata ed ottimizzata in quanto il parto, è bene ricordarlo, è evento biosociale e psicofisico. Oltre alle migliorie in ambito assistenziale vi è qualcuno, come Verena Schmid, che propone infatti un sistema ostetrico alternativo al fine di raggiungere un obiettivo da molti auspicato: rendere protagonista del parto la partoriente. L’Ostetricia relazionale, così denominata da questa ostetrica “perché mette al centro dell’evento la donna, e quindi la relazione diventa lo strumento principale di intervento e rapporto” si presenta come l’integrazione tra due modalità di fare ostetricia:Modelli di ostetricia

Ostetricia istituzionale / Modello patriarcaleParto evento medico, concetto meccanicistico, evento fisico / Approccio lineare, valutante le costanti, la quantità, orientato sul risultato; assenza di ritmi, standardizzazione / Uso della tecnologia come strumento di controllo, di prestigio, finalizzato all’efficienza / Gravidanza e parto potenzialmente rischiosi, patologici, pieni di incognite / Competenza, senso di protezione e controllo sono dell’esperto (medico); offre alla donna la sicurezza della protezione dalle emozioni / Determinazione autoritaria degli eventi / Segmentazione degli interventi; logica della produzione industriale / Interventismo medico: aggressivo, distruttivo, orientato verso un aumento di patologia, fuori dalla relazione con la donna / Adattamento e sottomissione della donna; donna oggetto, passiva / Ostetricia operante / Medicina paternalistica, regressiva / Scienza / Rende inabili gli abili (crea incompetenza, inadeguatezza); ruolo dell’operatore direttivo, impositivo

Ostetricia relazionale / Nuove modalità di assistenza (modello integrato)Parto evento biosociale, concetto umanistico, evento psicofisico / Approccio circolare, valutante le variabili, la qualità, orientato sul percorso, ritmico, personalizzato / Uso della tecnologia come ausilio, strumento di cura, finalizzato al benessere / Gravidanza e parto potenzialmente espressioni di potenza e di salute, riferimenti di sicurezza nella donna / Competenza, senso di protezione e controllo sono della donna; è aperta o esposta all’esperienza emozionale / Determinazione degli eventi attraverso il dialogo e la relazione con la donna, mediazione attiva / Continuità dell’assistenza e delle competenze; servizi per la salute / Interventi conservativi, protettivi, orientati verso il ristabilirsi dei processi fisiologici, all’interno della relazione terapeutica con la partecipazione attiva della donna / Protagonismo crescente della donna/coppia; donna soggetto, attiva / Ostetricia aspettante / Medicina ecologica, autoterapeutica, maieutica / Arte / Rende abili gli inabili (crea competenza); ruolo dell’operatore di facilitatore, propositivo

Ostetricia alternativa / Modello matriarcaleParto = rituale femminile, evento intimo, sessuale, spirituale / Approccio intuitivo, valutante l’esperienza personale, orientato sul processo di trasformazione iniziatico della donna / Nessun uso di tecnologia, mezzi naturali e sostegno come cura / Gravidanza e parto espressioni della vita / Competenza e sicurezza sono nella fede personale della donna, nelle sue motivazioni interiori / Determinazione degli eventi secondo il fluire delle cose e i ritmi personali, nessuna mediazione / Continuità e autogestione / Interventi dolci, non strumentali, uso di un’antica manualità ostetrica guidata da una profonda conoscenza del corpo / Protagonismo assoluto di donna, partner e bambino, piena espressione della potenza generativa femminile e maschile / Ostetricia sapiente / Medicina della donneSaggezza / Conferma e rinforza la competenza fino alla liberazione dagli esperti

