Nutri…care

Sabato 9 ottobre ho finalmente conosciuto di persona il pediatra col panama. Colui che, senza saperlo, mi è venuto in soccorso quando, da mamma cozza come sono, mi prese una settimana di depressione allorché la pediatra mi disse di iniziare a svezzare Pollicino a soli tre mesi ed io non mi sentivo pronta. Sono stata invitata infatti ad “un momento di riflessione e promozione dell’alimentazione complementare a richiesta (svezzamento) fino all’integrazione di una dieta familiare sana, in una discussione aperta fra genitori e operatori sanitari e LUCIO PIERMARINI”, autore di Io mi svezzo da solo, dialoghi sullo svezzamento, ed.Bonomi.

NUTRICARE…IN ASCOLTO era il titolo dell’evento presentato e condotto dalla dott.ssa Donatella Natoli il cui sottotitolo recitava così:

Ascoltare il proprio figlio, porlo a centro del sistema, amarlo nella propria individualità, prendersi cura di lui e conoscere i concetti elementari di una dieta corretta, incrementa la competenza genitoriale e la relazione tra bambino e la propria famiglia.

Ora: lo svezzamento così come proposto dalla maggior parte dei pediatri funziona con l’introduzione graduale di un alimento per volta, per monitorare eventuali allergie con l’esito che il primo pasto diverso dal latte che si offre al piccolo è una zozza brodaglia che via via si fa meno brodosa ma sempre zozza rimane. In realtà diversi studi hanno mostrato che queste pratiche di svezzamento così medicalizzate sono legate ad antiche consuetudini che prevedevano un abbandono dell’alimentazione lattea già a 2/3 mesi, con la conseguenza che l’ovvia immaturità dell’apparato digerente del piccolo esigeva cautela nell’introduzione degli alimenti. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non cominciare mai lo svezzamento prima dei 6 mesi compiuti, poiché fino a quest’età il latte materno (o, quando non disponibile, il latte in formula) è l’alimento ottimale, in grado di soddisfare ogni esigenza del bambino. Più o meno intorno a questa età, è il bambino stesso a darci chiari segnali di essere pronto: sa sedere da solo con sicurezza e senza stancarsi, ha una migliore manualità, dimostra vivo interesse per il cibo dei genitori, ruba loro il cibo dal piatto, prova a masticare e magari ha già qualche dentino. Madre natura avrà previsto che tali abilità si acquisissero attorno ai sei mesi, e non prima per questo, no?

Ed eccoci quindi giunti a quello che pediatri come Piermarini, che hanno seguito in trincea – leggasi nei consultori – le mamme e sanno quante difficoltà comporti lo svezzamento standard, suggeriscono tanto semplicemente quanto in maniera così rivoluzionaria, dati i tempi che corrono, in cui si va dal pediatra pure a chiedere se è meglio mettere la tuta gialla o quella blu al proprio bambino. Il suggerimento che ci dà Piermarini in effetti è fin troppo moderno nella sua antichità: Imparare a mangiare sano e vario in famiglia, lasciare fare al bambino ed aver fiducia in lui. Fregarsene di ricette, ricettine e dosi, non cucinare a parte per il bambino, offrirgli quello verso cui mostra interesse, darglielo solo finché ne ha voglia, senza mai forzarlo. E se mangia pochissimo? Semplicemente, integrare con il latte: pian piano sarà il bimbo stesso a chiedere meno poppa e più pappa.

Sempre l’OMS, poi, ci ricorda che anche con l’introduzione di alimenti complementari (che è un modo più esatto di definire lo “svezzamento”), il latte rimane fino all’anno di vita la fonte principale di alimentazione del bambino, e che fino a due anni è consigliabile mantenere un paio di poppate al giorno, per esempio quella prima di dormire.

Analizziamo la parola “svezzamento“. Una definizione comune è “passaggio graduale dal latte alle pappe”. Eppure, in sé, è un termine molto generico: svezzarsi è sinonimo di disabituarsi così come avvezzarsi lo è di abituarsi. Ci si può svezzare dunque anche dal fumo, dal farsi le canne o dallo stare tutto il giorno su facebook. Si dice che “vezzo” e “vizio” sono due allotropi di VITIUM, cioè sono due forme che hanno avuto una diversa derivazione dallo stesso termine di partenza: l’una, “vizio”, dotta; l’altra, ”vezzo” popolare. Eppure per una di quelle incoerenze tipiche delle lingue vive, è “vezzo” a sembrare la parola più ricercata. Ovvero se “vizio” ha un’accezione negativa, di qualcosa che fa male alla salute, tipo fumare, “vezzo” è sì più affettuoso, ma sottointende un senso di superfluità. Il vezzo è un gesto carino ma non necessario. Di qui i vari “Oh, ma lo allatti di nuovo? Ha appena finito!” “Ma sta sempre attaccato!”, di chi poi confessa candidamente di avere allattato a suo tempo non più di un mesetto, dopodiché il latte è finito, ignorando che ciò è impossibile se si offre il seno al bambino ogni volta che lo richiede, specie i primi tempi, perché è lui a stimolare la produzione dell’esatta quantità di latte di cui ha bisogno.

