Il pappagallino e il brutto anatroccolo

Sono molti mesi che non aggiorno il nostro diario e mi dispiace, perché non vorrei lasciare scivolare nel buio e nel sonno della memoria tutte le tue conquiste. Hai superato l’anno e mezzo e non riesco a capacitarmi di vederti già grande e autonomo. Adori scrivere, leggere e giocare a palla o con i tuoi brum brum seduto per terra imitando il rumore del motore in corsa, sei un fan sfegatato di Valentino Rossi e la ducati e ti inchiodi davanti allo schermo a vedere il moto gp. A nessuno in famiglia piace seguire questo sport, ma a te sì… Prima che nascessi mi ero ripromessa che ti avrei cresciuto libero da stereotipi sessisti, ma anche in questo tu mi hai spiazzata, perché la prima cosa che hai fatto, prima ancora di imparare a camminare, è stata tirare un calcio ad un pallone e metterti in sella ad un motore! Sei cresciuto sotto ogni punto di vista e in questo momento ti osservo dormire sul mio cuscino. Due linee a matita al posto dei tuoi occhi e la tua frangetta già di nuovo da accorciare, il tuo respiro sereno e il profumo di pane e zucchero a velo che fai mi riportano a quando eri ancora un inerme batuffolo roseo tra le mie braccia impacciate. Adesso scendi dal letto da solo, sei volitivo, infaticabile, affettuoso e simpatico: ci fai ridere un sacco quando sbuffi perché io o papà ti chiediamo qualcosa che non vuoi fare e vuoi che ti facciamo il solletico. Mi fai commuovere quando mi accarezzi la guancia e mi dici “bella”, o quando chiami a gran voce Babbo, se lo vedi che si allontana dal tuo sguardo. Alcune volta mi dici che vuoi tolto il pannolino per fare la pipì nel vasino e se la fai batti le mani tutto contento. Il mese prossimo al mare proverò a spannolinarti.

Corri, balli, hai un ottimo senso dell’equilibrio, sei davvero un gran comunicatore e chiacchierone. Ripeti tutto quello che diciamo, anche sporcaccione, anche le parole che non sai che cosa vogliono dire, anche tutti i finali delle nostre frasi. Sei diventato un Pappagallo!!! Inizi ad articolare qualche frase, ti esprimi con un centinaio di parole e tante onomatopee e, da buon italiano, usi il linguaggio dei gesti per farti capire. Nell’ultima settimana hai fatto un sacco di progressi perché aggiungi almeno tre o quattro parole al giorno al tuo vocabolario e fai i tuoi discorsi e le tue deduzioni che non fanno una piega.

Pappagallino mio, mentre tu sei in piena fase linguistica io sto a lungo in silenzio.  Scandagliare gli anfratti della mia psiche e scendere giù, fin nell’abisso,  forse dove mi sono ri-conosciuta per davvero è stato un lavoro al quale mi sono dovuta dedicare per essere davvero una madre sufficientemente buona, ovvero una donna serena e contenta di sé. Per farlo mi sono dovuta chiudere, proteggere, difendere. Diventare tua madre mi ha dato occasione di prendermi cura di me stessa, dei miei tempi e dei miei bisogni,  per riuscire a prendermi cura di te, che intanto cresci e ci osservi e ci imiti e ci stupisci e ci trasformi. Non è vero che i figli ci tolgono tempo, ci tarpano le ali, che sono d’impedimento alla vita sociale e professionale di una donna. Essermi goduta il tempo della maternità, la lentezza, la cura, il silenzio che la mia natura richiedeva e avere rinnegato i falsi miti della donna moderna, basati su velocità, competitività, arroganza e assenza di rispetto per i propri tempi biologici è stato un volano per lo sbocciare della mia adultità.

Mi sono sempre incolpata dei miei silenzi, ma il silenzio può significare un mezzo di preservare l’intimità con sé, l’auto-affezione, per non perdersi, o per non trovarsi in un discorso che non è il proprio. Tenere le labbra unite – come giungere le mani, ma anche chiudere le palpebre – è un modo per chiamare a raccolta le due parti di sé e dimorare e tornare in sé. Alcune volte il silenzio è l’unico linguaggio per sovvertire il già dato e il già detto.

Una cosa ho imparato in questi ultimi tempi e la lettura di Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés me l’ha mostrata: la fondamentale incompatibilità con le persone diverse da me non è una colpa. Come il brutto anatroccolo che dopo avere a lungo sofferto perché non veniva accettato per quello che era e a lungo ha vagato alla ricerca di una società cui appartenere, fino a congelarsi quasi del tutto, io ho azzerato il desiderio di associarmi alla nidiata di anatroccoli, ma anche ad altre cattive compagnie incontrate lungo il percorso come il gatto arruffato e la gallina strabica. Il mio posto non è tra le anatre. Non che ci sia qualcosa che non vada nelle anatre, beninteso, sono animali amabilissimi, ma non appartengo alla loro specie. E non è colpa mia, così come non è colpa loro. Per non parlare dei gatti arruffati e delle galline strabiche! Non posso stare tra animali che non sanno volare e non sanno andare sotto acqua, ma tra i cigni, sono i cigni quelli che devo cercare. Nella vita ho tentato di adattarmi a un certo stampo senza riuscirci. Oggi so che probabilmente ho avuto fortuna. Sarò stata troppo a lungo sola, esiliata, in silenzio, ma mi sono protetta l’anima. Allontanarsi da chi non è come noi è farsi sospingere a volte nelle braccia della nostra vera natura, sia questa un corso di studi, una forma d’arte o un gruppo di persone. Vagare sperduti alla ricerca di sé non è tragico quanto restare in un luogo cui non si appartiene.

