Maura Andrea e Maddalena

Maddalena è nata da un sogno, in un momento in cui l’ultimo mio desiderio apparente era quello di diventare madre. Quel sogno mi ha sconvolta, mi ha costretto a crederci nonostante tutto mi dicesse di fare il contrario. Avevo ventiquattro anni e stavo con Andrea da tre mesi, non avevamo né una casa né un lavoro, eppure decidemmo di avere un figlio. Rimasi incinta subito, e da subito iniziai a sentire lo sconvolgimento di quella vita dentro di me. La prima volta che sentii Maddalena muoversi nella mia pancia erano passate solo undici settimane dal suo concepimento. La ginecologa mi disse che non era possibile, avevo di certo confuso qualche contrazione intestinale con i suoi movimenti, era ancora troppo piccola. Ma era così, l’avevo sentita proprio nel momento in cui aveva iniziato a muoversi, e nelle settimane successive la sognai, i suoi occhi mi turbavano così tanto che quei sogni mi sembravano giusto il frutto della mia immaginazione, fino a quel momento non avevo neanche pensato che potesse essere una femmina.

Non sapevo niente di gravidanza e maternage, ma nel giro di un paio di mesi iniziai a documentarmi e insieme ad Andrea decidemmo che Maddalena sarebbe nata in casa. Al quinto mese di gravidanza ci trasferimmo da Roma in Sicilia, nel paese in cui sono nata. Trovammo presto un’ostetrica che faceva parti in casa e iniziammo a frequentarla.

Arrivò il termine della gravidanza, ma io e Maddalena non eravamo ancora pronte a separarci. Intanto l’ansia delle persone che mi circondavano (eccetto Andrea) iniziava a salire, e con l’ansia salì anche la mia pressione. Avevano tutti paura della mia scelta, avevano paura del fatto che avessi deciso di risparmiare a mia figlia i controlli e i monitoraggi quotidiani che si fanno nelle ultime settimane. Dato che le contrazioni non arrivavano, l’ostetrica mi propose di andare a Palermo a fare un’ecografia per verificare che ci fosse ancora abbastanza liquido amniotico per Maddalena.

La sera prima di partire mio padre venne a casa mia e iniziò a urlarmi contro e a dire che stavamo mettendo a rischio la vita di nostra figlia ed eravamo degli irresponsabili, che sarebbe stato più sicuro andare in ospedale e che, tutto sommato, un cesareo sarebbe stato meno pericoloso.

Non volevo un cesareo e non volevo fare l’ecografia. Andai a dormire, e alle due di notte iniziai a sentire delle contrazioni. Alle cinque chiamai Andrea e iniziammo a misurarle. Erano molto deboli, ma regolari. A quel punto rimanemmo svegli e decidemmo di andare a vedere l’alba al mare, come facevamo spesso prima che rimanessi incinta. Quando vedemmo il sole albeggiare arrivò una contrazione più forte, sentivamo chiaramente che qualcosa di completamente nuovo stava per entrare nelle nostre vite.

Alle sette avvisammo Marzia che arrivò da noi poche ore dopo. Qualcosa stava iniziando ad aprirsi, ma era ancora molto delicato, molto lento, e io non avevo più il senso del tempo, non avevo alcuna fretta. Mi sentivo come quando avevo avuto la certezza di essere incinta, su un altro pianeta, sentivo il dolore che saliva come dentro uno stelo e si apriva come un fiore, e vederlo sbocciare era una meraviglia ogni volta. Era un fiotto leggero, ingenuo, e non permetteva al collo dell’utero di aprirsi.

Marzia mi visitò diverse volte, e ogni volta la situazione non cambiava. Mi accorsi che iniziava a innervosirsi, a preoccuparsi. Maddalena stava benissimo, io ero serena, ma restavamo sulla soglia a goderci lo spettacolo di un piccolo attimo di dolore che si ripeteva regolare.

Il giorno dopo l’ostetrica ci disse che – dal momento che la situazione non cambiava – ci rimanevano due cose da fare: tentare il parto in casa senza la sua assistenza o andare con lei a Palermo a fare un controllo dal ginecologo.

