Il sapere autorevole e le sue costruzioni

Da tempo accarezzo l’idea che In braccio alla Luna ospiti una sezione in cui potere condividere le mie ricerche nel campo dell’antropologia della nascita a partire dalla traduzione e divulgazione di una serie di articoli e testi scientifici di quelle che considero le madri della disciplina (Margaret Mead, Brigitte Jordan, Sarah Blaffer Hrdy, Robbie Davis-Floyd, Sheila Kitzinger, Wenda Trevathan, Karen Rosemberg…).

Inauguro questa serie di articoli iniziando dal discorso pronunciato da Brigitte Jordan venti anni fa, il 3 dicembre del 1992 al convegno dell’Accademia Antropologia Americana “La nascita in dodici culture: fogli in onore di Brigitte Jordan”

Il sapere autorevole e le sue costruzioni

Osservazioni Introduttive al Simposio su “La Nascita in dodici culture: fogli in onore di Brigitte Jordan”

Convegni annuali dell’Accademia Antropologica Americana,

San Francisco CA, 3 dicembre, 1992

Brigitte Jordan

XeroxPalo AltoResearchCenter and

Institute for Research on Learning

 

Abstract: Il sapere autorevole e le sue costruzioni: all’interno di particolari situazioni sociali esistono molteplici modalità conoscitive, ma alcune hanno un peso maggiore di altre. Alcuni saperi sono sottovalutati e screditati, mentre altri vengono autorizzati socialmente, perfino ufficializzati, e sono accettati come le basi per legittimare interferenza e interventi. Nella speranza di contribuire al progetto di una migliore assistenza sociale e tecnologica alle attività umane durante la nascita e nel resto della vita, esploro le caratteristiche del contesto, dell’organizzazione sociale e delle tecnologie che conducono ad una particolare distribuzione del sapere autorevole e del potere decisionale dei partecipanti. (10 min.)

Non posso che iniziare esprimendovi quanto senta profondamente l’onore che mi avete concesso con questo simposio. Sono davvero contenta di trovare riuniti in un unico posto un così largo numero di individui che sono tutti attivamente coinvolti nello studio antropologico (in contrasto a quello medico) della nascita.  Quando iniziai a fare le mie ricerche sulla nascita e l’arte ostetrica in Yucatan (e credo che adesso risalgano a quasi 20 anni fa), le cose che adesso sappiamo sull’Antropologia della nascita o nel campo dell’Etno-ostetricia non esistevano.

C’erano troppi pochi antropologi che avessero perfino considerato l’argomento in modo sistematico (c’era un articolo che riguardava un’inchiesta pionieristica di Margaret Mead e Niles Newton che rilevava prevalentemente il fatto che non ci fossero buoni dati etnografici sulla nascita e qualche comparazione transculturale tratta dai rapporti etnografici dell’area delle relazioni umane). Ma c’erano pochi antropologi che consideravano l’argomento come legittimo della disciplina – e anche questo è dire troppo. Di fatto non si stava neppure sindacando se fosse legittimo o meno, semplicemente non c’era. Il parto non esisteva in antropologia.

Non c’era nozione della nascita come un sistema culturale; l’idea di etno-ostetricia (un termine coniato successivamente da Carol McClain) non aveva ancora visto la luce del giorno, né il concetto che l’ostetricia cosmopolitana occidentale potesse essere studiata in una maniera antropologicamente comparata esattamente come qualsiasi altro sistema etnografico (un’idea che dobbiamo a Robert Hahn). Credetemi per una studentessa neolaureata alle prese con questo argomento quelli erano giorni di assoluta solitudine intellettuale.

Pertanto, provo un piacere immenso nel vedere quanta strada abbiamo fatto. L’antropologia della nascita oggi è un campo vitale e vivace e se ho contribuito alla sua crescita, me ne compiaccio molto.

[ Mi fa anche molto piacere che sia stato ristampato “La nascita in quattro culture”, cosa che non sarebbe mai avvenuta senza l’amorevole impegno che vi ha profuso Robbie Davis-Floyd. Il libro è stato aggiornato e revisionato. Vi abbiamo aggiunto anche tre nuovi capitoli che contengono alcuni dei miei scritti più recenti… nessuna delle quali cose sarebbe capitata senza la dedizione di Robbie.]