Il modello proposto da Schmid è contraddistinto, come è possibile notare, da una relazione diversa fra la donna e chi la assiste, aspetto che rappresenta il nocciolo dell’assistenza ostetrica non convenzionale. La donna, se approcciata secondo le coordinate di un’ostetricia relazionale, è protagonista attiva del suo parto, soggetto consapevole e agente di scelta libera ed autonoma, e non oggetto passivo su cui il medico interviene, mera spettatrice, paziente bisognoso di cure e gesti medicalizzanti.Ad oggi, a sostegno di un parto attivo esistono strumenti e linee guida specifici – come ad esempio il “Piano del Parto” e “La carta dei diritti della partoriente”, discussa presso il Tribunale Otto Marzo nel 1982 – anche se il loro effettivo utilizzo è ancora raro in Italia; esistono disegni di legge ad hoc, come il DDL “Norme per la tutela dei diritti della partoriente, la promozione del parto fisiologico e la salvaguardia della salute del neonato” presentato più volte in Parlamento ma ancora sotto esame, dunque privo di valore vincolante per l’istituzione medica; esistono infine le 15 raccomandazioni dell’OMS, anche se, trattandosi appunto di “raccomandazioni” e non di obblighi, non sempre vengono attuate.Ora: se molte donne, buona parte dell’opinione pubblica ed alcuni operatori sanitari si fanno promotori di un parto attivo, per quale ragione esistono ancora resistenze alla sua effettiva concretizzazione? Secondo il mio parere, il potere dell’istituzione medica è oggi ancora troppo forte e pervasivo per essere attaccato dall’esterno oppure logorato dall’interno; inoltre all’interno della nostra società ci sono ancora troppe resistenze emozionali, culturali ed ideologiche, e proprio queste, a mio avviso, impediscono di attuare politiche adeguate al fine di rendere l’evento del parto un’occorrenza pienamente umana. Più che mai si rivela necessario un cambiamento individuale – e dunque collettivo; ma considerando che si tratta di un mutamento antropologico di vasta portata, non possiamo pretendere che avvenga in tempi brevi: l’unica cosa da fare credo sia allora informare, riflettere, proporre, affinché ogni donna possa dirsi consapevole, e possa dunque esigere la tutela dei propri diritti, tra cui figurano quelli di gestante, partoriente e puerpera.

(27 Dicembre 2012)

Annunci

4 pensieri su “Le parole per il parto

  1. Bellissima iniziativa! Voglio proprio esserci!
    Avevo letto a Dicembre l’articolo di Noi donne e l’avevo conservato perché mi sembrava misurato, e nello stesso tempo efficace e “sovversivo” nella sua brevità.
    Credevo di averlo perso e invece ieri Monica, me lo ha riportato durante “Libere di scegliere come e dove partorire”.
    Era finito tra le pagine di un libro di Braibanti che mi aveva prestato e che le avevo restituito..
    Tutto torna, in tutti i sensi.. 😉

  2. In realtà però dalla radice man-, che è quella di maschio, derivano anche metron, che è la “misura” ed anche “l’utero”, “mene”, che è la luna, “manus”, la mano, e c’è una connessione con la radice ma-, che in ogni angolo del mondo vuol dire “madre”. La nostra radice è una sola, e le parole più antiche “lo sanno” e lo dicono.

  3. Vero Dani, “mano” “uomo” “luna” e “terra” sono imparentati, ma questo perché il pensiero e il linguaggio nasce con homo sapiens, che fa dell’imperativo tassonomico il suo successo evolutivo. Vero che la nostra radice è una sola, perché il pensiero simbolico nasce homo. Ma attenzione, credo che *me(d) e *mánu- le radici per “misura” e “persona” non sono da sovrapporre a *məter, la radice per madre,(lo chiederò alla mia professoressa di Filologia, per esserne certa.)
    Oltretutto, le radici indoeuropee non ci dicono nulla degli uomini delle origini, perché risalgono “solo” a 5000 anni fa, epoca in cui le femmine erano già state assoggettate legalmente ai maschi.
    La cosa interessante è che la nascita delle lingue mediterranee di recente è stata retrodatata al paleolitico e sempre di recente sono state decifrate le lingue assire e sumere e scoperte corrispondenze non solo con le lingue semitiche ma anche con lingue indoeuropee come il germanico o il latino, quindi si suppone una radice anatolica che abbia fatto da substrato all’indoeuropeo, ma non si sa nulla di una lingua madre più antica.
    Non sappiamo nulla delle lingue dell’uomo di 40000 anni fa, sappiamo solo che ha lasciato tracce rupestri e rappresentava animali come tigri giaguari mammut bovini, parti anatomiche come vagine e falli, elementi arborei e strani segni interpretati come “segni apofenici”, alla radice del pensiero simbolico.
    Penso che il fatto che “utero” “mestruo” e “luna” siano imparentati con “pensiero” risieda nella necessità per le società agricole di 10000 anni fa (già in piena fase “religiosa”) di misurare il tempo lo spazio e la (ri)produttività umana. Non ci dicono nulla di una precedente fase matriarcale.
    Come scrivevo nel post, adottando il mitologema della nascita, il corpo sociale neolitico sottomise la donna riducendola a fattrice di mano d’opera a costo zero e la donna fu ammessa nella società solo quoad matrem. Ecco perché misura e mestruale fanno parte dello stesso campo semantico. Alla luce di tutte queste congetture, credo che introdurrò antropologia linguistica al mio piano di studi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...