il parto della Pantera

Dal diario della nostra ostetrica Marzia:

“Sono di ritorno da una delle esperienze, al momento, più significative della mia vita!

Mi sono messa alla prova sotto tutti gli aspetti:  lavorativo, umano, come figlia sottoposta alle ansie familiari e come madre che non aveva mai preso una pausa così lunga dalla sua “bambina”!

Ci sono stati molti parti a Jacmel (Haiti)…  tutti meriterebbero un racconto, chi più chi meno, e tutti hanno lasciato in me qualcosa..ma quello che più di ogni altro io non dimenticherò è quello che mi accingo a raccontare per non perderne nel tempo i dettagli e perché altre donne, se vorranno, lo potranno ascoltare grazie a questo scritto.

Il parto della “pantera”

Lei è arrivata in tarda mattinata ad inizio di travaglio. Era scostante, incazzata, con abiti sporchi e decisamente malandata! Prendendo la sua scheda, che stranamente lessi tutta quanta (di solito non leggevo le schede nei loro dettagli), appresi che il marito la tradiva (nelle schede prenatali loro mettevano anche dettagli di vita personale GIUSTAMENTE! Da noi questo aspetto è completamente trascurato) .

Fin tanto che le contrazioni erano poco dolorose Lei camminava per il Dome lanciando qualche gridolino ma la situazione cominciò a “precipitare” quando il travaglio diventò attivo. Era già pomeriggio inoltrato e io mi trovavo in clinica con Emily, stranamente senza Clare con cui di solito facevo coppia.

Adesso ad ogni contrazione Lei cominciava a gridare e ad andare letteralmente fuori di testa! Gli occhi le si giravano e pronunciava frasi a me incomprensibili così, solo all’inizio, usufruii dell’aiuto della translator per capire cosa dicesse.  Era evidente che questa donna non versasse in condizioni serene..il suo corpo era pieno di cicatrici; ovunque sul corpo perfino sul viso, all’altezza della mandibola, aveva un buco come se un arnese appuntito le fosse stato infilato dentro.

Osservandola accuratamente ed entrando in contatto con Lei cominciai a provare una tenerezza infinita anche se non era semplice seguirla, starle dietro (voleva camminare, “marcher”).

Questa donna non so di preciso cosa abbia subito nella vita, e non credo fosse solo il tradimento del marito che la turbasse così, ma certamente non aveva ricevuto amore, accudimento e per questo ogni doglia era come se “mi dicesse” io non posso sopportare altro dolore !

Così cominciò la nostra “conoscenza” fatta di sguardi e di tanta dedizione da parte mia. Cominciai con il pulirla con le pezze umide, cambiarle il vestito con uno dei nostri parei e poi carezze..tante carezze e tante parole sussurrate al suo orecchio ogni volta che arrivava la contrazione e Lei se ne andava viaurlando e pronunciando quella frase che poi ho saputo fosse “io non ce la posso fare”!

Ormai non era più possibile lasciarci un attimo e si venne a creare tanta intensità fra noi 2 tant’è che  vedevo Emily cominciare ad osservarci con incuriosita … io la trattai come fosse Lei la bimba che stava per venire al mondo, la chiamavo “piccola mia” in italiano perché in questi momenti il linguaggio diventa universale e sono certa che Lei mi abbia compresa come io la capivo senza più bisogno che nessuno ci traducesse! Ho dovuto aspettare che si fidasse di me ma poi l’abbandono fu totale.

Ormai eravamo Io e Lei, strette in un abbraccio che gironzolavamo per il Dome (era sera e non era rimasta più nessuna mamma,  solo noi 3),  così ci potemmo permettere di utilizzare tutti gli spazi perché Lei non voleva assolutamente stare nella “stanza” che le avevamo assegnato all’inizio. Arrivava la contrazione e si accovacciava con me che la rassicuravo: “lo so, lo so che fa male..adesso passa piccola mia”, “respirer”…..

Ad un certo punto decise di stendersi per terra, evidentemente eravamo in piena fase espulsiva, ed Emily portò il faldone in mezzo alle sue e alle mie gambe. Arrivarono le sorelle ed il marito così io istintivamente feci come per lasciare il mio posto al marito appena entrato (mentre le sorelle le avevamo fatte sedere dietro la sua testa e le incitavamo a carezzarla)  ma Lei con un gesto che non lasciava dubbi alcuni  “mi disse” non ti muovere da dove sei  e mi abbracciò senza più mollarmi un istante!