Adesso, penso di dovervi comunicare anche che non lavoro più nel campo della nascita. Ho cambiato la mia carriera, di nuovo, (penso che ci vogliano circa dieci anni per apportare un contributo incisivo in un determinato campo), e dopo aver partecipato nell’illuminare, almeno parzialmente, il territorio della nascita, ho sentito il bisogno di allontanarmene.

Nella mia vita attuale sto cercando di capire, insieme ai miei colleghi al Xerox PARC and IRL, come si organizzano le persone per lavorare insieme, giocare insieme, vivere insieme – e che cosa noi, in qualità di antropologi e scienziati sociali possiamo fare per contribuire a progettare un ambiente di lavoro e apprendimento migliore.

Perciò sono meno direttamente coinvolta nella nascita ultimamente e sono focalizzata di più nella sottostante o, sarei tentata di dire, sovrastante questione del cambiamento culturale e in particolare del ruolo che i nuovi tipi di artefatti e tecnologie giocano in questo cambiamento. Ma mentre il passaggio dall’antropologia medica all’antropologia del lavoro può sembrare abbastanza radicale, ci sono dei temi di fondo che sono rimasti costanti, e che hanno subìto un approfondimento in significato per me nella mia esposizione ai contesti di lavoro industriale. Uno di essi è la nozione di sapere autorevole.

Ci sono due modi in cui si potrebbe usare l’idea di Sapere autorevole

  •  Un uso, il più convenzionale, del termine vede il sapere autorevole semplicemente come la conoscenza che è legata a una persona in posizione di autorità, come, per esempio, il dottore nel parto, l’insegnante in classe, il caposquadra in una fabbrica;
  • Il secondo uso, che è quello a cui mi riferisco, vede al sapere autorevole come a quel tipo di conoscenza in base alla quale vengono prese decisioni in un determinato contesto, in un dato gruppo sociale.

Lasciate che vi dica cosa penso che ci procuri il secondo uso del termine.

Un tema che è sorto per me molto presto nel mio lavoro, è giunto dall’osservazione che in alcune situazioni sociali sono presenti molteplici tipi di conoscenze in virtù delle esperienze e bagagli culturali dei vari partecipanti.

In alcuni gruppi, questi differenti tipi di competenze sono in conflitto, in altri, divengono una risorsa per la costruzione di un modo comune di vedere il mondo, un modo di definire ciò che è considerato come sapere autorevole.

È questo il caso, ad esempio, del parto nello Yucatan, dove le donne delle comunità rurali attingono a un vasto corpo di conoscenze, che si compone ad ogni singola nascita, formato da una storia condivisa e dall’esperienza di tutti i presenti, la famiglia più vicina alla donna, la levatrice del villaggio, e le altre donne di esperienza della comunità. La cosa interessante è che in tale situazione, tutti i partecipanti danno un contributo per un aiuto  – fisico, emozionale, rituale, spirituale – e se il travaglio si protrae nel tempo e diventa difficile, mettono insieme un bagaglio di conoscenze tramite storie, rappresentazioni e rimedi. In questo modo, si costruisce una condivisa visione di come proceda un travaglio, per ogni coppia donna e bambino, nella quale tutti sono coinvolti nei diversi aspetti di una nascita.

Contrariamente al parto medicalizzato occidentale, non c’è nessuno che prende in carica qualcuno qui. Non c’è un’unica persona a prendere decisioni. Di sicuro non lo fa la levatrice (cosa che mi stupì inizialmente perché mi aspettavo che lei agisse come una sorta di equivalente del medico); non le prende neppure la donna che partorisce (cosa che, da femminista laureata, mi sarebbe piaciuto vedere). Piuttosto, il bagaglio di conoscenze richiesto per la conduzione di un parto è creato e ricreato da tutti i partecipanti insieme.