Andrea mi avrebbe appoggiata in ogni caso, benché avesse totale fiducia nelle mie doti. Vedere la preoccupazione di Marzia e pensare a tutte le persone – mio padre in primis – che in quel momento continuavano a produrre ansia mi portò a decidere di andare a Palermo. Sapevo da tempo, in realtà, che Maddalena sarebbe nata lì, sapevo che non sarebbe nata nella casa in cui vivevamo, ma non avevo avuto il coraggio di ammetterlo a me stessa, di dare fiducia a questa mia sensazione.

Ad ogni modo, iniziammo il viaggio, e durante il viaggio – nel sonno, mentre Andrea mi abbracciava – iniziai finalmente a dilatarmi. Arrivai in clinica con una dilatazione di quattro centimetri e mezzo. Maddalena stava benissimo, il suo peso era nella norma e muoveva la bocca come se stesse già ciucciando il mio latte.

Andammo a casa di Marzia e decidemmo di continuare il travaglio lì. Le contrazioni continuarono per tutta la notte tra canti e urla, fino a quando non arrivai a dilatarmi completamente. A quel punto, mentre mi visitava, l’ostetrica ruppe involontariamente il sacco amniotico.

Le contrazioni si affievolirono, non sentivo ancora l’impulso di spingere. Erano passate più di 48 ore dalle prime doglie e iniziavo a essere stanca, sentivo la necessità di fare qualcosa, sentivo un certo giudizio nei miei confronti, cercavo di appoggiarmi a Marzia e Andrea che mi avevano assistita per tutte quelle ore.

Ormai ero completamente aperta, eppure Maddalena continuava a rimanere dentro la mia pancia. Qualcosa in me non voleva lasciarla andare, qualcosa in lei voleva ancora stare dentro.

La mattina dopo Marzia, esausta, ci disse che non se la sentiva più di continuare: ci disse che avremmo potuto usare casa sua e tentare di partorire lì senza il suo aiuto oppure saremmo potuti andare con lei in clinica.

Decisi per la clinica. In pochi altri momenti nella mia vita ho avuto la possibilità di fare i conti così profondamente con i miei limiti. Ero esausta, Andrea e Marzia lo erano quasi quanto me e, per quanto la sentissi forte e determinata, iniziavo a temere che anche Maddalena stesse iniziando a stancarsi. In quel momento sia Marzia che Andrea mi accusarono di non essere stata in grado di abbandonarmi al flusso del dolore, di essermi fatta troppo condizionare dalle ansie degli altri, dalle loro paure. Se il parto fosse stato facile, veloce, puramente fisiologico non avrei potuto vedere la pericolosità di tutti gli atteggiamenti che mi avevano condizionata per tutta la vita fino a quel momento. Quella mattina la responsabilità di cui venni investita mi rese cosciente che non avrei mai più potuto ignorare quei limiti: il bisogno di approvazione e l’influenza degli altri, il rapporto non equilibrato col mio corpo, un contatto ancora instabile con la mia parte più spirituale.

Andammo in clinica, venni visitata e i medici rimasero interdetti. Ero totalmente dilatata (anche più di quanto accade durante il primo parto), ma la testa di Maddalena era ancora troppo in alto perché potessi iniziare a spingere. A memoria non avevano mai avuto a che fare con un caso del genere. Come ebbi modo di verificare in seguito, Maddalena non era ancora pronta a uscire, era stato l’amore di quei giorni a far sì che riuscissi comunque a dilatarmi.

Monitorarono i battiti di mia figlia, pranzai e mi riposai, e in tutto quel tempo continuai ad avvertire delle contrazioni che, per quanto leggere, mi affaticavano sempre di più.

Alle sei del pomeriggio decisero di darmi cinque gocce di ossitocina e iniziarono a monitorare le contrazioni. Finalmente ripresero e io iniziai a spingere. In breve tempo la testa di Maddalena cominciò a scendere, ma il dolore cominciò a crescere senza curve, senza percorsi, ma con scatti impetuosi, arrabbiato, risoluto. Immagino servano a questo le medicine che danno per accelerare il travaglio: non serve che il tuo corpo si abitui all’aumento di intensità, la cosa importante è che finisca presto.

A più di sessanta ore dalla prima contrazione iniziavo a cedere, non riuscivo a spingere con efficacia, non avevo più controllo su niente. Le mie urla riempivano la stanza in cui mi trovavo, il corridoio e arrivavano fino alla sala parto lì accanto. Intorno a me c’erano infermieri, ostetriche, e mentre urlavo il ginecologo che assisteva al travaglio mandava sms col cellulare. Non era quello l’ambiente che avevo desiderato per la nascita di mia figlia, non erano quelle le sensazioni che avevo immaginato durante la gravidanza, ma evidentemente era quello che ero in grado di vivere in quel momento.

