“Amare con viscere materne!”

Le parole stamattina sembrano del tutto inadeguate a descrivere i passaggi del mio animo. Sdraiata di fianco, con la pelle della mia pancia tutta lucida e tesa e mentre Pollicino faceva sentire che era già sveglio e reclamava il suo caffellatte coi pan di stelle, mi lasciavo accarezzare la pelle del viso da quel timido ruscello di luce che filtrava dalla serranda della camera da letto. Accanto a me mio marito, avvolto nel suo placido sonno. Guardavo i tratti del suo viso, l’espressione imperlata nell’angolo più piccolo delle sue labbra, le sue sopracciglia distese, senza quel cipiglio della veglia, le folte e inarcuate ciglia.
Un tempo anche lui è stato un bambino inerme nelle braccia di una donna. Un neonato innocente abbandonato alle cure amorevoli di sua madre, bisognoso di tutto. Pensavo che anche il malfattore o l’eroe di guerra un tempo sono stati dei teneri cuccioli d’uomo, anche lo stupido vanaglorioso alla televisione, l’aggressivo capitalista, il truffatore, il medico dai capelli grigi e dal portamento regale. Tutti, uomini e donne, siamo appartenuti a quelle braccia calde e protettive che ci hanno accolto, accudito, che hanno placato il nostro pianto e dato la vita per noi. Capirlo mi ha fatto guardare il mondo stamattina con occhi diversi. Sto diventanto madre! Questi nove mesi mi hanno definitivamente cambiata e ancora di più cambierò quando cullerò mio figlio che profuma di latte, che mi stringerà il dito con le sue manine così piccole, che si accoccolerà vicino al mio collo per sentirsi al sicuro. Penserò, mentre nella mia memoria affiorerà la ninna nanna che mia madre cantava a me, a come mi si è svelato il mondo stamattina: tutto mi appare già diverso. Sarà un’altra Marika, quella che guarderò allo specchio mentre si aggiusterà la camicia dopo una poppata, una donna nuova, come se avesse sperimentato per la prima volta che cosa sia la misericordia, parola che esprime l’ebraico rehem (singolare) / rahamin (plurale), che vuol dire alla lettera utero, viscere
Misericordia vuol dire amare con viscere materne. Non è incredibile che l’attributo più importante di Dio abbia a che fare col corpo di donna!? Con misericordia oggi guardo tutti gli uomini, anche i più spregevoli; senza aver vissuto sulla mia pelle e avere compreso in me il dono della maternità, credo che non sarei stata in grado di amare la vita fino in fondo.

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