Ora ho la parola
Ora ho la parola
e scopro che la parola è cosa buona
ascolto la mia voce
risuona.
Si infrange contro i corpi solidi e freddi
ma filtra fra gli interstizi possibili
e risveglia sguardi
che interrogano o negano
affermano o disprezzano
ma ascoltano.
Ascolto il mio eco sonoro
a volte grido per il semplice piacere di sentirmi
o per decapitare piedistalli.
La mia voce risveglia la vita
e inventa un linguaggio amaro e dolce
per dare nome agli esseri, alle cose, ai fatti.
Carica di magia è la mia parola.
Libero la parola per lucidare specchi, riflettermi in essi
e interrogarli in cerca di me stessa.
Chi sono stata
chi sono
chi potrò essere?
Dove sono ammutolita, quando e perché?
Dal suono della mia voce fino al silenzio
vado a cercare i bavagli
per appiccare roghi.
Interrogo:
dove sono le dee lunari
le levatrici
le streghe
le amazzoni?
Mi sono persa in quei termini generici
che dimenticano il mio sesso
mi sono persa quando ho parlato per bocca loro
mi sono persa quando queste parole sono state la mia voce
mi sono persa quando nella sconfitta
mi hanno condannata al silenzio e alla negazione.
Tutti sono diventati sordi alla mia voce
acuta e metallica
di parole dolci che altri dissero sciocche
voce furiosa che altri chiamarono isterica
non hanno sentito le mie ragioni
non aveva importanza nominare me
né tantomeno ciò che dicevo.
Dal sussurro al grido
vado riprendendo la parola
vado raccontando la mia storia
senza la voce del patriarca
mentre libero la pelle dagli aggettivi
con cui mi hanno confiscato la parola
strega, puttana, pazza, peccatrice.
Ancora non vi ho detto tutto, ma lo farò
perché ora io ho la parola!

Mariana Yonüsg Blanco (Nicaragua)

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9 pensieri su “Il pappagallino e il brutto anatroccolo

  1. trovo incantevoli le parole di questa lettera a se stessa e al figlio, le manderò alle mie di figlie di cui una è anch’essa mamma, perchè dice cose che sento ma non so dire
    grazie
    lilli

  2. Che meraviglia questo post!!! In poche righe hai detto tutto. Tutto ciò che io non riuscivo a tirare fuori. Mi hai commossa, emozionata, divertita pensando al tuo piccolo e mi hai dato la chiave giusta per capire alcuni nodi che non riuscivo a sciogliere.
    Il libro che citi è sul mio comodino da qualche mese, prima che rimanessi incinta. Adesso mio figlio ha 8 mesi e qualche sera fa l’ho aperto a caso e ho trovato proprio la parte che hai citato tu, quella dove si parla di incompatibilità con la propria famiglia e con le persone che ci sono vicine. E’ esattamente ciò che sta succedendo a me: ogni giorno mi dico che non sono io quella sbagliata. Con il tuo post ho aggiunto un tassello importante: nemmeno loro sono sbagliati, solo che non ci capiamo fino in fondo. Ancora una volta è qualcuno che non conosco nemmeno a scaldarmi il cuore in questo modo. Grazie rikama!

  3. è da tanto che non ti sento, ora ho capito perchè…
    E’ vero, hai il dono di rappresentare quello che sentiamo nel profondo, quello che non riusciamo neppure ad ammettere a noi stesse, anche quando è palese e dovremmo capirlo al volo da ciò che facciamo in pratica, non da ciò che vorremmo (o meglio, vorrebbero gli altri). Quello che provo adesso per mio figlio che è quasi coetaneo al tuo è un amore profondo e infinito , e cresce con lui e con la sua capacità di dimostrarmi che sono il suo universo , insieme al suo babbo, e lo fa con tanta gioia e amore. Perciò, non sarò così male come madre, immagino…E se anche ho detto mille volte che voglio smettere di allattarlo e invece lo faccio ancora non importa, si vede che dentro di me so che questo momento ha ancora un senso che sia nostro. Incontra mille cigni sulla tua strada, li meriti tutti. E spero che i brutti anatroccoli incontrandoti si trasformino, perchè sono proprio loro ad avere più bisogno di te, anche se non sembra. Baci.

  4. Che dolcezza in queste parole…si sente il respiro e il ritmo vitale che abbiamo dentro.
    Mi sento di aggiungere che la somma di questi silenzi e di queste solitudini è come la Terra Madre che conserva, custodisce e protegge tutto il cibo e il bene del futuro. Non siamo sole, neanche in solitudine…:-)
    Raffaella

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