La testa di Maddalena iniziava finalmente a farsi vedere. Erano passate quasi diciannove ore da quando si erano rotte le acque, eppure le sue pulsazioni crescevano, la sua forza impetuosa non mi abbandonava, mi dava fiducia. Ma il mio corpo era sempre più stanco, non ero in grado di partorire in piedi, non riuscivo a reggermi.

Mi portarono in sala parto e mi fecero salire sul lettino. In quel momento quella era la posizione più comoda per me, le contrazioni continuavano dolorosissime, e a ogni contrazione pensavo che non sarei stata in grado di farla uscire. Eppure ad ogni contrazione Maddalena si faceva più avanti, ma io arrivai addirittura a pensare che da lì a un minuto i medici avrebbero deciso di farmi un cesareo, e lì avrei toccato il fondo del mio fallimento. L’idea di avere delle persone attorno che mi dicevano di spingere, che mi tenevano una flebo di medicinale attaccata al braccio, che tenevano il loro braccio fermo sul fondo dell’utero per evitare che alla fine della contrazione la testa di Maddalena tornasse indietro mi facevano sentire inerme, ogni contrazione diventava insopportabile, dilaniante, e sentivo di non riuscire a usare completamente quella forza per permettere a mia figlia di nascere. In quel momento mi fidai realmente di Marzia, nonostante tutto quello che mi aveva detto poche ore prima, nonostante mi fossi fatta influenzare dai suoi timori nel corso di quei giorni.

Oltre a lei e al ginecologo c’erano diversi infermieri che assistevano al parto come se stessero guardando un programma qualsiasi in televisione. Chiesi a Marzia di mandarli via.

Dietro di me Andrea mi teneva la testa. Durante tutti quei giorni mi aveva dimostrato il suo amore senza risparmiarsi mai, per quanto anche lui sentisse il mio stesso senso di fallimento. Chiese al ginecologo di tagliare il cordone qualche minuto dopo la nascita, ma ce lo negò. L’idea di non poterle dare la nascita che qualsiasi bambino merita era insopportabile, era chiaramente quello che mi toccava pagare per non aver fatto i conti con i miei limiti durante i mesi della gravidanza (o – ancora prima – durante tutta la mia vita).

Poco prima che Maddalena nascesse mi fecero l’episiotomia. Mi sembrò una cosa totalmente innaturale, una violenza gratuita.

In tutto quel dolore, però, stava nascendo la nostra famiglia. Rimaneva comunque qualcosa di sacro, la parte più importante restava protetta, inattaccabile. Non era quello che avevamo sognato, non era perfetto, non era motivo di vanità, ma era comunque prezioso, e dovevamo proteggere – nonostante il posto in cui stava avendo luogo – questo evento.

Stavo partorendo in una condizione imperfetta, medicalizzata, incredibilmente dolorosa, ma dalla sala parto io e il mio uomo guardavamo il porto di Palermo, e questo avrebbe visto Maddalena non appena fosse uscita dal mio corpo.

Questo accade, alle 19.30 del primo aprile 2011, dopo quarantadue settimane esatte di gravidanza. Maddalena uscì e i suoi occhi azzurrissimi si aprirono immediatamente sul porto. Nel momento in cui la sentii uscire provai una sensazione che non si può descrivere, che non si può nemmeno immaginare. Si tratta di un momento preciso, il momento in cui senti distintamente che la vita – un corpo che è insieme materiale e spirituale, che ha un’energia vitale smisurata – viene al mondo attraverso di te.

Andrea vide il mio viso mutare in un attimo. Prima ero viola, ogni vena della mia faccia rischiava di esplodere, un momento dopo ero fresca, serena, con un sorriso imbevuto d’amore. Da lì in poi l’amore mi pervase, e nei giorni successivi – malgrado una serie di fatti che coinvolsero i miei genitori e sconvolsero i loro equilibri – persi ogni paura, ogni pudore nei confronti degli altri esseri umani. Maddalena iniziò a diventare sempre più reale, incarnata, io e Andrea iniziammo a cambiare quasi senza accorgercene, e cominciò per noi tre un viaggio bellissimo e a volte faticoso che prima di allora non avremmo mai potuto immaginare.

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