Per le ragioni esposte, Lucio Piermarini (e non solo lui), fautore dello svezzamento “naturale”, preferisce l’espressione “alimentazione complementare a richiesta”, che se è priva dell’incisività di un unico termine, è però più esatta e fa il paio con “allattamento a richiesta”, di cui è la naturale conseguenza e integrazione. Si può chiamare questo metodo (che poi in realtà è un anti-metodo) autosvezzamento. C’è da dire che l’autosvezzamento così come proposto da Piermarini è una versione un po’ più soft di quello che negli Stati Uniti viene definito Baby Led Weaning: Piermarini dice di sminuzzare più o meno, in relazione all’abilità e al numero di denti del piccolo, il boccone verso cui questi mostra interesse, mentre il BLW prevede che si lasci mangiare il bambino con le mani, senza sminuzzargli i bocconi, per permettergli di sperimentare fin da subito forme e consistenza dei cibi, lasciandogli piena autonomia nella gestione del suo proprio cammino alla scoperta dell’alimentazione adulta.

Come sapete, io da quando Pollicino aveva sette mesi pratico l’alimentazione complementare a richiesta. A undici mesi compiuti ieri mangia con le sue mani:

pochissimi pezzetti di frutta (cinque acini d’uva, mezza mela o mezza pera, mezza fetta di melone o un quarto di banana, due o tre spicchi di arancia) suddivisi tra colazione, pranzo, merenda e cena.

pezzi di pane rimacinato che strappa e ingerisce (in totale durante l’arco della giornata circa un bocconcino di 50 gr)

cinque o sei pezzi di pasta asciutta (rigatoni, penne, caserecce) una ad una condita come la mangiamo noi

ortaggi cotti (una cima di broccolo, mezza patata bollita, un ciuffetto di spinaci…)

prosciutto o pollo o carne o pesce o frittata non fritta a pezzetti (non più di 30 gr)

scaglie di parmigiano e ogni tanto non più di 3 o 4 cucchiaini di yogurt o formaggio cremoso.

Non mi permette più di imboccarlo e rifiuta tutto ciò che è passato, brodoso e “per bambini”.

Il 70%(a volte anche il 95%) della sua alimentazione è ancora costituito dal mio latte.

Matteo da quattro mesi mangia cibo vero, e non omogeneizzati, mangia di tutto e da solo e rifiuta le pappine. Preferisce mangiare con le sue mani che essere imboccato e, cosa più importante, sta mangiando le quantità di cibo di cui ha bisogno, non di più, il resto delle energie gliele fornisce il mio latte, perché l’obiettivo principale dell’alimentazione complementare a richiesta è che i bambini si abituino davvero gradualmente al cibo di famiglia. Ho scritto in corsivo la parola gradualmente perché sostituire in blocco il 25% del latte a mezzo giorno con una pappa di crema di riso e acqua sporcata con carota e patata è quanto di meno graduale i pediatri possano prescrivere.

” Il bambino che mangia mezzo rigatone con le sue mani ed è felice e contento delle sue conquiste, ha fatto un passo importante nella giusta direzione; in qualche mese mangerà 10 rigatoni, in qualche anno un piatto intero. Invece, quello che mangia una pappa intera di nove cereali ma solo se è la mamma a imboccarlo insistendo e cercando di distrarlo, non ha fatto neanche un passo. Non sta imparando a mangiare da solo, né a masticare, né a godersi il cibo, né a mangiare quello che mangiano gli adulti (noi non mangiamo di certo nove cereali). Ed inoltre, mangiando grandi quantità di cereali o di omogeneizzati di frutta o di carne, o di qualsiasi altra cosa, sta mangiando meno latte, e questo non va bene per il suo nutrimento perché il latte materno è molto più sano di qualsiasi altro nutrimento col quale lo si vuole sostituire” (citazione libera da Un dono per tutta la vita, C. Gonzales).

Grazie Dott. Piermarini per la sua attività, le sue ricerche, i suoi articoli e il suo divertente libro.

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