Si ruppero le acque ed essendomi bagnata tutti i vestiti avevo l’esigenza di cambiarmi ..anche in questo frangente con Lei fu come ci fossimo parlate perché lasciò la presa del mio collo sicura che sarei tornata in pochissimo tempo, e così fu! Ormai spingevamo all’unisono e nel frattempo era anche arrivata Clare la quale, trovandoci in mezzo al Dome stese per terra, all’inizio rimase un attimo perplessa poi si fece anche lei trascinare da tutta quell’energia ormai creatasi. Alla fine del parto Clare disse sorridendo “partorire in mezzo alla clinica, perché no!”.

Il suo bambino nacque così, fra le mie e le sue gambe intrecciate, ed anche la placenta nacque li per terra; poi la trasportammo sul suo letto e dopo un po’ Lei mi fece segno di prendere il bambino perché non lo voleva vicino, non lo voleva attaccato al seno. L’utero era molto contratto per cui non era strettamente necessario che il bimbo succhiasse al seno per produrre altre contrazioni ma io desideravo che non si staccassero..che Lei  cominciasse a sentirlo un po’ di amore che da quel corpo martoriato poteva uscire verso l’esterno!

Solo che i morsi uterini ricominciavano a produrle quel tremore e quello stato di …. allontanamento  da se stessa che si era manifestato già al travaglio così ripresi a coccolarla, carezzarla … ormai sotto gli occhi stupiti dei parenti che affollavano la “stanza” la nostra speciale relazione amorosa non poteva che manifestarsi fisiologicamente!

Dopo qualche tempo (non ricordo quanto!) di carezze e parole sussurrate all’orecchio per tranquillizzarla le chiesi se era possibile riattaccare il bimbo al seno … Lei aprì gli occhi e mi disse di si! Questo SI fu per me una conquista enorme..una conquista per questa donna che riusciva finalmente a lasciarsi andare all’amore, a fidarsi un po’ della vita!

Mi allontanai per un po’ anche per “smaltire” tutte le emozioni fortissime accumulate in quelle ore ma ad un certo punto Lei mi chiamò perché voleva staccata la placenta dal bimbo (noi lasciamo la placenta attaccata al neonato fino a quando non sono  trascorse almeno 3 ore dal parto e comunque chiediamo sempre prima il permesso alla mamma che, se non lo ritiene ancora il momento, può dirci di attendere..anche fino all’indomani). Mi piaceva la sua determinazione, era una pantera dallo sguardo intenso! Bruciammo il cordone mentre Lei stava sempre con gli occhi chiusi. Il papà sembrava veramente felice per questa nascita come tutti gli altri parenti intorno a Lei.

Cercavo di capire le sue dinamiche familiari. Durante la fase espulsiva, ad esempio, una delle sorelle la colpì all’interno della coscia con uno schiaffo (questo gesto lo vidi fare spesso durante i parti, si vede che fa parte dei loro rituali..un pò come da noi si usa dire “spinga con rabbia!”) ma io la redarguii subito dicendo “No!! Carezze (prendendole la mano e posandola sul viso di Lei), baci bisou..”.

A questo punto la situazione era serena; le contrazioni ero riuscita a fargliele sopportare con la sola forza del mio Amore e quando il bimbo piangeva Lei lo attaccava al seno senza più allontanarlo..potevo andare a dormire per quella sera!

Tutta la strada verso la casa e per tutto il resto della serata il mio “essere” fu pervaso da un’onda amorosa così intensa che non c’erano parole per spiegarla, ne desideravo farlo..me ne beai e basta.

L’indomani mattina la trovai in uno dei letti disposti vicino “l’accettazione” del Dome (non lo sopportava proprio di stare chiusa nel “loculo”) e adesso mi sorrideva … nulla, dopo il primo sorriso di mia figlia, ha mai fatto aprire così tanto il mio cuore!! Ci siamo baciate, anche Lei baciava me, ed era fuori dubbio che fossimo diventate sorelle ormai! Unite per sempre da un profondo atto d’amore che Lei potrà sempre riportare alla mente tutte le volte che guarderà suo figlio:  è questa la vera nascita!”

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