La cosa interessante è che abbiamo trovato la stessa distribuzione orizzontale del sapere autorevole nelle nostre ricerche più recenti nei luoghi in cui si lavora con le alte tecnologie. Per esempio, quando abbiamo studiato il centro di controllo per un’operazione di terra di una compagnia aerea, abbiamo scoperto che le persone che vi lavorano sono costantemente impegnate nell’aggiornarsi a vicenda nello stato del loro mondo, dove per mondo si intende il settore che si occupa degli aerei in volo, a terra, all’imbarco, di dare il via per far salire i passeggeri, per imbarcare i bagagli, il carburante, gli alimenti o il personale di volo. In tale situazione ogni informazione che arriva in cabina attraverso uno dei canali (come stampanti, radio, telefoni, monitor di computer, monitor di video) è potenzialmente rilevante per tutti e nessuna di queste informazioni è trattata come privilegiata. Il personale non rifiuta di fornire informazioni, dà e sollecita costantemente aiuto, e sviluppa pratiche e tecnologie di lavoro condivise che favoriscono l’aggiornamento condiviso dell’insieme comune di conoscenze in base alle decisioni che sono prese in cabina.

Per essere sicuri ci sono dei supervisori nella cabina comandi. Ma per il lavoro di routine di portare l’aereo dentro o fuori la pista, il loro lavoro non consiste nel controllare le informazioni o prendere le decisioni ma come un paio extra di mani, un paio extra di occhi vigilanti, tenendo d’occhio qualche particolare problema se si sviluppa e possibilmente affiancandosi alle risorse esterne se sono richiesti. Le decisioni di routine sono tutte prese dal gruppo di lavoro.

Differentemente dalla cabina di comando, ci sono altre situazioni in cui molti tipi di sapere non convergono, dove un solo tipo di conoscenza ha la meglio. Questo è tipico delle nascite ospedaliere americane dove il sapere medico sovrasta e delegittimizza qualsiasi altra fonte potenziale di sapere come l’esperienze precedenti della donna e le conoscenze che lei ha dello stato del suo corpo. La conoscenza non medica è svalutata da tutti i partecipanti, solitamente inclusa la donna stessa che finisce per credere che la conduzione affidata al sapere medico professionale sia il meglio per lei.  Se non acconsente e decide di resistere attivamente, ci ritroviamo, nel caso estremo, di fronte al fenomeno del cesareo forzato, che è il rafforzamento legale di un particolare tipo di sapere.

Sicuramente ho dipinto un’immagine unilaterale qui e le cose non sono affatto bianche o nere o così semplici e dirette come le ho rese io per una presentazione di 10 minuti.

Forse la domanda alla quale dovremmo rispondere a questo punto, è: questo tipo di analisi, ossia un’analisi in termini di Sapere Autorevole, ci offre una leva per ristrutturare la gestione del parto nella nostra società? Io penso che ce la fornisca. Penso che dobbiamo pensare a come possiamo passare da una situazione nella quale il sapere autorevole sia distribuito gerarchicamente, ad una situazione in cui sia distribuito attraverso il consenso e orizzontalmente, per esempio, in cui tutti i partecipanti al travaglio e al parto contribuiscano al bagaglio di conoscenze alla base del quale sono prese le decisioni.

Nel nostro sistema tecnocratico dobbiamo chiederci domande come: che cosa dovrebbe accadere perché la donna diventi veramente una parte del processo decisionale? E se alla sua conoscenza, sia fisica e intellettuale, dovesse essere concesso lo status di legittima? E se avesse un posto nelle strutture di partecipazione professionale create attorno al parto? Ci potrebbe essere un processo di traduzione tra ciò che la donna sa e ciò che il personale capisce sia la situazione? Ci potrebbe essere un adattamento reciproco di questi modi divergenti di conoscere in modo tale che emerga un singolo sapere autorevole strutturato?

Questa, credo sia la sfida per il futuro della nascita nell’occidente tecnologizzato così come nei paesi in via di sviluppo del terzo mondo.

Trad. italiana di Marika Gallo, il testo originale si trova sulla pagina ufficiale di Brigitte Jordan: Authoritative Knowledge and its construction

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